Archivio per febbraio 2011

Acufeni, la spiegazione dal sistema limbico

Sono tante le persone affette da questo disturbo non grave, ma che riduce la qualità della vita con la presenza di un ronzio pressoché costante nelle orecchie. Stiamo parlando del tinnito, o acufene, una patologia al momento incurabile se non attraverso una terapia volta alla riduzione del danno, ovvero a ignorare il rumore a livello psicologico. Alcuni pazienti mostrano miglioramenti grazie all’ausilio di antidepressivi. Gli acufeni sono causati da una perdita di sensibilità dell’udito a determinate frequenze, provocata a sua volta dai meccanismi di invecchiamento, da traumi o dall’esposizione prolungata a suoni che l’orecchio umano tollera malvolentieri. Di fronte all’impossibilità di riprodurre certi suoni ormai perduti, il cervello reagisce rimpiazzando questi ultimi con rumori artificiali. Di tale processo fanno parte specifiche aree cerebrali, ad esempio il sistema limbico, come suggeriscono i risultati di una recente ricerca pubblicata sulla rivista specializzata Neuron.

Il prof. Joseph P. Rauschecker, l’autore dello studio che lavora presso il Georgetown University Medical Center, non sembra avere dubbi: “riteniamo che questa cattiva regolazione del sistema limbico sia all’origine del tinnito cronico“. In sostanza, il sistema limbico, coinvolto anche nella gestione e nell’elaborazione delle emozioni, non riesce più a limitare l’accesso di certi suoni all’udito, determinando così la reazione del cervello che produce il tinnito. I ricercatori hanno verificato un’attività superiore al normale nella zona del nucleo accumbens, area interessata nella gestione della ricompensa e delle emozioni: “ciò suggerisce che questo circuito sia parte di un sistema più complesso destinato a determinare quali sensazioni siano importanti e quando meritino di essere percepite”, spiega Rauschecker. Una seconda ricerca dell’Università del Texas si è concentrata sulla soluzione del problema, identificando una procedura in grado di aiutare il cervello a non produrre più quei suoni così fastidiosi. Il coordinatore del progetto, Michael Kilgard, precisa: “pensiamo che la parte del cervello che elabora i suoni, la corteccia uditiva, deleghi troppi neuroni alle stesse frequenze, che così alla fine danno un’attivazione maggiore di quella che dovrebbe esserci. I ricercatori americani hanno utilizzato un gruppo di topi esponendoli a un rumore e aumentando nello stesso tempo il numero di neuroni sintonizzati su frequenze diverse da quelle interessate dal tinnito. La sperimentazione è durata 3 settimane e la stimolazione è stata ripetuta 300 volte al giorno. Sulla base della reazione della corteccia uditiva, gli scienziati texani hanno scoperto che i neuroni associati all’acufene erano tornati alla loro normale attività. Il prof. Kilgard sottolinea la novità introdotta da questo tipo di terapia: “a differenza degli altri trattamenti, non cerchiamo di mascherare il tinnito, ma di riportare il cervello dallo stato in cui genera questo disturbo a quello precedente, eliminando la fonte del disturbo”.

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Succo d’arancia contro la pressione alta

Il succo d’arancia è un utile non solo a tener lontana l’influenza grazie alla vitamina C, ma anche a prevenire problemi cardiaci e ipertensione.

Il succo d’arancia, non solo vitamina C

Ipertensione? Cuore a rischio? Un aiuto potrebbe venire direttamente dal succo d’arancia e in particolare dall’esperidina, un flavonoide contenuto nella polpa e nella buccia degli agrumi. Essa rappresenta circa il 90% dei   flavonoidi totali contenuti nel frutto. Secondo una ricerca del French National Institute for Agricultural Researh, pubblicata dalla rivista American Journal of Clinical Nutrition, l’esperidina sarebbe dunque in grado di abbassare la pressione sanguigna e di riducendo l’ipertensione e in generale il rischio cardiovascolare migliorando l’elasticità dei vasi sanguigni.

Uno studio attesta le proprietà anti ipertensione del succo d’arancia

Lo studio è stato condotto su un campione di uomini in sovrappeso dell’eta compresa tra i 50 e i 65 anni. Le persone sottoposte al test della durata di un mese sono state divise in 3 gruppi: il primo ha assunto mezzo litro di succo d’arancia al giorno; il secondo ha assunto una bevanda a cui è stata addizionata l’esperidina; il terzo ha assunto un placebo, in questo caso una bevanda in cui non vi erano tracce del flavonoide.

Il segreto? Una sostanza chiamata esperidina

Al termine del mese di esperimento le persone che avevano assunto l’esperidina, sia tramite il succo d’arancia che attraverso l’integratore, avevano una pressione sanguigna significativamente ridotta rispetto a chi aveva bevuto la bevanda placebo, e quindi andavano incontro ad un minor rischio ipertensione. Non solo, in queste persone si è registrato anche un miglioramento nell’elasticità dei vasi sanguigni. L’effetto portettivo del succo d’arancia sarebbe dovuto all’esperidina, già conosciuta per i suoi effetti benefici di contrasto alla fragilità capillare.

Iodio? Meglio prenderlo a tavola che al mare …

 

Le passeggiate sulla spiaggia non bastano per la giusta dose necessaria all’organismo. Meglio una dieta ad hoc: tanto pesce, crostacei e molluschi.

Quante volte ci siamo sentiti dire che “il mare fa bene alla salute perché puoi respirare tanto iodio“? Tutto vero, per carità. Ma c’è un modo per fare il pieno di iodio in modo ancora più efficace che grazie all’aerosol marino. Qual è? Semplice: la tavola. Una dieta adeguata permette infatti di assumere più iodio che in qualunque altro modo.

Lo iodio si assimila anche con il cibo | Secondo Giorgio Iervasi, medico dell’Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) di Pisa, “il mare e l’inalazione naturale dello iodio fanno senz’altro bene, così come le passeggiate in riva al mare possono contribuire alla cura di malattie dell’apparato respiratorio quali bronchiti e sinusiti. Va ricordato però che lo iodio è un elemento volatile, parzialmente solubile in acqua e, come tale, evapora. Per coloro che vivono e lavorano nelle zone di mare, la quantità di iodio assorbita dall’organismo deve comunque essere integrata con il cibo”.

Le principali fonti di iodio nel cibo | Lo iodio viene regolarmente captato da alcuni organi e rimesso in circolo, principalmente dalla tiroide (il 60-70% dei suoi ormoni, tiroxina T4 e triodotironina T3, sono costituiti da iodio), ma anche … dalla mucosa gastrica, dalle ghiandole mammarie e salivari, che hanno la funzione di veri e propri depuratori. “L’organismo, per poter funzionare bene, ha bisogno di assumere una certa quantità di iodio anche dall’esterno”, dice ancora il ricercatore dell’Ifc-Cnr, “circa 150-200 microgrammi al giorno, pari alla quantità che quotidianamente eliminiamo con le urine. L’apporto principale si ha con l’acqua, con gli elementi addizionati di iodio, come il sale, e con l’assunzione di alimenti che lo contengono: pesci (orate, branzini e saraghi), mitili (ottimi filtratori dell’acqua di mare), crostacei e molluschi. I pesci dei mari del Nord, come la platessa, ne sono tra i più ricchi in assoluto: 100 grammi possono contenere oltre 500 microgrammi di iodio”.

La carenza di iodio | La carenza di iodio, con la conseguente ipofunzione tiroidea, è una delle patologie reversibili più comuni nel mondo che, se non curata, può degenerare nell’ingrossamento del volume ghiandolare tiroideo, gozzo, e soprattutto nel deficit di sviluppo psicofisico del bambino: il cosiddetto cretinismo da carenza iodica è una forma di deficienza intellettiva largamente diffusa specie nei paesi con scarsa sorveglianza medico-sanitaria. Una dieta ricca di pesce, sommata, quando possibile, all’antico rimedio delle nonne, lunghe passeggiate in riva al mare, in questi casi è la miglior medicina. 

Sushi? Sì, grazie! Ma con cautela…

 

Gustoso, light, alla moda. Ma il piatto simbolo della cucina giapponese va preso con precauzione per evitare intossicazioni. 

Sarà anche una moda, un vezzo, una passione di pochi. Di certo, però, la cucina giapponese è diventata un vero fenomeno capace di fare proseliti in quantità sempre più numerosi. In questo periodo, poi, c’è da fare un’altra considerazione: il sushi potrebbe essere un’ottima soluzione per chi cerca un’alternativa gustosa, originale e soprattutto amica della bilancia alle consuete pantagrueliche mangiate delle feste. Non ci credete? Andate avanti a leggere…

I lati positivi | Il pesce crudo al naturale è molto salutare. Se poi si considera che i piatti più tipici della cucina giapponese prevedono – oltre ai grassi “buoni” del pesce” – anche il riso con i suoi carboidrati, si capisce subito che una specialità come il sushi sia un piatto unico formidabile, digeribile e light. E non dimentichiamo la costante presenza delle verdure, quasi sempre cotte al vapore, dunque in grado di conservare al meglio tutte le loro proprietà benefiche per l’organismo. Insomma, i lati positivi sono sotto gli occhi di tutti.

Le controindicazioni | Ma c’è un “ma”, da non sottovalutare. La cucina giapponese può essere molto sfiziosa e salutare, ma anche pericolosa, se non preparata a regola d’arte. Il pesce crudo, infatti, è un potenziale veicolo di parassiti capaci di provocare intossicazioni serie: se non è trattato con cura e conservato con la massima attenzione, il rischio è altissimo.
Imputato numero uno è l’Anisakis simplex, un microrganismo presente negli intestini di diverse varietà di pesce (per esempio tonno, salmone, sardina, acciuga, triglia, merluzzo, nasello e sgombro). Se, al momento della cattura, l’esemplare non viene subito eviscerato, questi vermi migrano dalle visceri alle carni. E quando si mangia il pesce infetto, magari non completamente cotto o in salamoia, le larve possono insediarsi all’interno del nostro intestino, provocando un’infezione molto seria.

Ma allora, come si può evitare il problema? Anzitutto, una rassicurazione: non è il caso di preoccuparsi più del necessario. Basta osservare qualche piccolo accorgimento fondamentale.

  • Se dobbiamo consumarlo in casa, meglio acquistare il pesce eviscerato appena pescato (è il caso, per esempio, del salmone di allevamento). In alternativa, acquistatelo pure fresco, ma congelatelo per 4-5 giorni a una temperatura di almeno -18°.
  • La cottura ad almeno 60° uccide qualsiasi microrganismo, Anisakis compreso.
  • Prima di entrare in un ristorante, cercate di capire se si tratta di un cinese “travestito” da giapponese: la cucina cinese non prevede tra i piatti tradizionali il pesce crudo, dunque i cuochi cinesi sono molto meno abili nel suo trattamento.
  • Limone e aceto non hanno alcun potere disinfettante: se non siete sicuri al 100% della qualità del pesce, evitate dunque piatti marinati o in salamoia.

Così l’alcol ti influenza quando guidi

 

Quando pensiamo di avere tutto sotto controllo, quando siamo sicuri di poter reggere quel bicchiere di troppo appena bevuto durante una serata piacevole in discoteca o con gli amici, è proprio quello il momento in cui rischiamo più che mai. Già, perché gli effetti dell’alcol sono molto più subdoli di quanto possiamo immaginare. E, una volta alla guida, possono rivelarsi fatali.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato una tabella con i sintomi che compaiono a fronte di un consumo di alcol.

Vediamoli nel dettaglio.

Bevendo 1 bicchierino di superalcolico o 1 bicchiere di vino o 1 lattina di birra (pari a 0,2 g di alcol nel sangue).
Difficoltà a focalizzare l’attenzione in caso di più situazioni in contemporanea. La capacità di reazione comincia a rallentare.

Bevendo 2 bicchierini di superalcolico o 2 bicchieri di vino o 2 lattine di birra (pari a 0,4 g di alcol nel sangue).
Diminuzione della capacità di reazione e della resistenza visiva all’abbagliamento. Riduzione del campo visivo laterale.

Bevendo 4 bicchierini di superalcolico o 4 bicchieri di vino o 4 lattine di birra (pari a 0,8 g di alcol nel sangue, superiore quindi al limite di legge previsto a 0,5 g).
Calo importante dell’attenzione. Alterazione della capacità di valutazione delle distanze.

Bevendo 5 bicchierini di superalcolico o 5 bicchieri di vino o 5 lattine di birra (pari a 1 g di alcol nel sangue, cioè il doppio del limite di legge previsto a 0,5 g).
Lo stato eccessivo di euforia impedisce di valutare in modo prudente i pericoli e la velocità degli oggetti.

Bevendo 8 bicchierini di superalcolico o 8 bicchieri di vino o 8 lattine di birra (pari a 1,6 g di alcol nel sangue, pari a più di tre volte il limite di legge previsto a 0,5 g).
Incapacità di controllare la velocità. Mancanza di coordinazione nei movimenti: si accelera invece di frenare e viceversa.

La Sincope e l’improvvisa perdita di coscienza

La sincope è un’improvvisa perdita di coscienza a seguito di un’alterazione delle funzioni cerebrali, dovute a una diminuzione del flusso ematico cerebrale o a una sua disfunzione elettrica o metabolica a seguito di diverse patologie.

La sincope può essere di natura cardiovascolare per disturbi del ritmo (aritmie come tachicardia ventricolare e bradicardia sinusale) o per lesioni che ostruiscono il normale flusso del sangue dal cuore. Una delle forme più comuni è la sincope vasovagale che colpisce principalmente i giovani: è preannunciata da sudorazione, nausea, stanchezza, pallore e, in genere, l’episodio avviene dopo aver mantenuto a lungo una posizione eretta, mangiato troppo velocemente o in conseguenza a emozioni spiacevoli.

Un’altra causa di sincope è rappresentata da una forte riduzione dei liquidi nel sistema circolatorio, a seguito di emorragie o alcune malattie endocrinologiche caratterizzate da ridotto riassorbimento di acqua e sali minerali. La diagnosi è definita in base ad accertamenti ritenuti opportuni in base al quadro clinico: la ricostruzione dei minuti prima dell’episodio di sincope, il contesto ambientale e la percezione che ne ha tratto il paziente sono elementi importanti per individuare l’eventuale causa.

Musica e Parole

Il termine greco è “syn koptein” che vuol dire spezzare, interrompere, tagliare insieme. Non è un termine utilizzato solo in medicina, ma anche in musica e letteratura. La sincope musicale avviene quando una nota suonata forte si trova su un tempo debole o in levare, in modo da accentuare e spostare l’accento metrico. In un testo scritto si parla di sincope quando viene eliminata una sillaba all’interno di una parola: l’effetto è quello della caduta di un suono nella parola.

   

Perchè molti maschi esagerano con il profumo?

Come mai, molti uomini (non tutti per fortuna), indossano quantità di profumo esagerate, tanto da sembrare degli “Arbre Magique” ambulanti?

Due ricerche possono aiutarci a trovare la risposta.

La prima, svolta in Giappone, presso l’Osaka International University
ha dimostrato che la pelle degli uomini ha un odore più intenso di quello delle donne (quasi il doppio).

La seconda ricerca, condotta negli USA, presso l’Università della Pennsylvania, ha confermato che l’olfatto degli uomini è meno sviluppato nella percezione di profumi e odori, rispetto a quello delle donne.

Tali caratteristiche maschili comportano un uso più intenso di profumi e deodoranti: diversi uomini credendo di emanare un cattivo odore ed avendo un naso meno sensibile, esagerano nell’indossare deodoranti, dopobarba e eau de toilette nella speranza di mantenere un buon aroma. In questo modo, invece ottengono riscontri negativi da chi li circonda, soprattutto se si è tavola o nel medesimo ambiente (casa, ufficio, abitacolo dell’auto, etc).

Per questo motivo, è necessario che l’uso di questi prodotti venga moderato e ben calibrato, risparmiando una tortura olfattiva a molta gente (soprattutto di sesso femminile). E’ bene, inoltre, ricordare che il proprio odore naturale è il prodotto di una serie di fattori, tra cui ciò che si mangia oltre che una corretta igiene personale.



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