Epatite C, due nuove molecole “battezzate” a Boston rivoluzionano lo scenario della terapia

Epatite C, nuova terapia

Una sola pillola, una sola volta al giorno, multigenotipica ed efficace anche sui pazienti più difficili, ben tollerata e con la stessa durata di trattamento per tutte le persone in terapia.

A Boston, dove si è svolto il 65° Meeting Annuale dell’American Association for the Study of Liver Diseases (AASLD), si è delineato un nuovo orizzonte nel trattamento dell’infezione da epatite C: i dati di fase II su grazoprevir ed elbasvir, antivirali MSD ad azione diretta di seconda generazione, somministrati once a day in combinazione, hanno evidenziato altissimi tassi di risposta virologica a 12 settimane su una popolazione che comprendeva pazienti con cirrosi, co-infettati con HIV o con precedente fallimento alla terapia. La nuova combinazione è risultata efficace anche senza l’aggiunta di ribavirina e rappresenta un passo ulteriore verso regimi interferon-free e ribavirin-free. Nella fase III dello sviluppo clinico le due molecole vengono già studiate come unica pillola in mono-somministrazione.

Il “battesimo” delle due nuove molecole annuncia una nuova, grande accelerazione verso una cura radicale dell’epatite C, destinata ad allargare la popolazione di pazienti che potranno beneficiare delle terapie e a dare risposta ai bisogni clinici ancora insoddisfatti, anche con le più recenti molecole cosiddette interferon-free di imminente arrivo: regimi terapeutici lunghi, complessi e differenziati nella durata a seconda del tipo di pazienti, efficacia limitata ad alcuni genotipi, categorie di pazienti non eleggibili, resistenza alle terapie e costi non sostenibili per il Sistema sanitario.

Le opzioni terapeutiche di cui disponiamo, incluse le più recenti, nonostante la loro indiscutibile efficacia, lasciano aperti numerosi problemi: sono attive principalmente contro i genotipi 1 e 4 di HCV, e molto meno efficaci per circa un terzo dei pazienti, quelli con genotipo 2 e 3, e non danno risposte soddisfacenti in presenza di cirrosi compensata e scompensata – ha affermato Antonio Craxì Professore ordinario di Gastroenterologia all’Università degli Studi di Palermo – mancano tuttora strategie terapeutiche alternative per i pazienti non responsivi ai regimi interferon-free e a tutto questo si aggiunge il problema della sostenibilità, visto che per queste nuove combinazioni terapeutiche il costo oscilla tra 60 e 90.000 euro per ogni ciclo di cura”.

Molti di questi bisogni clinici potranno trovare una risposta con l’arrivo di grazoprevir, un potente inibitore della proteasi NS3A/4A ed elbasvir, inibitore del complesso replicativo NS5A. La loro combinazione, con o senza ribavirina, è stata valutata nello studio di fase II C-WORTHY che ha coinvolto 471 pazienti con infezione da HCV cronica di genotipo 1 tra i quali pazienti difficili da curare, inclusi i pazienti mai trattati in precedenza con cirrosi epatica e pazienti con precedente risposta nulla alla terapia, con e senza cirrosi. I tassi di risposta virologica sostenuta (SVR) a 12 settimane sono stati del 97% per i pazienti naïve al trattamento, non-cirrotici e co-infetti HIV, del 97% dei pazienti naïve al trattamento con cirrosi e dal 91% dei pazienti con precedente risposta nulla, con o senza cirrosi.

Tutte le categorie di pazienti con HCV cronica trattati con grazoprevir/elbasvir evidenziano tassi di risposta terapeutica almeno del 90%: in pratica significa che in 9 pazienti su 10 il virus scompare, sia nei pazienti con lunga storia di malattia come i cirrotici, sia in quelli con storia più recente e meno severa. Grazoprevir ed elbasvir sono molto efficaci, maneggevoli e ben tollerati e grazie alla loro importante barriera genetica consentono di limitare al minimo l’insorgenza di ceppi virali resistenti. La brevità di questi regimi virali accorcia i tempi della sperimentazione e, se questi risultati verranno confermati, in futuro tutti i pazienti con HCV cronica potrebbero essere curati facilmente e in modo sicuro anche dai medici di medicina generale”- ha affermato Savino Bruno, eminente epatologo di livello internazionale di Milano.

Altri dati presentati a Boston indicano che la farmacocinetica di grazoprevir/elbasvir rende questa combinazione sicura e ben tollerata anche per pazienti con malattia renale allo stadio terminale o in emodialisi o con grave insufficienza renale.

Inoltre, l’associazione di grazoprevir con un’altra molecola in fase di valutazione, MK-8408, inibitore dell’NS5A, rappresenta una chance per i pazienti con problemi di resistenze dopo il fallimento di precedenti terapie.

Uno dei problemi che si pone in un numero significativo di pazienti è il fallimento alle nuove terapie antivirali che determina resistenza all’intera classe di farmaci a cui esse appartengono. Da qui emerge la necessità di disporre di farmaci che mantengano l’efficacia contro i ceppi resistenti. Gli studi presentati a Boston indicano che MK-8408 conserva un’eccellente efficacia antivirale anche contro ceppi resistenti ai farmaci della stessa classe (inibitori dell’NS5A virale), appartenenti alla prima generazione, garantendo quindi alte chances di efficacia anche nelle difficili condizioni di fallimento alla prima linea di trattamento” – ha affermato Carlo Federico Perno, Professore di Virologia all’Università di Tor Vergata e Direttore dell’Unità di Virologia Molecolare del Policlinico Tor Vergata di Roma.

Già dal 2015 potrebbe quindi essere disponibile, negli Stati Uniti, un regime terapeutico IFN-free e ribavirin-free, multigenotipico, semplice da utilizzare e con minori effetti collaterali e cicli terapeutici brevi: le evidenze finora disponibili saranno adesso convalidate nella fase III dello sviluppo clinico di grazoprevir/elbasvir, chiamata C-EDGE, per la quale è stato appena completato l’arruolamento.

Ma la prospettiva è ancora migliore perché la combinazione grazoprevir/elbasvir, per il momento multigenotipica, in futuro si evolverà in un regime pangenotipico con l’associazione a una terza molecola, MK-3682, i cui primi dati, presentati a Boston, evidenziano un’attività potente e pan genotipica con un buon profilo di tollerabilità.

Nel trattamento dell’infezione da epatite C, insomma, il meglio deve ancora venire. Anche grazie all’impegno costante in virologia di MSD che, dopo aver fatto la storia della terapia dell’HCV, si candida adesso a scriverne il futuro e a guidare una nuova rivoluzione, basata su regimi terapeutici potenti, pangenotipici, semplificati.

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Arriva iGRO, il software che predice la risposta all’ormone della crescita e ottimizza la terapia

iGRO

L’ormone della crescita è una delle sostanze più importanti prodotte dall’ipofisi. Quale ruolo svolge esattamente? Quali sono le condizioni cliniche di carenza di questo ormone? E quali sono le conseguenze del deficit di GH in età pediatrica?

L’ormone della crescita (GH) è una sostanza prodotta dall’ipofisi insieme ad altri ormoni e ha un ruolo determinante nella crescita dell’individuo dal momento della nascita fino alla stabilizzazione della statura dell’adulto. In età pediatrica, inoltre, è coinvolto nel metabolismo del muscolo, del grasso corporeo, dell’osso e degli zuccheri, attività che mantiene anche in età adulta.

La carenza di questo ormone si associa a specifiche condizioni cliniche, a partire da quelle congenite presenti alla nascita, caratterizzate da malformazioni dell’ipofisi; oppure quelle acquisite dopo la nascita quali tumori o irradiazione della regione ipofisaria. Nella maggioranza dei soggetti, la causa del deficit rimane sconosciuta e la carenza viene definita come “idiopatica”.

Le conseguenze di un deficit di GH in età pediatrica, non trattato, sono in primo luogo la bassa statura insieme a disfunzioni metaboliche legate all’aumento del grasso, alla riduzione della forza muscolare e della mineralizzazione ossea. Queste conseguenze sono ancora più gravi se al deficit di GH si associa deficit di altri ormoni ipofisari.

Il deficit dell’ormone della crescita (GHD – Growth Hormone Deficiency) da circa 30 anni viene trattato con l’ormone della crescita sintetico: come funziona e come viene somministrato?

A partire dal 1985, i bambini e gli adolescenti con deficit di ormone della crescita vengono trattati con il GH di sintesi, ottenuto con tecniche di DNA ricombinante, che offre una maggiore sicurezza rispetto a quello estratto dall’ipofisi e utilizzato prima dell’avvento delle nuove tecnologie.

L’ormone viene somministrato per via sottocutanea con dei devices elettronici o penne, munite o meno di ago, che erogano la quantità di farmaco necessaria, mediante l’impostazione di una dose, che viene decisa in base al peso, all’età e alle caratteristiche del bambino o dell’adolescente. La somministrazione viene eseguita quotidianamente nelle ore serali, per rispettare il ritmo fisiologico della secrezione di questo ormone, che è prevalentemente notturna. Una volta arrivato al fegato il GH induce in quest’organo la produzione di un altro ormone, IGF-1 (Insulin Growth Factor -1) che, insieme al GH, stimola il metabolismo osseo inducendo l’allungamento dell’osso e delle cartilagini di crescita.

 

Uno degli aspetti critici della terapia del GHD è la variabilità della risposta terapeutica da un paziente all’altro: quali fattori possono influenzare la risposta al farmaco? Con quali ricadute sull’efficacia?

Dal momento che il deficit di GH è associato a cause originate da condizioni diverse, la risposta alla terapia può essere influenzata da alcuni fattori quali: precocità della diagnosi e tipo di diagnosi, condizioni neonatali (sesso, peso alla nascita, lunghezza alla nascita), altezza dei genitori e target genetico, livelli di GH riscontrati durante gli accertamenti, caratteristiche del soggetto (età, sesso, altezza e peso alla diagnosi, etc.) modalità terapeutica (dose, frequenza, durata, aderenza alla terapia). È evidente che le ricadute sull’efficacia possono essere estremamente importanti in termini di guadagno di altezza, effetti sul metabolismo e sul costo/efficienza del farmaco.

In che modo i devices attualmente disponibili aiutano a dosare meglio il farmaco e a evitare spreco di prodotto?

Le tipologie di devices elettronici disponibili oggi, insieme alle varie tipologie di formulazioni del farmaco, permettono di dosare in maniera estremamente precisa in base all’età, al peso e alle caratteristiche del paziente e della famiglia, la quantità di GH da somministrare, minimizzando gli sprechi, aumentando l’efficacia e migliorando il risultato finale in termini di guadagno in statura.

Per valutare la risposta alla terapia con GH è adesso disponibile iGRO, un modello predittivo che permette di valutare o aggiustare la dose in funzione del livello atteso di risposta alla terapia: come funziona e quali vantaggi comporta per i medici, i pazienti e il Servizio Sanitario Nazionale?

iGRO – Individualized Growth Response Optimization è un software basato su un approccio derivato da evidenze validate e pubblicate su un Registro Internazionale al quale affluiscono i dati di migliaia di bambini trattati con ormone della crescita.

iGRO, ideato e messo a punto da Pfizer, è stato sviluppato grazie ad algoritmi matematici che predicono il 40-60% della variabilità della risposta alla terapia, allo scopo di prevedere la risposta individuale tenendo conto della tipologia del bambino o bambina e permettendo di affiancare e guidare le decisioni terapeutiche dell’endocrinologo pediatra.

Il software è stato presentato in una delle sessioni dei lavori del “Corso Nazionale di aggiornamento SIEDP/ISPED” (12-14 novembre 2014, Genova); iGRO, di semplice uso, sarà installato sui personal computer degli endocrinologi pediatri della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, e dovrebbe aiutare ad identificare in anticipo sia i pazienti che rispondono molto bene alla terapia, sia quelli che non presentano una risposta soddisfacente, come anche soggetti che non hanno una adeguata aderenza alla terapia, offrendo così allo specialista la possibilità di adeguare la dose terapeutica.

 

Quale contributo può offrire iGRO al medico nella personalizzazione della terapia? Crede che l’utilizzo di iGRO possa contribuire ad aumentare l’efficacia e l’efficienza della terapia?

Il software iGRO permetterà, dopo il primo anno di terapia, di predire la risposta alla terapia negli anni successivi, nonché di predire all’inizio della pubertà sia il totale guadagno puberale possibile sia l’altezza definitiva, sempre personalizzando la terapia. Grazie a questo modello predittivo possiamo pensate di riuscire a ottimizzare l’uso della terapia con GH, con due risultati: da un lato una migliore risposta clinica, dall’altro un migliore rapporto costo/efficienza con conseguente risparmio. I dati a oggi disponibili evidenziano che sui pazienti trattati iGRO ha permesso di risparmiare il 7% di farmaco. Resta comunque fondamentale l’appropriatezza della diagnosi per ottenere il migliore risultato al costo più basso.

Che impatto hanno le malattie endocrine sulla popolazione pediatrica? Quali sono in questo momento gli obiettivi e le iniziative promosse dalla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), di cui è presidente?

L’endocrinologia/diabetologia pediatrica è una disciplina pediatrica che comprende una moltitudine di condizioni che vanno dalle endocrinopatie congenite, alle malattie endocrine rare, al diabete nelle sue varie forme, fino alle complicanze endocrine delle malattie croniche, compresi i tumori e le sindromi malformative, l’anoressia nervosa e altre ancora. Rientra in quest’area specialistica anche la gestione di un vero e proprio problema di sanità pubblica, quale l’obesità del bambino e dell’adolescente e l’inquadramento e cura di frequenti disturbi dell’accrescimento e della maturazione puberale.

Grazie al miglioramento delle risorse diagnostiche, che facilitano l’”emergere” del problema, e all’efficacia delle terapie, cresce il numero di pazienti affetti da tali malattie che vengono seguiti presso Centri di Endocrinologia e Diabetologia pediatrica. Si tratta spesso di forme croniche, nella maggioranza dei casi irreversibili, che richiedono terapie e follow-up per molti anni. In Italia attualmente si stima che oltre 2 milioni di bambini e adolescenti si rivolgano ai Centri di Endocrinologia e Diabetologia pediatrica dove la maggior parte di loro viene seguita regolarmente. Tale stima si basa sulla frequenza documentata di malattie quali il diabete, l’obesità/sovrappeso (oltre il 10% fino al 20-30% della popolazione pediatrica italiana), disturbi dell’accrescimento (oltre il 2% della popolazione pediatrica italiana), la sindrome adrenogenitale, l’ipotiroidismo congenito ed acquisito, i pazienti sopravvissuti a tumori maligni e le malattie rare. Per quanto attiene a queste ultime, dati recenti evidenziano che 1/3 delle malattie rare è seguito presso i Centri di Endocrinologia e Diabetologia pediatrica.

L’obiettivo primario della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica è quello di salvaguardare la specificità di questa disciplina e favorirne la crescita. In quest’ottica sono stati definiti i “Piani Strategici SIEDP”, da attuare durante il mio mandato presidenziale 2013-2015, che riguardano anzitutto la prevenzione del deficit di iodio in età pediatrica, un progetto di salute pubblica condiviso con l’Istituto Superiore di Sanità, con l’obiettivo di combattere questo difetto in età pediatrica, anche alla luce del fatto che il nostro Paese è ancora classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come Paese “carente”. Questo progetto ha ottenuto una medaglia del Presidente della Repubblica per il valore sociale dell’iniziativa.

Un altro obiettivo, condiviso con altre Società scientifiche e con l’Istituto Superiore di Sanità e in fase di approvazione definitiva, riguarda l’armonizzazione dei percorsi e dei criteri delle commissioni regionali deputate all’autorizzazione della terapia con ormone della crescita, per favorire l’appropriatezza terapeutica e la riduzione delle diseguaglianze di trattamento tra le varie Regioni. Infine siamo impegnati a promuovere l’educazione e l’informazione riguardo ai segni precoci del diabete mellito tipo 1 per evitare che i bambini arrivino in chetoacidosi diabetica correndo anche dei rischi gravi per la vita.

Intervista a Mohamad Maghnie (Direttore Unità Operativa di Endocrinologia Pediatrica, Dipartimento di Pediatria IRCCS Ospedale Gaslini di Genova).

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Nuovo trattamento per il diabete tipo 2 da Takeda

VIPIDIA

Il 60% – 80% delle persone affette da diabete muoiono a causa di malattie cardiovascolari. Queste ultime sono da due a quattro volte più frequenti nelle persone con diabete, rispetto a quelle senza diabete di pari età e sesso, e sono soprattutto le complicanze più gravi – infarto, ictus, scompenso cardiaco e morte improvvisa – a colpire più spesso chi ha il diabete1,2. Ecco perché la sicurezza cardiovascolare dei farmaci antidiabetici è oggi uno dei principali temi di attualità ed attenzione da parte della comunità scientifica, dei pazienti e delle autorità regolatorie.

Per il trattamento del diabete mellito di tipo 2, Takeda rende disponibili in Italia VIPIDIA® (alogliptin) e le terapie in combinazione a dosaggio fisso VIPDOMET® (alogliptin e metformina HCI) e INCRESYNC® (alogliptin e pioglitazone).

Sul tema della sicurezza cardiovascolare di alogliptin Stefano Genovese, Diabetologo presso l’IRCCS Multimedica di Sesto San Giovanni, precisa:

Alogliptin è il primo e unico farmaco della classe dei DPP-4 inibitori ad aver dimostrato evidenze di sicurezza cardiovascolare in pazienti con diabete di tipo 2 con recente sindrome coronarica acuta, come dimostrato dallo studio EXAMINE condotto su 5.380 pazienti, che ha valutato la sicurezza cardiovascolare in pazienti ad alto rischio di sviluppare eventi cardiovascolari, causa principale di morbilità e mortalità nella popolazione con diabete di tipo 23. Alogliptin, sul mercato giapponese dal 2010, ha alle spalle molti dati clinici e post-marketing che rafforzano il profilo terapeutico di questo farmaco innovativo”.

Alogliptin è una terapia orale per il trattamento degli adulti con diabete 2 di età pari o superiore a 18 anni per migliorare il controllo glicemico in combinazione ad altri medicinali ipoglicemizzanti, inclusa insulina, quando questi, unitamente a dieta ed esercizio fisico, non forniscono un adeguato controllo glicemico.

A questo proposito Stefano Del Prato, Professore di Endocrinologia, Università di Pisa, sottolinea:

I risultati degli studi hanno dimostrato che alogliptin in co-somministrazione a pioglitazone o metformina ha prodotto miglioramenti significativi nel controllo glicemico in confronto a pioglitazone o metformina HCl da soli. Come evidenziato dallo studio ENDURE, il trattamento con alogliptin produce riduzioni di HbA1c prolungate fino a due anni in confronto a sulfanilurea (SU) con una quantità notevolmente inferiore di episodi di ipoglicemia e nessun impatto negativo sul peso corporeo4”.

VIPIDIA® (alogliptin)  e le terapie in combinazione a dosaggio fisso appartengono al gruppo di farmaci DPP-4 inibitori e sono indirizzati al trattamento del diabete 2; i DPP-4 inibitori rallentano l’inattivazione degli ormoni incretinici GLP-1 e GIP. Una maggiore attività delle incretine  permette al pancreas di secernere insulina attraverso un meccanismo glucosio dipendente, ottenendo così un miglior controllo glicemico.

La diagnosi del diabete di tipo 2 ha un forte impatto emotivo sui pazienti e i loro familiari perché  comporta il cambiamento dello stile di vita, a volte troppo sedentario e l’adesione ad una dieta alimentare varia, ma calibrata per ciò che concerne la quantità degli alimenti da assumere. A volte  le difficoltà  che la persona incontra in questo percorso possono portare a un senso di fallimento, di colpa e frustrazione. Oggi vi è la possibilità di individuare anche a livello terapeutico il trattamento più adatto per una gestione efficace della malattia ed evitare le complicanze a lungo termine. L’introduzione di terapie multiple permette di personalizzare il trattamento e di rispondere meglio ai bisogni individuali della persona con diabete tipo 2.” – commenta Egidio Archero, presidente FAND (Associazione Italiana Diabetici).

Da più di 20 anni Takeda è attivamente impegnata in diabetologia – afferma Michele Blasco, Medical & Regulatory Director, Takeda Italia, attraverso la collaborazione con la comunità scientifica, continui investimenti in ricerca e sviluppo e con l’obiettivo di portare il paziente diabetico al centro del sistema: questo rappresenta la nostra missione nel migliorare la salute e cercare di soddisfare i bisogni individuali di questa popolazione di pazienti purtroppo sempre in aumento”.

 

BIBLIOGRAFIA
1. Annali AMD 2013
2. R. Lauro, A. Nicolucci, Public Health & Health Policy “an informed health policy on chronic diseases”, “Facts and figures about the diabetes in Italy“. Consorzio Mario Negri Sud.

3. Studio EXAMINE – EXamination of CArdiovascular OutcoMes: AlogliptIN vs. Standard of CarE in Patients with Type 2 Diabetes Mellitus and Acute Coronary Syndrome
4. Studio ENDURE – Efficacy and Safety of Alogliptin Plus Metformin Compared to Glipizide Plus Metformin in Subjects With Type 2 Diabetes Mellitus

5. VIPIDIA (scheda tecnica)


FONTE | Ketchum

Tiroide e celiachia

tiroide e celiachia

Il morbo celiaco: cos’è e cosa comporta
La celiachia è un’intolleranza al glutine, un complesso proteico presente in molti cereali che determina il malassorbimento del cibo ed è causa di diarrea, crampi addominali, gonfiore, perdita di peso e, nel caso dei bambini, crescita insufficiente.
Si stima che in Italia una persona su 100 soffra di questa patologia autoimmune, con 10.000 nuovi pazienti diagnosticati ogni anno.
In caso di intolleranza, non osservare una dieta rigorosamente priva di glutine può causare a lungo termine gravi danni alla salute ma, a complicare la situazione, si somma il fatto che spesso la malattia celiaca è associata ad altre patologie autoimmuni, quali il diabete di tipo I,  la tiroidite di Hashimoto e il morbo di Basedow.

Celiachia e terapia per l’ipotiroidismo

I pazienti ipotiroidei che presentano intolleranza al glutine e che seguono una terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina possono accusare diversi problemi a causa della celiachia. Il malassorbimento intestinale causato dalla celiachia può infatti influenzare negativamente il risultato terapeutico. Da questo punto di vista, bisogna tenere presente che una dieta rigidamente aglutinata non è sempre semplice da realizzare, a causa dei rischi di contaminazione accidentale, a tutto svantaggio dell’efficacia del trattamento con levotiroxina.
Un aiuto fondamentale arriva però in questi casi dalle nuove formulazioni liquide dell’ormone sintetico della tiroide, in soluzione orale monodose o in capsule molli che, grazie a un assorbimento più stabile e riproducibile del farmaco, ne garantiscono una minore variabilità di concentrazione nel sangue e, in definitiva, una gestione della terapia più semplice e dai risultati migliori.

Un fenomeno in rapido aumento
Un recente studio italiano (The New Epidemiology of Celiac Disease – Journal of Pedriatic Gastroenterology and Nutrition) ha infatti rilevato come la malattia celiaca abbia registrato negli ultimi 25 anni un’espansione a livello mondiale di circa 5 volte, sia in aree storicamente più colpite per la loro dieta ricca di glutine (Europa e USA), sia in altre, dove finora era meno diffusa tra la popolazione (Asia).
Senza dubbio le maggiori possibilità di accesso ai servizi diagnostici e il miglioramento di questi ultimi, hanno contribuito a evidenziare l’aumento dei casi, ma molto hanno influito anche la diffusione delle coltivazioni di frumento in aree geografiche dove ha sempre prevalso il riso e, soprattutto, i cambiamenti dei modelli di alimentazione infantili.

La dieta senza glutine come unica terapia
Allo stato attuale, l’unica terapia possibile consiste infatti nell’esclusione dalla dieta di ogni cibo contenente anche minime tracce di glutine. Si parte quindi dagli alimenti comunemente consumati in Italia da bambini e adulti come pasta, pane, pizza, focaccia, biscotti, snack e merendine fino a una vasta gamma di cibi che ne contengono “tracce” e parliamo di affettati, gelati, sughi… l’elenco è più sorprendente di quanto si possa immaginare.

 

FONTE | http://www.tiroide.com

Link utili | Associazione Italiana Celiachia | Ministero della Salute – FAQ celiachia

La SIPPS chiede a viva voce di non abbassare la guardia sulle vaccinazioni

SIPPS congresso nazionale 2014

Gli esperti italiani in tema di vaccinazioni non hanno dubbi: non bisogna abbassare la guardia! A rinforzare messaggi e lavori scientifici del settore, una recente ricerca del Censis: i risultati hanno messo in luce che l’88% dei genitori italiani dichiara di aver sottoposto i propri figli alle vaccinazioni obbligatorie ma soltanto il 48% a tutte le vaccinazioni raccomandate e rimborsate dal Sistema Sanitario Nazionale per prevenire malattie gravi come la meningite, il cancro da papilloma virus o la polmonite da pneumococco.

La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale è fermamente convinta che si debba promuovere e sostenere la cultura delle vaccinazioni.

Le ragioni – spiega il Dott. Piercarlo Salari, pediatra di consultorio a Milano e componente SIPPSsono molteplici: le giovani coppie di genitori hanno bisogno di informazioni autorevoli per poi decidere in maniera ragionata e consapevole; spesso si dimentica che l’efficacia della prevenzione è inversamente correlata al numero dei casi di una determinata infezione: il fatto che in Italia non si verifichino casi di poliomielite dal 1982 dimostra il successo della campagna vaccinale e deve far riflettere sulla persistenza di questa malattia in Paesi quali Siria, Pakistan e Camerun”.

Alcune infezioni, come morbillo, varicella e rosolia – prosegue il Dott. Salari - vengono ancora ritenute prive di rischi. Anzi, si è convinti che il bambino debba contrarle per sviluppare gli anticorpi, senza considerare le complicanze talvolta mortali. Infine, lo scenario attuale vede in campo alcuni movimenti politici e di opinione che, facendo leva sull’aspetto emotivo ma senza alcun fondamento scientifico, cercano di contrastare le vaccinazioni senza guardare ai Paesi dove alcune malattie mietono ancora parecchie vittime che invece potrebbero essere salvate. Eppure, se fosse disponibile un vaccino contro il virus Ebola, considerata la psicosi in atto, molto probabilmente gli stessi detrattori delle vaccinazioni non esiterebbero a farvi ricorso!”.

Il tema delle vaccinazioni sarà affrontato in maniera approfondita a Verona dal 27 al 29 novembre prossimi in occasione del XXVI Congresso Nazionale SIPPS: nella città scaligera sarà presentata la “Guida pratica alle vaccinazioni”, pubblicata dal Gruppo Editoriale Editeam, realizzata proprio dal Dott. Salari, insieme al Prof. Gianni Bona dell’Università del Piemonte Orientale e alla Dott.ssa Luciana Nicolosi dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma e responsabile del Gruppo di lavoro “Vaccini e Vaccinazioni” della SIPPS.

La Guida – dichiara il Dott. Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPSè rivolta al pediatra e all’igienista, riassume le nozioni alla base della cultura vaccinale, raccoglie i dati epidemiologici più recenti ed illustra sotto forma di schede di rapida consultazione tutti i vaccini disponibili, descrivendone prerogative tecniche, indicazioni, suggerimenti pratici e calendari consigliati”.

La Guida – informa il Prof. Luciano Pinto, Vice-Presidente SIPPS della Regione Campania – nasce per dare al pediatra uno strumento agile, aggiornato e di pronta consultazione per le proprie necessità professionali quotidiane e per tenere sempre viva l’attenzione nei confronti delle vaccinazioni, attraverso il supporto dell’evidenza scientifica e dei rilievi epidemiologici”.

La vaccinazione – affermano il Prof. Gianni Bona e la Dott.ssa Luciana Nicolosiè un atto di responsabilità sociale: se la copertura della popolazione arriva a superare il 95%, anche i non vaccinati possono essere considerati protetti”.

Inoltre – conclude la Dott.ssa Caterina Rizzo, Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute (CNESPS) – Istituto Superiore di Sanità – i vaccini si sono evoluti nel tempo, parallelamente al progresso tecnico-scientifico, e i preparati di oggi sono altamente sicuri: gli eventuali effetti indesiderati, messi sul piatto della bilancia, sono nettamente inferiori ai possibili rischi e alle conseguenze della malattia che si cerca di prevenire”.

 

GAS Communication

Ridurre l’assunzione di sale durante lo svezzamento

PRECINUTRI - Mellin

Gli alimenti da proporre ai bambini devono essere oltre che sicuri, specifici per rispondere in maniera ottimale alle esigenze nutrizionali del bambino, educandolo nel contempo ad apprezzare gusti/cibi diversi.

I primi 1000 giorni di vita del bambino sono fondamentali per sviluppare una corretta alimentazione e per porre le basi della salute presente e futura.

Il sale nell’alimentazione del bambino è, in particolare, un elemento da considerare con attenzione. La preferenza per il salato si manifesta infatti precocemente ed è rinforzata dalla ripetuta esposizione. Inoltre il sale stimola l’appetito ed esalta i sapori.

La preferenza innata per il sapore salato nasce nel corso della nostra evoluzione da ambiente tipicamente poveri di sale. Nell’ambiente attuale dove la disponibilità di sale è elevata, questa preferenza diviene inappropriata portando addirittura a una progressiva “dipendenza dal salato” che passa attraverso un innalzamento della soglia di questo sapore.

Un eccesso di sale nella dieta dell’infanzia è associato a un aumento della pressione arteriosa in epoche successive: questo aumento rappresenta un fattore di rischio per patologie cardiovascolari.

La Società Europea di Pediatria (ESPGHAN) suggerisce esplicitamente nello svezzamento di non offrire ai bambini alimenti con sale aggiunto sia per la salute nel breve termine che per stabilire un livello più basso per il gusto salato successivamente: “…therefore, offering complementary foods without added sugars and salt may be advisable not only for short-term health but also to set the infant’s threshold for sweet and salty tastes at lower levels later in life.” (Espghan 2008)

FONTE | Mellin

Approvato in Italia il primo farmaco per la Malattia di Cushing

Signifor

Un salto di qualità e un nuovo paradigma nel trattamento della Malattia di Cushing, patologia rara dell’ipofisi di cui soffrono in Italia circa 2.000 persone con una rilevante compromissione della qualità di vita: anche in Italia è adesso disponibile pasireotide (Signifor®), farmaco Novartis, prima e unica terapia farmacologica per il trattamento della Malattia di Cushing con azione mirata sull’ipofisi. Pasireotide, un nuovo analogo della somatostatina, somministrato per via sottocutanea, è stato approvato dall’EMA per il trattamento dei pazienti con Malattia di Cushing in età adulta per i quali l’intervento chirurgico si è rivelato inefficace.

La Malattia di Cushing è causata dalla presenza di un adenoma ipofisario, ovvero un tumore benigno dell’ipofisi, che determina un’eccessiva produzione dell’ormone chiamato ACTH, causa a sua volta di una iperstimolazione delle ghiandole surrenali, che accrescono la produzione di cortisolo. L’eccesso di cortisolo prodotto dà luogo a una serie di segni e sintomi che includono alterazioni e disturbi a livello corporeo e fisico ma anche della sfera comportamentale, sessuale e psichica, un insieme di sintomi che possono mettere a rischio la vita del paziente.

Negli studi clinici, pasireotide si è dimostrato in grado di migliorare in modo significativo i sintomi della patologia, con un buon profilo di sicurezza, aprendo così nuove prospettive per migliaia di persone che devono convivere con rilevanti cambiamenti sul piano corporeo-estetico associati a questa patologia, al punto da rendere il paziente uno “sconosciuto a se stesso”: irsutismo (eccesso di peli), accumulo di grasso a livello addominale, modificazioni importanti del volto con il caratteristico volto a forma di luna, detto “facies lunare” e il gibbo di bufalo dovuto ad un accumulo di grasso nella sede nucale, acne, smagliature rosse dette “strie rubre” e, per le donne, irregolarità del ciclo mestruale.

L’arrivo di questo nuovo e unico farmaco per il trattamento della Malattia di Cushing cambierà completamente il paradigma di cura e probabilmente la storia naturale di questa patologia. Oltre ai risultati degli studi clinici, i dati preliminari di un secondo studio clinico in “real life” mostrano un’ottima risposta dei pazienti e avvalorano l’ipotesi che l’efficacia del farmaco nella pratica clinica sia ancora migliore rispetto ai dati della sperimentazione, dandoci la possibilità di somministrare pasireotide per lungo tempo. Dopo le prime somministrazioni, i segni e i sintomi della malattia tendano gradualmente a scomparire, i pazienti notano subito i cambiamenti e tornano a vivere con miglioramenti progressivi proseguendo la terapia” afferma Annamaria Colao, Professore Ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi Federico II di Napoli.

L’efficacia di pasireotide è stata valutata in uno studio clinico multicentrico di Fase III, pubblicato su New England Journal of Medicine, condotto su 162 pazienti. Pasireotide si lega direttamente a 4 dei 5 sottotipi recettoriali della somatostatina, il neurotrasmettitore che regola il funzionamento dell’ipofisi, e in particolare presenta un’elevata affinità per i recettori SSR2 e SSR5.

Il blocco recettoriale da parte di pasireotide induce la soppressione dell’iperproduzione di ormone adenocorticotropo e di conseguenza blocca l’ipersecrezione di cortisolo.

Nella Malattia di Cushing, la diagnosi precoce è un fattore chiave per ridurre il rischio che si sviluppino complicanze gravi. Ma a causa della scarsa informazione su questa malattia, della sua rarità e di un corredo di sintomi molto complesso, la Malattia di Cushing viene in genere diagnosticata tardivamente, anche a dieci anni dalla comparsa dei primi segni, aggravando l’impatto sulla qualità di vita dei pazienti. La chirurgia, finalizzata alla rimozione degli adenomi ipofisari, rappresenta oggi il trattamento di prima scelta.

La terapia chirurgica fallisce in un caso su due per l’elevata complessità del quadro patologico o per le recidive e, se si eccettua la radioterapia effettuata dopo l’intervento chirurgico non scevra di complicanze a lungo termine, fino ad ora non disponevamo di alcun trattamento medico che avesse specifica indicazione per questa malattia. L’efficacia di pasireotide, oltre al netto miglioramento della qualità di vita dei pazienti, ci permetterà di evitare il ricorso a un secondo intervento chirurgico in caso di fallimento del primo, risparmiando danni all’ipofisi, e rende inoltre non più necessaria la rimozione delle ghiandole surrenali” afferma Annamaria Colao.

 

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