Archivio per settembre 2012

Intossicazione dai funghi. Ecco la guida del Ministero

 

Raccogliere i funghi sì, consumare i funghi sì, ma con cautela e con la consulenza dei micologi delle Asl. È la raccomandazione del ministero della Salute, che per aiutare a prevenire l’intossicazione da funghi ha realizzato un opuscolo e una locandina con 10 regole per la tutela della salute.

Di funghi si muore oggi come in passato: la conoscenza e l’applicazione di pochi e semplici consigli consentirà il consumo “sicuro” di un prelibato frutto della terra. È questo il messaggio lanciato a tutti gli italiani dal ministero della Salute, che per aiutare a prevenire l’intossicazione da funghi, che può portare anche alla morte, ha realizzato un opuscolo e una locandina con 10 regole d’oro.
L’opuscolo e la locandina contengono tutte le informazioni necessarie sui pericoli che alcune specie di funghi tossici, velenosi o mortali, possono arrecare. Tra le regole da seguire, al primo posto c’è quella di “Non consumare funghi che non siano stati controllati da un micologo professionista”. È quindi “assolutamente” necessario, prima di consumare i funghi raccolti, farli analizzare da un Ispettore micologo della Asl di zona. Il servizio, sottolinea il ministero, è gratuito.
Dal ministero anche l’appello agli operatori sanitari a diretto contatto con i cittadini, a voler dare la massima diffusione all’iniziativa informativa, anche affiggendo nelle farmacie e negli ambulatori la relativa locandina.

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La mente impara anche nel sonno

Durante il sonno, l’organismo ha una diminuita capacità di reagire agli stimoli esterni. Ora però un nuovo studio ha dimostrato che anche mentre stiamo dormendo la mente attiva meccanismi di apprendimento inconsci, grazie ai quali si formano nuove associazioni tra suoni e odori che permangono anche durante la veglia senza che il soggetto ne sia consapevole.

Il sonno non consente soltanto di consolidare i ricordi di eventi vissuti durante la veglia, ma anche di formare nuove associazioni tra sensazioni acquisite con organi di senso diversi: è questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla rivista “Nature Neuroscience” a firma di Anat Arzi del dipartimento di Neurobiologia del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele, e colleghi di altri istituti israeliani.
Benché il sonno sia caratterizzato da una perdita di coscienza accompagnata da una diminuita capacità di reagire agli stimoli esterni, molte osservazioni sperimentali portano a ipotizzare che anche mentre dormiamo la mente sia in grado di elaborare informazioni sensoriali. Durante il sonno, oltre a consolidare la memoria di informazioni acquisite durante la veglia, la mente riesce anche a formare nuove associazioni tra informazioni percettive diverse.

In quest’ultimo studio è stata valutata la capacità di 28 soggetti di associare tra loro, durante il sonno, odori e suoni percepiti per la prima volta e proposti contemporaneamente: in particolare odori piacevoli (per esempio odore di shampoo) o spiacevoli (odore di pesce andato a male) e particolari toni. Nessuno di questi stimoli era sufficientemente intenso o sgradevole da svegliare i volontari. Lo stato di sonno era documentato e seguito tramite una polisonnografia eseguita da un tecnico esperto.

Nella prima fase del test, sono stati somministrati i diversi odori ed è stata osservata un’evidente risposta non verbale: i soggetti inspiravano più profondamente quando l’odore era piacevole rispetto a quando era spiacevole. Successivamente, le stesse sostanze sono state fatte inalare mentre venivano associati in modo univoco un particolare suono per ognuna di esse. Il giorno successivo, con i soggetti svegli, gli sperimentatori hanno riprodotto gli stessi suoni ma in totale assenza di qualunque odore: anche in quanto caso sono state riscontrate differenze nella profondità dell’inspirazione, che risultava maggiore quando i soggetti udivano il suono accoppiato il giorno prima all’odore piacevole. Il fenomeno può essere spiegato – argomentano gli studiosi – ipotizzando che durante il sonno si siano stabilite nuove associazioni tra suoni e odori che si mantenevano anche durante la veglia, pur con meccanismi inconsci di attivazione fisiologica, riguardanti in particolare il respiro. In una fase successiva, gli sperimentatori hanno voluto indagare le possibili differenze negli effetti del condizionamento percettivo attuato durante le fasi di sonno REM rispetto a quella non REM. Dall’analisi statistica dei dati registrati, sono emersi due risultati interessanti: sebbene la risposta immediata del respiro fosse più intensa durante il sonno REM rispetto a quello non REM, la permanenza della risposta durante la veglia veniva osservata solo se il condizionamento era avvenuto durante il sonno non REM.

Il salmone in gravidanza

Mangiare pesce, soprattutto salmone, durante la gravidanza aumenta i livelli di acidi grassi omega 3 nel latte materno. Lo dice uno studio dell’Università di Reading pubblicato sul Journal of Nutrition, sottolineando l’importanza degli omega 3 per la crescita del bambino.
Tuttavia, i ricercatori hanno anche scoperto che il salmone ha un altro effetto, stavolta non positivo, ovvero l’abbassamento della quantità di immunoglobuline, un anticorpo che protegge i piccoli dalle infezioni. Per questo andrà valutata con maggiore attenzione la quantità ideale di salmone da consumare durante la gravidanza, anche se a una prima analisi sembrano corrette le disposizioni attuate dalle più recenti linee guida, come confermano gli autori della ricerca: “il nostro studio mostra che una dieta ricca di pesce è utile per fornire nutrienti ai neonati. Anche se servono ulteriori ricerche per capire gli effetti dell’abbassamento dell’anticorpo per ora le linee guida che vogliono due porzioni di pesce consumate a settimana sembrano essere efficaci”.

Un altro studio, stavolta dell’Università di Granada, in Spagna, suggerisce infatti alle donne in dolce attesa di consumare due porzioni a settimana di salmone di allevamento (arricchito di acidi grassi omega-3), poiché ha effetti benefici sia per loro stesse sia per il nascituro. La ricerca, pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition, è stata parzialmente finanziata dall’Unione Europea. I ricercatori hanno osservato che il consumo di salmone aumenta i livelli di acidi grassi omega 3 sia nella madre che nel bambino e ne stimola le difese antiossidanti, grazie alle concentrazioni di selenio e retinolo contenute in questo tipo di pesce. È stato inoltre evidenziato come il salmone non alteri i livelli di stress ossidativo, la risposta infiammatoria e l’omeostasi vascolare. I ricercatori hanno diviso le donne incinte in due gruppi: il gruppo sperimentale ha consumato due porzioni di salmone “arricchito” dalla ventesima settimana di gestazione fino al parto, mentre il gruppo di controllo ha mantenuto la normale alimentazione. Al gruppo sperimentale è stato somministrato salmone di allevamento alimentato in base a una dieta controllata consistente in ingredienti speciali come oli vegetali, alghe e zooplancton. Grazie a questa alimentazione, il salmone conteneva livelli superiori di acidi grassi omega 3 e concentrazioni più elevate di vitamine antiossidanti (come le vitamine A ed E) e selenio. Secondo i ricercatori, il pesce conteneva anche livelli estremamente ridotti di contaminanti. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue e urine da entrambi i gruppi. Alla ventesima e alla trentaquattresima settimana di gestazione, tutti i soggetti hanno completato un questionario sulle abitudini alimentari finalizzato alla raccolta di informazioni sui cibi assunti nelle 12 settimane precedenti. Inoltre, sono stati nuovamente prelevati campioni di sangue e urine alla trentottesima settimana di gestazione e al momento del travaglio. Dopo il parto, sono stati prelevati anche campioni di sangue del cordone ombelicale. I risultati mostrano un aumento delle concentrazioni di acidi grassi omega-3 nelle donne gravide che hanno consumato due porzioni di salmone a settimana, diversamente dalle loro abitudini. Risultati simili sono stati riscontrati nei neonati. L’équipe ha dunque concluso che due porzioni di salmone a settimana assicurano a mamma e bambino la razione giornaliera raccomandata di acidi grassi omega-3.

Peraltro, una ricerca americana sottolinea che il consumo di pesce ricco di acidi grassi come il salmone o la trota durante la gravidanza è associato a un effetto protettivo sul bambino riguardo il rischio di sviluppare l’asma. A stabilirlo è uno studio condotto da Frank Gilliland, della University of Southern California di Los Angeles. Una storia familiare favorevole all’asma pone il bambino a rischio di sviluppare la malattia. Tra i figli di donne asmatiche, quelli le cui madri hanno mangiato regolarmente pesce ricco di acidi grassi Omega 3 durante la gravidanza hanno avuto il 70% in meno di probabilità di sviluppare l’asma prima dei 5 anni rispetto ai bambini le cui madri avevano preferito condurre un altro tipo di dieta. Gli acidi grassi Omega 3, dunque, secondo quanto evidenziato dalla ricerca, in qualche modo prevengono il particolare tipo di infiammazioni coinvolte nell’asma dei bambini predisposti.

Sei motivi per non farsi un tatuaggio

Quando decidiamo di fare un tatuaggio, dobbiamo tenere in considerazione i pericoli in cui possiamo incorrere eventualmente. Ma che cos’è un tatuaggio? Non va dimenticato che per realizzare un tatuaggio vengono effettuate, mediante un’apposita apparecchiatura, delle punture, che iniettano piccolissime gocce d’inchiostro sottopelle. Tutto questo processo determina un leggero sanguinamento e provoca dolore legato al tatuaggio, che può essere leggero, ma anche molto forte in base alla zona trattata. I tatuaggi creano una lesione della pelle, che rappresenta il punto di partenza per il verificarsi di infezioni cutanee e di altre complicazioni. Vediamo quali sono i rischi dei tatuaggi.

  1. La formazione di granulomi | In certi casi il farsi un tatuaggio comporta l’insorgenza di problemi cutanei. Il discorso non vale solo per il tatuaggio in estate, ma rappresenta un rischio generalizzato. Si possono ad esempio formare dei piccoli rigonfiamenti, chiamati granulomi. Il tatuaggio provoca un ispessimento della pelle determinato dalla proliferazione del tessuto cicatriziale. Si tratta di un fenomeno che si manifesta intorno all’inchiostro del tatuaggio, specialmente intorno a quello rosso.
  2. La trasmissione di patologie infettive | Fra i rischi e le malattie legate ai tatuaggi va annoverata anche la trasmissione di patologie infettive, in particolare di quelle che si trasmettono attraverso il sangue, come il tetano, l’epatite B, l’epatite C e l’HIV, il virus che provoca l’AIDS. Questi casi si possono verificare quando l’attrezzatura usata per fare il tatuaggio è contaminata da sangue infetto. Bisogna scegliere con attenzione dove fare un tatuaggio.
  3. Le infezioni della pelle | Il tatuaggio comporta anche il rischio di incorrere in infezioni della pelle. Si tratta più che altro di infezioni batteriche locali, che si contraddistinguono per la presenza sulla cute di rossore, gonfiore, dolore e pus.
  4. Le reazioni allergiche | Fra i rischi di un tatuaggio c’è anche quello collegato al manifestarsi di reazioni allergiche. Queste ultime in genere sono determinate dagli inchiostri utilizzati per realizzare i disegni sulla pelle. In particolare può essere pericoloso da questo punto di vista il ricorso all’inchiostro rosso. Le reazioni allergiche si manifestano come delle eruzioni cutanee nella zona tatuata, con una forte sensazione di prurito. In certi casi le reazioni allergiche si possono manifestare anche molti anni dopo che ci si è fatti un tatuaggio.
  5. Complicazioni nella risonanza magnetica | I tatuaggi in alcuni casi possono causare gonfiore o bruciore, se ci si sottopone a risonanza magnetica. Può accadere ad esempio che i pigmenti usati per realizzare il tatuaggio interferiscano con la qualità dell’immagine che si ottiene dall’esame.
  6. Il rischio cancro | Tatuaggio e rischio cancro: un argomento spesso sottovalutato, ma che invece dovrebbe essere oggetto di maggiore attenzione. Negli inchiostri usati per i tatuaggi spesso sono contenute delle sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene. Si tratta di metalli, idrocarburi, ftalati considerati cancerogeni e pericolosi per il sistema endocrino. Ad esempio il Benzopirene, contenuto nell’inchiostro nero, sarebbe capace di favorire lo sviluppo del tumore alla pelle.

Sangue dal naso: i rimedi migliori

Sarà capitato a molti, da bambini, di correre dalla mamma in lacrime per lo spavento di veder uscire il sangue dal naso. È un fenomeno frequente nei bambini, dettato da cause molto banali:

  1. un microtrauma, tipo soffiarsi il naso troppo vigorosamente o mettere le dita nel naso;
  2. un raffreddore molto forte;
  3. una sinusite intensa;
  4. una prolungata esposizione al sole, che tende ad essiccare le prime vie aeree.

Negli adulti si presenta per gli stessi motivi dei bambini, a cui vanno ad aggiungersi, tra le cause scatenanti dell’epistassi (termine scientifico per descrivere il sangue dal naso) eventuali interventi chirurgici, contusioni e fratture nasali, sbalzi della pressione sanguigna che stressano i microvasi. Questi ultimi sono frequentemente dovuti a lavori quali sommozzatore e aviatore che comportano rapide variazioni di pressione atmosferica.

In caso di sanguinamento, i rimedi migliori per non spaventarsi e lasciare che l’emorragia si plachi sono:

  • comprimere la narice dalla quale esce il sangue per circa 5-10 minuti, tenendo il busto e la testa piegati in avanti (mai la testa all’indietro, come suggeriscono persone poco informate: il rischio è quello di creare un coagulo di sangue pericoloso);
  • applicare un impacco di ghiaccio, o acqua fredda in caso mancasse, alla radice del naso, per una decina di minuti.

In caso l’emorragia non si arrestasse immediatamente o si ripresentasse con una certa frequenza nei giorni successivi, è bene rivolgersi al medico che approfondirà le cause del sanguinamento.

Sauna: benefici e rischi

Alzi la mano chi, in un particolare momento di stress o di stanchezza fisica e mentale, non abbia sospirato “Mi ci vorrebbe una giornata alle terme! Un massaggio! Una sauna!” con lo sguardo sognante, immaginando di avere la schiena impastata da mani vigorose o di rilassarsi in una bella cabina piena di vapore.

Le origini di questo trattamento si perdono nella notte dei tempi: già gli antichi Romani conoscevano i benefici della sauna e ne magnificavano le virtù detossinanti.

Esistono varie tipologie di sauna, originariamente costruite con legni dalle diverse proprietà. Molte saune sono aromatiche per sfruttare le proprietà degli olii essenziali di alcune piante: ad esempio la sauna all’eucalipto o al pino di montagna aiuta chi ha problemi di respirazione, perché decongestiona le vie nasali e disintossica i polmoni.

In generale la sauna apporta dei benefici immediati a livello fisico e mentale: favorisce l’eliminazione delle tossine attraverso il sudore, rilassa i nervi, allevia le tensioni muscolari. La pelle appare subito più luminosa e compatta, purificata:

il calore prodotto dalla sauna, apre i pori e il sudore elimina le tossine. I vasi sanguigni dilatati aumentano il flusso di ossigeno e i liquidi delle cellule della pelle, eliminando così le cellule morte.

La sauna è sconsigliata alle persone affette da malattie cardiovascolari, perché aumenta la frequenza cardiaca. In generale è bene conoscere i rischi che si corrono se si soffre delle seguenti patologie:

  1. pressione troppo alta o troppo bassa
  2. malattie cardiache o della circolazione
  3. influenza con febbre in corso
  4. varici e problemi di microcircolazione sanguigna, come i capillari
  5. problemi cutanei.

Va inoltre ribadito che la sauna non fa dimagrire: la perdita di peso è solo apparente, dovuta all’eliminazione dei liquidi attraverso il sudore; una volta reintegrati i liquidi, il peso tornerà quasi normale.

Scoperto il meccanismo per bloccare glioblastoma

Individuato il meccanismo molecolare in grado di bloccare la crescita del glioblastoma, la neoplasia più maligna del sistema nervoso centrale. Un team di ricercatori degli Istituti di chimica biomolecolare e cibernetica del Cnr, Max Delbruck Institute di Berlino e Ludwig Maximilians University of Monaco di Baviera, ha rivelato come nei giovani le cellule staminali nervose inducano la morte di quelle tumorali. Lo studio, che apre prospettive terapeutiche, è stato pubblicato su Nature Medicine. Si tratta di un tumore cerebrale che colpisce soprattutto gli over 50. Invade velocemente il cervello, incidendo in maniera significativa sulla qualità e sulle speranze di vita del paziente: da pochi mesi a un paio di anni al massimo.

Si tratta del glioblastoma multiforme (o astrocitoma di grado IV), che in Italia colpisce oltre 7.000 persone ogni anno e rappresenta la neoplasia più maligna del sistema nervoso centrale. Lo studio dimostra che le cellule staminali nervose (dette progenitrici), nei soggetti giovani, sono in grado di contrastare lo sviluppo del glioblastoma multiforme, offrendo nuove prospettive di cura. ”Il cervello più giovane riesce a proteggersi dalla minaccia dei tumori grazie a una serie di strategie messe in atto dalle cellule staminali nervose , spiega Vincenzo Di Marzo dell Icb-Cnr, coordinatore del Gruppo. ”Queste, infatti, riescono a migrare verso le cellule tumorali di glioblastoma multiforme e a produrre specifici mediatori lipidici, gli endovanilloidi, in grado di indurre la morte programmata o apoptosi attivando i recettori dei vanilloidi, chiamati TRPV1, presenti in grandi quantità sulla superficie delle cellule tumorali”.Questa scoperta spiegherebbe perché’ il glioblastoma è quasi del tutto assente nei soggetti giovani, ”mentre è più frequente negli anziani, che hanno una produzione più bassa di cellule staminali nervose”, aggiunge Di Marzo. ”Con l’avanzare dell’età, l incidenza del glioblastoma aumenta e parallelamente diminuisce il numero di tali cellule, deputate a migrare laddove è richiesta la produzione di nuovi neuroni o cellule gliali in caso di patologie neurologiche e psichiatriche”.

Da qui, l’idea di utilizzare un modello animale in grado di ricreare la stessa autodifesa nel cervello dei topi adulti, iniettando nel tumore un vanilloide sintetico chiamato arvanil , precedentemente sviluppato da Vincenzo Di Marzo, in grado di attivare TRPV1 e bloccare la crescita tumorale. ”Ovviamente i dati dovranno trovare conferma nell’uomo prima di usare contro il glioblastoma tali attivatori sintetici o naturali (i recettori TRPV1 sono gli stessi della capsaicina, principio pungente del peperoncino rosso). In futuro si potrebbe pensare a una strategia più efficace coniugando ‘arvanil’ e ‘temozolomide’, l’agente chemioterapico più usato, a cui molti glioblastomi però sono resistenti” conclude il ricercatore.


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