Archivio per novembre 2012

Nicotina, i suoi effetti sul cuore

Gli effetti della nicotina sul cuore sono ormai noti da anni, ma sarebbe decisamente riduttivo parlare solo di questo problema quando si affronta il discorso dei danni che è in grado di arrecare il fumo.
La nicotina è un alcaloide naturale, particolarmente concentrato nelle foglie di tabacco e viene assorbito con estrema rapidità attraverso la mucosa intestinale e quella del cavo orale. Nel giro di pochi secondi entra in circolo e raggiunge rapidamente il cervello dove espleta la sua funzione, dapprima stimolante ed euforizzante, poi rilassante e ansiolitica, e proprio per questa sua doppia azione, viene assunta per aumentare la concentrazione o per rilassarsi. Di per se, la nicotina non fa molti danni, visto che a basso dosaggio, che è poi quello che si assume con il fumo di sigaretta, aumenta leggermente il battito cardiaco e la pressione arteriosa, causa un aumento seppur contenuto della sudorazione, aumenta il metabolismo, riduce lo stress e sopprime il senso della fame.

Ad alte dosi, invece, e ci si riferisce comunque solo a quelle assunte con il fumo, crea dipendenza, fatto di per se non eccessivamente grave, se non fosse che questa dipendenza diventa in effetti una dipendenza da fumo. Ad altissime dosi, quelle che con il fumo non hanno nulla a che vedere, la nicotina è altamente tossica tanto che sono sufficienti 60 mg iniettati in vena ad uccidere un uomo. Infatti, nel passato, la nicotina è stata utilizzata con successo come pesticida.
Il vero problema, quindi, non è tanto la nicotina in se e per se, ma il fumo che è quanto di peggio un uomo possa fare per accorciarsi la vita. Ormai è dimostrato che il fumo è causa di una nutrita serie di patologie, alcune molto più che serie. Ne sono colpevoli le sostanza che si liberano nella combustione della sigaretta, circa 4000, di cui almeno una sessantina cancerogene e, tra queste, le nitrosamine e il benzopirene. Inoltre, ve ne sono almeno altrettante comunque dannose per la salute, in quanto fortemente tossiche per l’organismo e tra queste ricordiamo l’arsenico, il cianuro, acidi cianidrico, formaldeide e ammoniaca.

I danni che provoca il fumo, come detto all’inizio, sono molteplici e tra questi ricordiamo alcuni che possono arrecare serie conseguenze alla salute. La tosse del fumatore, che tutti conoscono, e che di primo mattino è una compagna indesiderata e sempre presente, può tramutarsi in qualcosa di molto più serio in quanto il fumo, a lungo andare, ha una azione atrofizzante nei confronti delle ciglia presenti nei bronchi, per cui diventerà sempre più difficile drenare naturalmente i muchi che inevitabilmente si formano, con la conseguenza che questi ristagneranno, trasformandosi in un perfetto letto di coltura per i batteri, portatori dei serie patologie polmonari tra cui la famigerata BPCO, bronco pneumopatia cronica ostruttiva, della quale è estremamente difficile, se non impossibile liberarsi.

Questa condizione, poi, può portare ad un enfisema polmonare con gravi conseguenze per la salute e sull’aspettativa di vita. Si calcola che, un fumatore, abbia mediamente una aspettativa di vita di almeno 8 anni inferiore rispetto ad un non fumatore. Questo sempre nella migliore delle ipotesi.
Sul cuore e sul sistema cardiocircolatorio, poi, il fumo ha un effetto praticamente devastante, in quanto è causa di un innalzamento della pressione arteriosa, accelera l’aterosclerosi, ostacolando la circolazione del sangue nei vasi e aumentando significativamente il rischio di infarto e di ictus.

Inoltre, i problemi circolatori che sono determinati dal fumo possono portare con se invecchiamento precoce della pelle, impotenza, riduzione delle proprie capacità mentali in genere.
Infine, ma poi ci fermiamo qui anche se ci sarebbe ancora moltissimo da dire, il fumo accresce considerevolmente il rischio di molti tipi di tumori, da quello polmonare a quello del cavo orale, tanto che un fumatore ha il 20% di probabilità in più rispetto ad un non fumatore di contrarre il cancro ai polmoni. E inoltre, cancro al fegato, vescica, reni e altri ancora, sono tutte forme tumorali favorite dal fumo di sigaretta, anche quello passivo.

 

Puzza dei piedi e rimedi naturali

Caldo, umidità, sudore e batteri sono fattori spesso responsabili della puzza dei piedi intrappolati in calze e scarpe chiuse. A volte l’odore sgradevole non è molto forte, altre volte può essere estremamente pungente e sgradevole. Fortunatamente esistono dei rimedi naturali efficaci che oltre a contrastare il problema permettono di risolverlo e avere piedi belli e profumati senza dover investire soldi nell’acquisto di prodotti specifici.

Ne sono un esempio le sostanze naturalmente acide, che riescono ad uccidere i batteri responsabili della puzza. Fra queste è incluso il tè, che contiene acido tannico. Altre possibili soluzioni sono l’aceto, la salvia, il bicarbonato di sodio, il sale, l’allume, il succo di ravanello, l’amido di mais, la lavanda e l’olio di Tea Tree.

Di seguito alcune “ricette” a base di questi rimedi che possono aiutare a contrastare la formazione di cattivi odori nelle scarpe.

  1. Pediluvio al tè: aggiungete 3 o 4 bustine di tè nero a 1 litro di acqua bollente e immergete (appena possibile) i piedi nell’infuso per 20-30 minuti.
  2. Pediluvio all’aceto: procedete come per quello al tè, ma usate mezza tazza di aceto ogni litro d’acqua.
  3. Deodorante alla salvia: pestate in un mortaio delle foglie di salvia fresca o sbriciolate della salvia secca. Utilizzate la polvere per cospargere l’interno delle scarpe. In alternativa, potete usarla per preparare un pediluvio.
  4. Deodorante al bicarbonato e salvia: il bicarbonato di sodio può essere messo da solo, o insieme alla polvere di salvia, nelle scarpe, dove assorbe umidità e odori sgradevoli. Anche in questo caso è possibile preparare dei pediluvi: aggiungete un cucchiaio da tavola di bicarbonato ogni litro d’acqua.
  5. Pediluvio al sale: aggiungete mezza tazza di sale kosher a 1 litro d’acqua. In alternativa è possibile utilizzare solfato di magnesio, comunemente noto anche come sale di Epsom.
  6. Pediluvio all’allume: aggiungete 1 cucchiaio da tavola di allume a 3-5 litri di acqua e immergete i piedi per 30 minuti. Risciacquate con acqua corrente. Ripetere dopo quattro giorni. Il trattamento completo dovrebbe essere effettuato una volta al mese.
  7. Deodorante al ravanello: aggiungete al succo di circa 24 ravanelli un quarto di cucchiaio da tè di glicerina. Trasferite la soluzione ottenuta in uno spruzzino e usatela come un deodorante.
  8. Deodorante all’amido di mais: cospargete dell’amido di mais nelle scarpe tutte le mattine, ricordandovi di svuotarle tutte le sere, oppure cospargetene i piedi prima di calzare le scarpe.
  9. Deodorante alla lavanda: mettete della lavanda essiccata in un calzino di nylon e usatelo come deodorante da mettere nelle scarpe quando le togliete.
  10. Pediluvio all’olio di Tea Tree: aggiungete un po’ di di olio al vostro pediluvio. L’azione battericida del Tea Tree allontanerà gli odori causati dai microbi.

Al di là dei trattamenti contro la puzza, chi deve fare i conti con questo problema dovrebbe sempre assicurarsi di avere piedi e calze asciutti, lavare i piedi tutti i giorni e, se suda molto, cambiare le calze almeno una volta durante la giornata. In alcuni casi scegliere il cotone al posto della lana può aiutare a risolvere la situazione e anche lavare i calzini con l’aceto può essere utile.

Infine, meglio le scarpe di materiali naturali: plastica e tessuti sintetici ostacolano la traspirazione e favoriscono i cattivi odori.

Dolore al petto: infarto o altro?

Il dolore al petto è un fastidio ed un problema che quando accade mette non poca preoccupazione. Il dubbio che sorge ad ogni persona che viene colpita da un dolore al torace, in particolar modo sulla parte destra, è se possa essere o no un infarto. Sicuramente quando si ha un episodio di questo tipo è consigliabile e opportuno recarsi il prima possibile da uno specialista, un cardiologo per prima; in questo modo si potrà escludere che il dolore sia dovuto ad un problema cardiologico. Quali possono essere le cause di un dolore al petto, se non dipende dal cuore?

Cause | Le cause del dolore al torace possono essere diverse, e dipendere non solo dal cuore ma anche dagli altri organi che si trovano nella zona toracica. Il dolore non è sempre localizzato sul lato destro ma viene percepito in tutta la zona circoscritta dal collo all’addome. Gli organi interessati possono essere, oltre al cuore, anche i polmoni, i muscoli, le costole, l’esofago, i nervi, i tendini. Per quanto riguarda i polmoni il dolore al torace può dipendere da un’embolia polmonare; da una pleurite (che è una grave infiammazione della membrana che circonda questi organi) che provoca dolore quando si respira profondamente, quando si tossisce; da un pneumotorace; da una polmonite. Le persone che accusano un dolore centrale al petto, chiamato in certi casi anche intercostale, molte volte si lamentano del fatto che questo aumenta “quando respiro” e “quando tossisco”. Oltre ai polmoni, data anche la zona interessata, può dipendere dalla costo-condrite, che è un’infiammazione localizzata al punto di congiunzione tra le costole e lo sterno; dal cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, violenta, e in alcuni casi grave, eruzione cutanea che provoca dei dolori brucianti nella zona che va dal petto, sia destro che sinistro, alla schiena; dagli strappi o infiammazioni di tendini e muscoli; ma anche dagli attacchi di panico, in questo caso il respiro è accelerato e questo può provocare dolore. Un altro organo dal quale può insorgere il dolore, che in molti casi viene confuso con infarto e quindi disturbi cardiaci, è lo stomaco. Il bruciore che interessa questo organo viene spesso confuso con il dolore da infarto, sia per quanto riguarda la zona interessata, ma anche per la durata (da pochi minuti ad alcune ore), in questo caso però insorge dopo i pasti oppure quando si è sdraiati o chinati. I disturbi che lo possono causare sono il reflusso gastroesofageo (GERD), la gastrite, i calcoli biliari, gli spasmi o il restringimento dell’esofago.

Come distinguere un infarto? | Evidenziare un infarto non è molto semplice, il dolore che sopraggiunge non è, come detto sopra, identificativo solo di un problema cardiaco, ma dipende anche da altri disturbi o patologie. Anche l’infarto provoca un dolore centrale, o sul lato destro o sinistro del petto, che può estendersi dal petto alla schiena, dal collo all’addome, con una pressione intensa, una sensazione di compressione al centro del torace. I sintomi dell’infarto, di solito, se presenti, compaiono gradualmente, sempre localizzandosi al di sopra dell’addome, salendo anche sino alla mascella, e interessando, soprattutto, il braccio sinistro. Oltre a ciò si avranno difficoltà respiratorie con fiato corto, nausea e vomito. Se questi sintomi sono presenti (in alcuni casi l’infarto è silente) occorre agire tempestivamente: avvertire le persone intorno, chiamare l’ambulanza, in modo tale che si eviti il peggio, ossia un danno irreparabile al tessuto cardiaco e un rischio elevato di decesso. Agendo nel più breve tempo possibile è si potrà salvare una percentuale maggiore di muscolo cardiaco evitando dei danni irreparabili.

Cocaina e morfina agiscono in modo diverso sul cervello

Morfina e cocaina agiscono in modo molto diverso nel cervello per indurre le sensazioni piacevoli. A scoprirlo, un team di scienziati guidato da Ja Wook Koo della Mount Sinai School of Medicine di New York, che ha pubblicato i risultati del suo studio su ‘Science‘.

Finora, gli scienziati pensavano che differenti tipi di droghe usassero meccanismi molto simili per ‘estorcere’ una risposta di piacere al sistema di ricompensa del cervello. Le cose, invece, sembrano essere molto diverse. I ricercatori hanno mostrato che la morfina agisce attraverso un meccanismo molto differente per indurre la gratificazione, rispetto ad altri stimolanti come la cocaina. In alcuni esperimenti condotti sui topi, gli scienziati hanno soppresso la proteina nota come Bdnf nell’area del cervello chiamata area ventrale tegmentale, o Vta, e hanno registrato un aumento della capacità della morfina di eccitare i neuroni dopaminici e quindi di provocare piacere. Un processo che invece, notoriamente, riduce l’efficacia della cocaina. I ricercatori non solo hanno scoperto che i due tipi di droghe agiscono in modo molto diverso nel cervello ma, attraverso la stimolazione ottica dei terminali dei neuroni dopaminici nella regione cerebrale del nucleus accumbens, Koo e colleghi sono riusciti a invertire il normale effetto della Bdnf sulla gratificazione da morfina.

Inoltre, gli studiosi hanno anche identificato i geni che sono regolati dalla Bdnf e sono associati con la dipendenza da morfina, e le loro scoperte potrebbero aiutare a capire il ruolo della Bdnf nella dipendenza da oppiacei.

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Caduta dei capelli: si avvicina la soluzione

Varie e diversificate sono le linee che i ricercatori hanno intrapreso al fine di risolvere il problema della calvizie che affligge l’80 % uomini e il 35% delle donne in età adulta e il 50% di quelle in menopausa.
Una di queste prevede il trattamento sia con Pgf alfa per stimolare il follicolo che con inibitori delle PgD2.
Che le prostaglandine abbiano un ruolo di mediatori flogistici (ovvero mediatori dei processi che derivano dalle infiammazioni) è noto da tempo, così è nota l’azione delle diverse classi di questi derivati dall’acido arachidonico sui nostri capelli: Pge e Pgf ne stimolano la crescita, PgD2, al contrario, ne causano la caduta.
Un’altra linea segue la neogenesi follicolare (moltiplicazione o clonazione di capelli) che consiste nella creazione di nuovi follicoli assenti nelle zone colpite da calvizie. A tal proposito è In fase di sviluppo una soluzione iniettabile creata dalla coltura di cellule neonatali contenente vari fattori implicati nello sviluppo e nella crescita del follicolo.
L’autotrapianto di capelli è, invece, una tecnica di infoltimento del cuoio capelluto, che prevede il trasferimento dei propri capelli da una zona donatrice ad una zona ricevente. Partendo da cellule della papilla dermica, estrapolate dal follicolo, vengono estratte delle cellule staminali poi sottoposte a particolari fattori di crescita che serviranno a dare vita a nuovi capelli. In altre parole partendo da una cellula capostipite si arriva alla creazione di un capello completo e pronto per essere impiantato.

“In questo momento sono in corso negli Stati Uniti due importanti studi, attualmente in fase 2 di sperimentazione, che sfruttano le capacità stimolanti degli stessi tessuti del paziente affetto da calvizie, in questo modo non esistono neanche i rischi di reazioni indesiderate” rivela Antonella Tosti, del dipartimento di dermatologia e chirurgia cutanea della Miami University, Florida e presidente del congresso.

“Nel primo studio sono state isolate le cellule tricogenetiche, ovvero le cellule della papilla dermica e della matrice dei follicoli dei capelli. Fatte moltiplicare in laboratorio sono state iniettate nuovamente nel cuoio capelluto, in prossimità dell’area interessata, e si è visto che i capelli ricrescono. Nel secondo studio invece nel cuoio capelluto si inietta una soluzione contenente fattori di crescita umana ottenuti da cellule embrionali la cui formula completa è già stata brevettata. Le prime terapie saranno disponibili entro 3 o 4 anni. E’ invece già in fase più avanzata di sperimentazione clinica la somministrazione locale di un farmaco, impiegato come già come terapia per il glaucoma e per far ricrescere le ciglia. La cura sarà disponibile entro un paio di anni”.

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Frattura delle costole

La frattura alle costole avviene per un trauma diretto, che può essere determinato dallo schiacciamento o dallo sfondamento. Nei soggetti anziani, che sono affetti da osteoporosi, la causa della frattura alle costole può essere costituita anche da un abbraccio o dall’accalcamento di una folla. Il pericolo più grande dell’incrinatura delle costole o della loro completa frattura è rappresentato dai possibili danni agli organi interni, come i polmoni, il cuore, il fegato, la milza o le arterie del torace. Pur essendo una frattura rara, comunque deve essere trattata in maniera adeguata, per scongiurare il rischio di morte a causa della lesione di strutture interne.

SINTOMI | I sintomi della frattura alle costole sono molto indicativi. La manifestazione sintomatica principale è costituita dal dolore che interessa la zona con le costole incrinate. Altri sintomi sono rappresentati dalla tumefazione che si può notare o dall’ematoma, che può essere interno o esterno.

Le fitte dolorose possono essere avvertite soprattutto nel corso della respirazione o quando si esercita sul torace una pressione con le dita oppure quando effettuiamo movimenti con il torace o con il dorso. Il tutto può comportare anche dispnea e comparsa di pneumotorace (PNX).

Da non dimenticare che il movimento delle costole fratturate, nel corso della respirazione, può determinare una diminuzione della circola venosa, con un possibile conseguente shock cardiogeno.

CURA | Qual è la cura per la frattura alle costole? Innanzi tutto, subito dopo il trauma, è opportuno mettere del ghiaccio sulla zona lesa, tenendo a riposo il torace. Dopo una corretta diagnosi tramite una radiografia, un certo beneficio può essere derivato dalla predisposizione di un apposito bendaggio, in modo da ricevere il sostegno necessario. Attenzione comunque, perché è stato dimostrato che una radiografia su tre non riesce ad individuare le fratture.

Inoltre naturalmente bisogna assicurarsi che la fasciatura non ostacoli la ventilazione, ma si limiti a contenere i movimenti del torace. La più efficace terapia per la frattura costale è costituita dalla magnetoterapia, la quale è in grado di velocizzare la guarigione della frattura alle costole, consolidando la lesione e rendendo più rapidi i tempi che occorrono per la formazione del callo osseo.

Nel caso delle fratture ossee gli ultrasuoni si sono rivelati ottimi alleati della guarigione. Contro il dolore intenso il medico può decidere se prescrivere dei farmaci antinfiammatori, per alleviare, almeno temporaneamente, i dolorosi sintomi delle costole incrinate.

GUARIGIONE | La guarigione della frattura alle costole è un processo che richiede tempo. Ma quali sono nello specifico i tempi di guarigione di una frattura alle costole? Dobbiamo ricordarci, in termini di prognosi per una frattura alle costole, che, dopo il trauma e a partire dall’assorbimento del possibile ematoma che si è formato, ci vogliono tre settimane, per poter ritornare a compiere tutti i movimenti. Nel giro di un mese si torna ad essere come prima, pur potendo continuare ad avvertire qualche fastidio di poco conto.

Vitiligine e kellina

La vitiligine è una malattia della pelle che provoca la progressiva scomparsa della melanina, il pigmento che stabilisce la colorazione della pelle e la protegge dall’esposizione ai raggi solari, favorendo la comparsa di macchie bianche sulla cute. Non è una malattia pericolosa né contagiosa, solo esteticamente fastidiosa, di natura incerta ma molto probabilmente autoimmune o ereditario-genetica.

Purtroppo non esistono cure certe o efficaci al 100%, perché la scienza medica non investe nella ricerca sulla vitiligine da anni: una delle ultime sperimentazioni ha riguardato la kellina, una sostanza già utilizzata in cardiologia nella cura dell’angina pectoris per le sue proprietà vasodilatatorie, che si è rivelata ottima nel trattamento della vitiligine.

Grazie ad una formulazione in pomata (la si fa preparare dal farmacista), la kellina agisce in modo topico solo sulle macchie bianche causate dalla vitiligine, stimolando i melanociti a produrre melanina. Il fatto di poterla applicare solo dove serve riduce il rischio di iperpigmentazione delle zone circostanti la macchia bianca, frequente con altre terapie come la fotochemioterapia a base di psoraleni e raggi UVA, e azzera quasi del tutto gli effetti collaterali legati ai normali farmaci corticosteroidi (derivati del cortisone, con tutti i rischi che l’assunzione può comportare) che sono speso utilizzati come coadiuvanti nel trattamento della vitiligine.

Un’altra caratteristica positiva della kellina è che non è fototossica, ovvero non espone al rischio di ustione della pelle, e può essere utilizzata tranquillamente a domicilio, riducendo la frequenza delle visite mediche di controllo.

Essendo un medicinale che va a stimolare la produzione di melanociti, la kellina è considerata un buon rimedio per curare delle macchie di vitiligine durante l’estate e approfitta della bella stagione per trarre il massimo dall’esposizione controllata ai raggi solari.


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