Archivio per marzo 2012

Dagli ultrasuoni un nuovo metodo contraccettivo per l’uomo

Il futuro della contraccezione maschile sta negli ultrasuoni. A confermarlo è uno studio condotto dai ricercatori della University of North Carolina School of Medicine, secondo cui due sole dosi di onde sonore ai testicoli saranno sufficienti per determinare una temporanea sterilità maschile ed evitare gravidanze indesiderate. Il metodo è stato sperimentato sui topi, a maggio del 2010, ma per quel che riguarda l’uomo, gli esperti americani fanno sapere che saranno necessari ulteriori test.

Oggi, l’efficacia dei contraccettivi nel prevenire una gravidanza è superiore al 98%. Nell’ultimo secolo, e in particolare negli ultimi decenni, si sono diffusi numerosi metodi contraccettivi che tramite ausili tecnici, meccanici o chimici, riducono la possibilità che avvenga la fecondazione. Questi metodi si distinguono in contraccettivi ormonali, metodi meccanici barriere, intrauterini, naturali (ovvero di riconoscimento della fertilità), e metodi chirurgici, cioè, di sterilizzazione.

Tutt’ora è in corso la ricerca su nuovi metodi anticoncezionali, come l’uso di melatonina ad alte dosi per ridurre la fecondità femminile. Da un’indagine condotta dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) sulla sessualità degli adolescenti è sì emerso che i giovani sono precoci e disinibiti nell’approcciarsi al sesso (il 20% delle ragazze ha il primo rapporto tra i 14 e i 16 anni), ma meno incoscienti. La Sigo ha studiato le abitudini di 4.000 adolescenti italiani nel periodo di vacanze, compreso tra giugno e agosto 2010, coinvolgendo ragazze e ragazzi (rispettivamente il 70% e il 30%), con un’età media di 18 anni.

I risultati finali della ricerca sono incoraggianti. E sì perché 6 ragazzi su 10 hanno avuto almeno un rapporto sessuale occasionale e nel 72% dei casi è stato utilizzato un contraccettivo. In testa alle preferenze dei metodi contraccettivi utilizzati c’è il preservativo, scelto dal 50% del campione. A seguire troviamo la pillola utilizzata dal 18%, mentre il resto (spirale, cerotto) viene preferito dal 12% degli intervistati.

Annunci

Friggere con l’olio d’oliva non danneggia il cuore

I cibi fritti in olio di oliva o di girasole non sarebbero collegati all’insorgere di malattie cardiache. A sostenerlo una ricerca dell’Università Autonoma di Madrid pubblicata su BMJ. Lo studio ha avuto luogo in Spagna, paese mediterraneo in cui viene utilizzato l’olio di oliva o di girasole per la frittura.

Di conseguenza, secondo i ricercatori, i risultati probabilmente non sarebbero stati gli stessi in un paese in cui si ricorre agli oli solidi e riutilizzati. Nei paesi occidentali, la frittura è uno dei metodi più comuni di cottura. Quando il cibo è fritto diventa più calorico perché assorbe il grasso degli oli. E aumentano alcuni fattori di rischio di malattie cardiache, come la pressione alta, il colesterolo alto e l’obesità. Il team guidato da Pilar Guallar-Castillon, docente della Università Autonoma di Madrid, ha esaminato i metodi di cottura di 40.757 adulti di età compresa tra 29 e 69 anni su un periodo di 11 anni. Nessuno dei partecipanti aveva malattie di cuore quando è iniziato lo studio. I partecipanti al test hanno risposto a domande sulla loro dieta e sui metodi di cottura. Durante il follow-up ci sono stati 606 eventi legati a malattie cardiache e 1.134 decessi.

Gli autori hanno sottolineato: “In un paese mediterraneo dove gli oli di oliva e di girasole sono i grassi più comunemente usati per friggere, e dove grandi quantità di cibi fritti sono consumati sia dentro sia fuori casa, non è stata osservata alcuna associazione tra il consumo di cibi fritti e il rischio di malattia coronarica o di morte. Il nostro studio sfata il mito che vuole il cibo fritto generalmente legato alle malattie al cuore”.

Scoperta la causa dell’ipertensione da causa endocrina

È uno studio italiano a svelare i dettagli del rapporto fra ipertensione e surrene, e di conseguenza della forma più comune di ipertensione da causa endocrina. La ricerca dell’Università di Padova, condotta con la collaborazione di altri centri di ricerca europei fra cui il Collège de France di Parigi, ha chiarito che in un terzo dei pazienti colpiti da tumore al surrene si registra una serie di mutazioni a carico di quegli interruttori genetici che regolano la distribuzione di sodio e potassio nella membrana cellulare. Le mutazioni sono più frequenti nelle donne e in chi è affetto da iperaldosteronismo, patologia che comporta l’aumento di produzione da parte del surrene dell’aldosterone, un ormone steroideo che aumenta la pressione.

Il prof. Gian Paolo Rossi, direttore del dottorato internazionale in Ipertensione Arteriosa e della Clinica medica 4 dell’Università di Padova, commenta sulle pagine di Hypertension che ospitano la ricerca: “si tratta di una serie di mutazioni che comportano la perdita di selettività del “filtro” del canale attraverso il quale il potassio esce dalla cellula (KCNJ5). Il “filtro” così funziona male, e anziché far solo uscire potassio, lascia anche entrare sodio”.

In presenza di quest’alterazione il calcio entra nelle cellule tumorali aumentando la produzione di aldosterone. Se c’è un introito alimentare elevato di sale, si registra il progressivo danneggiamento di reni, arterie e cuore.

Lo studio è importante perché fa luce su un meccanismo rimasto misterioso per molti anni, ovvero il motivo per cui nei tumori del surrene si continua a verificare una iperproduzione di aldosterone con relativo innalzamento della pressione arteriosa, nonostante l’assenza di angiotensina II e la riduzione del potassio, i principali stimoli alla produzione dell’ormone. “Si tratta di una ricerca di particolare importanza – commenta il prof. Rossi -, che potrebbe aprire nuove prospettive al trattamento farmacologico della più importante causa di ipertensione, oggi guaribile solo chirurgicamente”.

Parliamo di … Bronchite cronica

La bronchite è una patologia infiammatoria a carico dei bronchi e si distingue in bronchite acuta e bronchite cronica. La forma acuta della bronchite è di norma la meno problematica in quanto è una manifestazione patologica del tutto occasionale che nel giro di qualche giorno, al massimo qualche settimana, si risolve del tutto in maniera definitiva anche se in alcuni casi la tosse può perdurare per qualche tempo.

La bronchite acuta è invece una manifestazione patologica decisamente più seria, in quanto può avere anche delle complicazioni di una certa rilevanza e, se non curata per tempo, può risultare difficile da estirpare. Nella bronchite cronica i bronchi sono interessati dal processo infiammatorio per un periodo di tempo decisamente più lungo ed è tale se colpisce i pazienti per periodi di almeno tre mesi e per almeno due anni consecutivamente. Inizialmente colpisce i bronchi più alti dell’albero bronchiale per poi estendersi via via anche a quelli più piccoli determinando una significativa riduzione della capacità respiratoria del soggetto tanto da causare difficoltà respiratorie anche a riposo nel 20% dei pazienti, mentre il 68% di essi accusa una respirazione insufficiente durante le normali attività quotidiane.

La causa principale della bronchite cronica è il fumo di sigaretta, anche quello passivo, che determina un ispessimento della parete dei bronchi con conseguente atrofizzazione delle ciglia deputate alla rimozione dei muchi che, quindi, ristagneranno nei bronchi, diventando altresì un perfetto terreno di coltura per agenti patogeni e virus che contribuiranno a rendere la condizione del paziente sempre più precaria. Praticamente è l’anticamera della BPCO, broncopneumopatia cronica ostruttiva, che di fatto riduce sensibilmente la capacità polmonare e ha un forte impatto sulla qualità della vita. Lo stato di infiammazione perdurante, può portare anche ad un’altra grave complicanza, l’enfisema polmonare, che non è altro che la formazione di sacche d’aria in corrispondenza degli alveoli con la perdita di elasticità del tessuto polmonare.

I sintomi della bronchite cronica sono diversi a partire dalla tosse, che in fondo non è altro che un meccanismo involontario messo in atto dall’organismo per cercare di liberarsi da corpi estranei o dal muco, come in questo caso. Una eccessiva produzione di catarro, materiale che viene secreto dalle ghiandole delle mucose respiratorie, che ostruisce l’albero bronchiale rendendo difficoltosa la respirazione. L’organismo cerca di liberarsene con la tosse che a volte non sortisce l’effetto voluto per colpa dell’atrofizzazione delle ciglia per cui, può capitare che il paziente ne ingoi gran quantità. Difficoltà di respirazione, dispnea, che in alcuni casi può avere anche delle complicazioni molto gravi. Asma che spesso si presenta sotto forma di crisi o attacchi d’asma, che determinano in effetti crisi respiratorie, respiro affannoso, senso di costrizione al torace e tosse. Stanchezza generalizzata che è dovuta in sostanza alla ridotta capacità respiratoria che impedisce il necessario scambio gassoso in grado di assicurare la giusta ossigenazione del sangue. Quest’ultimo, pompato dal cuore in tutti i distretti dell’organismo, non porta ossigeno sufficiente pe le normali funzioni cellulari, con conseguente stato di prostrazione generalizzato.

La cura della bronchite cronica, decisamente impegnativa, non può prescindere da un primo passo fondamentale: smettere completamente di fumare, dal momento che la maggior parte dei pazienti interessati da questa patologia sono fumatori accaniti.

In più sarà necessario l’assunzione di farmaci in grado di rendere più fluido il muco che ostruisce gli alberi bronchiali in modo che possa essere eliminato più facilmente. Inoltre, se la situazione polmonare e respiratoria non è eccessivamente compromessa, è possibile ricorrere ad una riabilitazione specifica tendente a ridare al paziente una funzionalità respiratoria migliore, tale da consentirgli di tornare ad una vita pressoché normale, anche se non del tutto. La cura migliore è in tutti i casi la prevenzione che passa, in primo luogo, per l’astensione dal fumo, sia attivo che passivo, che è poi la vera e prima causa delle bronchite cronica.

Mamme più presenti per bambini più intelligenti

Prendersi cura del proprio bambino con calore e affetto fa bene all’intelligenza del piccolo. Lo suggerisce a tutte le mamme una recente ricerca condotta da Joan Luby della Washington University School of Medicine di St. Louis.

In base a questo studio, pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze «PNAS», l’affetto della propria mamma già dall’età prescolare fa bene alla memoria del bambino: nello specifico, aiuta a far crescere l’ippocampo, la zona del cervello associata al controllo delle emozioni, alla memoria e all’apprendimento.

La ricerca si è basata sul monitoraggio di un campione di 92 bambini, seguiti dall’età di 5-6 anni. I ricercatori hanno riscontrato che questi bimbi sono riusciti a svolgere dei compiti in modo più veloce se coccolati e sostenuti, allo stesso tempo, dalla propria mamma.

Non si tratta del primo studio che dimostra l’influenza delle cure materne sullo sviluppo psicofisico del bimbo. Uno studio condotto nel 2010 dalla dottoressa Joanna Maselko della Duke University, pubblicato sulla rivista Journal of Epidemiology e Community Health, ha dimostrato che più una mamma accudisce il bimbo con affetto e calore, più quest’ultimo avrà meno problemi di ansia, ostilità e disagio nelle relazioni da adulto.

È ormai dimostrato che l’evoluzione del bambino viene fortemente influenzata dalle dinamiche interpersonali in cui è inserito fin dalla nascita. Le precoci relazioni affettive giocano un ruolo fondamentale nella qualità dell’adattamento infantile e nello sviluppo della personalità del piccolo. La sensibilità e l’affetto di una mamma esercitano un effetto positivo sullo sviluppo delle abilità cognitive, socio – emotive e linguistiche del bimbo.

Cisti e fistola sacro-coccigea

Il sinus pilonidalis è una lesione cronica del tessuto cutaneo di forma rotondeggiante; si può formare nella regione del sacro-coccige, poco sopra il solco intergluteo: per questo motivo viene spesso chiamata anche cisti sacro-coccigea. Il nome latino deriva da “pili nidus”, a richiamare il fatto che si tratta di raccolte di peli circondate da una reazione infiammatoria del sottocute.

Per fistola (sacro-coccigea o pilonidale) si intende una possibile complicanza, che si verifica nel caso in cui la cisti vada incontro ad un processo di ascessualizzazione, con successiva apertura all’esterno tramite un orifizio cutaneo, solitamente situato nella piega interglutea alcuni centimetri sopra il margine anale. Cisti e fistola pilonidale non hanno alcun rapporto con il canale anale e non devono essere confusi con altri tipi di ascessi e fistole che, pur potendo avere gli orifizi esterni anche nella medesima area, hanno invece origine dal canale anale.

Gli uomini ne sono affetti con frequenza tripla rispetto alle donne; l’età più colpita è quella compresa tra i 15 ed i 30 anni. Sono maggiormente a rischio i bianchi, gli obesi, le persone con apparato pilifero particolarmente sviluppato, chi è sottoposto a continui traumatismi della regione (autisti, ciclisti, piloti…) e infine chi presenta solitamente abbondante sudorazione.

Cause| In passato sono state avanzate teorie che individuavano nella permanenza di tessuto embrionario la causa prima della comparsa di una cisti sacro-coccigea. Oggi si preferisce accreditare l’ipotesi che questa derivi dall’azione di sfregamento dei glutei; il conseguente incarnamento dei peli, che penetrano nei pori delle ghiandole sebacee e sudoripare, forma i “nidi” nel sottocute. Ne deriva una reazione da corpo estraneo che dà luogo alla cisti, con fasi di maggiore attività ed altre in cui la patologia appare silente. A causa dei ripetuti microtraumi con il tempo si potrà formare un ascesso contenente pus: questo tenderà a farsi strada verso l’esterno formando così un tragitto chiamato fistola, allo sbocco del quale si potranno notare delle fastidiose perdite. La scarsa igiene può favorire questi processi.

Sintomi | Possiamo distinguere tre fasi:

La prima fase è caratterizzata dalla cisti, piccola tumefazione a forma di “pallina”, asintomatica o lievemente dolente e dolorabile alla palpazione; a volte sono presenti piccoli orifizi sulla cute, dai quali affiorano ciuffi di peli. Può rimanere silente per anni oppure andare incontro alle fasi successive.

Se i batteri cutanei causano l’infiammazione della cisti si forma una raccolta di pus chiamata ascesso. La tumefazione in questo caso è più grande e comporta maggior dolore e presenza di arrossamento; il paziente lamenta di frequente febbre e malessere generalizzato. A volte l’ascesso può rompersi spontaneamente all’esterno, con emissione di materiale purulento cremoso e maleodorante: lo svuotamento dell’ascesso (spontaneo o chirurgico) provoca sempre immediato sollievo, ma se non viene trattato il processo non si arresta e il pus continua a formarsi.

La terza fase è caratterizzata dalla fistola, un piccolo canale di comunicazione tra la cavità cistica ascessualizzata e un orifizio cutaneo situato nel solco integluteo. Talvolta le fistole sono più di una, ciascuna con un differente sbocco all’esterno. La fistola che rimane aperta continuerà a secernere un liquido siero-purulento di colore giallastro; se invece si chiude darà luogo ad ascessi ricorrenti. Qualora non venga trattata chirurgicamente, la malattia pilonidale continuerà ad espandersi localmente potendo arrivare fino all’ano, tanto che in alcuni casi potrà risultare difficile distinguerla da una fistola che invece origina dal canale anale.

Diagnosi | Il Chirurgo con una buona esperienza è in grado di fare diagnosi con la semplice visita: segni tipici sono la presenza di orifizi esterni, ciuffi di peli, la fuoriuscita di liquido che aumenta con la spremitura, l’infiltrazione del sottocute, il dolore evocato alla palpazione. In caso di fistola a volte è possibile l’esplorazione del tramite con uno specillo molto sottile. Solo raramente è utile eseguire un’ecografia mirata.

Terapia | La terapia è esclusivamente chirurgica. L’anestesia generale è poco utilizzata, in quanto la posizione supina che si deve far assumere al paziente aumenta i rischi connessi con l’intubazione oro-tracheale; si può invece operare agevolmente in anestesia locale, per lo più anche in regime di Day Surgery, ovvero senza ricovero ospedaliero. Al fine di limitare i disagi per il paziente è preferibile evitare i periodi dell’anno particolarmente caldi.

La tecnica aperta prevede l’asportazione completa della cute, del sottocutaneo, del tessuto pilonidale e di tutti gli orifizi cutanei. La ferita viene zaffata (riempita) con garze sterili e deve guarire per seconda intenzione, cioè grazie alla formazione di tessuto di granulazione che procedendo dal fondo verso la superficie riempirà lo spazio lasciato vuoto in un tempo variabile tra 5 e 8 settimane. Il post-operatorio è dunque particolarmente lungo e fastidioso: le medicazioni vanno eseguite da personale esperto in media ogni tre giorni e non sempre le garze riescono a contenere efficacemente le perdite di secrezioni: per tali motivi questa metodica è riservata soprattutto ai casi più complessi e alle recidive.

La tecnica chiusa prevede anch’essa l’asportazione in blocco dei tessuti malati, ma la ferita viene chiusa immediatamente con punti di sutura. La guarigione è molto più rapida, anche se talvolta il dolore nel post-operatorio può essere un po’ più elevato; i punti vengono rimossi dopo 10-12 giorni. Se la sutura non viene correttamente eseguita, o se ad essa viene applicata una tensione eccessiva, è tuttavia possibile che alcuni punti cedano, con conseguente maggior rischio di recidive. E’ indicata senz’altro per i casi più semplici ma, poiché comporta un post-operatorio più rapido e meglio accettato dal paziente, è preferibile utilizzarla come prima scelta ogni volta che vi siano sufficienti garanzie per il buon esito finale.

L’intervento definitivo con una delle suddette metodiche non può comunque essere effettuato in urgenza (cioè nella fase di ascessualizzazione), anche perché l’anestetico locale non sarebbe efficace: in questi casi si deve dunque prima praticare un’incisione per drenare l’ascesso e successivamente procedere all’asportazione dell’intera parte malata con una delle tecniche appena descritte.

Solo dopo asportazioni particolarmente estese potrà essere indicata la successiva ricostruzione dei tessuti utilizzando lembi a “Z” o di rotazione: in questi casi sarà necessario sottoporre il paziente ad anestesia generale.

Prevenzione | I pazienti con apparato pilifero particolarmente sviluppato possono prevenire il sinus pilonidalis utilizzando creme depilatorie, allo scopo di evitare la caduta e il deposito dei peli nel solco intergluteo. Lo stesso consiglio può essere utile a chi si è già sottoposto ad intervento chirurgico, al fine di diminuire il pericolo di recidive.

E’ inoltre molto importante curare l’igiene locale e l’aerazione della regione. E’ infine buona norma prediligere l’utilizzo di indumenti comodi, nonché evitare, per quanto possibile, lo sfregamento dei tessuti e i microtraumi.

Articolo a cura di Dr. Stefano Spina. Pubblicato il 13/06/2009 in MEDICITALIA.it

leggi il Blog nella tua lingua

Follow HarDoctor News, il Blog di Carlo Cottone on WordPress.com
Visita il mio Sito Inviaci un articolo! Contattami via e-mail! buzzoole code
Twitter HarDoctor News su YouTube HarDoctor News su Tumblr Skype Pinterest

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 929 follower

L’almanacco di oggi …

Almanacco di Oggi!
Farmacie di Turno
Il Meteo I Programmi in TV

Scarica le guide in pdf!

Scarica la Guida in Pdf Scarica il Booklet in Pdf

HarDoctor News | Links Utili

Scegli Tu Guarda il Video su YouTube Pillola del giorno dopo Think Safe Medicina Estetica Obesità.it

HarDoctor News | Utilità

Calcola il BMI
Test di Laboratorio
Percentili di Crescita
Calcola da te la data del parto!

Leggi Blog Amico !!!

Leggi Blog Amico

HarDoctor News | Statistiche

  • 753,959 traffic rank

HarDoctor News | Advertising

Siti sito web
Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: