Archivio per gennaio 2012

Albumina umana dal riso

Un team di ricercatori cinesi, canadesi e americani è riuscito ad produrre dal chicco di riso una proteina del tutto equivalente all’albumina umana, finora estratta dal plasma e impiegata per trattare ustioni e malattie del fegato La proteina derivata dal riso è “fisicamente e chimicamente equivalente all’albumina derivata dal sangue (Hsa)”.

La scoperta, pubblicata su Pnas, Proceedings of the National Academy of Sciences, potrebbe rappresentare un importante passo in avanti nella produzione di albumina, che finora viene estratta dal sangue prelevato ai donatori, con il conseguente rischio, seppur latente, di possibile contagio da Hiv e epatite. La domanda globale di albumina è di 500 tonnellate l’anno. Il sistema è stato messo a punto dai ricercatori della Wuhan University in collaborazione con i colleghi del National Research Council of Canada e del Center for Functional Genomics della Albany University nello Stato di in New York. La procedura prevede la modifica genetica dei chicchi di riso per produrre alti livelli di albumina, che poi vengono raffinati fino ad ottenere 2,75g di Hsa per ogni kg di riso. L’albumina così ottenuta è stata testata su delle cavie in cui era stata indotta la cirrosi epatica, una malattia del fegato trattata abitualmente con la proteina umana, e non è stata rilevata alcuna differenza al termine del trattamento. Saranno necessari altri test su cavie e poi su esseri umani prima di impiegare su vasta scala la ‘riso-albumina’.

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Il virus del morbillo è furbo!

Ricercatori della Mayo Clinic, negli Stati Uniti, hanno scoperto perché il morbillo è una delle malattie virali che si diffonde più velocemente. L’astuzia del “virus” sembra essere nella capacità di usare una proteina – la Nectina-4 – per innescare l’infezione, usando come punto di partenza per il contagio un luogo strategico: la trachea.

I risultati dello studio, pubblicati su Nature, ripercorrono la strada del virus, che dalla gola del suo “ospite” si diffonde nell’aria attraverso particelle di saliva espulse con la tosse. Nonostante il vaccino, il morbillo è uno dei virus con il più alto tasso di diffusione – circa 10 milioni di bambini contagiati ogni anno – e in certe condizioni si presenta in forme letali, come ricordano le stime di circa 120.000 morti all’anno.
“Il virus del morbillo ha sviluppato una strategia di un’eleganza diabolica”, afferma Roberto Cattaneo, biologo molecolare della Mayo Clinic. “All’inizio dirotta le cellule immunitarie che pattugliano i polmoni per penetrare nell’ospite – spiega Cattaneo -. E dopo passa all’interno di altre cellule del sistema immunitario”. Da qui, il virus si fa trasportare verso le cellule che esprimono la proteina-chiave per il contagio, che in maniera strategica si trovano proprio nella trachea. Nectina-4 è già noto agli scienziati come “spia” diagnostica dei tumori all’ovaio, al seno e al polmone. I ricercatori vorrebbero adesso approfondire questo rapporto, per comprendere se il virus può essere usato come “testa di ponte” per attaccare le cellule tumorali.

Con zolfo e fosforo memoria e vitalità al top

Gli oligoelementi sono trattamenti dolci, adatti anche e soprattutto ai bambini e agli anziani. Privi di tossicità e di effetti collaterali, sono dotati di un’azione rinforzante e riequilibrante, in grado di sostenere la crescita, modulare l’umore e risolvere i problemi più comuni durante l’infanzia e nella terza età. Ma non è tutto: l’oligoterapia è d’aiuto anche per rinforzare il sistema nervoso, rimediando a quei cali di concentrazione e di tono mentale che possono compromettere il profitto scolastico e l’autostima dei ragazzi ma anche favorire la depressione nelle persone non più giovani.

Per i bambini

– Manganese e Zolfo per i piccoli iperattivi

Gli oligoelementi Manganese e Zolfo correggono l’eccesso di energia che porta a comportamenti eccessivi o squilibrati. Si acquistano in un unico prodotto, in farmacia o erboristeria.

Posologia: una fiala la mattina a digiuno per un mese.

– Il Fosforo stimola la concentrazione

Se il bambino, pur impegnandosi nello studio, è intellettualmente scarico e fa fatica a concentrarsi, il Fosforo è il miglior ricostituente.

Posologia: una fiala al giorno, la mattina a digiuno, per un mese.

Per gli anziani

– Grazie al Rame stop a dolori e depressione

In realtà, il Rame andrebbe combinato col Manganese: i due sali servono a fare ritrovare all’anziano la capacità di gestire al meglio la propria energia, evitando i cali psicofisici.

Posologia: una fiala al giorno, la mattina a digiuno per cicli di un mese più volte all’anno.

– Il Selenio contrasta osteoporosi, cataratta e ipertensione

Questo oligoelemente aiuta a combattere ipertensione, epatopatie, artrite, sindrome da malassorbimento, aterosclerosi, retinopatia diabetica, cataratta e osteoporosi.

Posologia: una fiala al giorno per cicli di 2 mesi.

Prova la cura del pesce | Non fate mai mancare sulla tavola di bambini e anziani il pesce. Soprattutto le sardine, ricche di magnesio, rame e zinco, che andrebbero mangiate 2-3 volte alla settimana, cotte al forno e condite con un filo d’olio a crudo e un battuto di erbe aromatiche. La cura a base di pesce va seguita per un mese e ripetuta 4 volte l’anno a ogni cambio di stagione. Vanno preferite le sardine fresche e non quelle conservate.

Contro l’asma e le riniti, arriva il tris di assi che vince le allergie | Per prevenire e curare le sindromi allergiche nell’infanzia e nella terza età, gli oligoelementi più indicati sono: Manganese, Zolfo (il sale anti allergico per eccellenza) e Fosforo (dalle proprietà antispasmodiche, ottimali nelle forme asmatiche di natura allergica).

Posologia: tre fiale la settimana preferibilmente alla mattina a digiuno, per cicli di un mese, da ripetere a ogni cambio di stagione.

Stress del pendolare: un nuovo studio conferma che esiste

Se lavori abbastanza vicino a casa da riuscire a spostarti a piedi o in bicicletta potresti essere meno stressato di chi, per esigenze lavorative, è costretto a muoversi in autobus, treno o auto. E dunque essere meno soggetto a disturbi della salute. E’ la conclusione a cui è giunto il gruppo di ricerca svedese dell’Università di Lund e pubblicata sulla rivista a libero accesso BMC Public Health.

L’indagine, che ha coinvolto 21 mila lavoratori svedesi tra i 18 e i 65 anni, ha analizzato in che modo il tempo necessario a un viaggio di sola andata (verso l’ufficio o verso casa) agisce sulla qualità della salute percepita. Stanchezza, scarsa qualità del sonno, stress sono i parametri presi in considerazione dagli studiosi guidati da Erik Hansson (Facoltà di Medicina di Lund) che dichiara: «Generalmente rispetto a chi si sposta a piedi o in bici, chi è costretto a prendere i mezzi pubblici o l’auto soffre in misura maggiore di stress, insonnia e spossatezza, e fa più fatica a mantenersi in salute». E non solo.

Tra chi usa i mezzi pubblici, più è lungo lo spostamento, più la salute sembra risentirne; stesso discorso per chi si serve dell’auto per viaggi di 30-60 minuti. Questo fenomeno sembrerebbe invece non toccare i pendolari che utilizzano l’auto per viaggi più lunghi di un’ora, forse perché in Svezia ci si ritrova spesso a percorrere lunghe tratte immersi in un contesto naturalistico e paesaggistico molto rilassante.

Il passo successivo sarà quello di capire esattamente in che modo il pendolarismo sia associato a diversi problemi di salute. Comprendere questi fattori di rischio potrà servire ai lavoratori per valutare pro e contro di ogni opzione e compiere le proprie scelte in modo più consapevole.

Il “Super-Topo”

Dall’Università di Losanna e dalla California arriva la notizia che agendo su di un recettore chiamato NCoR1 è possibile aumentare la forza muscolare di animali da laboratorio.

La ricerca è stata condotta da due Università, quella di Losanna in Svizzera e il Salk Institute della California su alcuni topi e su di un parassita: il “punteruolo rosso” che ultimamente è stato quello che ha falcidiato le palme di tutta Italia. Questi ricercatori attraverso una manipolazione genetica hanno prodotto una razza di super-topi che hanno mostrato il doppio della forza muscolare di un topo normale, gli studiosi hanno, infatti, soppresso il fattore corepressore NCoR1 che normalmente inibisce lo sviluppo dei tessuti muscolari e ne limita la crescita.

Dopo questo trattamento gli animali hanno manifestato una maggiore resistenza alla fatica fisica e al freddo, mostrandosi corridori indefessi.

Da un punto di vista anatomico le fibre muscolare dei topi trattati sono apparse più dense e più voluminose, all’interno delle cellule erano presenti un numero maggiore di mitocondri, organelli intracellulari in grado di dare energia a tutta la cellula, evidenza questa che potrebbe spiegare la maggiore resistenza allo sforzo mostrata dagli animali.

“La ricerca potrebbe suggerire” – ipotizzano i responsabili della ricerca – “terapie per le degenerazioni muscolari associate all’età, oppure causate da disordini genetici”. “Trattandosi comunque di una manipolazione genetica”, assicurano che “ci sarà bisogno di altri studi per indagare sui potenziali effetti dei farmaci in grado di agire su questo recettore”.

Scoperto un gene che impedisce la disintossicazione dall’alcol

Scoperto un gene che impedisce la disintossicazione dall’alcol e aumenta il rischio di ricadute: a scoprirlo sono stati i ricercatori del Dipartimento di Psicologia e dell’Accademia Sahlgrenska dell’Università di Goteborg, in Svezia, che spiegano che le persone con dipendenza da alcol portatori di una particolare variante genetica hanno meno possibilità di uscire dalla dipendenza e, quindi, corrono un rischio 10 volte maggiore di morte prematura.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Alcohol e Alcoholism, ha messo in evidenza che, in particolare, una variante del gene del recettore D2 della dopamina è sovrarappresentata nelle persone con dipendenza da alcol grave. I ricercatori spiegano che questa variante sembra essere associata a una maggiore tendenza a soffrire di ricadute una volta usciti dalla dipendenza: potrebbe quindi essere questa caratteristica a spiegare il tasso di mortalità più elevato tra le persone portatrici di questa variante genica che abusano dell’alcool.
Come spiega Claudia Fahlke, uno degli autori dello studio, «la nostra ricerca dimostra che le persone con problemi di dipendenza da alcol e portatrici di questa variante genetica corrono un rischio 10 volte maggiore di morire prematuramente rispetto alla popolazione media».

Capacità empatica e socievolezza sono legate ad un gene

Scoperto il gene della empatia legato alla capacità dell’individuo di immedesimarsi e comprendere gli altri. Lo hanno identificato un gruppo di studiosi guidati da Aleksandr Kogan dell’Università di Toronto, secondo i quali alcune persone sono fiduciose nel prossimo, sono più empatiche e premurose e si dimostrano più socievoli perché’ ”geneticamente predisposte”.

Lo studio, pubblicato su Proceedings of National Academy of Sciences, ha visto coinvolto un gruppo di volontari cui sono stati fatti visionare dei video che ritraevano delle coppie in cui uno dei due partner raccontava all’altro un momento di sofferenza. Agli osservatori è stato chiesto di giudicare il comportamento dell’ascoltatore e di valutare l’affidabilità, la gentilezza e la premura che trapelavano dal suo atteggiamento. E’ emerso che dei 10 ”attori” giudicati come più socievoli 6 erano portatori del genotipo GG (caratterizzato da maggiore socialità e apertura al prossimo), mentre tra le 10 persone ritenute ”meno affidabili” 9 erano portatrici delle versioni AG o AA (caratterizzate da livelli più bassi di empatia e sensibilità). ”I nostri risultati suggeriscono che anche lievi variazioni genetiche possono avere un impatto tangibile sul comportamento delle persone, e che queste differenze comportamentali vengono subito notate dagli altri”, conclude Kogan.


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