Archivio per dicembre 2011

Nuovo marker di rischio cardiovascolare per i fumatori

Un semplice esame del sangue potrebbe essere in grado di fornire il livello di tossicità polmonare di un fumatore e il rischio di contrarre una malattia cardiaca. Lo hanno scoperto alcuni ricercatori della UT Southwestern Medical Center di Dallas. Negli Stati Uniti quasi un adulto su cinque è un fumatore e, stando ai dati forniti dal Centers for Disease Control and Prevention, le spese mediche legate al fumo e alla perdita di produttività superano i 167 miliardi dollari ogni anno. Un team di ricercatori guidati da Anand Rohatgi, docente di Medicina interna presso la UT Southwestern e co-autore dello studio pubblicato sulla rivista Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology, una pubblicazione della American Heart Association, ha ora scoperto che i livelli di una proteina del polmone presente nel sangue dei fumatori potrebbe indicare il loro rischio di accumulo di placche nei vasi sanguigni.

“Siamo vicini alla possibilità di avere un esame del sangue per aiutare a misurare con precisione gli effetti correlati al fumo che contribuiscono alle malattie cardiache ed aterosclerotiche”, ha detto Rohatgi. “Il fumo – ha aggiunto – è uno dei maggiori fattori che contribuiscono allo sviluppo di malattie cardiache”. I fumatori sono gravemente esposti al rischio di infarto, ictus e morte per malattie cardiache, ma il rischio varia da individuo a individuo. Prima di questo studio non era mai stata ventilata la possibilità di poter misurare gli effetti del fumo a proposito del rischio di malattie cardiache attraverso un semplice esame del sangue. I ricercatori hanno determinato l’importo nella circolazione polmonare di una proteina (SP-B) presente nelle cellule del polmone danneggiato in più di 3.200 partecipanti (di età compresa tra i 30 e i 65 anni) al Dallas Heart Study. Il Dallas Heart Study è stata un’indagine innovativa su malattie cardiovascolari che per la prima volta ha coinvolto più di 6.100 residenti della contea di Dallas, i quali hanno fornito campioni di sangue e si sono sottoposti a scansioni di vasi sanguigni con la risonanza magnetica e la tomografia computerizzata. I ricercatori hanno scoperto che i fumatori che avevano più alti livelli di SP-B erano anche maggiormente esposti al rischio di accumulo di placca nell’aorta – la più grande arteria del corpo, con rami che conducono al bacino, all’addome e alle gambe. Il test è ancora in fase di valutazione e non è disponibile per uso commerciale. “Il prossimo passo – ha detto il dottor Rohatgi – è quello di indagare se la SP-B causa l’aterosclerosi o è semplicemente un marker della malattia, e per determinare se livelli decrescenti di SP-B possono essere valutati come segnali di miglioramento del decorso di talune malattie cardiache” .

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Rimedi naturali per la sciatica

Tra i dolori più invalidanti quello procurato dall’infiammazione del nervo sciatico è uno dei peggiori. Lo sa bene chi ne soffre o chi ha amici e parenti che ne lamentano i sintomi. Sembra che le giornate peggiori siano quelle in cui ci si sveglia con il dolore. Pertanto, il primo obiettivo è cercare di riposare bene e la posizione fetale con un cuscino tra le ginocchia, può essere di grande aiuto.

La postura è da curare con molta attenzione anche da svegli: da seduti bisogna tenere le cosce parallele al pavimento e la testa alta, leggermente all’indietro; mentre, quando si cammina è importante saper trovare la posizione perfettamente eretta con la testa verso l’alto. Un modo per trovare la posizione eretta da soli è mettersi al muro con la schiena e spingere talloni, testa e natiche verso il muro. Quindi conservare questa posizione anche quando siamo in piedi e camminiamo.

Per la maggior parte delle persone il dolore sparisce naturalmente in pochi giorni, ma nei casi più gravi può durare fino a 6- 12 settimane. Anche i cibi possono essere un aiuto naturale per favorire la guarigione: alimenti ricchi di potassio come banane, patate e arance possono dare molto sollievo. Chi ne soffre sa che i sintomi includono debolezza, dolore, e intorpidimento lungo il nervo sciatico. Il nervo va dalla parte bassa della schiena fino in fondo alle gambe, e la sua infiammazione può essere causata da numerosi problemi tra cui ernia del disco, cattiva postura, obesità, muscoli deboli e traumi gravi.

E’ bene precisare che nella maggior parte dei casi i rimedi naturali sono solo un ausilio alla vera propria terapia medica.

Farmaco anti-ipertensivo rallenta l’Alzheimer

Un farmaco usato comunemente per combattere l’ipertensione (ACE-inibitore) potrebbe ritardare la comparsa dei sintomi dell’Alzheimer e addirittura dimezzare il rischio di contrarre questa patologia. La ricerca, frutto del lavoro di un gruppo di scienziati dell’Università di Bristol, è stata pubblicata sulla rivista Journal of Alzheimer’s Disease.
Vagliando dati anonimi relativi a 10 milioni di pazienti britannici, gli studiosi hanno scoperto che gli ultrasessantenni che avevano assunto nei precedenti 10 anni farmaci contro l’ipertensione che avevano come bersaglio il sistema renina-angiotensina avevano il 50 per cento di probabilità in meno di ammalarsi di Alzheimer e il 25 per cento di probabilità in meno di soffrire di forme di demenza vascolare rispetto agli altri pazienti che invece prendevano medicine anti-ipertensive di altro genere. Il sistema renina-angiotensina regola la pressione sanguigna e la fluidità del sangue. Secondo gli scienziati questi risultati, ancora preliminari, potrebbero indicare che gli effetti di questi farmaci non riguardano solo un mero abbassamento della pressione ma si estendono fino a comprendere altre alterazioni biochimiche. Il gruppo di studiosi ha però precisato che saranno necessari ulteriori approfondimenti clinici per confermare in via definitiva questa importante scoperta.

Leggi anche

1. Anti-ipertensivi per prevenire e rallentare l’Alzheimer

2. Diuretici contro l’ Alzheimer?

3. Meno rischi di Alzheimer con i farmaci antipertensivi

Scoperta nuova malattia metabolica

Un team di ricercatori della Swedish Medical University del Karolinska Institutet ha scoperto una nuova malattia ereditaria responsabile di un grave ritardo mentale e di disfunzione epatica. La malattia, consistente nella carenza di adenosina chinasi, è causata da mutazioni nel gene ADK, che codifica per l’enzima chinasi dell’adenosina. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull’American Journal of Human Genetics.

La ricerca è stata effettuata attraverso l’esame biochimico dettagliato di una famiglia svedese, in cui due bambini soffrivano di danni cerebrali progressivi e di un’anomalia epatica non riconducibili a meccanismi noti. Un sintomo riconosciuto nei bambini è stato il metabolismo alterato dell’aminoacido metionina. Mediante il sequenziamento di tutte le combinazioni genetiche della famiglia codificanti proteine – un processo noto come whole-exome sequencing – il team è stato in grado di identificare un gene la cui funzione ha soddisfatto le anormalità biochimiche. L’esame genetico è stato condotto nel Laboratorio di Scienze per la Vita (SciLifeLab) di Stoccolma.

“I risultati evidenziano l’efficacia di unire l’esame biochimico dettagliato dei pazienti – ha osservato Anna Wedell, docente al dipartimento di Medicina Molecolare e Chirurgia del Karolinska Institutet, prima autrice dello studio – con metodi di analisi più massicci sul patrimonio genetico, recentemente resi disponibili, al fine di inquadrare nuovi meccanismi alla base delle malattie congenite. Moderni strumenti di analisi genetica rendono notevolmente più facile identificare i danni responsabili di malattie ereditarie, il che è essenziale se le famiglie colpite ricevono una corretta informazione sulla loro malattia. Si tratta anche di un primo passo fondamentale verso lo sviluppo di nuove terapie”. La malattia appena scoperta, la carenza di adenosina chinasi, mette in luce un legame funzionale inaspettato tra due processi metabolici conosciuti: il ciclo di metionina e il metabolismo adenosina, rivelando così un meccanismo patogenetico in precedenza sconosciuto.

Capelli bianchi addio, grazie a una pillola

La chioma bianca potrebbe presto non essere un destino inesorabile: gli esperti di una famosa azienda cosmetica hanno individuato, nei loro laboratori francesi, l’ingrediente in grado di ingannare il trascorrere del tempo, almeno sui capelli. Si tratterebbe dell’estratto di un frutto, coperto dal segreto assoluto, in grado di prevenire la comparsa dei capelli bianchi.

Un vero antidoto contro teste canute, dall’aria più vissuta e dalle cromie certamente poco giovani e giovanili? Sembra proprio di sì, almeno stando alle dichiarazioni della casa cosmetica francese, che promettono di fare felici i fan dei capelli colorati a tutti i costi, delle tinture e delle colorazioni, naturali e chimiche.

Il segreto del successo arriva direttamente dalla natura, dall’estratto di un frutto, che probabilmente entro il 2015 diventerà l’ingrediente fondamentale di un prodotto in grado di preservare toni e sfumature dei capelli, proteggendoli dall’incanutimento.

Il bianco non è una scelta cromatica casuale, l’incanutimento progressivo dei capelli, la loro perdita del colore originario, è il risultato di un processo preciso, da imputare ai melanociti, le cellule che secernono la melanina, collocati all’interno del follicolo capillare, responsabili del pigmento della chioma. L’invecchiamento mette a dura prova queste cellule “coloranti”, distruggendone alcune, ma non tutte: infatti, secondo i ricercatori francesi, quelle superstiti entrano in una fase di quiescenza. Per invertire il naturale processo di incanutimento, insomma, basta saperle riattivare e rendere nuovamente operative. insomma smettono di esercitare la propria funzione. “Questo è molto importante perché fintanto che alcune di queste cellule sopravvivono, noi possiamo riattivarle e fermare il processo di incanutimento” ha dichiarato Bruno Bernard, a capo della ricerca.

Reflusso gastroesofageo: ne soffrono circa 12 milioni di Italiani

E’ quanto emerge dalla survey “Reflusso: Dimmi come soffri e ti dirò che stomaco hai” che indaga lo stomaco degli italiani, individuando 5 differenti tipologie di reazioni al reflusso, un disturbo che colpisce ben 12 milioni di connazionali. Ai “frustati del reflusso” (27%), soprattutto donne e giovani, si affiancano gli “interventisti” (25%) e le “grandi vittime” (16%): i primi sono pronti a qualsiasi soluzione pur di superare il bruciore di stomaco, mentre i secondi si sentono quasi annientati dal reflusso.

Oltre un terzo, però, non si cura e non assume farmaci: gli “stoici” (10%) aspettano che il bruciore passi da solo e i “diffidenti” (21%) si affidano soprattutto a rimedi casalinghi, non credendo nell’efficacia delle medicine.

“La pirosi gastrica è una pessima compagna di vita – commenta il professor Vincenzo Savarino, Ordinario di Gastroenterologia presso il Dipartimento di Medicina Interna e Specialità Mediche, Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Genova – e non mi sorprende che la maggioranza dei pazienti si senta frustrata: rinunciare ad andare al ristorante, praticare sport come per esempio la corsa, non riuscire a concentrarsi nel proprio lavoro, sono solo alcuni dei problemi che il cosiddetto bruciore di stomaco comporta. A peggiorare la situazione può poi intervenire anche uno stile di vita sfidante: è ad esempio il caso delle Grandi Vittime, individui prevalentemente in età lavorativa, impegnati in attività a elevato contenuto professionale e sottoposti a una forte tensione e stress”. Ma chi sono i “frustrati del reflusso”?

Più donne che uomini (quasi 6 su 10 sono donne), soprattutto giovani adulti (18-34 anni) che vivono nel Nord Ovest del Paese.

I frustrati sono il 27% del campione, cioè pazienti particolarmente sensibili alle rinunce che il bruciore di stomaco può comportare nei momenti di picco: sport, pasti abbondanti, uscite con gli amici e abiti stretti alla moda.

“Gli atteggiamenti nei confronti di questo disturbo – spiega Savarino – sono certamente legati all’intensità, alla frequenza e alla durata del bruciore di stomaco, ma anche il fatto di essere uomo o donna può essere rilevante.

Non è un caso, infatti, che Frustrati, Interventisti e Grandi Vittime siano principalmente donne, forse perchè avvertono maggiormente lo stress e perchè vivono in modo più esplicito la loro condizione.

Bisogna informare sul reflusso, combattere i falsi miti e la diffidenza nei confronti dei farmaci”.

Il legame tra telefoni cellulari e tumore al cervello non esiste, è ufficiale!

Quello dei cellulari e del relativo rischio di provocare tumori al cervello è ormai un argomento dibattuto dalla ricerca medica da molti anni, ma senza che questa correlazione sia mai stata concretamente confermata, anche se qualche mese fa è stato approfondito lo studio di alcune rare forme di glioma, scatenate proprio dai dispositivi che emettono onde elettromagnetiche.

Ogni dubbio in merito, potrà comunque essere chiarito, secondo i dati raccolti dall’equipe Institute of Cancer Epidemiology di Copenhagen, che hanno dichiarato “caduta” la probabilità che i telefoni cellulari possano causare il cancro al cervello.

In quello che è stato definito il più grande studio in materia, i ricercatori hanno scoperto che gli utilizzatori assidui di telefonini andavano incontro a un rischio di sviluppare tumori a carico del sistema nervoso centrale, pressoché simile a quello di altri individui che non ne usano.

Lo studio, pubblicato on line su BMJ.com, è stato condotto su tutta la popolazione in Danimarca, tenendo in considerazione gli individui nati dopo il 1925 e con età superiore ai 30 anni.

Per raccogliere tutte le informazioni necessarie alle elaborazioni scientifiche, gli studiosi hanno valutato i dati degli operatori telefonici danesi e quelli contenuti nel Danish Cancer Register. Gli scienziati hanno così analizzato oltre 10.700 casi di tumori al cervello tra il 1990 e il 2007, scoprendo che chi utilizzava un cellulare da 13 anni, aveva la stessa possibilità di ammalarsi di cancro, rispetto ai “non utenti”.


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