MSD e Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) alleati nella ricerca sul melanoma

 

XX Congresso Nazionale IMI

In Italia, come in tutto il mondo, l’incidenza del melanoma è più che raddoppiata negli ultimi dieci anni. Contro questo tumore maligno della pelle, un vero e proprio big killer dal crescente impatto socio-sanitario, MSD e l’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) hanno realizzato una partnership volta a promuovere l’attività di giovani laureati impegnati nella ricerca oncodermatologica. L’iniziativa è stata annunciata durante il XX Congresso Nazionale dell’IMI svoltosi a Treviso dal 5 al 7 ottobre scorso.

La collaborazione tra MSD e IMI si realizzerà attraverso l’erogazione di nove Borse di Studio messe a disposizione da MSD per ricerche condotte da laureati in Medicina e Chirurgia, Biologia o Psicologia su tematiche relative allo studio del melanoma. Per ciascuna Borsa di durata annuale sarà erogato un importo di 25.000 euro.

Obiettivo principale delle attività di ricerca sostenute da queste Borse di Studio sarà individuare i marcatori di malattia, i fattori predittivi della risposta ai trattamenti e i fattori prognostici e su queste basi identificare i sottogruppi di pazienti che possano rispondere efficacemente ai trattamenti ha affermato Paola Queirolo, Presidente IMI e Dirigente Oncologia Medica 2 IRCCS, San Martino di Genova – una delle grandi novità dell’oncologia negli ultimi anni sono le terapia del melanoma che riescono finalmente a dare vantaggi di sopravvivenza. Il sostegno al lavoro di giovani ricercatori italiani potrà contribuire a migliorare ancora le prospettive per le persone con melanoma”.

L’erogazione liberale di Borse di Studio da parte di MSDha aggiunto Paola Queirolo – è pienamente coerente con la mission principale dell’Intergruppo Melanoma Italiano poiché ci aiuta a portare avanti attività di ricerca libere da sponsorizzazioni e vincoli e rappresenta quindi un esempio virtuoso di partnership pubblico-privato a sostegno della ricerca clinica in Italia, nel rispetto dei più elevati standard di eticità, trasparenza e autonomia. MSD, promuovendo e sostenendo la ricerca italiana indipendente, interpreta in senso moderno il ruolo di una grande Company del settore farmaceutico”.

In tutto il mondo, nel 2012, sono stati diagnosticati 232.130 casi di melanoma. In Italia, tra il 2003 e il 2005, il melanoma cutaneo ha rappresentato il 2,1% di tutti i tumori diagnosticati tra gli uomini e il 2,6% di quelli diagnosticati nelle donne. In aumento, in particolare, i casi di melanoma tra giovani adulti: il melanoma rappresenta il tumore la cui incidenza cresce di più, circa il 4-5% all’anno; inoltre, sotto i 50 anni è il primo tumore tra gli uomini e il terzo tra le donne. Negli ultimi cinque anni I decessi attribuiti a melanoma cutaneo nel nostro Paese sono stati 4.000 nella popolazione maschile e oltre 3.000 in quella femminile. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni è pari all’81% ma è fortemente influenzato dallo stato di avanzamento del tumore al momento della diagnosi tanto da crollare a meno del 20% in caso di melanoma metastatico.

L’erogazione di Borse di Studio che andranno a sostenere la ricerca su questo tumore e lo sviluppo di nuove molecole è un fatto di grande valore: siamo all’inizio di un cammino ed è molto importante che vengano sostenuti gli sforzi e l’impegno di giovani ricercatori italiani”, ha affermato Carlo Riccardo Rossi, Presidente Congresso Nazionale IMI e Professore Ordinario di Chirurgia Generale Università degli Studi di Padova.

La collaborazione di MSD con l’Intergruppo Melanoma Italiano nasce da una finalità condivisa: promuovere la ricerca nell’ambito di una patologia ad elevata rilevanza sociale, il melanoma, incentivando i giovani ricercatori italiani.

L’iniziativa è parte integrante delle progettualità di Corporate Social Responsibility sostenute da Merck & Co., casa madre dell’omonimo gruppo farmaceutico, per il tramite della sua controllata italiana, MSD che è fortemente impegnata a sostenere la ricerca clinica realizzata sul territorio nazionale.

La collaborazione con IMI è coerente sia con questa visione che con l’impegno di Merck & Co di essere presente, anche in Italia, non solo con le proprie molecole innovative – ha affermato Pierluigi Antonelli – ma anche con accordi e partnership con le apicalità scientifiche del nostro Paese, soprattutto in aree terapeutiche di grande rilevanza sociale, quale l’oncologia”.

La vocazione alla ricerca e all’innovazione è parte del DNA di Merck & Co. Fin dal lontano 1851 l’Azienda avviò lo sviluppo di molecole innovative e nel corso del ventesimo secolo i laboratori Merck & Co. giunsero alla sintesi di alcuni importanti farmaci primi nella classe come, ad esempio, la streptomicina per la cura della tubercolosi, il cortisone che rivoluzionò l’approccio terapeutico alla patologie infiammatorie, le statine per la cura dell’ipercolesterolemia e i bifosfonati nell’ambito delle patologie osteoarticolari. Una tradizione che si è sempre rinnovata nel corso dei decenni, fino a giungere ai giorni nostri con gli anticorpi anti-PD-1, immunoterapia sperimentale utilizzata nel trattamento del melanoma metastatico.

MSD Italia – ha proseguito Pierluigi Antonelli crede fermamente che i soggetti imprenditoriali, secondo un principio di sussidiarietà orizzontale, abbiano il dovere di prendersi cura dei beni comuni, come la salute, la società, l’ambiente e, appunto, la ricerca, in ciò esercitando appieno la loro responsabilità e cittadinanza d’impresa. Non possiamo dimenticare che il melanoma avanzato, con tassi di sopravvivenza a cinque anni inferiori al 20%, rimane una necessità terapeutica insoddisfatta. Il nostro impegno è quindi costantemente orientato, anche attraverso questo tipo di erogazioni liberali, a che la ricerca possa tradursi in soluzioni terapeutiche efficaci per tutti coloro che combattono la propria battaglia contro questa patologia”.

Oggi Merck & Co. investe quasi 8 miliardi di dollari in Ricerca & Sviluppo (circa il 18% del suo fatturato) e vanta una solida pipeline di 20 molecole nelle ultime fasi di sviluppo e in molteplici aree terapeutiche, non solo in oncologia, ma anche cardiovascolare, diabete, malattie infettive, oncologia, immunologia, salute della donna e vaccini.

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Il disegno come terapia

 

Il disegno come terapia

Lo spazio di un foglio per dare colore e sfumature alla loro storia: è la sfida che hanno accolto e affrontato con energia e positività i bambini e ragazzi che hanno partecipato a “Coloro la mia vita. Io mi vedo così”, concorso creativo dedicato ai giovanissimi dai 3 ai 18 anni con una malattia rara in ambito reumatologico tra cui l’Artrite Idiopatica Giovanile Sistemica, promosso da Thenewway in collaborazione con Novartis Pharmaceuticals e con il patrocinio delle principali associazioni di pazienti con malattie rare e reumatiche italiane.

Il concorso, nato per aiutare i piccoli pazienti a superare, attraverso il disegno, il senso di isolamento che può provocare la malattia, ha coinvolto decine di bambini e ragazzi in trattamento presso alcuni dei più importanti Centri pediatrici reumatologici italiani, ai quali è stato chiesto di disegnare sé stessi. I piccoli vincitori, divisi per fasce d’età, sono stati premiati a Sesto San Giovanni (Milano) il 10 ottobre scorso.

Il disegno spontaneo rappresenta per tutti i bambini e i ragazzi un’importante alleato psicologico e terapeutico, un’occasione per riprodurre, sotto forma di metafora, quella parte di realtà difficile da esprimere con le parole. Per i giovanissimi il momento del disegno può rappresentare un’oasi felice in cui poter esprimere liberamente il proprio vissuto e le proprie preoccupazioni. Questo vale ancor di più per i giovani pazienti che devono lottare quotidianamente contro un nemico più grande di loro, una malattia che spesso non riescono a capire, ma con la quale devono convivere e che li può portare ad allontanarsi dai propri coetanei: le malattie reumatiche rare hanno infatti spesso un decorso prolungato nel tempo, con una conseguente alterazione della qualità di vita e un forte impatto psicologico, sociale e familiare.

Rappresentarsi in un disegno significa entrare in contatto con la percezione di sé stessi – spiega Lucia Sciarretta, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta del reparto di Neuropsichiatria Infantile all’Istituto G. Gaslini di Genova e membro della Giuria del concorso – che per questi bambini e ragazzi è legata a una dimensione, quella della malattia, che porta il corpo, inteso come identità, capacità e adattamento, in primo piano: la rappresentazione di sé è importante perché permette l’espressione di stati come la stanchezza, il dolore, l’interruzione delle normali attività. Prendere contatto con i propri stati è il primo passo per poterli elaborare”.

I partecipanti al concorso sono stati divisi in quattro fasce d’età, 3-5 anni, 6-9 anni, 10-13 anni e 14-18 anni, e per ognuna di queste categorie è stato scelto, da una giuria composta da specialisti reumatologi, una psicoterapeuta e un esperto di arte, un disegno vincitore. Al progetto hanno partecipato un centinaio di bambini, di cui circa il 70 % femmine.

Oltre all’aspetto psicologico e di contenuto dei disegni pervenuti, è stato apprezzato e valutato dalla Giuria anche l’elemento artistico:

trovo estremamente intenso come il disegno aiuti a manifestare visivamente stati d’animo non esprimibili attraverso le parole – commenta Pietro Marani, Professore Ordinario di Storia dell’Arte Moderna al Politecnico di Milano e membro della Giuria – questa esperienza è stata interessantissima anche per noi che abbiamo dovuto ‘giudicare’ i disegni di questi bambini e ragazzi e che abbiamo potuto apprezzare questi lavori dal punto di vista estetico, perché talmente ricchi di valori interiori da essere immediatamente percepiti attraverso i colori, le forme, le combinazioni”.

La Giuria del concorso, oltre ai già citati Lucia Sciarretta e Pietro Marani, era composta da alcuni tra i maggiori medici esperti di reumatologia pediatrica italiani: Marco Gattorno – IRCCS G. Gaslini – Pediatria II, Reumatologia, Eurofever Project – EULAR Centre of Excellence in Rheumatology 2008-2018, Genova; Valeria Gerloni, Responsabile UDS Reumatologia dell’Età Evolutiva, Dipartimento di Reumatologia Università di Milano Istituto Gaetano Pini, Milano; Angelo Ravelli, Professore associato presso Università degli Studi di Genova e Istituto G. Gaslini di Genova.

Le malattie reumatiche rare sono caratterizzate da processi infiammatori che possono interessare varie parti dell’organismo: articolazioni, organi ed apparati interni. Il carattere di cronicità che hanno spesso queste malattie, con alterazione della qualità di vita e riduzione, in diversi casi, del grado di autosufficienza, determinano, in caso di insorgenza in età pediatrica, il totale coinvolgimento della famiglia e un forte impatto psicologico e sociale sul paziente.

Tra le malattie reumatiche rare, l’Artrite Idiopatica Giovanile Sistemica (AIGS) colpisce bambini e adolescenti di età inferiore a 16 anni. La AIGS è una malattia rara a diffusione planetaria, la cui esatta prevalenza è sconosciuta e sembrerebbe aggirarsi intorno al 5-15% di tutte le AIG in Europa e nel Nord America. La malattia colpisce allo stesso modo maschi e femmine e non è possibile individuare un’età d’esordio privilegiata. Le manifestazioni cliniche della AIGS includono febbre, eruzioni cutanee, manifestazioni muscoloscheletriche, linfoadenopatia, splenomegalia, interessamento del sistema epatico, cardiaco, pleuropolmonare e il sistema nervoso centrale.

Il concorso «Coloro la mia vita. Io mi vedo così» è stato patrocinato da diverse associazioni di pazienti, tra le quali A.I.F.P. – Associazione Italiana Febbri Periodiche, ALOMAR – Associazione Lombarda Malati Reumatici, ANMAR – Associazione Nazionale Malati Reumatici, A.P.M.A.R. – Associazione Persone con Malattie Reumatiche onlus, AMRI – Associazione per le Malattie Reumatiche Infantili e molte altre. Le associazioni pazienti hanno un ruolo fondamentale nella gestione di patologie croniche come quelle reumatiche, in particolar modo quando il paziente è giovanissimo, perché offrono un importante supporto ai pazienti stessi e alle loro famiglie, ma anche perché fortemente impegnate nella promozione della conoscenza su queste malattie, sulle quali spesso c’è forte carenza di informazione.

 

A seguire i nomi e la relativa categoria d’età dei 4 piccoli vincitori del concorso “Coloro la mia vita. Io mi vedo così”:

  • Tommaso Bartolini di Monsummano Terme (Pistoia) per la categoria 3-5 anni;
  • Miriam Mongelli di Brindisi per la categoria 6-9 anni;
  • Giulia Pettigiani di Coazze (Torino) per la categoria 10-13 anni;
  • Claudia Verzella di Miglianico (Chieti) per la categoria 14-18 anni.

 

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Novità sulla terapia di consolidamento del linfoma di Hodgkin dopo trapianto

AETHERA Study Seattle Genetics, Inc. e Takeda Pharmaceutical Company Limited hanno annunciato il 29 settembre 2014 che i pazienti con linfoma di Hodgkin (HL) che hanno assunto ADCETRIS (brentuximab vedotin) come terapia di consolidamento subito dopo un trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) sono sopravvissuti in assenza di progressione di malattia, significativamente più a lungo rispetto ai pazienti che hanno assunto placebo. Lo studio clinico di fase 3, conosciuto col nome di AETHERA, ha messo a confronto l’uso del singolo agente brentuximab vedotin e placebo su 329 pazienti con HL a rischio recidiva. ADCETRIS è un anticorpo coniugato a farmaco (ADC) anti-CD30, un marker caratteristico del HL classico. ADCETRIS è stato approvato in oltre 45 paesi per il trattamento di HL recidivante e del linfoma anaplastico a grandi cellule sistemico (sALCL). ADCETRIS non è approvato nel setting di trattamento di AETHERA. Lo studio AETHERA ha soddisfatto l’endpoint primario con il trattamento con brentuximab vedotin risultato in un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione (PFS) in confronto a placebo, valutato da un comitato di revisione centrale indipendente (hazard ratio=0,57; valore p=0,001), equivalente al miglioramento della PFS pari al 75%. La PFS è stata misurata per tutti i pazienti in studio dopo un minimo di due anni dall’inizio del trattamento. Un’analisi intermedia pre-specificata della sopravvivenza complessiva non ha mostrato differenze statisticamente significative fra i bracci di trattamento. In entrambi i bracci i pazienti con HL in progressione hanno ricevuto diverse terapie successive. In particolare, la maggior parte dei pazienti nel braccio di trattamento con placebo ha ricevuto brentuximab vedotin dopo la progressione. Un’ulteriore analisi della sopravvivenza complessiva è programmata per il 2016. Il profilo di sicurezza di brentuximab vedotin nello studio AETHERA è stato complessivamente coerente con le attuali informazioni riportate in scheda tecnica. L’abstract per la presentazione dei risultati è stato sottomesso al meeting annuale dell’American Society of Hematology (ASH) che si terrà dal 6 al 9 dicembre 2014 a San Francisco, California.

I pazienti con linfoma di Hodgkin recidivanti o refrattari al trattamento di prima linea rappresentano un’importante necessità medica insoddisfatta. Crediamo che i risultati positivi dello studio AETHERA dimostrino la capacità di brentuximab vedotin di consolidare le remissioni ed estendere la sopravvivenza libera da progressione nei pazienti con linfoma di Hodgkin a rischio di recidiva dopo trapianto autologo, mantenendo al contempo un profilo di sicurezza accettabile”, ha detto Clay B. Siegall, Ph.D., President and Chief Executive Officer di Seattle Genetics.

Prevediamo di presentare dati più completi sullo studio AETHERA al meeting annuale dell’ASH a dicembre e nel 2015 intendiamo presentare all’FDA una BLA supplementare per l’approvazione in questo setting di pazienti. I risultati dello studio clinico AETHERA potrebbero consolidare un nuovo paradigma per il trattamento di alcuni pazienti con linfoma di Hodgkin in seguito a trapianto autologo di cellule staminali”, ha detto Michael Vasconcelles, M.D., Global Head, Oncology Therapeutic Area Unit, Takeda Pharmaceutical Company.

Dal momento che si tratta del primo studio clinico randomizzato all’interno del programma di sviluppo clinico complessivo di brentuximab vedotin, questi dati forniscono informazioni importanti anche per l’intero programma ADCETRIS. Per questi motivi siamo molto grati ai pazienti, alle loro famiglie e agli sperimentatori per aver partecipato ad AETHERA. Siamo impazienti di presentare i dati alle autorità regolatorie”.

FONTE | Ketchum

I risultati dei più innovativi studi scientifici in campo neurologico presentati al 45° Congresso Nazionale della SIN

 

45 congresso nazionale SIN 2014

La 45a edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia – SIN che si è svolta a Cagliari dall’11 al 14 ottobre, ha richiamato circa 2.000 neurologi da tutta Italia e ha visto numerose sessioni di aggiornamento e confronto su tutte le tematiche neurologiche, dalle malattie neurodegenerative come Alzheimer, Sclerosi Multipla, Parkinson fino a disturbi complessi come le cefalee.

 

Le malattie neurologiche sono in costante aumento – ha affermato Aldo Quattrone, Presidente SIN – soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione. In Italia la demenza colpisce 1 milione di persone, di cui 600.000 affetti da Malattia di Alzheimer; 200.000 i pazienti con Morbo di Parkinson, di cui 50.000 casi di parkinsonismi;930.000 sono le persone con conseguente invalidanti dell’ictus, patologia che ogni anno fa registrare 250.000 nuovi casi; 60.000 circa i malati di Sclerosi Multipla, circa 1 caso ogni 1.000. La ricerca in campo neurologico tende sempre più verso metodiche innovative di diagnosi precoce della malattia neurodegenerativa per consentire un approccio terapeutico tempestivo. Spesso infatti solo intervenendo agli esordi della malattia con un trattamento precoce si ottiene un forte rallentamento nella progressione della malattia. I ricercatori italiani sono molto impegnati su questo fronte con un’importante produzione di studi scientifici che, in parte, abbiamo presentato nel corso del congresso di Cagliari”.

 

Questi gli argomenti presentati:

 

1. MALATTIA DI PARKINSON

Prof. Aldo Quattrone, Presidente SIN e Rettore Università Magna Graecia di Catanzaro

La prevenzione del Parkinson è possibile se la diagnosi viene effettuata molto precocemente o, meglio ancora, in fase pre-motoria, e cioè prima della comparsa dei disturbi motori caratteristici, come la lentezza dei movimenti e il tremore di riposo, ponendo grande attenzione ad alcuni disturbi che, invece, non sono specifici della malattia. Tra questi, i più importanti sono il deficit olfattivo (ipo o anosmia) e il disturbo comportamentale in sonno REM (RBD), caratterizzato da comportamenti quali urlare, scalciare, tirare pugni durante il sonno. RBD al momento rappresenta il marcatore predittivo più affidabile di malattia di Parkinson. Infatti, circa il 60% dei pazienti che ne è affetto sviluppa la malattia entro 10-12 anni. La corretta diagnosi di ipo-anosmia e di RBD consente di individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia, e di valutare l’efficacia di interventi terapeutici con farmaci neuro-protettivi capaci di arrestare o rallentare il decorso della malattia.

2. EPILESSIA

Prof. Umberto Aguglia, Coordinatore Gruppo di Studio Epilessie SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Direttore del Centro Regionale Epilessie A.O. Bianchi Melacrino Morelli Reggio Calabria

Nuovi orizzonti nella diagnosi e nella comprensione delle crisi epilettiche e delle varie forme di epilessia. Da un lato lo studio genetico del DNA per individuare marcatori di farmacoresistenza e di suscettibilità per le cosiddette “epilessie complesse”, grazie ai quali potrebbe essere possibile capire, attraverso un semplice prelievo del sangue, come i pazienti rispondono alle terapie. Dall’altro lato, tecniche avanzate di analisi integrata di segnali neurofisiologici e di imaging che hanno permesso la sperimentazione di avveniristici sistemi intracranici (chip che si inseriscono in prossimità dell’area del cervello), in grado di visualizzare con molta precisione l’area del cervello da cui partono le scariche epilettiche, riconoscere precocemente le crisi e bloccarne l’insorgenza. Si utilizza in pazienti farmacoresistenti e in cui le epilessie sono parziali.

3. MALATTIA DI ALZHEIMER

Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca

Nuove possibilità diagnostiche permettono di anticipare la diagnosi di anni, addirittura in fase prodromica(all’insorgere dei primi sintomi, ma in assenza di demenza conclamata). Attualmente sono in sperimentazione alcune strategie terapeutiche da attuare in fase precoce che potrebbero modificare il decorso della malattia; queste vanno ad agire sulla proteina beta-amiloide, che si deposita nel cervello anni prima dell’esordio della Malattia di Alzheimer, bloccandone l’accumulo, inibendone la produzione o rimuovendola con anticorpi.

4. ICTUS CEREBRALE

Prof. Domenico Inzitari, Direttore della Stroke Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e Professore Ordinario presso la Clinica Neurologica dell’Università di Firenze

Presentate le Linee guida della Italian Stroke Organisation che estendono la trombolisi ai pazienti ultra-ottantenni, portando il numero dei pazienti “aventi diritto” da 10.000 a 14.000 l’anno. Attualmente, in Italia vengono effettuate 3.600 trombolisi endovenose l’anno, numero ben al di sotto di quello dei pazienti “aventi diritto”, anche a causa del fatto che le unità ictus non sono diffuse capillarmente. A colmare il gap, la telemedicina, attraverso la quale un neurologo vascolare del centro ictus di un Ospedale di riferimento (Hub) può fornire in tempo reale la propria consulenza a un Pronto Soccorso periferico, effettuando esami a distanza e servendosi anche di telecamere ad alta definizione. Novità anche nella prevenzione secondaria, con i farmaci anticoagulanti diretti, inibitori della trombina (dabigatran) o del fattore X (rixaroxaban, apixaban).

5. CELLULE STAMINALI MESENCHIMALI IN SCLEROSI MULTIPLA

Prof. Antonio Uccelli, Direttore Centro di Eccellenza per la Ricerca Biomedica (CEBR) Università di Genova e Responsabile Centro per la Ricerca e la Cura della Sclerosi Multipla

Per la prima volta viene sperimentato l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali nelle persone con Sclerosi Multipla, sulla base di evidenze che fanno supporre che tali cellule possano spegnere il processo che danneggia il sistema nervoso centrale, rilasciare molecole utili alla sopravvivenza e, possibilmente, alla riparazione del tessuto danneggiato. L’Italia, con i Centri di Genova, Milano San Raffaele, Verona e Bergamo, è uno dei 9 Paesi coinvolti nello studio. Nonostante le enormi aspettative per questo studio, è impensabile che le staminali mesenchimali possano rigenerare i neuroni perduti e migliorare la condizione clinica dei pazienti con grave disabilità. Ci permetterà, però, di dare una risposta autorevole sulla sicurezza e sull’efficacia di questo tipo di trattamento, ponendo fine alle speculazioni.

6. NOVITÀ NELLE TERAPIE IN SCLEROSI MULTIPLA

Prof. Giancarlo Comi, Past President SIN e Direttore Dipartimento Neurologico e Istituto di Neurologia Sperimentale Università Vita-Salute, Ospedale San Raffaele di Milano

Per quanto concerne le terapie recentemente introdotte in Italia o di prossima introduzione, saranno presentati i risultati di studi che contribuiscono a definire il profilo di sicurezza ed efficacia di farmaci come il fingolimod e la teriflunomide. Interessanti osservazioni di farmacogenetica su farmaci in uso da più tempo, come nel caso dell’interferone beta, aiutano a individuare, grazie a marcatori genetici appena scoperti, una maggiore suscettibilità al trattamento. Importanti contributi si focalizzano sul problema della sospensione del trattamento con Natalizumab, dovuta alla percezione di rischio eccessivo di encefalite multifocale progressiva. Ancora, numerosi i contributi sugli aspetti diagnostici e pronostici; sempre elevata, infine, l’attenzione sui problemi cognitivi e affettivi che hanno una grande ricaduta sulla qualità della vita dei pazienti.

 

GAS Communication

Premio Nobel per la Medicina 2014

 

Premio Nobel per la Medicina 2014

Il Premio Nobel per la Medicina 2014 è stato assegnato alla scoperta del sistema di cellule che ci permette di orientarci, come una sorta di Gps biologico del cervello.

L’individuazione di questo sistema di cellule nervose risale al 2005 e costituisce una sorta di rete che permette al cervello di avere costantemente le coordinate spaziali del luogo in cui si trova.

Il riconoscimento è stato assegnato a John O’Keefe e ai coniugi May-Britt ed Edvard I. Moser.

Chi sono i premiati?

John O’Keefe è nato il 1939 a New York, negli Stati Uniti, ha conseguito un dottorato in Psicologia fisiologica presso la McGill University (Canada) nel 1967. Si è poi trasferito nel Regno Unito dove ha studiato e lavorato presso lo University College London. Dopo avere dedicato i suoi primi studi sul modo in cui il cervello controlla il comportamento, si dedicò all’analisi in laboratorio del comportamento delle cavie e del modo in cui si orientano nello spazio. Notò che un tipo di cellule cerebrali nell’ippocampo non si attivano solamente in seguito alla registrazione visiva dello spazio, ma per la costruzione di una mappa mentale dell’ambiente circostante. Grazie a questo sistema, il cervello impara a memorizzare i luoghi e la disposizione degli spazi.

May-Britt Moser è nata a Fosnavåg, in Norvegia, nel 1963. Ha studiato psicologia presso l’Università di Oslo, insieme con Edvard Moser, che sarebbe diventato suo marito. Ha conseguito un dottorato in neurofisiologia nel 1995 e ha insegnato presso le università di Edimburgo e di Londra, prima di tornare a insegnare in Novergia. È direttore del Centro di Computazione Neurale a Trondheim. È l’undicesima donna a essere stata premiata con un Nobel per la Medicina.

Edvard I. Moser è nato nel 1962 a Ålesund, in Novergia, e ha conseguito il dottorato in neurofisiologia presso l’Università di Oslo nel 1995. Ha lavorato presso l’Università di Edimburgo e in seguito presso l’University College London insieme con la moglie May-Britt Moser. È direttore del Kavli Institute per le neuroscienze a Trondheim.

QuotidianoSanità

Cura dell’infertilità: necessario un team multidisciplinare di specialisti

La formazione delle corrette competenze in medicina della riproduzione

Tante e diversificate sono le competenze necessarie per eseguire un corretto management della coppia sterile che la cura dell’infertilità non può e non deve ridursi solo alla mera esecuzione tecnica di una procedura di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Le tecniche di PMA, infatti, devono essere la tappa finale di un percorso diagnostico multidisciplinare che può essere completo solo grazie al lavoro sinergico di diverse figure professionali altamente specializzate quali ginecologo, endocrinologo, andrologo, urologo, biologo delle riproduzione, psicologo”.

E’ quanto afferma il Prof Nicola Colacurci, direttore della Ginecologia ed Ostetricia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Seconda Università Napoli  e responsabile del Centro di Sterilità della Seconda Uiversità di Napoli, che ha organizzato insieme con il professore Alfredo Izzo, un convegno a Napoli il 26 e 27 settembre scorso su «La formazione delle corrette competenze in medicina della riproduzione» che ha messo a confronto alcuni tra i maggiori esperti del campo sulle tematiche più attuali della fecondazione assistita.

Nel corso dell’evento, tra i temi trattati: le competenze minime richieste per ginecologo, andrologo e biologo che si interessano di medicina della riproduzione e l’importanza di un percorso formativo adeguato per ciascuna figura professionale che deve acquisire le competenze necessarie. Basti pensare, per esempio, che non esiste una formazione universitaria specifica per la formazione dell’embriologo.

Altra tematica molto attuale è la scelta della terapia farmacologica più opportuna che non può non essere di pertinenza esclusiva del ginecologo, che farà la sua libera scelta, improntata ad una personalizzazione, sulla base delle sue conoscenze, delle caratteristiche della paziente, in un’ottica di farmaco economia e di minimizzazione degli eventi avversi.

Il criterio di selezione si basa sull’individuazione del miglior rapporto costo-beneficio, ossia sulla valutazione del prezzo in relazione all’efficacia del prodotto, laddove per efficacia si intende il numero di ovociti recuperati in seguito alla stimolazione.

Non bisogna, quindi, soffermarsi solo sul costo del farmaco quale unico parametro di scelta,  ma è opportuno considerare il relativo outcome clinico

Nel corso dell’evento è stato ribadito come i centri pubblici di PMA svolgano un ruolo assolutamente fondamentale, in quanto garantiscono l’accesso alle tecniche anche a quella fascia di utenti, che non potendo accedere per motivi economici a centri privati, avrebbe impossibilità a vedere esaudito il proprio desiderio riproduttivo. Nell’immaginario attuale i centri pubblici rappresentano l’ultima speranza a cui si ricorre dopo numerosi infruttuosi tentativi nei centri privati. La professionalità e la competenza, la garanzia di un percorso corretto dovrebbe invece rendere il pubblico la prima scelta delle coppie con problematiche riproduttive.

Il Centro di sterilità della Seconda Università di Napoli da molti anni accoglie ogni anno oltre 600 coppie che  desiderano ottenere una gravidanza e il trend positivo degli ultimi anni è in continuo aumento. La mission del Centro è di fornire una risposta personalizzata e in tempi rapidi al bisogno riproduttivo della coppia, cercando di garantire sempre il livello più avanzato di cure, ma avendo  particolare attenzione agli aspetti psicologici ed alle aspettative delle coppie che si rivolgono a noi per avere un figlio. Attualmente il centro è in grado di offrire la diagnostica completa per entrambi i partner ed esegue oltre 250 cicli di PMA all’anno, con liste d’attesa generalmente che non superano i 3-4 mesi.

GAS Communication

Tiroide: nuove terapie chirurgiche mini-invasive e nuove formulazioni per la cura dell’ipotiroidismo

Second Thyroid UpToDate 2014

I noduli tiroidei interessano fino al 25% della popolazione italiana e sono una delle malattie endocrine più comuni; colpiscono la tiroide, ghiandola che produce ormoni essenziali per il benessere dell’individuo. Il 90% dei noduli tiroidei sono benigni e sono correlati a bassa concentrazione di iodio nell’ambiente, elemento fondamentale per la produzione degli ormoni, e a familiarità. Nel caso di noduli maligni le cause sono ancora la familiarità ma, più importanti, anche l’esposizione a radiazioni o a trattamenti terapeutici come la radioterapia della testa e del collo.

La maggior parte dei noduli tiroidei benigni rimangono stabili nel tempo e non necessitano di trattamenti se non un costante monitoraggio. Alcuni, tuttavia, tendono a crescere progressivamente e a causare sintomi locali, in questi casi si tende a limitare gli interventi chirurgici ai soli pazienti che presentano ipertiroidismo o sintomi compressivi non altrimenti gestibili. Gli strumenti chirurgici attualmente disponibili hanno fortemente ridotto il danno estetico e il rischio di complicanze. Inoltre, lesioni benigne meno complesse possono essere ora trattate con nuove terapie mini-invasive che permettono di ridurne il volume senza necessità di anestesia generale e di ricovero in ospedale.

Di queste tecniche si è parlato al workshop “2° Thyroid UpToDate 2014 – Patologia tiroidea fra certezze e zone grigieche si è tenuto ad Ariccia il 3 e il 4 ottobre scorso e al quale hanno partecipato numerosi esperti italiani ed internazionali.

Le nuove terapie mini-invasive – ha affermato Enrico Papini, Direttore UOC Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale e organizzatore del convegno – portano ad una diminuzione significativa e persistente del volume dei noduli e dei sintomi”.

Tra le differenti tecniche mini-invasive di ablazione dei noduli tiroidei, ha continuato Papini, tre sono le più efficaci e le più semplici da applicare dopo un adeguato periodo di training. Tutti questi metodi hanno il vantaggio di non richiedere l’anestesia generale e di distruggere una minima parte del tessuto tiroideo permettendo quindi di preservare la funzione ghiandolare della tiroide. Per le cisti tiroidee viene utilizzata l’iniezione percutanea di etanolo che consiste nell’iniettare piccole quantità di etanolo nelle cisti dopo aver aspirato il liquido contenuto in esse; questo trattamento dura pochi minuti, non ha costi se non quelli dell’etanolo sterile, è minimamente doloroso e soprattutto sicuro. Per i noduli si usa invece l’ablazione termica che può essere eseguita con due tecniche: mediante laser oppure elettrodi. Con entrambe le metodiche l’aumento di temperatura del tessuto tiroideo provoca un danno cellulare localizzato e irreversibile che porta ad una diminuzione del volume nodulare di circa il 50% che persiste per anni dopo una sola seduta.”

In seguito sia alle tecniche di tireoidectomia tradizionali che alle terapie mini-invasive può diventare necessaria una terapia sostitutiva con l’ormone sintetico della tiroide, la levotiroxina che è la terapia principale per l’ipotiroidismo che deve essere seguita per tutta la vita e impone semplici ma precise regole per essere effettuata correttamente. La levotiroxina presenta una serie di interazioni con altri farmaci e il suo assorbimento può non essere ottimale per problemi digestivi o intolleranze come quella al lattosio, inoltre, è necessario non assumere cibo per almeno 30 minuti dopo l’ingestione dell’ormone.

Alcuni recenti contributi nel campo della farmacologia consentono ora di ricorrere a nuove soluzioni terapeutiche, come ad esempio l’impiego dell’ormone tiroideo in soluzione liquida o in capsule molli che possono garantire un migliore assorbimento del principio attivo e una migliore aderenza del paziente alla terapia grazie alla facilità di assunzione.” conclude Papini.

FONTE| Maria D’Acquino, m.dacquino@vrelations.it

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