Archivio per giugno 2012

Parotite

La parotite, conosciuta anche con il nome scientifico “parotite epidemica” e con il più popolare “orecchioni”, è una malattia infettiva acuta molto contagiosa. È una delle tipiche malattie infantili, ma non è esclusa la sua comparsa anche in età adulta.

La causa dell’insorgere della parotite è un virus appartenente alla famiglia dei Paramyxovirus, il Myxovirus Parotidis. Il virus si trasmette prevalentemente per via aerea, mentre il contagio per contatto con oggetti contaminati è molto raro, anche se non impossibile.

Il periodo di incubazione varia dai 14 ai 18 giorni, mentre la malattia ha una durata di circa 2 settimane. La parotite è una malattia contagiosa; solitamente l’ammalato è contagioso a partire dai 2-3 giorni precedenti all’insorgere degli orecchioni fino ai 9-10 giorni successivi. I bambini, oltre ad essere predisposti a causa della mancanza delle difese immunitarie, sono particolarmente soggetti al contagio anche perché vengono frequentemente a contatto (a scuola o in altri luoghi di aggregazione) con altri coetanei durante il periodo di incubazione.

La malattia si manifesta inizialmente con mal di testa, dolore ai lati del collo, sotto le orecchie, fastidio quando si apre la bocca, si mastica o si deglutisce. Talvolta si nota la comparsa di febbre. Entro 1 o 2 giorni comincia a manifestarsi il sintomo che nel modo più evidente segnala la parotite: le parotidi (le ghiandole salivari) cominciano ad ingrossarsi (da qui il termine orecchioni) e a procurare dolore. Questo ingrossamento può essere bilaterale (nel 70% dei casi) o monolaterale. Nei casi più gravi di parotite possono presentarsi alcune complicazioni quali aumento della febbre, forte mal di testa, vomito. Non è da escludere, inoltre, la meningoencefalite parotitica (10% dei casi), ma si tratta quasi sempre di una complicazione a prognosi benigna.

Non esistono medicinali adatti alla cura della parotite; la malattia scompare autonomamente dopo il regolare decorso. È però disponibile un vaccino, non obbligatorio, da somministrare verso i 15 mesi di età. Può essere utile prendere medicinali per abbassare le temperatura in caso di febbre alta o antidolorifici per alleviare il dolore. Per quanto riguarda l’alimentazione, è buona norma preparare cibi liquidi o semiliquidi per facilitare il bambino nella deglutizione e diminuire il dolore.

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Status sociale e salute dei primati, trovata una correlazione

Secondo uno studio condotto dall’ Università di Chicago lo status sociale dei primati influisce sull’espressione genica di almeno 1000 geni. Questo a causa dello stress che lo status può generare.
Benché non ci siano evidenze dello stesso effetto sugli esseri umani, la ricerca evidenzia che è vero sia che lo status influenza la salute, ma anche che un cambiamento di status crea un grande e repentino cambiamento nei geni.

Lo studio è stato svolto su gruppi di 5 macachi formati da femmine di alto rango e maschi di basso rango. I gruppi in genere si strutturano secondo una gerarchia che regola l’accesso al cibo , la riproduzione e altri comportamenti. Quando si creano gruppi in cattività il ruolo è dato dall’ordine di inserimento nel gruppo.

Attraverso questo metodo i ricercatori hanno potuto osservare dei cambiamenti repentini nel sistema immunitario delle femmine dimostrando che lo status sociale comporta dei cambiamenti anche veloci nella biologia di questi animali.

“Siamo stati in grado di utilizzare l’espressione genica per classificare gli individui in base al loro rango”, ha dichiarato Yoav Gilad, professore associato di genetica umana presso la University of Chicago Biological Sciences e autore dello studio pubblicato su PNAS.

“In natura, le femmine non lasciano il gruppo sociale in cui sono nate”, ha spiegato il professor Tung della Duke University. “Essi ereditano il loro rango sociale, dalle loro madri, ma in questa situazione innaturale, l’ordine di introduzione determina rango. Il nuovo arrivato ha generalmente uno status inferiore”.

Confrontando 49 scimmie femmine di diverso rango gli scienziati hanno scoperto cambiamenti significativi nella espressione di 987 geni, tra cui 112 geni associati con la funzione del sistema immunitario. Il risultato si aggiunge a quello di altri studi sulle scimmie che evidenziano che il basso rango e lo stress cronico portano alla compromissione della funzione immunitaria, e, in maniera più allargata, con studi sull’uomo che collegano uno status socioeconomico basso ed un alto stress sociale al rischio di malattia.

Un avvenimento in particolare ha confermato i risultati degli scienziati. Ad un certo punto dell’esperimento hanno dovuto rimuovere da un gruppo due scimmie e introdurne di nuove. Questo avrebbe dovuto cambiare lo status “genetico” delle scimmie secondo dei modelli precisi. Alle analisi, sei scimmie su sette rispondevano ai criteri dei modelli elaborati dagli scienziati dai precedenti esami.

“C’è un lato oscuro di questo tipo di ricerca e cioè che il rango sociale di un individuo è parzialmente determinato dal suo stato di salute”, ha detto Tung. “Ma c’è anche un lato opposto. I geni delle sette femmine che hanno cambiato di stato sono mutati con loro. Non siamo impossibilitati a cambiare, e penso che questo dica qualcosa di più in generale sulla capacità di cambiamento.”

I ricercatori hanno anche indagato i meccanismi attraverso i quali lo status sociale potrebbe influenzare l’espressione genica. Il rango dominante influenza la segnalazione dell’ “ormone dello stress” e la composizione delle cellule di sangue e entrambi contribuiscono ai cambiamenti nell’espressione genica.

Gli esperimenti hanno anche dimostrato per la prima volta che lo status influenza la metilazione del DNA di molti geni.

“E’ un nuovo meccanismo che non era mai stato preso in considerazione nei primati”, ha detto Gilad. “So che alcuni hanno opposto resistenza alla possibilità di variazioni nella metilazione in questo breve lasso di tempo, ma questa è una dimostrazione che questo meccanismo è importante.”

Gli autori avvertono che gli esperimenti che hanno utilizzato le scimmie in cattività hanno evidenziato delle reazioni che probabilmente non sarebbero verosimili in natura e che l’influenza dei fattori sociali sulla genetica umana resta ancora da testare.

“Un messaggio incoraggiante per gli esseri umani è il fatto che gli effetti sono plastici, reversibili e si hanno cambiamenti su larga scala quando si cambia di status” ha detto Gilad. “Qualunque cosa sia che causi stress attraverso il contesto sociale, si potrebbe essere in grado di risolverla.”

Dal cuore l’ormone che sconfigge il grasso

La chiave di volta per superare i problemi di peso risiederebbe nel cuore. Una ricerca del Sanford-Burnham Medical Research Institute, infatti, sottolinea il ruolo svolto dall’organo principe del corpo umano nel controllo del peso corporeo attraverso il rilascio di un ormone dagli effetti dimagranti.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Clinical Investigation, descrive nel dettaglio l’influenza che tale ormone sui meccanismi che conducono all’abbattimento dei grassi in eccesso. Il funzionamento sarebbe simile a quello che si verifica quando il corpo deve reagire al freddo, con l’attivazione di un processo che serve a bruciare grasso per produrre più calore.
In questo caso, sarebbe l’esercizio fisico a stimolare il rilascio dell’ormone, come spiega la dott.ssa Sheila Collins, coordinatrice della ricerca: “l’esercizio fisico aumenta sempre un pò la pressione sanguigna, di conseguenza c’è la possibilità che questi ormoni del cuore – chiamati peptidi natriuretici cardiaci – vengano rilasciati e contribuiscano all’abbattimento dei grassi. Dopo un certo periodo i peptidi in questione potrebbero anche essere collegati a un aumento del numero di cellule di grasso bruno che è ormai noto per l’importante azione di protezione contro l’obesità“.
In effetti, le cellule di grasso bruno, al contrario di quelle del grasso bianco, oltre ad immagazzinare il grasso procedono alla conversione delle calorie in energia, un meccanismo che nelle persone obese non funziona correttamente.
L’effetto metabolico provocato dai peptidi natriuretici cardiaci è legato all’attività di due recettori localizzati sulla superficie delle cellule adipose. Il primo è l’NPRA, un segnalatore che stimola le cellule del grasso bruno a bruciare il grasso bianco. L’altro è l’NPRC, che svolge un ruolo opposto, ovvero impedisce ai peptidi natriuretici l’attivazione di NPRA. I ricercatori hanno verificato su modello murino che i ratti esposti al freddo mostravano una percentuale elevata di peptidi natriuretici, oltre che del recettore NPRA nelle cellule adipose. Di conseguenza anche gli acidi grassi risultavano mobilitati e il meccanismo che converte il grasso in calore in piena attivazione: “cosa esattamente ‘alteri’ i livelli dei diversi tipi di recettori non è ancora noto. È quello che contiamo di scoprire nella prossima tappa del nostro lavoro di ricerca”, hanno concluso i ricercatori.

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Sesso sicuro, un patentino per i giovani con Scegli tu

Preservativi, pillole, malattie sessualmente trasmissibili: che confusione fanno i giovanissimi! E come fargliene una colpa se l’educazione sessuale nelle scuole ed in molte famiglie è ancora tabù e il sesso si impara dai filmini porno, dove spesso il profilattico è off-limits.

Il progetto Scegli tu promosso dalla SIGO, Società italiana di ginecologia e ostetricia, cerca di colmare queste gravi lacune, realizzando diverse iniziative di divulgazione rivolte agli adolescenti, per favorire un approccio più sicuro e consapevole al sesso e rispondere a dubbi e paure che assillano i ragazzi alle loro prime esperienze sessuali.

Nell’ambito del progetto si inserisce la messa a punto di un prontuario del sesso, una sorta di patentino, disponibile sul sito sceglitu.it, destinato a medici, educatori e genitori. Il patentino dell’amore sicuro contiene, proprio come i manuali di guida, una parte teorica ed una parte destinata all’autoverifica, con test per misurare le conoscenze in materia di sesso.

E ce n’è un gran bisogno, a giudicare da quanto afferma Nicola Surico, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia:

I giovani sono pieni di false convinzioni. Il 27% crede che la pillola sia adatta solo alle maggiorenni, il 23% pensa che la visita ginecologica sia impossibile per una ragazza vergine. Per questo noi riteniamo che coinvolgere tanto i maschi quanto le femmine sia determinante per promuovere una vera e propria alfabetizzazione alla salute e alla promozione di stili di vita corretti, anche in campo riproduttivo e sessuale. Una consulenza contraccettiva appropriata rappresenta un fondamentale intervento di prevenzione, tanto piu’ efficace quanto piu’ personalizzato sull’interlocutore. Per questo iniziative come il patentino, che parlano la stessa lingua dei giovani, sono vincenti.

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Da una lucertola una nuova cura per l’obesità

Un particolare tipo di lucertola con un tronco possente e con una corta coda possiede nella saliva un particolare peptide, Exendin-4, che abbasserebbe gli stimoli della fame. Questa scoperta ha condotto la sintesi negli Stati Uniti di un farmaco che contiene l’originale principio attivo.
Esiste una ricerca pubblicata sul Journal of Neuroscience che è stata condotta dall’Università di Goteborg in Svezia, che ha testato l’efficacia del farmaco sugli effetti della fame e della sete; infatti questa sostanza è in grado di inibire non solo il centro della fame ma anche della sete. La lucertolona in questione si chiama il mostro di Gila è la più larga lucertola che vive nell’America del Nord, è velenosa ma non è pericolosa per l’uomo dato che si muove molto lentamente. La possibile utilità del contenuto della sua saliva, si potrebbe esplicare non solo per i problemi di grave sovrappeso e quindi di obesità franca, ma anche nei confronti di disturbi legati alla dipendenza dal bere.
Il mostro di Gila è la lucertola più larga del Nord America e anche se velenosa, a causa della sua lentezza non costituisce un reale pericolo per l’uomo. Diversi esperimenti hanno dimostrato che la speciale saliva non è utile soltanto a ridurre la voglia di mangiare ma elimina anche lo stimolo al bere. Scoperta che potrebbe portare alla creazione di farmaci contro l’alcolismo.

Obesità: è ufficiale, smettere di fumare fa ingrassare!

Possiamo dire con sicurezza che i fumatori rifiutano di abbandonare il proprio vizio poiché credono che il loro girovita potrebbe solo aumentare di dimensioni. E anche se la maggior parte dei ricercatori ha per molto tempo supposto che esiste un collegamento tra l’abbandono delle sigarette e l’aumento di peso, nessuno studio era riuscito a provarlo … fino ad ora. Un team di ricerca in Austria ha trovato un collegamento tra la secrezione di insulina e l’aumento di peso una volta abbandonato il fumo.
Parlando ai delegati al 15° Congresso internazionale di endocrinologia (ICE) e al 14° Congresso europeo di endocrinologia (ECE) a Firenze in Italia l’8 maggio scorso, la dott.ssa Marietta Stadler dell’Ospedale Hietzing di Vienna, in Austria, ha detto che lei, assieme al suo team, ha scoperto che i cambiamenti nella secrezione di insulina potrebbero essere collegati all’aumento di peso dopo che un soggetto ha smesso di fumare.
I soggetti dello studio erano fumatori in salute che hanno partecipato a un programma di rinuncia al fumo. Essi si sono sottoposti a test di tre ore di tolleranza al glucosio (OGTT) mentre ancora fumavano e dopo non meno di tre e sei mesi dopo aver chiuso con le sigarette. La ricercatrice e il suo team hanno inoltre misurato la composizione corporea dei soggetti.
Il team ha misurato la secrezione di insulina nelle cellule beta dei soggetti a digiuno e dopo esposizione al glucosio. Sono stati valutati anche i loro livelli di appetito dopo che avevano consumato un pasto a buffet di loro scelta.

I ricercatori hanno inoltre misurato i livelli a digiuno di molti ormoni coinvolti nella regolazione dell’assorbimento di energia.
“Noi abbiamo scoperto che il peso corporeo e la massa grassa aumentavano dopo 3 mesi di astinenza dal fumo, rispettivamente del 4% e del 22%,” ha detto la dott.ssa Stadler, “e dopo 6 mesi l’aumento era rispettivamente del 5% e del 35%.”
I ricercatori hanno detto che le più straordinarie scoperte metaboliche sono state un aumento nella prima fase della secrezione di insulina, in seguito a stimolo da glucosio, e un aumento nell’assorbimento di carboidrati dopo il pasto a buffet per pazienti che avevano smesso di fumare da tre mesi.
I soggetti dopo tre mesi hanno mostrato una significativa resistenza all’insulina a digiuno, mentre la risposta normale alla somministrazione di insulina era ridotta. Il risultato non è stato lo stesso dopo sei mesi di astinenza. “La sensibilità dinamica all’insulina (la sensibilità all’insulina in uno stato postprandiale) valutata durante gli OGTT è rimasta sempre invariata,” ha affermato. “I livelli di neuropeptide-Y (NPY) durante il digiuno erano più alti dopo tre mesi, ma non dopo sei mesi. Noi riteniamo che le alterazioni nella secrezione di insulina potrebbero essere collegate all’aumentato bisogno di carboidrati e all’aumento di peso sperimentati da molti fumatori che smettono di fumare. Tuttavia, l’aumento nella secrezione di insulina e l’assorbimento di carboidrati sembrano essere un effetto passeggero per chi smette di fumare, poiché questi cambiamenti non si notano più dopo sei mesi, anche se i partecipanti avevano preso ancora più peso.”
Le scoperte mostrano inoltre che l’aumentata secrezione di insulina non era così evidente nei pazienti che non fumavano per almeno sei mesi se confrontata con quella in pazienti che avevano ripreso a fumare solo da 90 giorni.
“Tutti questi fattori sono indizi che aiutano a comprendere i processi metabolici coinvolti nell’aumento di peso dopo l’abbandono del fumo,” ha detto la dott.ssa Stadler. “Quanto più riusciamo a capire le basi biologiche del fenomeno, tanto maggiori saranno le nostre possibilità di essere in grado di controllarlo.”
I ricercatori intendono ora confrontare i soggetti dello studio con un gruppo di non fumatori della stessa età. Il loro obbiettivo? Determinare se la funzione della cellula beta cambia nei soggetti che continuano a fumare e non solo durante il periodo di astinenza.
In conclusione, la dott.ssa Stadler ha detto: “Noi vogliamo inoltre discutere i nostri risultati con esperti nel campo delle dipendenze e della medicina comportamentale allo scopo di raccogliere idee e ipotesi riguardo al perché il vizio del fumo potrebbe esercitare questi effetti metabolici, così da poter pianificare degli studi che mettano assieme molte discipline coinvolte in questo importante settore di ricerca.”

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Curare il cancro con il bicarbonato di sodio?

Secondo il team di studiosi della University of Arizona Cancer Center coordinati dal dottor Mark Pagel, questa sostanza può avere effetti benefici non solo sul tumore al seno, ma anche sul diabete, sul raffreddore, sull’influenza e altre malattie.

In merito a ciò il dottor Pagel avvierà una specifica sperimentazione grazie al contributo di 2milioni di dollari ricevuti dal National Istitutes of Health. Il bicarbonato, come spiegano gli studiosi, svolgerebbe la sua funzione positiva abbassando il livello di acidità delle cellule del sangue e riportandolo alla normalità.

In questo senso, l’organismo per poter essere in buona salute è necessario che mantenga sempre un pH compreso tra 7,35 e 7,45 per evitare l’ossidazione cellulare e accumuli acidi extracellulari.

L’acidità, quindi, agisce negativamente sull’intero organismo, compromettendo le funzioni renali e il metabolismo delle cellule, poiché assorbe l’ossigeno in circolo sottraendolo ai suoi compiti principali.

A questo proposito il dottor Pagel sottolinea che:

L’eccesso cronico di acidità corrode i tessuti del corpo, interferendo con la vita stessa. Questo processo è alla base della formazione del cancro.”

L’assunzione di bicarbonato per via orale può aiutare a stabilizzare il livello acido alcalino del nostro corpo e aiutare, così a prevenire anche il cancro.

Gli esperti però, spiegano anche che per praticare la “cura del pH” e ristabilire il corretto funzionamento del pH occorre prima verificare i livelli di acidità cellulare e confrontarsi con un medico. La sperimentazione in questione, infatti, è ancora alle fasi preliminari e prima di un trattamento definitivo sono necessari accurati trial clinici di approfondimento.


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