Archivio per maggio 2013

Un cane fa bene alla salute del cuore

Zaira

I proprietari di cani hanno un cuore più sano rispetto alle persone che non posseggono animali domestici e chi soffre di problemi cardiaci ha più probabilità di sopravvivere se allietato dalla compagnia di un animale domestico.

Ad affermarlo sono i risultati di uno studio revisionale curato dall’American Heart Association, secondo il quale, appunto, tra le proprietà benefiche del circondarsi di questi compagni a quattro zampe vi è anche un rischio ridotto di malattie cardiache per i padroni.

E’ importante sottolineare che questo studio non prova che i benefici provengono direttamente dagli animali domestici e infatti i dati raccolti sottolineano il fatto che i proprietari di cani camminano molto di più delle altre persone.

Sarebbe proprio questo uno dei benefici, che dunque dipenderebbero da una serie di fattori fisici, tra cui l’esercizio fisico e la diminuzione dello stress.

Ciò naturalmente implica che non avrebbe senso adottare un animale domestico e passare le giornate sul divano a mangiare cibo spazzatura e a fumare sigarette. La ragione principale per la quale si dovrebbe adottare, salvare o comprare un animale domestico è per donargli amore e un rifugio sicuro.

Yourself

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Mangiare peperoni previene il Parkinson

Peperoni e Parkinson

Una ricerca condotta dalle Università di Washington a Seattle ha studiato la relazione fra il consumo di nicotina contenuta nelle solanacee e il rischio di sviluppare il Parkinson. La ricerca ha confermato che gli alimenti che contengono nicotina possono avere un effetto protettivo contro l’insorgere di questo malattia neurodegenerativa.

La ricerca, pubblicata su Annals of Neurology una rivista della American Neurological Association and Child Neurology Society, rivela che pomodori, patate, melanzane, ma soprattutto peperoni, potrebbero essere validi alleati contro il Parkinson. La ricerca, in realtà, segue ad altre che avevano già accertato la relazione fra nicotina e insorgenza del Parkinson, ma non avevano ancora precisato la relazione di causa ed effetto.

La malattia di Parkinson è un disturbo del movimento causato dalla perdita di cellule cerebrali che producono dopamina. I sintomi includono tremori di viso, mani, braccia, gambe, rigidità degli arti, perdita di equilibrio, e un  movimento complessivamente più lento. Quasi fino a dieci milioni di persone nel mondo vivono con questa malattia secondo la Fondazione Morbo di Parkinson. Attualmente, non esiste una cura per il morbo di Parkinson, ma i sintomi sono trattati con farmaci e procedure come la stimolazione cerebrale profonda.

Studi precedenti hanno dimostrato che il fumo di sigaretta e di altre forme di tabacco, e anche il consumo di solanacee aveva ridotto il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson. Tuttavia, gli esperti non avevano ancora accertato se fosse la nicotina ad esercitare un effetto protettivo o se le persone con il Parkinson avessero delle caratteristiche che favorivano l’astensione dal fumo dovute all’insorgere della malattia, che, gli scienziati hanno scoperto, avviene molto prima che i sintomi siano riconoscibili agli esami.

Per il presente studio basato sulla popolazione la dottoressa Susan Searles Nielsen e i colleghi dell’Università di Washington a Seattle hanno reclutato 490 pazienti con diagnosi di malattia di Parkinson. Altri 644 individui non imparentati e senza condizioni neurologiche sono stati utilizzati come gruppo di controllo. I questionari sono stati utilizzati per valutare le diete dei partecipanti e l’uso di tabacco.

Il consumo di verdure in generale, non ha influenzato il rischio di malattia di Parkinson, ma aumentando il consumo di solanacee  il rischio di malattia di Parkinson è diminuito; inoltre i peperoni hanno mostrato la più forte associazione. I ricercatori hanno notato che la protezione si è verificata principalmente in uomini e donne con nessuno o scarso uso precedente di tabacco.

Il nostro studio è il primo a indagare la relazione fra la nicotina nella dieta e il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson”, ha detto il dottor Searles Nielsen. “Similmente ai molti studi che indicano che l’uso del tabacco potrebbe ridurre il rischio di Parkinson, i nostri risultati suggeriscono anche un effetto protettivo della nicotina, o forse di una sostanza chimica simile, ma meno tossica, nei peperoni e nel tabacco”.

Gli autori raccomandano ulteriori studi per confermare ed estendere i loro risultati, che potrebbero portare a possibili interventi per ridurre il rischio dell’insorgere della malattia di Parkinson.

Gaianews

Bambini e febbre

 Bambini e febbre

Tra tutti i bambini che giungono in Pronto Soccorso, il 10-20% ha la febbre.

Come capire quali sono a rischio di polmonite o di gravi infezioni batteriche e quali invece hanno infezioni virali che si risolvono da sole in pochi giorni?

Esistono diversi modelli predittivi, ma la maggior parte è poco pratico perché basato su una quantità di variabili troppo elevata. Ora, però, un gruppo olandese ha messo a punto un nuovo modello che include segni clinici, sintomi e livelli di proteina C reattiva, e che è risultato efficace nello stimare la probabilità di insorgenza di polmonite e altre gravi infezioni batteriche – quali setticemia, meningite e infezioni del tratto urinario – nei bambini con febbre.

Lo studio, pubblicato su British medical journal, ha incluso più di 3.200 bambini di età compresa tra 1 mese e 15 anni che si sono rivolti a tre unità pediatriche di due Pronto Soccorsi olandesi e uno britannico.

I ricercatori hanno costruito un modello predittivo basandosi su una serie di variabili predefinite come età, durata della febbre, temperatura, tachicardia, tachipnea, retrazione della parete toracica, saturazione di ossigeno inferiore al 94%, aspetto malato, valori di proteina C reattiva nel sangue. Per ogni piccolo paziente hanno poi determinato la comparsa di polmonite, altre gravi infezioni batteriche, o infezioni di minore gravità.

«In questo modo abbiamo prima derivato e poi validato il modello» spiega la pediatra Rianne Oostenbrink, che ha coordinato lo studio.

Durata della febbre, temperatura corporea, tachipnea e una bassa saturazione dell’ossigeno si sono rivelati forti predittori di polmonite, mentre elevati livelli di proteina C reattiva possono essere indice sia di una polmonite sia di altre gravi infezioni batteriche. Elemento discriminante tra le due condizioni è la retrazione della parete toracica, segno di una grave infezione batterica diversa dalla polmonite.

«Grazie a una validazione esterna, possiamo affermare che il nostro modello è risultato efficace soprattutto nella previsione di polmonite e, anche se meno, di gravi infezioni batteriche e altre infezioni» sostiene Oostenbrink.

Discriminando tra questi 3 tipi infezione e ripartendo i pazienti in categorie a basso o alto rischio, questo modello predittivo è utile dal punto di vista diagnostico perché permette di gestire il paziente sulla base della condizione prevista, per esempio effettuando ulteriori analisi, come la radiografia toracica, e guidando il medico nella prescrizione degli antibiotici.

TeamSalute

Il cioccolato come calmante

cioccolato fondente

I polifenoli contenuti nel cioccolato fondente sono un ottimo calmante. Lo afferma uno studio dell’università australiana di Swinburne pubblicato dal Journal of Psychopharmacology.

Lo studio ha riguardato 72 uomini e donne in buona salute tra i 40 e i 65 anni a cui per un mese è stata prescritta una bibita al giorno contenente 500 milligrammi, 250 o zero di polifenoli estratti dal cacao.

Al termine dello studio, il gruppo che aveva il contenuto maggiore ha mostrato una maggiore calma e contentezza rispetto agli altri.

Non abbiamo invece trovato evidenze di miglioramenti nelle capacità cognitive – scrivono gli autori – e gli effetti sull’umore si sono verificati solo nel gruppo con 500 milligrammi al giorno“.

AGIsalute

Scoperta la sede cerebrale dell’invecchiamento

Invecchiamento e ipotalamo

Per la prima volta gli scienziati dell’Albert Einstein College of Medicine della Yeshiva University hanno dimostrato che l’ipotalamo dei topi controlla l’invecchiamento in tutto il corpo. La scoperta di uno specifico percorso di segnalazione legato all’età apre nuove strategie per la lotta contro le malattie della vecchiaia e apre nuove possibilità sull’estensione della vita. L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Gli scienziati si sono domandati a lungo se l’invecchiamento si verifichi indipendentemente in vari tessuti del corpo o se sia invece regolato attivamente da un organo del corpo”, ha spiegato l’autore Dongsheng Cai, professore di farmacologia molecolare. “Dal nostro studio risulta chiaro che molti aspetti dell’invecchiamento sono controllati dall’ipotalamo e la cosa interessante è che è possibile -almeno nei topi – alterare la segnalazione entro l’ipotalamo e rallentare il processo di invecchiamento e aumentare la longevità

L’ipotalamo, una struttura delle dimensioni di una mandorla è situato in profondità all’interno del cervello, ed è noto che ha un ruolo fondamentale nella crescita, lo sviluppo, la riproduzione e il metabolismo. Il dottor Cai sospettava che l’ipotalamo potesse anche svolgere un ruolo chiave nel processo di invecchiamento attraverso l’influenza che esso esercita in tutto il corpo.

Con l’invecchiamento,” ha detto, “è possibile rilevare alterazioni infiammatorie nei vari tessuti. L’infiammazione è anche coinvolta in varie malattie legate all’età, come la sindrome metabolica, le malattie cardiovascolari, le malattie neurologiche e molti tipi di cancro.”

Nel corso degli ultimi anni, il dottor Cai ed i suoi colleghi di ricerca hanno dimostrato che i cambiamenti infiammatori nell’ ipotalamo possono dar luogo a diversi componenti della sindrome metabolica (una combinazione di problemi di salute che possono portare a malattie cardiache e diabete).

Per scoprire come l’ipotalamo potrebbe influenzare l’invecchiamento, il dottor Cai ha deciso di studiare l’infiammazione dell’ipotalamo, concentrandosi su un complesso proteico chiamato NF-kB. “L’infiammazione coinvolge centinaia di molecole, e NF-kB si trova proprio al centro di questo meccanismo,” ha spiegato.

Nel corso dello studio, il dottor Cai e il suo team hanno dimostrato che l’attivazione di NF-kB nell’ipotalamo dei topi ha significativamente accelerato lo sviluppo dell’invecchiamento, come dimostrato da vari test fisiologici, cognitivi e comportamentali.

I topi hanno mostrato una diminuzione della forza muscolare, dello spessore della pelle, e della loro capacità di apprendimento che sono tutti indicatori di invecchiamento. L’attivazione di questo percorso ha promosso l’invecchiamento sistemico accorciando la durata della vita”, ha spiegato.

Inoltre il dottor Cai e il suo gruppo hanno scoperto che bloccando l’NF-kB nell’ipotalamo del cervello dei topi si è rallentato l’invecchiamento aumentando la longevità media di circa il 20 per cento, rispetto ai gruppi di controllo.

I ricercatori hanno anche scoperto che l’attivazione dell’NF-kB nell’ipotalamo ha causato cali di rilascio delle gonadotropine (GnRH), sintetizzate nell’ipotalamo. Il rilascio di GnRH nel sangue è di solito associato con la riproduzione. Sospettando che il rilascio ridotto di GnRH dal cervello potrebbe contribuire all’invecchiamento di  tutto il corpo, i ricercatori hanno iniettato l’ormone in un ventricolo ipotalamico  dei topi anziani rallentando il  declino cognitivo relativo all’età, probabilmente grazie all’attivazione della neurogenesi.

Secondo il dottor Cai, impedire all’ipotalamo di causare l’infiammazione e aumentare la neurogenesi attraverso la terapia del GnRH sono due possibili strategie per aumentare la durata della vita e curare le malattie legate all’età.

Gaianews

Il fegato grasso

fegato grasso2

Il fegato grasso è una condizione in cui nei tessuti epatici si accumulano quantità eccessive di grasso. In particolare, si parla di fegato grasso non alcolico quando il problema non è legato al consumo di troppi alcolici.

Si tratta di un disturbo piuttosto comune che nella maggior parte dei casi non dà particolari sintomi e non degenera in malattie più gravi. In altri casi può essere associato a fatica, dolori nella parte alta destra dell’addome e perdita di peso e nelle situazioni più gravi può trasformarsi in un’infiammazione che danneggia il fegato. In questi casi si parla di steatoepatite non alcolica e di cirrosi associata al fegato grasso non alcolico.

A scatenare il problema è la difficoltà del fegato a degradare i grassi. Le cause alla base di questa difficoltà non sono, però, ben note. Ciò che i medici sanno è che diversi fattori possono portare allo sviluppo del fegato grasso, ad esempio l’assunzione di alcuni farmaci, interventi di bypass gastrico, quantità eccessive di colesterolo o di trigliceridi nel sangue, la sindrome metabolica, la malnutrizione, l’obesità, perdite improvvise di peso, il diabete di tipo 2 e alcune tossine o sostanze chimiche, come i pesticidi.

Così com’è difficile individuare una causa precisa per questa condizione, allo stesso modo non esiste un trattamento standard che permetta di eliminarla. Tuttavia alcuni accorgimenti possono aiutare a ridurre i fattori che aumentano il rischio di accumulare grassi nel fegato:

  • in caso di obesità, perdere peso sia con una corretta alimentazione, sia con l’attività fisica o, in situazioni più gravi, ricorrendo a interventi chirurgici;
  • se si sospetta che a causare il problema sia un farmaco, sostituendo il medicinale;
  • in generale, mantenersi fisicamente attivi è d’aiuto. Bastano 30 minuti di esercizio al giorno e piccole attenzioni, ad esempio fare le scale anziché prendere l’ascensore o evitare di usare l’auto per tragitti brevi;
  • tenere sotto controllo il livello di zuccheri e di colesterolo nel sangue;
  • proteggere il fegato da ulteriori stress, ad esempio evitando il consumo di alcolici e non abusando di farmaci, nemmeno di quelli che si possono acquistare senza bisogno della ricetta medica.

Un ruolo fondamentale è poi giocato dall’alimentazione, che deve essere ricca di frutta e verdura, povera di grassi saturi, che devono essere sostituiti con quelli più salutari (i grassi insaturi) presenti nel pesce, nell’olio d’oliva e nelle noci. La dieta, infine, dovrebbe essere ricca di cereali integrali, pane e riso inclusi pane.

BenessereBlog

Controllo del peso con il tè verde

Tè verde e perdita di peso

Il tè verde aiuta a controllare il peso e a regolare il glucosio in presenza di diabete di tipo 2. Lo dimostra una nuova ricerca condotta da Jae-Hyung Park della Keimyung University pubblicata sugli Archives of Pharmacology.

I costituenti attivi del tè verde che inibiscono il glucosio intestinale e l’assorbimento dei lipidi sono quei flavonoidi chiamati catechine gallate. Una volta nel sangue, le catechine riescono a migliorare la resistenza all’insulina che è una conseguenza negativa nei pazienti obesi e diabetici. I ricercatori hanno testato gli effetti dell’estratto di tè verde sul peso corporeo e l’intolleranza al glucosio nei topi diabetici e nei topi sani nutriti con una dieta ad alto contenuto di grassi. I risultati hanno mostrato che le catechine gallate – attraverso l’aggiunta di una resina atossica, il polietilene glicole – riescono a promuovere una significativa riduzione del peso corporeo, della resistenza all’insulina e dell’intolleranza al glucosio sia nei ratti diabetici sia in quelli sani. Il polietilene glicole ha l’effetto di prolungare l’intervallo di tempo di stazionamento delle catechine nell’intestino, limitando così l’assorbimento del glucosio per un periodo più lungo.

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