Archivio per giugno 2011

Creato il primo “occhio in laboratorio” dalle cellule staminali

Una retina, riprodotta in laboratorio, potrebbe aprire la strada a nuovi trattamenti per le malattie dell’occhio umano e per alcune forme di cecità. Grazie a cellule staminali embrionali coltivate ad hoc, un team di scienziati giapponesi è riuscito a ottenere una struttura complessa che ricorda l’occhio in fase di sviluppo embrionale. Un proto-occhio di topo che, secondo gli studiosi, potrebbe costituire la base per lo sviluppo di parti di ricambio, derivate dalle cellule pluripotenti, destinate a trapianti per riparare la retina.

Nella ricerca, pubblicata su ‘Nature‘ dal team di Yoshiki Sasai del Riken Center for Developmental Biology di Kobe (Giappone), sono state coltivate cellule staminali embrionali di topo in un tessuto di coltura opportunamente disegnato. Le cellule, spiegano gli autori, si sono organizzate in una struttura tridimensionale stratificata che ricorda il calice ottico, elemento che si sviluppa negli strati interno ed esterno della retina durante l’embriogenesi. Questa organizzazione autonoma delle staminali era inaspettata, perche’ le cellule in coltura non erano spinte o pressurizzate per assumere una forma particolare. Invece lo studio mostra che la formazione della coppa ottica dipende da una sorta di programma intrinseco, sequenziale e auto-organizzato, che stabilisce il destino e la posizione delle cellule stesse. E, dunque, è alla base della formazione della coppa ottica.

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Linee Guida per l’Epatite C (Focus su eliminazione di virus prima che si verifichi un danno epatico)

Le linee guida di pratica clinica per la gestione dell’infezione da epatite C, rilasciate dalla Associazione Europea per lo Studio del Fegato, sottolineano l’obiettivo di individuare e trattare la malattia prima che conduca a complicazioni.

L’autore delle linee guida, il Prof. Antonio Craxi dell’Università di Palermo, osserva che fino a 210 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero essere soggetti a infezione da HCV, e che l’epatite C è diventata la principale causa di tumori al fegato in Europa.

Come descritto nel Journal of Hepatology online del 28 febbraio, la diagnosi di infezione acuta o cronica da HCV si basa sulla rilevazione di anticorpi anti-HCV. Tuttavia, l’epatite C acuta è solitamente asintomatica e quindi risulta meno probabile l’identificazione precoce dell’infezione. Nonostante questo le linee guida consigliano che “I pazienti con epatite C acuta dovrebbero essere considerati per la terapia antivirale, al fine di prevenire la progressione in epatite C cronica.”

Secondo il rapporto la gravità della malattia epatica dovrebbe essere determinato prima di iniziare la terapia. In particolare, i pazienti con cirrosi devono essere identificati “dato che la loro prognosi e la probabilità di rispondere alla terapia sono alterati, e dato che questi pazienti devono essere sottoposti a sorveglianza per lo sviluppo di HCC (carcinoma epatocellulare)”.

Inoltre, i pazienti con infezione da HCV dovrebbero essere sottoposti alla ricerca del genotipo HCV, dal momento che questo influenza anche il trattamento.

Attualmente, il trattamento di prima scelta “standard of care” per l’epatite C cronica è basata sull’uso di uno dei due interferoni pegilato-alfa disponibili, somministrato settimanalmente per via sottocutanea e associato alla somministrazione quotidiana di ribavirina per via orale. Secondo il rapporto “Tutti i pazienti mai sottoposti a trattamento con malattia epatica cronica compensata causata da HCV i quali siano disposti ad essere trattati e che non abbiano controindicazioni per l’utilizzo dell’interferone pegilato interferone-alfa o della ribavirina devono essere presi in considerazione per essere sottoposti alla terapia, qualunque sia il loro livello di ALT basale”.

Le controindicazioni assolute alla terapia con interferone includono, tra le altre condizioni, la depressione incontrollata, le malattie autoimmuni non controllate, la gravidanza e il diabete scarsamente controllato. Le controindicazioni relative includono le anomalie ematologiche, la malattia coronarica significativa e non trattata e le affezioni della tiroide.

Il Prof. Craxi afferma che con il trattamento, la risposta virale mantenuta nel tempo (SVR) con soppressione di livelli rilevabili del virus è raggiunto nel 40%-54% dei pazienti con HCV di genotipo 1 e nel 65%-82% di quelli con genotipo 2 o 3.
Le linee guida raccomandano che la durata del trattamento sia basata sulla risposta virologica alle settimane 4 e 12, e alla fine della settimana 24. “La probabilità di ottenere una risposta virologica mantenuta nel tempo (SVR) è direttamente proporzionale al momento in cui si ottiene la negatività dell’HCV RNA.”

Fino al 53% dei pazienti che recidivano rispondono a un ulteriore trattamento con interferone peghilato alfa e ribavirina.
Le linee guida proseguono prendendo in considerazione la gestione del HCV nei pazienti coinfettati da HIV o da virus dell’epatite B, nei pazienti in dialisi e nei pazienti trapiantati.

L’autore rileva anche che si stanno compiendo progressi nello sviluppo di inibitori specifici e di agenti antivirali attivi in modo specifico contro l’HCV, da utilizzare in combinazione con interferone e ribavirina. “Le presenti linee guida saranno aggiornate quando queste combinazioni saranno approvate.”

 

scarica le linee guida EASL premendo su “FONTE”

Nuova terapia per l’ipertrofia prostatica

Una nuova tecnica radiologica potrebbe trattare i pazienti che hanno la prostata ingrossata, un disturbo molto frequente superata una certa età, senza intervenire con l’asportazione della ghiandola. A metterla a punto sono stati i ricercatori del St. Louis Hospital di Lisbona, in Portogallo, che l’hanno presentata al meeting della Society of Interventional Radiology a Chicago. L’intervento consiste nell’embolizzazione dell’arteria prostatica, che blocca il flusso di sangue alla ghiandola. I ricercatori portoghesi l’hanno effettuata su 84 pazienti tra i 52 e gli 85 anni, ottenendo un successo del 98,5 per cento.

Settantasette pazienti hanno mostrato “decisi miglioramenti”, sei “modesti miglioramenti”, e solo uno non ha avuto nessun effetto dopo aver subito l’intervento. L’ingrossamento della prostata è una condizione non correlata a un tumore, ma che dà comunque dei sintomi che vanno dall’incontinenza alla maggiore frequenza dello stimolo urinario. Il trattamento seguito di solito è l’asportazione della prostata, con tutti gli effetti collaterali dovuti a un intervento chirurgico e il rischio di impotenza e altre disfunzioni. “Inoltre l’asportazione può essere effettuata solo su prostate non più grandi di 80 centimetri cubi – hanno spiegato gli autori dello studio – mentre questa tecnica, che permette di tornare a casa dopo poche ore dall’intervento, non ha limiti di dimensioni”.

La nuova tecnica consiste nell’entrare con un catetere nel vaso sanguigno e iniettare delle piccole particelle che lo ostruiscono.

In arrivo il vaccino per l’allergia agli acari

Contro gli acari della polvere potrebbe essere presto disponibile un vaccino per evitare le crisi respiratorie nelle persone predisposte. Ci stanno lavorando gli scienziati della Monash University, di Victoria in Australia, che puntano a un farmaco da somministrare in due o tre dosi per neutralizzare la reazione allergica agli acari. Il team guidato da Robyn O’Hehir ha già sviluppato un siero contro l’allergia alle arachidi, mettendo in evidenza che i soggetti che hanno questa forma di intolleranza hanno anche maggiori probabilità di reazioni asmatiche agli acari.

La diversa funzione dell’emisfero destro e sinistro del cervello

Una nuova ricerca condotta nel Regno Unito suggerisce che le nostre dimensioni alla nascita e il peso della placenta potrebbero contenere indizi sul modo in cui la parte destra e la parte sinistra del cervello funzionano una in relazione con l’altra nel corso della vita. Queste interessanti scoperte, presentate sulla rivista PLoS ONE, potrebbero aiutare a migliorare le nostre conoscenze di una serie di disturbi legati alla lateralità cerebrale.
La ricerca è stata condotta presso l’Università di Southampton e presso il Medical Research Council Lifecourse Epidemiology Unit del Southampton General Hospital nel Regno Unito.

Ai fini dello studio, il team ha analizzato le risposte neurologiche di 140 bambini a riposo e come reazione a una maggiore attività cerebrale. Ai bambini, di 8 o 9 anni, è stato chiesto di impegnarsi in attività divertenti e creative che avevano anche un elemento di difficoltà – come inventare una storia e interpretarla davanti a una videocamera. Monitorando le fluttuazioni della temperatura della membrana del timpano nelle orecchie dei bambini, i ricercatori sono stati in grado di analizzare il flusso sanguigno in diverse parti del cervello e di rilevare le differenze nell’attività dei due lati. I risultati, riferisce il team, suggeriscono in particolare “che lo stress svela differenze inerenti alla lateralità cerebrale“.

Mettendo in correlazione i risultati con il peso alla nascita e il peso della placenta dei bambini, registrati nel contesto di uno studio precedente, i ricercatori hanno osservato che i bambini nati piccoli, con una placenta relativamente grande, tendevano a mostrare maggiore attività nel lato destro del cervello rispetto a quello sinistro. Come spiega il team, questa specifica tendenza dell’attività cerebrale è stata legata a disturbi dell’umore come la depressione. Questo atipico peso della placenta rispetto al feto potrebbe essere causato da condizioni difficili durante la gravidanza, per esempio quando le mamme in attesa sono esposte ad alti livelli di stress. Una limitata disponibilità di nutrienti specifici, che potrebbe stimolare la crescita della placenta in quanto il corpo della madre cerca di compensare alla scarsa alimentazione del feto, è un’altra probabile causa – sebbene questa particolare reazione fisiologica è associata a fasi specifiche della gravidanza. Questi risultati si aggiungono a un più ampio corpo di ricerca che studia i legami tra le condizioni avverse durante la gestazione e i cambiamenti a lungo termine della funzionalità del cervello. Uno squilibrio tra le dimensioni alla nascita e peso della placenta potrebbe anche contribuire a una propensione verso malattie, come l’ipertensione, e verso reazioni fisiche più forti allo stress nel corso della vita.

“Il modo in cui cresciamo prima della nascita è influenzato da molte cose come quello che le nostre madri mangiano durante la gravidanza e la quantità di stress cui sono sottoposte. Questo può avere implicazioni a lungo temine per la nostra salute mentale e fisica nel corso della vita,” commenta il dott. Alexander Jones, che ha coordinato il team e si è poi trasferito presso l’Istituto di salute del bambino dell’University College di Londra.
È la prima volta che siamo riusciti a collegare la crescita prima della nascita all’attività cerebrale molti anni dopo,” aggiunge. “Speriamo che questa ricerca possa cominciare a fare nuova luce sul perché alcune persone siano più inclini a malattie come la depressione.”
Il team sta prendendo in considerazione metodi per portare questa ricerca al livello superiore – per esempio con l’aiuto della risonanza magnetica funzionale (RMF), che permetterebbe una maggiore sensibilità di monitoraggio e potrebbe permettere ai ricercatori di identificare in modo preciso quali aree del cervello sono in funzione.

Jones, A., et al. (2011) Evidence for developmental programming of cerebral laterality in humans. PLoS ONE, pubblicato il 16 febbraio. DOI:10.1371/journal.pone.0017071

Stop alle biopsie! … nuova diagnosi per i tumori della pelle

L’Istituto dermatologico San Gallicano (Isg) conferma l’efficacia della microscopia confocale, tecnologia di recente applicazione in grado di fornire in tempo reale immagini microscopiche ad alta risoluzione in modo innocuo, infinitamente ripetibile, che non provoca dolore al paziente e permette di sostituire le indagini invasive quali le biopsie. La microscopia confocale in vivo, come dimostrano gli specialisti Isg, ha applicazioni in ambito oncodermatologico: melanoma e tumori cutanei come il carcinoma basocellulare o quello spino cellulare, nonchè in ambito di malattie infiammatorie come psoriasi, eczema, collagenopatie, melasma, vitiligine, e in cosmetologia. Recenti studi condotti da ricercatori del San Gallicano insieme con un gruppo di Miami evidenziano ulteriormente i vantaggi ottenuti dall’impiego di questa tecnica d’avanguardia per monitorare l’efficacia di terapie contro l’alopecia del cuoio capelluto.

“La risoluzione d’immagine della tecnica confocale”, ha spiegato Ardigò, “e’ sovrapponibile a quella della microscopia ottica standard e permette di ottenere informazioni analoghe senza dover sottoporre il paziente a dolorose biopsie cutanee, che oltretutto lasciano cicatrici. Grazie alla assoluta non invasività, l’indagine può essere ripetuta su più lesioni cutanee nella stessa seduta e più volte nel tempo, al fine di controllare, nel caso delle malattie cutanee, i cambiamenti microscopici e valutare l’efficacia delle terapie adottate”.

Il gruppo di Marco Ardigò, del dipartimento di Dermatologia Clinica dell’Istituto San Gallicano di Roma guidato da Enzo Berardesca, in associazione con il team di Antonella Tosti della Leonard Miller School of Medicine University di Miami, dimostra in due lavori (pubblicati sulle riviste ‘British Journal of Dermatology‘ e ‘Archives of Dermatology‘) l’efficacia della microscopia confocale nell’offrire indispensabili indicazioni sull’alopecia areata e quella androgenetica. “Il monitoraggio terapeutico mediante l’associazione tra tricoscopia e microscopia confocale offre scenari molto promettenti in questo campo”, ha spiegato Berardesca, “i pazienti che hanno eseguito regolarmente il follow-up mediante tecnica confocale hanno ottenuto risultati migliori rispetto a quelli in cui la risposta terapeutica è stata valutata solamente attraverso la clinica e/o la tricoscopia. La possibilità di modulare la terapia in relazione ai dati riscontrati è un ottimo criterio per ottimizzare le cure”. L’obiettivo è proseguire in questa direzione anche per altre forme di patologie cutanee.

Rhamnose, lo zucchero verde che cancella le rughe

Le rughe sul viso possono rappresentare un problema psicologico individuale ma in alcuni casi anche “di relazione”. L’esplosione del ricorso a interventi di chirurgia estetica come i filler o gli innesti di botulino sono la dimostrazione concreta di questa preoccupazione generale. Ultimamente, però, stiamo assistendo a un’inversione di tendenza: il ritorno a prendersi cura delle proprie rughe in modo non invasivo, semplicemente con una buona crema, dalla provata efficacia anti-età. Per capire come ridurre le rughe in modo efficace senza il ricorso alla chirurgia estetica, ci sono voluti più di 10 anni di ricerca: “è il derma papillare lo strato che presiede alla rigenerazione di tutti gli altri strati cutanei”, spiega Elisabetta Perosino, Dermatologa segretario generale dell’ISPLAD.

“Ma quest’area della pelle è anche quella più vulnerabile agli anni che passano e agli effetti dell’esposizione solare. Le cellule che popolano quest’area del derma, i fibroblasti papillari, sono uniche, diverse dai fibroblasti reticolari del derma più profondo. Producono più collagene, più elastina. Il loro potenziale di crescita, però, diminuisce con l’età e con l’esposizione ai raggi Uv. Per preservare la loro funzionalità, e con essa la giovinezza della pelle, bisogna prendersi cura di questa piccola porzione del derma”. Alcune cellule specifiche presenti nel derma papillare (i fibroblasti papillari) producono e distribuiscono delle molecole che possono essere considerate la fonte di giovinezza della pelle. Queste molecole sono fattori in grado di propagarsi quali fattori di crescita che si legano ai recettori delle altre cellule cutanee (i cheratinociti epidermici, i fibroblasti del derma reticolare, i costituenti della giunzione dermo-epidermica) e ne stimolano la crescita, la moltiplicazione e le funzioni di protezione.

Sotto l’effetto delle molecole prodotte dalle cellule del derma papillare, si creano:

  • nuove cellule nel derma (cheratinociti);
  • nuove fibre nel derma (pro-collagene I, fibrillina);
  • nuovi scambi vitali nella giunzione dermo-epidermica (tramite il collagene II, la laminina V).

La scoperta dei ricercatori Vichy, per la quale sono stati necessari più di 10 anni è uno zucchero ‘verde’, estratto da alcune piante che crescono in Brasile, che si è dimostrato in grado di rallentare il processo che subiscono i fibroblasti papillari nel tempo. Il Rhamnose, già noto per le sue proprietà farmacologiche, è stato scelto fra oltre 50 molecole anti-età testate su modelli di pelle umana ricostruita in laboratorio, proprio in virtù della sua capacità di agire sul derma papillare e di riattivarlo. “Ed è così stato testato in sette studi clinici e 2 studi in vivo. I test hanno dimostrato come il Rhamnose, a una concentrazione del 5%, agisca contro diversi tipi di rughe, anche quelle della fronte, più difficili da trattare, già dopo due settimane. Gli effetti si intensificano dopo due mesi. Test di valutazione dell’efficacia e della tollerabilità sono stati condotti su 800 donne in tutto il mondo e su oltre 2000 donne in Italia”.
Una buona notizia per offrire una soluzione al problema rughe, che rappresentano anche un disturbo dei rapporti con se stessi e con gli altri, come dimostrano i risultati di un’indagine secondo la quale la tolleranza per le rughe è buona nel contesto familiare ma, in tutti gli altri casi, minacciano la stima e la sicurezza in se stessi.


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