Archivio per aprile 2013

Prevenzione della nefropatia indotta da mezzo di contrasto con Na / K citrato

Nefropatia da mezzo di contrasto

Un’importante complicanza dovuta al mezzo di contrasto iodato utilizzato nell’esecuzione della coronarografia è data dall’insorgenza di una nefropatia.
A seguito di un recente contributo di Leone e collaboratori (Sodium bicarbonate plus N-acetylcysteine to prevent contrast-induced nephropathy in primary and rescue percutaneous coronary interventions: the BINARIO study. Euro Intervention 2012 Nov 22; 8 (7): 839-47), le cui conclusioni erano:

I dati dello studio indicano che l’idratazione con bicarbonato di sodio in aggiunta ad alte dosi di N-acetilcisteina nel contesto di PCI urgente in corso di STEMI è associato a un beneficio clinico netto“,

sull’European Heart Journal è stato pubblicato un altro contributo sul medesimo argomento. In una relativamente modesta coorte di pazienti, che sono stati poi sottoposti a coronarografia , l’utilizzo di una soluzione orale di Na/K citrato (hexakalium-hexanatrium-trihydrogen-pentacitrat), alla dose di 5 g di granuli, diluiti in 200 cc di acqua, unitamente ad una idratazione per via e.v., ha consentito di ridurre in modo significativo (4% rispetto al 20%, p = 0.0001) l’insorgenza della nefropatia da mezzo di contrasto iodato (CIN).

La ragione di questi risultati è da identificare nella alcalinizzazione urinaria ottenuta con il farmaco in oggetto: i pazienti che aveva no un pH urinario inferiore a 6 avevano infatti un’incidenza più di dieci volte maggiore di andare incontro a CIN rispetto a quelli con pH superiore a 6 (32.8 vs 2.2%, p < 0.0001). Eur Heart J 2013 Jan 24 [First published online].

italiasalute

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Melatonina bassa e rischio diabete tipo 2

Melatonina e diabete

Bassi livelli notturni di secrezione della melatonina sono risultati associati a un aumentato rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. E’ il risultato di una nuova ricerca del Brigham and Women’s Hospital che ha dimostrato che la quantità di melatonina che una persona secerne durante il sonno possa predire il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

E’ la prima volta che si rileva un’associazione dimostrata tra la secrezione di melatonina notturna e il pericolo di ammalarsi di diabete di tipo 2 ha affermato Ciaran McMullan, responsabile dello studio pubblicato su JAMA –. Saranno necessarie adesso nuove ricerche per scoprire in che modo la melatonina modifichi il metabolismo del glucosio, aumentando le possibilità di insorgenza del diabete“.

La melatonina è un ormone che viene prodotto dal cervello e secreto nel sangue. La produzione avviene principalmente durante la notte, i livelli dell’ormone nel sangue aumentano durante il sonno notturno permettendo la regolazione del ritmo circadiano. Lo studio ha coinvolto 370 donne che hanno sviluppato il diabete nel periodo di follow up e 370 persone di un gruppo di controllo. I risultati hanno rilevato che i partecipanti con livelli bassi di secrezione della melatonina di notte hanno il doppio delle possibilità di ammalarsi di diabete di tipo 2.

sanitànews

Diclofenac: ritiro dal Mercato?

DICLOFENAC

Il Diclofenac, antinfiammatorio e anti-dolorifico, è sul mercato da circa 40 anni. Nel 2004, sulla base di pluriennali esperienze terapeutiche positive il farmaco è stato dichiarato vendibile senza prescrizione medica, al dosaggio 12,5 mg. Dal 2007 è possibile acquistarlo, previa ricetta medica, anche in confezioni da 25 mg a pasticca, con un dosaggio massimo giornaliero pari a 75 mg, come farmaco di automedicazione per dolori lievi o moderati da usare per periodi brevi (non oltre 4 giorni). Adesso i ricercatori vogliono che venga ritirato dal mercato.

Com’è possibile?

Sin della sua autorizzazione sono stati condotti numerosi studi sul Diclofenac, il cui numero è andato incrementandosi ogni anno di più. Nel 1990 Pubmed registra 145 studi aventi come tema il Diclofenac, nel 2012 ce ne sono stati ben 538, quasi quattro volte di più. Negli ultimi anni il Diclofenac è stato sempre più spesso associato ad un rischio più elevato di infarto e ictus. Dagli studi risulta che con gli antiinfiammatori non steroidei (FANS) come Rofecoxib, Diclofenac od Etoricoxib si verificano più frequentemente effetti collaterali a carico del sistema cardiovascolare che con altri farmaci come, per esempio, il naprossene.

Uno studio pubblicato su PLOS Medicine nel febbraio 2013 ha analizzato se il profilo di rischio del diclofenac, di cui si è a conoscenza già da molto tempo, trovi effettivamente riscontro nella prassi medica. Sembra che ciò non avvenga: gli autori hanno analizzato i dati delle vendite dell’anno 2011 provenienti da 15 paesi industrializzati, di recente industrializzazione ed in via di sviluppo. Questi riflettono che il Diclofenac è di gran lunga il FANS più venduto a livello mondiale. In questi 15 paesi il Diclofenac rappresenta il 28 percento delle vendite dei farmaci di questa categoria – tanto quasi quanto i tre principi attivi che lo seguono nella classifica dei più venduti messi assieme (Ibuprofene 11 %, Naprossene 9 % e acido mefenamico 9%). La Germania non faceva parte dello studio, ma anche qui il Diclofenac viene prescritto spesso o venduto senza ricetta in larga misura.

Per quale motivo?

Ci sono dietro delle strategie di marketing molto aggressive delle compagnie farmaceutiche” suppone il Prof. Dr. Christoph Stein, direttore medico e primario della Clinica anestesiologica dello Charité del Campus Benjamin Franklin a Berlino.

Quando un medico prescrive un FANS dovrebbe tenere conto della storia clinica e del profilo di rischio individuale del paziente. Secondo le raccomandazioni dell’OMS, specialmente per quanto riguarda i pazienti con problemi cardiovascolari appurati, i medici dovrebbero o evitare i FANS o prescriverne uno a cui è associato un rischio cardiovascolare basso. Per farlo i medici – stando al piano originale – dovrebbero orientarsi alle liste dei farmaci essenziali pubblicate dall’OMS ma anche da diversi enti nazionali. Il che significa anche che i farmacisti devono fornire informazioni accurate riguardo ai probabili rischi ed effetti collaterali anche per il Diclofenac a basso dosaggio esente da prescrizione.
Nella lista dei farmaci essenziali dell’OMS nella categoria FANS si trovano Ibuprofen ed acido acetilsalicilico, ASA, ma non il Diclofenac. Ciò nonostante il Diclofenac è presente nelle liste nazionali di ben 74 paesi su 86 – il Naprossene, l’alternativa probabilmente più sicura, compare solo in 27 liste nazionali.

Una farsa, sostengono i ricercatori autori dello studio, le raccomandazioni delle liste nazionali andrebbero redatte su dati sicuri ottenuti dal confronto dei rischi legati all’utilizzo del farmaco e si dovrebbero prediligere i farmaci più sicuri”.

Nella loro meta-analisi i ricercatori hanno analizzato il profilo di rischio di diversi FANS. Specialmente il Diclofenac e l’Eterobix sono risultati nettamente peggiori rispetto all’Ibuprofen ed in modo particolare al Naprossene. Non risulta che il Diclofenac, provochi maggiori disturbi al tratto gastrointestinale rispetto agli altri FANS ma può indurre più spesso infarto o ictus. Un motivo sufficiente per chiedere il ritiro del Diclofenac dal mercato mondiale.

Allora quali alternative?

Il principio attivo del Diclofenac offre però anche numerosi vantaggi rispetto agli altri FANS: secondo uno studio in vitro del 1988, l’effetto del Diclofenac è quello più potente rispetto ai FANS più diffusi. Studi clinici hanno poi dimostrato che 25 mg di Diclofenac agiscono come 400 mg di Ibuprofen o 1000 mg di ASA, acido acetilsalicilico. Dato che il Diclofenac si diffonde rapidamente nei tessuti infiammati il principio attivo raggiunge l’effetto massimo in circa 30 minuti. Per l’Ibuprofen e l’ASA sono necessarie 1 o 2 ore. Ed il Naprossene, l’alternativa a quanto pare più sicura, con un tempo di assorbimento tra le 2 e le 4 ore è all’ultimo posto di questa classifica. Anche per quanto riguarda il rischio di accumulo il Diclofenac sembra avere la meglio: la sostanza viene rapidamente smaltita dall’organismo. Mentre il tempo di eliminazione (fino al dimezzamento della concentrazione) del Diclofenac è di una o due ore quello del Naprossene varia tra le 12 e le 25 ore.
Eppure il Prof. Stein ritiene che sia possibile anche in pratica sostituire il Diclofenac con altri FANS:

i cosiddetti “svantaggi” farmacocinetici possono essere compensati da tempi di assunzione differenti. La “potenza d’azione” si basa principalmente su studi in vitro, che non consentono di trarre conclusioni riguardo alla reale efficacia clinica spiega ancora. I FANS sono pericolosi in generale, a loro è associato un rischio più elevato di eventi cardiovascolari”.

Secondo il Prof. Stein, quando si prescrive un FANS è importante tenere presente i fattori di rischio individuali del paziente.

Qual è l’opinione dell’autorità competente a proposito del ritiro dal mercato ? L’istituto federale tedesco per i farmaci ed i dispositivi medici (BfArM) ha risposto in questo modo alle domande poste riguardo alla valutazione dei rischi connessi con il Diclofenac:

I rischi legati al Diclofenac sono ben noti e per questo già da tempo esistono specifiche controindicazioni e avvertenze particolari per l’utilizzo del farmaco nei malati affetti da patologie cardiovascolari. Al momento attuale si sta effettuando una nuova valutazione del Diclofenac ad opera della BfArM e dell’ Agenzia europea per i medicinali EMA. Non siamo ancora in grado di affermare quali misure verranno attuate per garantire per la sicurezza dei malati”.

È ancora da vedere, quindi, se il FANS più venduto verrà effettivamente ritirato dal mercato.

DocCheck News

Chi è affetto da diabete dovrebbe evitare o no la dieta vegana?

diabete e dieta veganaA domandarselo sono gli esperti, sollecitati da un documento, il p-PDTA, percorso Preventivo Diagnostico Terapeutico Assistenziale del paziente affetto da diabete mellito di tipo 2, rivolto a oltre 1000 medici di medicina generale e agli specialisti ospedalieri.
Alberto Donzelli, direttore del Servizio educazione all’appropriatezza dell’Asl di Milano, ha inserito proprio la dieta vegana fra le possibili opzioni terapeutiche suggerite ai medici, citando alcuni studi nei quali l’obiettivo della riduzione del peso pare associarsi meglio a un regime alimentare privo di proteine animali.
Tuttavia, non mancano le perplessità, come quelle espresse da Sandro Gentile, responsabile del Centro studi e ricerche Amd:

la dieta vegana ha aspetti positivi, in quanto riduce il rischio di sviluppare sovrappeso, obesità, cardiopatie, diabete ma presenta alcuni limiti come il rischio di anemia, osteoporosi, carenza di ferro, minerali e vitamine”.

Uno degli studi citati nel documento emesso dalla Asl milanese è stato condotto su alcune decine di pazienti diabetici e obesi che hanno seguito un’alimentazione basato sulle linee guida Ada (American diabetes association) o sulla dieta vegana. Dai risultati è emerso un esito più favorevole per quest’ultimo regime alimentare, per riduzione del peso, aderenza, uso di farmaci antidiabetici, colesterolemia ed emoglobina glicata.

Si tratta di studi svolti in condizioni sperimentali – avverte Gentile – su poche decine di persone, di difficile estensione nella vita reale. È senz’altro preferibile una dieta prevalentemente vegetariana (80%) ma che non preveda una completa esclusione di proteine animali (15%), che sarebbe sbilanciata soprattutto nei soggetti dai 65 anni in su. La ripartizione tra zuccheri, proteine e grassi va adattata alla singola persona e il regime nutrizionale deve essere integrato all’attività motoria; il ‘regista’ di questa impostazione deve essere il medico”.

italiasalute

Disturbi del sonno e Demenza

Disturbi del sonno e Demenza

I ricercatori della Mayo Clinic in Florida hanno scoperto che uno dei più forti predittori della demenza da corpi di Lewy, la seconda più comune forma di demenza nella vecchiaia, è un disordine che comporta movimenti mentre si sogna.

In particolare, il rischio aumenterebbe di cinque volte in quei pazienti che soffrono del disturbo di comportamento del sonno Rem, rapid eye movement. Durante la fase Rem del sonno non ci sono movimenti, ma in questo tipo di disordine il paziente si muove ed emette anomali suoni vocali. Secondo il nuovo studio, questo fattore di rischio, così come le fluttuazioni cognitive o le allucinazioni, potrebbe essere usato per le diagnosi.

Lo studio è stato presentato durante il meeting annuale della American Academy of Neurology di San Diego [16-23 marzo 2013]. Secondo gli scienziati, la perdita della paralisi muscolare normale che avviene durante la fase Rem del sonno può presentarsi anche trent’anni prima della diagnosi di demenza da corpi di Lewy. Questo link è poi più presente negli uomini (75-80% dei casi) che nelle donne.

sanitànews

Indagine Doxa: il 36% dei pazienti ipotiroidei fatica a seguire correttamente la terapia

LEVOTIROXINA SOLUZIONE ORALE

Un’indagine Doxa sui pazienti con ipotiroidismo conferma che, nel vissuto del paziente, c’è un prima e un dopo la malattia, anche se i sintomi sono poco evidenti, e le cure oggi disponibili più che risolutive. Il 37% delle persone che soffre di ipotiroidismo dichiara infatti di sentirsi “diverso” da quando ha questo problema e il 31% è preoccupato per la “dipendenza a vita” da un farmaco. Chiari segni di un impatto importante, se non altro psicologico, della malattia sulla qualità della vita. Nonostante questa preoccupazione, tuttavia, sono 2 su 3 i pazienti che ammettono di non rispettare le indicazioni di cura del proprio medico; cattiva abitudine che trova riscontro nelle dichiarazioni degli stessi medici che ritengono che 1 paziente su 2 (il 48%) abbia scarsa adesione alla terapia con levotiroxina, l’ormone tiroideo, farmaco di riferimento per la cura dell’ipotiroidismo.

La ricerca, realizzata attraverso l’analisi di un questionario somministrato in parallelo al medico e al paziente, aveva l’obiettivo di comprendere le abitudini dei pazienti circa l’adesione alla terapia e la modalità di assunzione dell’ormone tiroideo”, espone Giuseppe Venturelli – responsabile della ricerca Doxa.

Diversi studi evidenziano infatti che in molti casi, la mancata risposta clinica alla terapia con levotiroxina possa dipendere da errate modalità di assunzione del farmaco.

Circa il 3% degli Italiani è in terapia sostitutiva tiroidea, precisa Enrico Papini – Associazione Medici Endocrinologi, Direttore UOC Endocrinologia e Malattie Metaboliche Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale. Poiché la media dell’età di inizio del trattamento è di poco superiore ai 40 anni, la terapia sostitutiva è destinata ad influenzare il benessere della maggior parte dei pazienti ipotiroidei per un periodo di oltre 30 anni. La levotiroxina (L-T4) in monoterapia rappresenta il trattamento di scelta nei pazienti ipotiroidei che, grazie alla sua lunga emivita, assumono una singola dose giornaliera, la cui quantità deve però essere calibrata attentamente persona per persona. Purtroppo, in alcuni pazienti, anche dopo ripetuti aggiustamenti, non si riesce a ottenere il risultato desiderato. Possibili cause sono il ridotto o variabile assorbimento della LT4 causato da farmaci, alimenti o patologie gastroenteriche che provocano malassorbimento. In questi casi, approcci utili sono la modifica del momento di assunzione oppure il cambiamento della formulazione della levotiroxina, che in fase liquida può essere assorbita più rapidamente e costantemente di quella solida”, conclude Papini.

Affinché la levotiroxina sia pienamente efficiente, si raccomanda di prenderla la mattina, a digiuno, e di attendere almeno 30 minuti prima di fare colazione.

L’indagine Doxa rivela invece che il 66% dei pazienti fa colazione prima dei 30 minuti raccomandati. La cura dell’ipotiroidismo è piuttosto semplice, basta un solo farmaco, ma trova proprio nelle indicazioni d’uso il suo tallone d’Achille: la fretta peculiare delle prime ore della mattina. È una motivazione certamente poco scientifica, ma molto umana: chi non desidera bere il caffè appena alzato? E se questo piccolo piacere è negato vita natural durante, l’aderenza alla cura può essere notevolmente compromessa. Ben il 36% delle persone con ipotiroidismo, infatti, dichiara che aspettare i canonici 30 minuti “pesa”, secondo l’indagine Doxa condotta su 243 pazienti, rappresentativi della popolazione italiana, e promossa da IBSA Farmaceutici, che proprio lo scorso anno ha messo a punto l’innovativa formulazione liquida monodose della levotiroxina, più maneggevole, in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita dei pazienti e l’aderenza alla terapia.

L’assorbimento dei farmaci, e quindi la loro efficacia terapeutica – chiarisce Antonio Gasbarrini, Professore Ordinario di Gastroenterologia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Romapuò essere modificata da diverse condizioni, patologiche e non patologiche. Tra le condizioni patologiche, vi sono malattie alteranti la secrezione gastrica quali una gastrite atrofica su base autoimmune oppure correlata ad Helicobacter pylori, oppure patologie del tratto intestinale, quali morbo celiaco, malattia di Chron, colite ulterosa, o parassitosi. Tra le condizioni non patologiche, vi sono l’utilizzo di farmaci PPI (antiacido), ipolipemizzanti, sequestratori degli acidi biliari, estrogeni, etc., o condizioni come la gravidanza, l’aumento di peso, la correlazione con i pasti, e, non ultima, la formulazione farmaceutica. Le formulazioni solide (come le compresse), per essere assorbite, devono prima essere disgregate e poi entrare in soluzione (fase di dissoluzione del farmaco). Di conseguenza, le formulazioni solide avranno una velocità di assorbimento minore rispetto a quelle liquide. Come è noto, pazienti con diminuita secrezione acida gastrica necessitano di dosi più elevate di levotiroxina. Tale fenomeno potrebbe dipendere dalla riduzione della dissoluzione delle compresse nello stomaco in caso di aumento del pH gastrico. Pertanto, la somministrazione di levotiroxina in soluzione orale liquida determinerebbe un assorbimento migliore rispetto a quello osservabile con le formulazioni solide in tutti i pazienti con problematica gastroenterologiche ed anche nei soggetti pediatrici, diabetici, anziani, conclude Gasbarrini.

Un sostanziale avanzamento alla soluzione di tutti questi problemi – spiega Salvatore Maria Corsello, Professore Associato di Endocrinologia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Romaè, come abbiamo visto, rappresentato dalla formulazione orale liquida della tiroxina. Questo consente una netta riduzione dei tempi di attesa tra l’assunzione del farmaco e la prima colazione, elemento veramente essenziale per migliorare l’aderenza del paziente alla terapia. Infatti quando il cibo arriva nell’intestino tenue, l’assorbimento della tiroxina nella formulazione liquida è già in gran parte avvenuto. Infine vanno considerate alcune condizioni più rare ma da non sottovalutare: pazienti con disfagia o con idiosincrasia per l’assunzione di compresse, soprattutto bambini; pazienti con intolleranza per gli eccipienti e che, nonostante la rassicurazione sulla innocuità delle minime dosi degli stessi, presentano scarsa compliance per la terapia e pazienti alimentati per sondino naso-gastrico.

La piena funzionalità tiroidea – afferma Francesco Trimarchi – Presidente eletto Società Italiana di Endocrinologia, Ordinario di Endocrinologia, Direttore UOC di Endocrinologia AOU Policlinico Gaetano Martino di Messinarichiede che l’organismo disponga di iodio, un micronutriente che scarseggia in quasi tutto il mondo, essendo stato rimosso, nell’era quaternaria, dallo scioglimento dei ghiacciai e dalla successiva formazione degli oceani, che contengono infatti grandi quantità di questo oligoelemento. La profilassi con sale arricchito in iodio è la più semplice e sicura misura di prevenzione. Tale semplice misura igienico-alimentare è capace di eliminare il gozzo endemico e le sue complicazioni. La gravidanza rappresenta un momento di particolare vulnerabilità della donna e del suo bambino; in questa fase della vita, infatti, le richieste di iodio sono maggiori e la carenza nutrizionale di iodio diviene critica. In particolare, quindi, tutte le donne più o meno giovani che programmano una gravidanza dovrebbero giungere al concepimento dopo un adeguato periodo di profilassi iodica, che, per tale motivo, dovrebbe essere attuata da tutta la popolazione italiana utilizzando la semplice misura di salare l’acqua della pasta e gli alimenti con il sale arricchito con iodio.

La nostra esperienza – afferma Anna Maria Biancifiori – Presidente CAPE, Comitato Associazioni Pazienti Endocrini, ci conferma l’utilità di un dialogo aperto tra noi, associazioni di pazienti, le società scientifiche e il mondo delle aziende farmaceutiche per migliorare le informazioni, la consapevolezza sulle diverse patologie e lo scambio di esperienze dove il paziente, con la sua visione della malattia a 360°, è indispensabile anche per arricchire le conoscenze mediche.

E questo è anche l’obiettivo del progetto IPO-POP, Ipotiroidismo e Popolazione, avviato lo scorso anno, che attraverso incontri tra medici – pazienti, vuole migliorare questo dialogo. Gli eventi 2013 sono ripresi il 16 marzo a Gubbio; seguiranno incontri a Cagliari il 25 maggio, a Pavia il 1 giugno e, in date ancora da definire, a Messina, Palermo, Napoli e Milano”, conclude Anna Maria Biancifiori.

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Nota informativa (Delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, n. 256/10/CSP del 9 dicembre 2010, all. A, art. 4)

Soggetto realizzatore: Doxa SpA – Milano. Soggetto committente e acquirente: Ibsa Farmaceutici Italia Srl. Estensione territoriale del campione: nazionale. Consistenza numerica del campione: Le interviste effettuate sono risultate 243. Data di esecuzione: dall’1/10/2012 al 31/12/2012

Il documento completo relativo al sondaggio è disponibile sul sito www.agcom.it.

Per maggiori informazioni: Ufficio stampa – Maria D’Acquino, cellulare 346 6435192

Sindrome del rene policistico: nuove cure

Rene Policistico

I ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, coordinati da Alessandra Boletta dell’istituto Telethon Dulbecco, hanno scoperto un meccanismo biologico fondamentale alla base della sindrome del rene policistico, che apre prospettive interessanti per la terapia di questa malattia cronica e progressiva attualmente trattabile solo attraverso la dialisi e il trapianto d’organo.

Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine. L’Adpkd o rene policistico è una malattia genetica autosomica dominante, una delle patologie genetiche più comuni nell’uomo; si stima infatti che siano circa 12 milioni i pazienti affetti nel mondo, di cui 60.000 solo in Italia. La malattia, cronica e progressiva, si caratterizza per la formazione di cisti in entrambi i reni che si espandono per numero e dimensione durante tutta la vita dell’individuo. L’espansione delle cisti comprime, fino a sostituire, il tessuto normale causando la perdita di funzionalità dell’organo. Da precedenti studi era già stato dimostrato che la sindrome del rene policistico era causata dalla perdita di funzione di uno dei due geni Pkd1 o Pkd2.

Adesso i ricercatori Telethon hanno

identificato la glicolisi anaerobica nel gene mutato Pkd1, quale possibile concausa della malattia dell’Adpkd – ha dichiarato Alessandra Boletta -. Potremmo aver intrapreso la strada giusta per trovare, in futuro, una terapia poco invasiva, con effetti collaterali ridotti per questa malattia debilitante, cronica, a progresso lento e che obbliga i pazienti a terapie molto lunghe con un impatto importante sulla qualità della vita”.

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