Archivio per giugno 2013

Il cervello produce il suo “Valium naturale”

VALIUM naturale

Una proteina naturale (DBI, diazepam binding inhibitor) prodotta in una zona limitata dal cervello dei mammiferi che ha lo stesso effetto del Valium, il famoso farmaco anti-ansia e calmante commercializzato nel 1965, e può agire un po’ come la molecola. Ovvero porre un freno su alcuni tipi di crisi epilettiche, controllare le convulsioni febbrili o anche offrire un supporto nell’astinenza acuta da alcol.

A fare la scoperta è un team della Stanford University of Medicine (Usa) che ha pubblicato lo studio sulla rivista ‘Neuron‘.

La proteina conosciuta come inibitore che regola l’eccitabilità dei neuroni della diazepina (DBI), agisce nel circuito chiave del cervello in cui avvengo i processi all’origine delle scariche ad alta frequenza responsabili delle crisi epilettiche.

Secondo i ricercatori la proteina ‘simil Valium’ potrebbe rivelarsi così un prezioso alleato nello sviluppo di nuove terapie con meno effetti collaterali rispetto a quelle più vecchie.

Questo è uno dei risultati più interessanti che abbiamo avuto in molti anni – afferma John Huguenard, autore dello studioe per la prima volta dimostra che nel nucleo profondo del cervello viene prodotta una piccola proteina che agisce come un benzodiazepine, una classe di di farmaci che comprende anche il noto, ma ormai superato, ansiolitico Valium“.

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Mangiare pop corn fa bene alla salute?

Pop Corn

Sembrerebbe di si, e così lo stereotipo del  bambino seduto davanti alla televisione intento a sgranocchiare pop corn pescati svogliatamente dal secchione stracolmo, non dovrebbe più essere sinonimo di sovrappeso. E si perché i famosi chicchi di mais scoppiato possono essere equiparati a frutta e verdura, dal momento che contengono una gran quantità di antiossidanti che, come tutti ormai ben sanno, sono dei preziosi alleati per la salute dell’organismo. Questo grazie al fatto che l’acqua rappresenta solo il 4% del loro peso, per cui polifenoli e fibre sono presenti si potrebbe dire in quantità massiccia, in sostanza una scorpacciata di salute.

La concentrazione di tali polifenoli nei pop corn è più o meno pari a quella presente nelle noci, per cui una porzione media dei famosi chicchi di mais ne contiene ben più di una porzione di frutta e verdura. È necessario porre attenzione alla salatura che deve essere molto contenuta, altrimenti un eccesso di sodio potrebbe favorire la ritenzione idrica con tutte le conseguenze che questa comporta.

Inoltre, è necessario fare attenzione alla cottura in quanto nei pop corn potrebbe essere presente una eccessiva concentrazione di una sostanza dannosa per l’organismo.

Una recente ricerca condotta presso la West Virginia University School of Public Health  ha riscontrato nelle buste di pop corn preconfezionati una significativa concentrazione di PFOA, l’acido perfluoroottanoico che è usato principalmente come rivestimento impermeabilizzante di alcune stoviglie e, in particolare, in quelle antiaderenti. Questa sostanza rappresenta un serio rischio per la salute in quanto una sua eccessiva concentrazione nel sangue accrescerebbe il rischio cardiologico, così come per i soggetti portatori di problemi cardiocircolatori, per i quali il rischio sarebbe ancor più severo.

Ma, ovviamente, questo non è un problema legato solo ai pop corn e alla loro cottura in quanto le stoviglie antiaderenti sono oggi ampiamente utilizzate in cucina per la cottura degli alimenti, mentre invece sarebbe opportuno ricorrere a stoviglie diverse o a differenti metodi di cottura come, ad esempio, quella al vapore. Praticamente si tratta delle stoviglie, sia pentole che padelle così dette antiaderenti, che hanno il rivestimento scuro al loro interno, stoviglie che andrebbero sostituite con quelle in acciaio o con quelle rivestite in ceramica. Ma questo è un altro discorso.

Tornando ai pop corn, c’è da aggiungere che non sono per nulla calorici, per cui  l’opinione diffusa che potessero essere i responsabili dei problemi di sovrappeso, è del tutto priva di fondamento. Quindi, non è più il caso di preoccuparsi eccessivamente, per cui inutile privarsi del secchione di cartone stracolmo di chicchi di mais scoppiato, come spesso si vede nelle serie televisive e nei film americani, anche se nel nostro Paese secchi di tali dimensioni sono come minimo inconsueti.

Bisogna però organizzarsi differentemente  e procedere direttamente alla preparazione dei pop corn perché, come evidenziato dalla ricerca citata in precedenza, le confezioni già  pronte, presentano una significativa concentrazione della sostanza pericolosa per l’organismo. A volte il progresso si dimostra non essere proprio amico dell’uomo, e la cosa è decisamente sorprendente perché è difficile pensare che alcuni prodotti vengano messi in commercio senza una preventiva e accurata indagine circa i pericoli che le novità tecnologiche potrebbero nascondere. Ed è altrettanto difficile pensare che le istituzioni preposte al controllo di tali prodotti, non eseguano controlli approfonditi e mirati a proteggere la salute dei consumatori.

D’accordo che il profitto è uno dei peggiori nemici dell’uomo e che in suo nome spesso si commettono le cose più assurde, ma chiudere un occhio o non essere estremamente rigorosi quando si tratta della salute, non è solo deplorevole, è certamente colpevole, senza alcuna attenuante.

TuttaSalute_____________________________________________________

Giornata mondiale della sclerodermia.2013

 

Probiotici e funzioni cerebrali

Probiotici e cervello

Secondo un recente studio della UCLA, University of California, Los Angeles, condotto su 36 donne sane di età compresa tra i 18 e i 55 anni l’ingestione di batteri nel cibo può incidere sulle funzioni cerebrali degli esseri umani.

In particolare, il consumo regolare attraverso lo yogurt di batteri benefici, conosciuti come probiotici, determina l’alterazione delle funzioni cerebrali sia in stato di riposo che in risposta a uno stimolo emotivo. Sapere che il mutare dell’ambiente batterico dell’intestino si possa condizionare l’attività cerebrale, comporta implicazioni significative per la ricerca futura e potrebbe spianare la strada verso la manipolazione della flora batterica in modo da prevenire o curare vari tipi di disordini digestivi, mentali e persino neurologici.

Molti di noi hanno dello yogurt nel frigorifero che viene consumato per gusto, per il contenuto di calcio, o perché pensiamo che possa aiutare la nostra salute in qualsiasi altro modo – afferma Kirsten Tillisch, autrice principale dello studio -. La nostra scoperta indica che alcuni ingredienti dello yogurt possono effettivamente cambiare la modalità in cui il nostro cervello reagisce alle circostanze ambientali.”

Ciò che è comunemente risaputo, è che il cervello invia dei segnali all’intestino, ecco perché lo stress e altre emozioni possono contribuire a vari sintomi intestinali.

Questo recente studio mostra ciò che finora era stata solo un’ipotesi, supportata solamente da studi effettuati su animali: i suddetti segnali vengono trasmessi anche nella direzione inversa.

Lo studio è stato condotto su tre gruppi di donne per quattro settimane: il primo gruppo ha consumato regolarmente yogurt con probiotici, il secondo ha consumato yogurt senza probiotici, mentre il terzo gruppo non ha consumato yogurt. Raffrontando i risultati della risonanza magnetica, prima e dopo il periodo di studio, e in risposta a stimoli emotivi, le donne che hanno assunto i probiotici hanno mostrato un calo di attività nella parte del cervello adibita ai processi emozionali, cognitivi e sensoriali. Le donne degli altri due gruppi hanno mostrato invece attività incrementata o comunque stabile. Dai risultati della risonanza magnetica durante lo stato di riposo è invece emerso che le donne che hanno consumato probiotici hanno mostrato maggiore connettività neurale associata all’attività cognitiva, le donne che non hanno consumato yogurt hanno mostrato maggiore attività cerebrale nella regione emotiva e sensoriale, mentre le donne che hanno consumato un prodotto caseario senza probiotici hanno mostrato un valore medio tra i due. I ricercatori si sono sorpresi di scoprire che gli effetti cerebrali potevano essere individuati in varie aree, incluse le aree più prettamente sensoriali. La consapevolezza per cui questi segnali vengono inviati dall’intestino al cervello e che possono essere influenzati da un cambiamento nel regime alimentare, può presumibilmente portare a un’espansione della ricerca nel settore.

I ricercatori della UCLA sono adesso alla ricerca degli elementi che innescano i segnali verso il cervello, mentre altri stanno studiando i potenziali benefici di alcuni probiotici sull’umore.

sanitànews

Stress ed abitudini

Stress ed Abitudini

Lo stress aiuta a consolidare le abitudini, negative o positive che siano. Quando viviamo una situazione difficile tendiamo a prendere decisioni abitudinarie, optando in molti casi per delle scelte che premiano la nostra salute.

Non sarebbe vero dunque, l’assioma secondo cui quando si è sotto stress si tenderebbe a mangiare male, a prediligere abitudini malsane come alcol e fumo e in generale a lasciarsi andare a stili di vita dannosi per la salute.

Le decisioni che vengono prese in situazioni stressanti dipendono dalle abitudini che si hanno generalmente. Lo hanno scoperto un gruppo di ricercatori della University of Southern California, in uno studio condotto su un gruppo di studenti universitari a ridosso degli esami e nei periodi di calma.

Le differenze di comportamento – misurate valutando stile di vita, alimentazione e attività fisica – in questi due momenti temporali erano minime. Se uno studente tendeva ad avere una vita sana, proseguiva su quella strada anche nei momenti di stress.

Secondo gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, nei momenti di difficoltà si sarebbe troppo stanchi per prendere decisioni drastiche e si tenderebbe a farsi guidare dalle proprie abitudini.

Yourself

Parkinson: nuove linee guida

Parkinson, nuove linee guida

Presentata all’Istituto superiore di sanità la nuova “Linea guida sulla diagnosi e terapia della malattia di Parkinson“.

Si tratta sia di un aggiornamento della versione pubblicata nel 2010 dallo Scottish intercollegiate guidelines network (Sign) per la diagnosi e i trattamenti farmacologici, sia della valutazione, per la prima volta, in una visione di sanità pubblica, delle questioni inerenti l’opportunità di un trattamento riabilitativo, chirurgico e di una terapia a base di cellule staminali.

La Linea guida è inserita nell’ambito del Sistema nazionale linee guida ed è il frutto del lavoro di collaborazione tra l’Iss e la Lega italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson, le sindromi extrapiramidali e le demenze (Limpe), e di altre 13 società scientifiche (mediche e di altri professionisti sanitari) e delle due associazioni di familiari e pazienti. Questa linea guida costituisce il primo innovativo documento con una serie di raccomandazioni rivolte agli operatori sanitari impegnati nella gestione del paziente affetto da Parkinson.

Abbiamo tracciato, per la prima volta, un possibile percorso diagnostico assistenziale del paziente affetto dalla malattia di Parkinson – afferma Nicola Vanacore, neuroepidemiologo dell’Iss – offrendo così un primo tassello per lo sviluppo, nel nostro Paese, di un sistema integrato nella gestione di questa patologia, che chiama in causa, nelle sue diverse fasi, numerosi professionisti: dal neurologo al medico di medicina generale, dal geriatra al fisiatra, dal neurofisiologo al neurochirurgo, dallo psichiatra all’ortopedico e molti altri“.

Nel nostro Paese sono 230 mila le persone affette dal Parkinson, in maggioranza uomini (sei su dieci). Una cifra purtroppo destinata a raddoppiare entro il 2030 a causa dell’invecchiamento della popolazione. Il 70% di tutti i malati di Parkinson ha più di 65 anni, mentre nel 5% dei casi la malattia insorge prima dei 50 anni.

sanitànews

Epatite A … il ritorno?

EPATITE A, il ritorno

Una malattia che sembrava ormai debellata, almeno nel mondo occidentale, rialza la testa. Si tratta dell’epatite A, una forma di epatite virale causata dal virus dell’epatite A (HAV).

Per via del miglioramento delle condizioni igieniche nei paesi occidentali, l’infezione si diffonde difficilmente nel nostro paese, ma ora le autorità sanitarie registrano un aumento considerevole dei casi.

È il sistema di sorveglianza Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta) a lanciare l’allarme con la registrazione di 417 casi di epatite A nel periodo che va da settembre 2012 ad aprile 2013 rispetto ai 167 casi registrati nel corrispondente periodo dell’anno precedente:

su 16 regioni che hanno trasmesso dati aggiornati al 20 maggio 2013, risulta un incremento delle notifiche di Epatite A pari al 70% nel periodo marzo-maggio 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012. In relazione a ciò è necessario rafforzare la sorveglianza dell’Epatite virale A ed avviare indagini sul territorio nazionale finalizzate ad identificare sia l’esistenza di possibili casi autoctoni correlati che, eventualmente, le potenziali fonti”, spiega in una nota il ministero della Salute.

Le autorità sanitarie internazionali hanno individuato due focolai della malattia, il primo dei quali localizzato nei paesi nord-europei e legato con ogni probabilità al consumo di frutti di bosco congelati di importazione da paesi extra-europei. Il secondo è legato a turisti di rientro dall’Egitto.

Secondo i dati del Seieva, nel nostro paese l’aumento ha riguardato soprattutto le regioni del centro-nord e una sola regione del sud, la Puglia.

L’epatite A, che non cronicizza mai, si caratterizza per una manifestazione sintomatica improvvisa fra i 15 e i 50 giorni successivi all’ingestione del cibo contaminato.

I sintomi sono nausea, perdita di appetito, astenia, malessere generalizzato, vomito, dolore addominale, febbre, urine scure e feci chiare, ittero.

Nei 5 giorni precedenti alla fase itterica c’è un’intensificazione dei sintomi, che invece cominciano ad attenuarsi proprio con l’insorgenza dell’ittero.

Nei bambini, poi, la principale manifestazione sintomatica è la diarrea, mentre meno frequente è l’ittero. La guarigione avviene nel giro di 2-4 settimane dall’inizio dei sintomi. Esistono anche le forme fulminanti, circa 2-8 casi su 1000, nel qual caso il tasso di mortalità è dell’80 per cento.

italiasalute

Tumore al fegato: un esame delle urine per la diagnosi

EASL 2013

Secondo due studi presentati all’International Liver Congress 2013 ad Amsterdam potrebbe bastare un esame delle urine per diagnosticare il tumore al fegato.

Grazie ad analisi di risonanza magnetica nucleare è possibile, infatti, individuare le urine di pazienti affetti da carcinoma epatocellulare, forma di cancro al fegato che rappresenta circa il 5,4% dei tumori diagnosticati, o da colangiocarcinoma, che colpisce i dotti biliari.

La scoperta potrebbe portare a un netto miglioramento della diagnosi, visto che al momento entrambe le forme tumorali sono difficili da individuare e non godono di test sofisticati. I ricercatori hanno invece verificato che analisi di risonanza magnetica nucleare permettono di distinguere i campioni di urina di pazienti sani da quelli di pazienti con carcinoma epatocellulare. In particolare, cambia la quantità di metionina, carnitina e creatinina.

Nel caso del colangiocarcinoma, invece, l’analisi prende in considerazione la presenza di proteine nell’urina e nella bile.

In generale entrambi i set di dati dimostrano il crescente valore delle tecniche di proteomica e metabolomica – spigea Mark Thursz, direttore generale dell’European association for the study of the liver (Easl) -. Se confermati da ulteriori ricerche, i clinici potrebbero presto utilizzare semplici test delle urine per diagnosticare il carcinoma epatocellulare e il colangiocarcinoma“.

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