Archivio per aprile 2012

Torcicollo: prevenzione, cause e rimedi

Il torcicollo coinvolge solitamente l’elevatore della scapola, un muscolo che collega il collo alla spalla. Generalmente si manifesta con un forte dolore che colpisce quando si cerca di girare la testa verso il lato colpito. Spesso è associato a mal di testa.

Tra le principali cause l’esposizione a correnti d’aria fredda, un’infiammazione muscolare, un cuscino non adeguato, telefonate troppo lunghe senza auricolare, posizioni scorrette, con la testa inclinata troppo da un lato mentre scriviamo al computer. Anche giocare a tennis o assistere ad un match può contribuire al torcicollo, così come periodi di forte tensione e stress come quello che sicuramente stava vivendo la valletta in attesa della kermesse, tanto da soffrire anche di attacchi di panico e crisi di pianto.

Per curare il torcicollo, è utile conoscere la causa scatenante, eliminando il problema alla radice. Per alleviare il dolore è efficace esporre il collo a fonti di calore, ad esempio impacchi caldi o il getto della doccia calda puntato sul collo, e praticare con molta cautela un automassaggio.

Un cuscino che non costringe la testa a rimanere sollevata in una posizione non naturale e la corretta postura faranno il resto. Se la causa del torcicollo è lo stress, è utile imparare tecniche di riduzione dello stress, come ad esempio esercizi di respirazione che contribuiscono a sciogliere la rigidità muscolare e a ridurre la tensione alleviando il mal di testa. Per ridurre il dolore, dietro prescrizione medica, si può ricorrere a farmaci miorilassanti e/o analgesici.

Tra i rimedi naturali spiccano l’equiseto, il ribes nero ed il biancospino, che riducono l’infiammazione. La tensione muscolare può essere alleviata con il tiglio. Ad uso topico, per placare il dolore direttamente nell’area interessata, invece sono efficaci le pomate o gli oli a base di arnica e l’olio d’iperico.

Per prevenire il torcicollo, è utile muovere la testa da un lato e dall’altro almeno ogni trenta minuti se lavoriamo al computer. Inoltre, bisogna evitare di assumere posizioni scorrette e di esporre il collo a correnti dirette di aria fredda.

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Insulinemia bassa. Cosa significa?

L’insulina è un ormone proteico dalle proprietà anaboliche, prodotto dalle cellule beta delle isole di Langerhans all’interno del pancreas. E’ formata da due catene unite da due ponti solfuro: catena A di 21 aminoacidi e catena B di 30 aminoacidi. La sua funzione più nota è quella di regolatore dei livelli di glucosio ematico riducendo la glicemia mediante l’attivazione di diversi processi metabolici e cellulari. Ha inoltre un essenziale ruolo nella proteosintesi (sintesi proteica) assieme ad altri ormoni che sinergicamente partecipano a tale processo, tra cui l’asse GH/IGF-1, e il testosterone. L’insulina, inoltre, è il principale ormone responsabile del fenomeno di ingrassamento (lipogenesi), cioè lo stoccaggio di lipidi all’interno del tessuto adiposo.

L‘insulinemia è quel tipo di analisi che determina la quantità di insulina nel sangue. Nelle persone sane il livello di insulina nel sangue non è mai costante ed è direttamente proporzionale a ciò e a quando si è mangiato. In poche parole, dopo alle assunzioni di cibo il suo valore aumenta, mentre a digiuno diminuisce. Il valore più alto raggiunto è tanto più elevato quanto più alta è la quantità di zuccheri introdotta, mentre il contenuto proteico e quello lipidico non hanno alcuna influenza e quindi non determinano nessun aumento. Inoltre, in un pasto completo, le fibre ed i grassi, rallentando i tempi di digestione, influenzano anche l’assorbimento intestinale degli zuccheri e ne consegue, quindi, che il livello massimale di insulina raggiunto è decisamente più basso di quello che si raggiunge in caso di ingestione di zuccheri.

Ma cosa succede se l’insulinemia, quindi il livello di insulina, è basso? In genere, in presenza di una riduzione dei livelli di insulina ci si potrebbe trovare in presenza di diabete mellito di tipo I, quella forma di diabete che si configura come malattia autoimmune caratterizzata dalla distruzione delle cellule B pancreatiche, che comporta solitamente associazione all’insulino-deficienza. In altri casi, però, può essere un campanello d’allarme per ipopituitarismo , ovvero quella condizione patologica caratterizzata da una diminuita secrezione di ormoni ipofisari a causa di malattie a carico dell’ipotalamo o dell’ipofisi. Da non escludere, in altri casi, anche malattie pancreatiche e, in ultima analisi, tumore al pancreas. In questi casi, però, è opportuno fare ulteriori accertamenti e non allarmarsi troppo in fretta.

Scoperta proteina in grado di bloccare le metastasi

Potrebbe essere una scoperta fondamentale nella storia dell’oncologia: la chiave per bloccare le metastasi, ossia la diffusione del tumore dall’organo d’origine al resto del corpo. Gli scienziati canadesi della Dalhousie University hanno identificato un meccanismo chiave per le metastasi, bloccando il quale, sostengono, di fatto si interrompe il meccanismo perverso che porta quasi sempre al decesso.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Cancer Research e condotto da David Waisman, professore presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare e Patologia della Dalhousie University, ha analizzato il ruolo chiave di una proteina posta sulla superficie del macrofagi, la S100A10, che consente proprio ai macrofagi di spostarsi sul sito della crescita tumorale, un processo essenziale per lo sviluppo del tumore. “Eravamo soliti pensare – ha spiegato il ricercatore – che le uniche cellule che contavano in un tumore sono per l’appunto quelle tumorali, ma ora stiamo iniziando a vedere che le altre cellule devono collaborare con le cellule tumorali per guidare la crescita tumorale e consentire un’evoluzione delle cellule tumorali in cellule metastatiche. Questo cambiamento è ciò che provoca la prognosi infausta e in ultima analisi, ciò che uccide il paziente“, Waisman e i colleghi hanno scoperto che i tumori non crescono senza l’assistenza dei macrofagi. Questi macrofagi devono provenire dal sangue o da altre aree nei tessuti. Come sono in grado di muoversi attraverso i tessuti o il sangue era sempre rimasto un mistero. Questi macrofagi letteralmente devono “masticare” la loro strada attraverso il tessuto che forma una barriera attorno al tumore in modo da entrare nel tumore stesso e combinarsi con le cellule tumorali. I ricercatori hanno scoperto sulla superficie esterna dei macrofagi una proteina chiamata S100A10, che consente al macrofagi per rimuovere le barriere del tessuto che ne ritardano la migrazione verso il sito del tumore. Teoricamente, il blocco dei macrofagi, bloccando la S100A10 chimicamente, potrebbe rallentare o addirittura fermare la crescita tumorale. “Abbiamo scoperto che la proteina, S100A10, agisce come un paio di forbici sulla parte esterna dei macrofagi, consentendo loro di ‘masticare’ la loro strada fino al tumore, dove poi stimolano la crescita delle cellule tumorali e quindi la metastasi“, ha detto Waisman. Il prossimo passo è capire esattamente come funzioni S100A10, anche per individuare agenti farmaceutici che possano bloccare l’azione della proteina, impedendo così il movimento dei macrofagi al sito del tumore.

Paralisi del nervo facciale

La paralisi del nervo facciale si configura come un problema del sistema nervoso. In sostanza si ha un danneggiamento di un nervo del cranio che determina delle difficoltà di movimento per i muscoli della faccia. Il nervo danneggiato è di solito il settimo nervo facciale, che ha la funzione di controllare i muscoli del volto, il condotto uditivo e il senso del gusto. Differenti sono le cause della patologia: la formazione di una neoplasia, la malattia di Lyme, la sarcoidosi o l’infezione da HIV. In ogni caso bisogna fare attenzione ai sintomi più evidenti.

I sintomi della paralisi del nervo facciale consistono nella rigidità del volto, nel cambiamento dell’aspetto del viso e negli ostacoli che si incontrano nel compiere i movimenti del volto. Si può manifestare anche la paralisi di un lato della faccia, il mal di testa, dolore dietro l’orecchio, una sensibilità ai suoni e l’alterazione del senso del gusto.

La terapia della paralisi del nervo facciale è rappresentata dall’utilizzo di farmaci, che in genere sono anti-infiammatori non steroidei e antivirali. Le cure si dimostrano più efficaci se il disturbo è preso in tempo. A volte potrebbe essere necessario ricorrere ad un intervento chirurgico.

Non tutti i pazienti affetti dalla malattia in questione sono destinati a perdere in modo definitivo la funzionalità dei movimenti del volto, alcuni guariscono, ma bisogna prestare attenzione alle possibili complicazioni, come i cambiamenti all’aspetto o i danni che interessano gli occhi.

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Azotemia alta: sintomi, cause e dieta

L’azotemia è uno dei parametri più utilizzati per valutare la funzionalità renale. Il rene infatti è deputato all’escrezione delle sostanze di scarto, tra queste troviamo l’urea che deriva dalla demolizione delle proteine. Con il termine azotemia si indica infatti la concentrazione dell’azoto ureico nel plasma.

I valori di azotemia considerati normali nell’adulto sono di 10-50 mg/dl, anche se in pazienti che praticano un’intensa attività fisica questi valori possono essere leggermente aumentati, arrivando a 60 mg/dl. Quanto l’azotemia è al di sopra dei suddetti numeri bisogna valutare le cause di questo aumento.

La maggior parte delle volte l’azotemia alta è indice di una alterata funzionalità renale, in quanto l’urea si accumula nel plasma non riuscendo ad essere eliminata adeguatamente dal rene. L’ insufficienza renale può essere secondaria a patologie renali come glomerulo nefriti, necrosi tubulare. I sintomi di un’insufficienza renale sono vari: affaticamento, nausea, diarrea, mancanza di appetito dimagrimento eccessivo, forte prurito. La gran parte di questi sintomi derivano dall’accumulo sostanze tossiche, che normalmente verrebbero eliminate dal rene.

L’alterata funzionalità renale porta poi ad accumulo di liquidi nell’organismo e ad una minore produzione di urina, questo comporta ritenzione idrica ed a lungo andare può instaurarsi edema periferico e, nei casi più gravi, edema polmonare. Anche l’anemia può essere indice di disordini renali, in quanto questi organi sono deputati alla produzione di eritropoietina, l’ormone che regola la produzione dei globuli rossi.

Altre cause di azotemia alta possono essere: diabete, gotta, infezioni renali, emorragie, insufficienza cardiaca, tubercolosi, uso di farmaci potenzialmente nefrotossici, febbre (durante la quale aumenta la velocità di demolizione delle proteine). Infine può verificarsi una condizione non patologica quando si è soliti seguire una dieta scorretta, in cui l’apporto di alimenti proteici è superiore alle reali necessità dell’organismo. In questo caso il rene non riesce ad eliminare le eccessive quantità di urea, che si accumula nel plasma.

In tutte le situazioni in cui si presenta azotemia alta è importante valutare attentamente il proprio regime alimentare. Innanzitutto non bisogna abusare di cibi proteici (carne, pesce formaggio, uova, legumi). Si può optare per alimenti come cereali, verdure come barbabiotole, bietola, carciofi. Tra il legumi i piselli freschi ed i così come i ceci secchi hanno un contenuto proteico inferiore. È importante anche regolare il consumo di sale, di fosforo e potassio. Recarsi da un esperto nutrizionista è sempre la cosa migliore in questi casi, egli saprà indicare la dieta più corretta a seconda della situazione del paziente.

Celiachia: potrebbe essere sconfitta grazie ad una molecola

La celiachia, intolleranza alimentare che si sta diffondendo sempre più, potrebbe essere sconfitta grazie ad una molecola. Quest’ultima è un decapeptide, costituito da 10 aminoacidi, chiamato pRPQ, che può contrastare la tossicità di una sostanza responsabile della celiachia. L’intolleranza alimentare in questione non è semplicissima da individuare, ma soprattutto, per essere controllata il paziente deve seguire una dieta particolare e specifica, anche perché sino ad ora non esiste una cura.

L’efficacia del decapeptide nei confronti della celiachia è il risultato di uno studio condotto dai ricercatori del Reparto Alimentazione, Nutrizione e Salute del Dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell’Istituto Superiore di Sanità, guidati dal dottor Marco Silano, insieme al gruppo del dottor Luigi Cattivelli appartenente al CRA-Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura e del professor Luigi Maiuri, docente di Pediatria presso l’Università di Foggia. La ricerca, pubblicata on-line dalla rivista Journal of Cereal Science, ha evidenziato come l’attività della gliadina, sostanza responsabile della celiachia, possa essere inibita dal pRPQ.

La gliadina è contenuta in alimenti come le farine di orzo, segale, e grano, e come accennato prima è responsabile dell’intolleranza al glutine. I ricercatori hanno studiato l’efficacia del decapeptide in vitro (come nella coltura di mucosa intestinale di pazienti celiaci), valutando l’azione protettiva nei confronti della gliadina. Grazie a questi risultati si potrà creare, in un futuro, una terapia specifica per trattare la celiachia

Dolori notturni alle gambe

Il dolore alle gambe di notte di per se, nella maggior parte dei casi, non è indice di una grave patologia, soprattutto se il dolore è limitato alle ore notturne. Altra cosa se la sintomatologia dolorosa è presente durante il giorno, semmai dopo aver percorso poche decine di metri a piedi o in circostanze analoghe. In quel caso si dovrebbe trattare di una arteriopatia periferica, la così detta claudicatio intermittens, che comunque è una patologia seria che potrebbe comportare una occlusione arteriosa, per cui è di vitale importanza rivolgersi prontamente al proprio medico. Nel caso, come detto in precedenza, il dolore si presenti solo durante le ore notturne, un linea di massima potrebbe trattarsi di crampi o della sindrome delle gambe senza riposo.

I crampi, le cui cause specifiche sono poco note, sono di norma la conseguenza di una attività intensa durante la giornata, sia in ambito lavorativo che sportivo. Il crampo si presenta di punto in bianco, senza alcun preavviso, e solitamente interessa il polpaccio. Piegare la gamba non risolve il problema, anzi continua a mantenere contratto il muscolo dolente, ma è necessario stendere l’arto e il piede in modo che le dita si sollevino rispetto alla pianta. Se si è da soli è necessario tirare con le mani le dita del piede verso di se, operazione che nel giro di qualche minuto fa passare il dolore acuto, anche se una certa dolenzia resterà ancora per un certo tempo.

La sindrome delle gambe senza riposo, invece, la RLS acronimo dalla terminologia inglese, è una malattia neurologica del sonno abbastanza frequente che colpisce circa il 3% della popolazione adulta, con netta prevalenza femminile, anche se il dato tutto sommato si ritiene sottostimato perché la maggior parte delle persone che ne soffrono attribuiscono i disturbi ad altre cause.
Questa sindrome che interessa gli arti inferiori si esplicita con una serie di disturbi che vanno dal formicolio, al calore, bruciore interno, scosse, crampi, dolori al polpaccio o alla pianta del piede, tutti sintomi che costringono a muovere continuamente le gambe o ad alzarsi dal letto e camminare. Ma appena ci si corica nuovamente, la situazione si ripresenta come prima, per sparire poi da sola, così come si è presentata, intorno alle 4 del mattino.

Praticamente questo disturbo, che ha inizio nelle ore serali, immediatamente precedenti l’atto del coricarsi, ha un andamento circadiano, e non comporta nessun pericolo per la salute, tranne per il fatto che il sonno è certamente di cattiva qualità, e questo potrebbe avere delle ripercussioni durante la giornata, sul lavoro e nelle comuni attività di tutti i giorni.
Le cause di questo disturbo che, ricordiamo, è un disturbo neurologico e quindi non va sottovalutato, non fosse altro per poter contare su di un sonno migliore, sono del tutto sconosciute. Si ipotizza un certa familiarità, il fumo delle sigarette, una carenza di acido folico o di ferro, la gravidanza, una insufficienza renale, ma siamo sempre nell’ambito delle ipotesi, visto che la certezza non esiste.

A causa della sua natura sconosciuta, la sindrome delle gambe senza riposo è una patologia per la quale non esiste una cura specifica, anche se recentemente si sono ottenuti dei risultati incoraggianti con un farmaco dopamino antagonista utilizzato anche nella malattia di Parkinson. Tuttavia, che soffre di questa sindrome, dovrà fare i conti con una qualità del sonno alquanto approssimativa, che si ripercuoterà inevitabilmente sulla qualità della vita. Chi svolge lavori che richiedono la massima attenzione sempre e in ogni occasione, potrebbe trovarsi in condizioni difficili, in quanto non in grado di riposare adeguatamente durante le ore notturne.
Va anche detto, tuttavia, che le manifestazioni dolorose che costringono a stare svegli, non si verificano puntualmente tutte le notti, per cui è possibile trascorrere anche delle notti tutto sommato tranquille.

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