Linfonodi ingrossati nei bambini: i pediatri SITIP presentano le nuove linee guida

70mo congresso nazionale di pediatria

Il tessuto linfatico è rappresentato nel bambino in modo più rilevante che nell’adulto. Fisiologicamente, infatti, il tessuto linfoide aumenta progressivamente dalla nascita fino a raggiungere un picco intorno agli 8-11 anni con successiva involuzione dalla pubertà in poi.

Le linfoadenopatie, cioè le alterazioni dei linfonodi per dimensione, numero e consistenza, nella maggior parte dei casi hanno origine infettiva e si risolvono spontaneamente nel giro di 4-6 settimane. L’origine può essere batterica quando è causata per esempio da Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes o malattie da graffio dei gatti o dei cani, o virale quando è causata da Citomegalovirus, Herpes simplex ed Epatite B.

Le nuove linee guida per la gestione delle linfoadenopatie che abbiamo presentato durante il Congresso di Palermo – sottolinea la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – rappresentano uno strumento utile nella diagnosi e nel trattamento a domicilio e in ospedale del bambino con linfoadenopatia della testa e del collo ed hanno lo scopo di selezionare, alla luce delle migliori prove scientifiche disponibili, gli interventi più efficaci e sicuri per la gestione e le cure di queste patologie”.

Per un’anamnesi efficace delle linfoadenopatie è importante prendere in considerazione alcuni fattori: la dimensione del linfonodo, l’età del bambino e i segni e i sintomi di accompagnamento.

Dal punto di vista pratico, in età pediatrica un linfonodo può essere considerato anormale se ha un diametro superiore a 1cm nella zona cervicale o ascellare e 1,5cm nella zona inguinale. Linfonodi cervicali di dimensioni oltre 3cm andrebbero sempre considerati potenzialmente maligni.

L’età del bambino è un altro fattore di fondamentale importanza: se malattie come la leucemia linfoblastica acuta o il linfoma non Hodgkin esordiscono più frequentemente nel bambino di età inferiore ai 6 anni, carcinoma del rinofaringe o tiroide e linfoma di Hodgkin esordiscono prevalentemente oltre i 6 anni di età; le infezioni batteriche e le infezioni da micobatteri non tubercolari sono, invece, più frequenti nei bambini di età compresa tra 1 e 4 anni.

E’ importante ricercare, inoltre, la presenza di segni e sintomi di accompagnamento: la comparsa di febbre, rinite, tosse, rash o congiuntivite suggeriscono un’origine virale; graffi di animali domestici possono suggerire, invece, bartonellosi o infezione stafilococcica.

Altri fattori da analizzare quando si sospetta una linfoadenopatia sono, poi, una storia recente di infezione delle vie aeree, otalgia, punture di insetto, rash, contatto con animali, viaggi in aree a rischio, contatto tubercolare o ingestione di alimenti contaminati come carne cruda, latte o formaggio non pastorizzato.

 

In generaleaggiunge il Prof. Maurizio de Martino, Professore di Pediatria, Università di Firenze febbre persistente, aspetto settico e decadimento delle condizioni generali possono indicare un’infezione batterica severa. Quando si sospetta una linfoadenopatia acuta i dati della letteratura sono concordi nel consigliare un atteggiamento di vigile attesa: nella maggior parte di questi casi, soprattutto se coesistono febbre o rinite, si tratta per lo più di infezioni virali delle alte vie respiratorie. Nei casi di faringotonsillite acuta può essere presa in considerazione l’esecuzione del tampone faringeo per Streptococco”.

Se si è in presenza, invece, di linfoadenopatie acute correlate ad infezioni batteriche acute, alcuni autori suggeriscono di eseguire un ciclo di 10-14 giorni di terapia antibiotica e, qualora questa non si rivelasse efficace, come spesso accade nelle linfoadenopatie in forma subacuta e cronica, gli esperti suggeriscono di eseguire più approfondite indagini ematologiche ed ecografiche.

Nei casi più gravi, alcuni sintomi come febbre, astenia, una perdita di peso superiore al 10% ed esantema possono essere un campanello d’allarme per patologie croniche quali tubercolosi, immunodeficienze e neoplasie.

Sebbene la maggior parte delle linfoadenopatie della testa e del collo in età pediatrica sia legata a patologie infettive, oltre il 25% dei tumori maligni in età pediatrica si verifica a carico della testa e del collo e i linfonodi cervicali sono quelli più frequentemente interessati.

In accordo con le linee guida NICE (NICE Referral guidelines for suspected cancer 2005), i pediatri di SITIP, evidenziano come le caratteristiche che devono indurre a sospettare una patologia neoplastica siano le seguenti:

  • Linfonodi di dimensioni maggiori di 2cm
  • Aumento delle dimensioni linfonodali oltre le 2 settimane
  • Mancata riduzione delle dimensioni linfonodali dopo 4-6 settimane
  • Mancata regressione completa dopo 8-12 settimane
  • Alterazioni alla radiografia del torace
  • Presenza di segni e sintomi sistemici quali febbre, perdita di peso, sudorazione notturna.

 

GAS Communication

La prima volta … con AVIS

AVIS 14 giugno 2014

AVISAssociazione Volontari italiani del sangue ha presentato la sua nuova campagna di comunicazione in occasione della giornata mondiale del donatore di sangue (14 giugno 2014). La campagna ha come slogan “la prima volta” ed è stata rivolta ai potenziali nuovi donatori, ma anche a coloro che dopo la prima volta continuano a ripetere in maniera anonima, volontaria, associata, consapevole e periodica questo piccolo grande gesto di solidarietà.

Vogliamo trasmettere un messaggio che sia chiaro per tutti e che si possa adattare ai mille volti della nostra Associazione – ha commentato il Presidente nazionale, Vincenzo Saturnima un’attenzione particolare la dedicheremo ai più giovani, perché AVIS vuole rinnovarsi profondamente a tutti i livelli. Siamo nati nel 1927 e da allora moltissime sono state le sfide che abbiamo affrontato. I numeri, infatti, parlano chiaro: 1.338.000 soci iscritti, 2.105.000 unità di sangue e plasma raccolti nel 2013, 3.415 sedi presenti sul territorio e centinaia di gruppi giovani attivi con iniziative di promozione della cultura del dono e della solidarietà”.

La responsabile della comunicazione Claudia Firenze ha aggiunto:

abbiamo pensato ad una campagna che veicoli il nostro messaggio – positivo e giocato sull’emozione – su numerosi media: certamente quelli più innovativi, social e web 2.0, ma senza tralasciare i mezzi più tradizionali, come i manifesti o le locandine. Abbiamo delle comunità reali ancora prima che virtuali, dove i valori di sempre vengono declinati in nuove formule e modalità al passo con i tempi. Proprio per questo abbiamo deciso di lanciare la nuova campagna con un evento in contemporanea in moltissime città italiane. Il 14 giugno dalle 12.00 i nostri volontari, soprattutto giovani, si ritroveranno nelle principali stazioni italiane e altri luoghi molto frequentati per un grande iniziativa che saprà sorprendere non solo i passanti, ma anche i giornalisti che vorranno partecipare. Ci è sembrato giusto incontrare le persone, per presentare la campagna ed invitarle a donare con la passione, l’energia ed il sorriso sulle labbra che da sempre ci contraddistinguono”.

A dare un grande contributo alla promozione e diffusione di questa originale operazione ci sono tre supporter d’eccezione: Telecom Italia, Radio 105 e Corriere Sociale (media partner).

 

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Prevedere il parto prematuro con un test

Parto prematuro

Facendo una semplice analisi del sangue ad una donna incinta sarà possibile capire in anticipo se il bambino nascerà prematuramente?

E’ quanto suggerisce un team di scienziati svedesi che ha posto le basi per lo sviluppo di un test che associa ultrasuoni con un prelievo del sangue delle gestanti.

Il test si rivolge alle donne il cui il travaglio avviene prima delle 37 settimane complete di gestazione. In questa condizione il 30% delle gestanti partorisce, mettendo al mondo un bambino prematuro che ha maggiori rischi di complicanze gravi al momento nel breve e nel lungo termine, una situazione che colpisce milioni di nascituri in tutto il mondo (solo negli USA il 30% dei bambini nasce prematuramente).

Diagnosticare per tempo il momento del parto è quindi importante perché la previsione permette ai medici di iniziare una terapia cortisonica in grado di supportare il feto.

Per avere il tempo di somministrare il cortisone alla donna, che accelera lo sviluppo dei polmoni del feto, è prassi comune di ritardare il parto di un paio di giorni con l’aiuto della terapia tocolitica”, spiega Panagiotis Tsiartas, team leader dello studio.

I ricercatori hanno studiato, nel periodo 1995-2005, 142 donne incinte ospitate al Sahlgrenska University Hospital di Göteborg. Tutte le donne avevano avuto contrazioni prima del termine e il 40% di esse era andata incontro ad un parto prematuro. Gli scienziati hanno messo in relazione vari parametri, come le proteine del sangue, la lunghezza delle cervice uterina e l’esito del parto delle donne.

Il confronto dei dati, pubblicato sul British Journal of Obstetrics and Gynaecology, ha permesso ai ricercatori di individuare le variabili più adatte per predire un parto pretermine spontaneo.

Il risultato è stato un test che cerca due proteine plasmatiche nel sangue e che combinato con una misura della lunghezza delle cervice uterina tramite ultrasuoni è in grado di dare una stima ragionevole delle possibilità di partorire in sette giorni.

Statisticamente – ha spiegato Tsiartasil metodo è in grado di prevedere con il 75-80 per cento di precisione se una donna partorirà presto”.

Nonostante i buoni risultati però, ammonisce il comunicato stampa dell’Università di Göteborg, sono necessari ulteriori studi per farlo diventare un test di routine.

FONTE: http://www.faromed.it/

Immunoterapia nel melanoma avanzato e nel tumore del polmone

sistema PD-1 nei tumori

Si aprono nuove prospettive nel trattamento di forme tumorali particolarmente aggressive e con limitate opzioni terapeutiche, come il melanoma in fase avanzata e il tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC), grazie a una molecola innovativa, in grado di ripristinare la naturale capacità del sistema immunitario di riconoscere e colpire le cellule tumorali, tagliando loro le vie di fuga.

A Chicago, nel corso di ASCO 2014 (30 maggio – 03 giugno), il congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), sono stati presentati nuovi dati su Pembrolizumab (MK-3475), immunoterapia sperimentale di MSD Oncology, costituita da anticorpi anti-PD-1 altamente selettivi.

Grazie all’importanza dei primi dati clinici, Pembrolizumab, punta di diamante dell’impegno di MSD in Oncologia, è stata designata dalla FDA come “Breakthrough Therapy” nel trattamento del melanoma avanzato. Una decisione che potrà garantire un processo di revisione più veloce e che ha indotto MSD ad accelerare lo sviluppo della molecola, attualmente studiata attraverso oltre 20 trial clinici che coinvolgono oltre 4.000 pazienti affetti da una vasta gamma di neoplasie.

Nel trattamento del melanoma avanzato Pembrolizumab si è dimostrato in grado di assicurare un significativo incremento della sopravvivenza generale (OS), con un’attività anti-tumorale duratura. Secondo i dati di KEYNOTE-001, uno studio di Fase 1b tuttora in corso, la sopravvivenza a un anno è stata raggiunta dal 69% di 411 pazienti con melanoma in fase avanzata trattati con Pembrolizumab in monoterapia. In particolare, la sopravvivenza a un anno è stata raggiunta dal 74% dei pazienti non trattati in precedenza con ipilimumab, attuale standard di cura, e nel 65% dei pazienti con malattia in progressione o già trattati con ipilimumab. La sopravvivenza a 18 mesi è stata raggiunta dal 62%.

Il dato più importante che emerge da questo studio è che con questa molecola la sopravvivenza a un anno, fino a qualche anno fa sotto il 25%, è adesso più che triplicata: il 70% dei pazienti è vivo a distanza di un anno in corso di trattamento. Altro dato estremamente interessante riguarda la risposta più durevole a Pembrolizumab rispetto alla chemioterapia; un’evidenza che ci si aspettava perché il farmaco non agisce sul tumore ma “educa” il sistema immunitario del paziente a tenere sotto controllo la malattia”, afferma Michele Maio, Direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena – Istituto Toscano Tumori.

Nel mondo l’incidenza di melanoma, tumore maligno della pelle, raddoppia ogni dieci anni. Si stima che nel 2012, nel mondo, siano state fatte 232.000 nuove diagnosi con un’elevata incidenza nella popolazione giovane. Oltre il 50% dei casi di melanoma viene diagnosticato entro i 59 anni.

Pembrolizumab ha come bersaglio il sistema PD-1, costituito dal recettore PD-1, espresso sulle cellule linfocitarie T, e i suoi ligandi PD-L1 e PD-L2. La proteina PD-1 è considerata un “checkpoint” immunitario, un vero e proprio posto di blocco che si attiva in diverse fasi della risposta immunitaria regolando l’attività dei linfociti. Assumendo il controllo del sistema PD-1, le cellule tumorali riescono a eludere la sorveglianza del sistema immunitario. Pembrolizumab blocca in maniera selettiva il legame che unisce il recettore PD-1 del linfocita T ai ligandi espressi dal tumore. In questo modo, viene ripristinata la naturale capacità del sistema immunitario di rilevare e distruggere le cellule neoplastiche.

Grazie a questo innovativo meccanismo d’azione, Pembrolizumab si candida a diventare una nuova arma anche nel trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC). Secondo i dati presentati a Chicago, la molecola, utilizzata come terapia iniziale in pazienti con NSCLC PD-L1 positivo, ha dimostrato un’importante attività antitumorale con riduzione della massa neoplastica nell’80% dei pazienti trattati: il 47% ha avuto un dimezzamento della massa tumorale, gli altri una riduzione inferiore al 50%.

Il dato dimostra, seppure su una popolazione limitata, una rilevante attività antitumorale di Pembrolizumab che potrebbe rivelarsi migliore rispetto a quella delle terapie attualmente disponibili che danno risposte inferiori al 40%. Attualmente sono in corso ulteriori studi clinici che confronteranno l’efficacia di Pembrolizumab con quella della chemioterapia standard a base di platino. Se i risultati di questi studi dovessero confermare le prime evidenze, l’anticorpo anti-PD-1 potrebbe ottenere, in futuro, l’indicazione come farmaco di prima scelta nel tumore NSCLC, per il quale attualmente esistono poche opzioni terapeutiche”, afferma Andrea Ardizzoni, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliera-universitaria di Parma.

Il carcinoma polmonare è da decenni il tumore più diffuso nel mondo, con una stima di 1,8 milioni di nuovi casi nel 2012 (WHO, 2013). Il carcinoma del polmone non a piccole cellule o NSCLC rappresenta l’85-90% di tutti i casi di cancro polmonare.

Per consolidare la prospettiva di un’alternativa alla chemioterapia nel trattamento del NSCLC, MSD prevede inoltre di avviare nel prossimo settembre uno studio di Fase 3 (Keynote-024) per valutare Pembrolizumab in monoterapia come trattamento iniziale rispetto a una terapia di combinazione a base di platino nei pazienti con carcinoma polmonare avanzato non a piccole cellule PD-L1 positivo.

PRO Format Comunicazione

Nasce la prima associazione italiana per la donazione altruistica e gratuita di gameti

Donazione gameti

Dopo la sentenza della Consulta, arriva il primo passo concreto verso la fecondazione eterologa: l’Associazione Italiana per la Donazione Altruistica e Gratuita di Gameti (AIDAGG), la prima associazione nel nostro Paese che nasce con l’obiettivo di promuovere, in primo luogo tra le persone fertili, la cultura della donazione gratuita ed altruistica di gameti per la riproduzione umana. L’Associazione si propone, inoltre, di sensibilizzare la popolazione, i medici e i pazienti con attività di informazione e formazione.

L’annuncio, durante il convegno La tutela della salute per le coppie infertili e sterili dopo le sentenze della Corte Costituzionale, svoltosi a Roma nella sala Aldo Moro di Palazzo Montecitorio, il 5 giugno scorso.

La donazione di gameti è un’azione di alto valore sociale e morale. È il fondamento della fecondazione eterologa. Si tratta di una scelta consapevole di ‘condivisione’ di un crescente problema sociale, l’infertilità, che oggi può essere finalmente affrontata con la fecondazione eterologa anche in Italia, consentendo, alle coppie che non hanno altre possibilità procreative, di veder rispettato anche per loro il diritto alla genitorialità” -  sottolinea Laura Volpini, Presidente AIDAGG.

Un passo importante, dunque, dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014 che ha eliminato il divieto di fecondazione eterologa e che attende pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Gli operatori del settore attivi da anni nel campo della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), così come i pazienti stessi, sottolineano che non esiste un vuoto normativo post sentenza, da più parti evocato con il solo scopo di allontanare il momento di piena operatività della fecondazione eterologa. L’eliminazione del divieto è stata possibile, infatti, proprio perché esiste già una disciplina normativa in grado di regolamentare questa tecnica di PMA: la legge 40/2004 stessa e i decreti legislativi 191/2007 e 16/2010 in materia di donazione di organi.

GAS Communication

Donazione di gameti: In Italia il diritto all’anonimato è già disciplinato

Gameti

Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale dello scorso 9 aprile, che ha abolito il divieto di eterologa contenuto nella legge 40 del 2004, non si creano nel nostro Paese vuoti normativi. Anche il diritto all’anonimato nella donazione dei gameti è già disciplinato e si evince da diverse disposizioni di legge attualmente in vigore.

È quanto emerge dal convegno La tutela della salute per le coppie infertili e sterili dopo le sentenze della Corte Costituzionale, svoltosi a Roma il 5 giugno scorso a Palazzo Montecitorio, organizzato dalle associazioni Hera Onlus di Catania e SOS Infertilità Onlus.

Per quanto riguarda l’insussistenza di vuoti normativi va ribadito che la stessa legge 40 disciplina in modo inequivocabile lo status del nato anche da eterologa, stabilendo che egli entra come figlio legittimo a far parte della famiglia dei genitori che hanno prestato il consenso alle tecniche di procreazione assistita. Sempre la legge 40 specifica che il padre non può chiedere il disconoscimento, né la madre avvalersi del diritto di non essere nominata. Infine, l’Art. 9 prevede che il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi.

L’avvocato Sebastiano Papandrea, tra i legali dei ricorsi che hanno condotto alla pronuncia della Consulta, per quanto riguarda specificamente l’aspetto dell’anonimato, afferma che “questo è disciplinato dai Decreti Legislativi 191/07 e 16/10 in tema di donazione e trapianto di organi, per legge applicabili alla Procreazione Medicalmente Assistita.”

In particolare, l’Art. 14 del Dlgs 191/07, prevede che “tutti i dati, comprese le informazioni genetiche […] sono resi anonimi in modo tale che né il donatore né il ricevente siano identificabili” e che “nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia, l’identità del o dei riceventi non è rivelata al donatore o alla sua famiglia e viceversa”; ai fini della tutela della salute del nascituro, l’art. 14 consente l’accesso ai dati genetici e sulla salute del donatore raccolti in forma anonima per assicurare che il nato possa ottenere tutti i dati utili alla tutela del suo stato di salute.

In proposito, la stessa legge 40/04 negando la sussistenza di ogni rapporto giuridico, ossia di diritti o obblighi fra il donatore dei gameti ed il nato, già era orientata all’anonimato del donatore.

E’ importante sottolineare che studi effettuati all’estero sui nati da eterologa non hanno fatto emergere squilibri o sofferenze di qualsiasi genere per il bambino in relazione all’anonimato dei donatori; ciò era stato confermato anche dagli studi raccolti dalla XII commissione permanente della Camera dei Deputati durante l’iter preparatorio della legge 40.

GAS Communication

Diverticolite: boom in estate!

Diverticoli

Alte temperature, alimentazione sopra le righe con cibi ‘tappabuchi’ e grassi (come focacce, pizze e snack consumati sulle spiagge) e povera di fibre (frutta e verdura) e di proteine di origine vegetale, qualche sigaretta in più, e bevande ghiacciate, ‘eccitano’ la mucosa intestinale, specie dell’intestino crasso. Le conseguenza? Aumentano crampi, dolori addominali e disturbi intestinali correlati.
Se non adeguatamente trattati, o in casi gravi (perforazione e peritonite generalizzata), i diverticoli (dilatazione sacciforme della parete del colon) si trasformano in diverticolite, una malattia che può richiedere anche un intervento chirurgico come la resezione parziale di un tratto di intestino crasso.

Forme di prevenzione sono possibili attraverso una alimentazione più attenta ricca di fibre, unite all’integrazione di alimenti preferibilmente morbidi, facilmente digeribili e da un maggior apporto di liquidi. Una ‘ricetta dietetica’, questa, adatta anche in vacanza in caso di episodi acuti di diverticolite.

La prevenzione della diverticolite si basa soprattutto sull’aumento dell’apporto di fibre, verdura e frutta, e molta acqua. Sono da evitare invece alimenti che contengono semi (pomodori, cetrioli, uva, fichi, fragole, lamponi, kiwi, pane con semi di sesamo) perché possono fermarsi nei diverticoli ed infiammarli. Noi ne troviamo a volte quantità davvero elevate, con conseguenti forti infiammazioni dovute a questi cibi, evidentemente consumati dal paziente in grandi quantità. Da non sottovalutare è anche l’apporto di vitamina D, con l’assunzione di alimenti ricchi di calcio (latte, latticini, formaggi fatta eccezione in casi di intolleranze), che svolge un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio intestinale, della integrità della mucosa e come mediatore dell’infiammazione intestinale.

I più recenti studi fanno ipotizzare una possibile correlazione fra bassi livelli di questa sostanza e l’insorgenza di diverticolite. Stando ai primi risultati è consigliabile tenere sotto controlli i livelli di questa vitamina e, laddove necessario e consigliato, prevedere un’assunzione orale con degli integratori alimentari.

QuotidianoSanità


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