Archivio per agosto 2013

I cosmetici provocano problemi alla tiroide

Cosmetici.PFC.malattie tiroide

Secondo un nuovo studio, l’esposizione a sostanze chimiche utilizzate come componenti di una vasta gamma di prodotti di consumo può causare alterazioni della funzionalità tiroidea.
I soggetti dello studio presentavano una vasta esposizione ad agenti chimici perfluorinati (PFC), che vengono utilizzati per la fabbricazione di prodotti quali tessuti, tappeti, e cosmetici. Queste sostanze chimiche richiedono molto tempo per rimosse dal corpo.

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Eccesso di alcool associato all’acne

Alcool e pelle

Il bicchierino è un vizio duro a morire. Il fatto è che sempre più giovani abusano di alcolici. Secondo l’Istituto superiore della sanità, questo problema interessa 1 milione e mezzo di persone fra 11 e 24 anni. Nello stesso tempo sono passati dal 33,7 al 41,9% i giovani di 18-24 anni che consumano alcol fuori pasto; mentre nella fascia di età dai 14 ai 17 anni la percentuale è passata dal 14,5 al 16,9. Anche i dati emersi da un rapporto Hsbc-Italia sono allarmanti.
Sempre più ragazzi tra gli 11 e i 15 anni soffrono di dipendenza da alcol. L’abuso di tali sostanze ha gravi effetti sul fisico degli adolescenti, mal di testa, mal di stomaco, capogiri, mal di schiena e insonnia. L’alto apporto calorico delle bevande alcoliche inoltre, provocherebbe un aumento del sovrappeso: il 13,7% delle ragazze e il 21,3% dei ragazzi ha dei chili di troppo. E con la fine delle scuole e quindi la possibilità di uscire tutte le sere, le percentuali sono purtroppo destinate a crescere in maniera esponenziale.
Questo apporto calorico avrebbe degli effetti negativi sul peso e sulla pelle, in particolar modo sul viso. Una recente ricerca condotta dalle Prof.sse Gabriella Fabbrocini e Annamaria Colao (Federico II, Napoli), coordinata dal Prof. Giuseppe Monfrecola, ha dimostrato infatti che un’alta percentuale di giovani tra i 15 e i 20 anni con acne resistente ai comuni trattamenti presenta un’elevata percentuale di insulinoresistenza.

L’elevato apporto di zuccheri e grassi, dopo una notte di bagordi, dà un carico eccessivo all’organismo che può ripercuotersi su diversi organi tra cui la pelle” – spiega la Dott.ssa Fabbrocini docente di dermatologia e venereologia presso l’Università di Napoli Federico II –.

L’abuso di alcol di per sé molto calorico, quindi, oltre a portare a un considerevole aumento di peso corporeo causa un peggioramento delle condizioni della pelle e a un aumento della seborrea e di tutte le condizioni ad esse legate come acne, capelli grassi, punti neri, pelle untuosa”.

L’alcol inoltre è epatolesivo soprattutto negli adolescenti e questo si può ripercuotere indirettamente anche sull’equilibrio idroelettrolitico del nostro organismo e della nostra pelle che risente molto di tali squilibri” – chiarisce la Dott.ssa –.

Rossori, eritemi e pelle con tendenza alla couperose e alla rosacea possono poi essere aggravati da un tasso alcolico elevato, cosa diversa è il mezzo bicchiere di vino rosso ai pasti che grazie all’attività antiossidante del resveratrolo può essere di aiuto come nemico dei radicali liberi”.

Ma oltre all’alcol quali sostanze sono colpevoli dell’invecchiamento cutaneo?

In primis abbiamo i raggi ultravioletti seguiti dal fumo di sigaretta, dallo stress, dall’abuso di farmaci e da una dieta ricca di grassi animali – illustra l’esperta –, ma anche lo smog è un fattore determinante”.

Negli ultimi anni l’aumentata esposizione a tanti diversi inquinanti ambientali poco conosciuti ha aumentato il rischio di sensibilizzazione e di alcune manifestazioni acneiche iatrogene ossia da eccessiva esposizione ad alcune sostanze come gli idrocarburi”.

L’alimentazione può davvero venire in nostro aiuto influenzando il decorso della patologia?

Sicuramente un’alimentazione a basso carico glicemico può aiutare i dermatologi, in alcuni casi resistenti alle comuni terapie antiacne, a ottenere il massimo risultato. I meccanismi sono complessi, e alla base ci sarebbe un meccanismo di insulinoresistenza; diversi studi infatti rilevano come una dieta ipocalorica possa migliorare, oltre che il nostro stato di salute generale, mantenendoci in forma, anche il grado di infiammazione associato all’acne”.

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Reflusso gastro-esofageo: quando rivolgersi al Chirurgo?

reflusso gastro-esofageo

Se il contenuto dello stomaco (liquido, solido o gassoso) risale verso l’esofago, anziché scendere a valle verso il duodeno, si verifica il reflusso gastroesofageo.
I pazienti affetti riferiscono tipicamente: bruciore dietro lo sterno (pirosi), risalita del cibo fino al cavo orale (rigurgito), dolore toracico simile a quello cardiaco (pseudo-angina), tosse e laringite croniche, crisi respiratorie di tipo asmatico.
Il reflusso, senza sintomi, è un fenomeno fisiologico, presente anche nel soggetto sano.
Il reflusso sintomatico, occasionale, è un evento invece patologico, sperimentato, almeno una volta nella vita, da una consistente percentuale della popolazione generale, che si giova della terapia medica (farmaci che agiscono sulla secrezione acida dello stomaco, farmaci che consentono allo stomaco di spingere più efficacemente, a valle, il suo contenuto).

Devi rivolgerti al chirurgo solo in alcuni casi, che rientrano nella cosiddetta malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE), nella quale è presente almeno uno dei seguenti quattro elementi:

  1. il reflusso genera sistematicamente sintomi, tipicamente entro due ore dal termine del pasto;
  2. il reflusso ha danneggiato il rivestimento interno dell’esofago (mucosa) con: lesioni esofagee infiammatorie (esofagite), o ulcerative, o trasformazione metaplastica (cellule normali ma diverse da quelle abitualmente presenti) della mucosa (esofago di Barrett);
  3. parte dello stomaco ha abbandonato l’addome, collocandosi nel torace e qui, entrando in contatto con il rivestimento del cuore e dei polmoni (pericardio, pleure) provoca sintomi di tipo cardiaco e/o respiratorio: in questo caso sei affetto da ernia iatale sintomatica;
  4. la porzione inferiore dell’esofago ha una pressione talmente bassa da non impedire la risalita del contenuto gastrico: riduzione del tono dello sfintere esofageo inferiore.

Nell’ernia iatale una porzione di stomaco risale in torace attraverso il diaframma a livello del foro che normalmente lascia passare la porzione inferiore dell’esofago dal torace all’addome (iato esofageo, da cui il nome ernia iatale).

Il chirurgo propone l’intervento solo in una minoranza di casi:

  1. assenza di risposta alla terapia farmacologia e/o severo ritorno dei sintomi (recidive) dopo sospensione della stessa;
  2. risposta paradossa alla terapia farmacologica con reflusso amaro (alcalino) e rigurgito di frammenti di cibo indigerito;
  3. effetti collaterali della terapia medica cronica (ginecomastia, dermatite lichenoide, alterazioni ematologiche autoimmuni);
  4. esofago di Barrett refrattario alla terapia medica;
  5. sintomatologia extradigestiva (asma, pseudo-angina) associata ad ernia iatale di cospicue dimensioni.

Se rientri in uno dei 5 gruppi sopra riportati, sei fra i pochi pazienti che possono giovarsi della chirurgia per risolvere in modo definitivo i sintomi che li affliggono.

La soluzione chirurgica migliore (gold standard chirurgico) è rappresentato dalla fundoplicatio laparoscopica dello stomaco: attraverso 4 o 5 piccole incisioni addominali (fori laparoscopici) si avvolge, in modo permanente, la parte superiore dello stomaco intorno alla parte inferiore dell’esofago; tutto questo genera un meccanismo di valvola antireflusso, risolvendo definitivamente i sintomi, che hanno condotto il paziente dal chirurgo. Nel medesimo intervento chirurgico si riduce in addome l’eventuale ernia iatale e si ripara il diaframma (iatoplastica).

La fundoplicatio è un intervento noto fin dagli anni ’50, praticato in laparoscopia solo in tempi più recenti, con diversi nomi, quelli dei chirurghi che per primi l’hanno eseguita ciascuno con aspetti originali. Lo stomaco può essere avvolto attorno all’esofago in modo completo (a 360°) realizzando così la fundoplicatio secondo Nissen o parziale, come nella fundoplicatio secondo Toupet (270°) e secondo Lotart-Jacob (90°).

italiasalute

Il Codice della strada discrimina i titolari di patente italiana con Diabete che risiedono all’Estero

 

Secondo il Codice Codice della strada.diabete.esterodella strada, è possibile rinnovare la patente di guida, per chi risiede o dimora da almeno 6 mesi all’estero  presso le rappresentanze diplomatiche italiane. La norma vale per tutti i titolari di patente di guida rilasciata nel nostro Paese, cittadini italiani e stranieri, ma non per le persone con diabete.

A segnalare la discriminazione,  FAND – Associazione Italiana Diabetici, che raggruppa  101 Associazioni italiane di persone con diabete, in una lettera al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, on. Maurizio Lupi, in cui chiede il suo intervento urgente.

La problematica del rinnovo della patente per le persone con diabete non è nuova”, spiega Egidio Archero, Presidente FAND.

Come più volte segnalato dalle associazioni che tutelano i diritti delle persone con diabete, per il nostro Codice della strada, ancora oggi nonostante una direttiva Cee recepita dall’Italia a fine 2010, avere il diabete è uno stigma; è essere diversi. Il codice, infatti, parla  genericamente di ‘soggetti affetti da diabete’, senza tenere minimamente in conto la realtà che non tutte le persone con diabete sono uguali: chi ha la malattia in forma più lieve, chi più grave, chi ha complicanze e chi no, chi prende farmaci a rischio di ipoglicemia e chi no”, continua Archero.

Da alcune associazioni locali aderenti a FAND sono recentemente giunte segnalazioni circa comunicazioni inviate dagli organi periferici del Ministero dell’Interno ai corpi di Polizia municipale, che annunciavano modifiche apportate  all’art. 126 comma 9 del Codice della strada, che norma la possibilità di rinnovo della patente di guida italiana da parte di persone che si siano trasferite temporaneamente o definitivamente all’estero.

In  sintesi, l’art. 126, rifacendosi all’art. 119 (commi 2bis e 4) che regola i casi che richiedono accertamenti medici specifici, preclude la possibilità a un cittadino residente all’estero, in possesso di patente italiana, e affetto da diabete o altra malattia che richieda analoghi accertamenti medici, di godere degli stessi diritti di ogni altro cittadino.

Mentre un cittadino ‘normale’ trasferitosi all’estero può rinnovare la patente presso le rappresentanze diplomatiche, un cittadino con diabete non può farlo. Sorge spontanea la domanda: che cosa deve fare? Conseguire ex novo la patente di guida della nazione in cui dimora o risiede? Oppure tornare in Italia, magari dall’altro capo del mondo, per sbrigare le relative pratiche?”, chiede FAND nella sua lettera al Ministro.

Signor Ministro, conosciamo la Sua sensibilità e la Sua attenzione alle disparità e alle ingiustizie, perché tale noi consideriamo questa situazione. A nome di FAND, le chiedo un intervento autorevole per modificare questa disposizione del tutto discriminatoria nei confronti dei cittadini con diabete”, l’appello conclusivo di Archero.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Merck Serono destina 4 milioni di euro al GFI (Grant for Fertility Innovation) per il periodo 2013 – 2014

Grant for Fertility Innovation

Nel corso del 29º convegno annuale della European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), che si è tenuto a Londra dal 07 al 10 luglio scorso, Merck Serono, divisione biofarmaceutica di Merck, ha reso noto che finanzierà il Grant for Fertility Innovation (GFI) con un contributo complessivo di 4 milioni di euro  per il periodo 2013-2014.

Avviato nel 2009, il il GFI persegue l’obiettivo di trasformare progetti innovativi di ricerca traslazionale sulla fertilità in soluzioni concrete per migliorare i risultati delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Nel corso degli ultimi 4 anni, al GFI sono state indirizzate circa 525 candidature provenienti da oltre 45 Paesi in tutto il mondo. Fra tutte queste proposte, 26 progetti, provenienti da 16 Paesi hanno conseguito complessivamente 6 milioni di euro in borse di studio.

Migliorare la nostra capacità di individuare, validare e portare nella pratica clinica tecnologie innovative a vantaggio delle donne con difficoltà di concepimento, rappresenta un principio di base del GFI,” ha dichiarato la Dott.ssa Annalisa Jenkins, Executive Vice President and Head of Global Development and Medical di Merck Serono.

Creando e migliorando una rete globale di competenze attraverso il GFI, auspichiamo di velocizzare la scoperta di innovazioni scientifiche e mediche in grado di offrire nuove possibilità terapeutiche alle persone con problemi di fertilità”.

Ogni anno, i vincitori del GFI vengono annunciati nel corso di una cerimonia in occasione del convegno ESHRE.

La Dott.ssa Annalisa Jenkins ha presieduto la cerimonia di quest’anno, insieme al Dott. Carlos Simon dell’ Instituto Valenciano de Infertilidad e del Dott. Antonio Capalbo del Centro Genera di Medicina della Riproduzione, Roma.

Quest’anno, nel corso della cerimonia sono stati annunciati 7 progetti vincitori:

  • Alice Chen – Auxogyn, Inc, San Francisco, CA (USA): Non-invasive, automated aneuploidy screening in human embryos (Screening automatico non invasivo delle aneuploidie in embrioni umani).
  • Mandy Katz-Jaffe and Rebecca Krisher – National Foundation for Fertility Research, Lone Tree, Colorado (USA): Improve live birth rates for women with diminished ovarian reserve (Aumento del tasso di natalità nelle donne con ridotta riserva ovarica).
  • Samir Hamamah – Ospedale universitario di Montpellier, Montpellier (FRANCIA): Prospective study of the ‘Win Test’ (Window Implantation Test) [Studio prospettico del ‘Win Test’ (test finestra d’impianto)].
  • Carlos Simón – Instituto Valenciano de Infertilidad, Valencia (SPAGNA): Analysis and functionality of miRNAs on endometrial fluid (Analisi e funzione dei miRNA nel liquido dell’endometrio).
  • Marie Louise Wissing – Dottoranda presso la Clinica di fertilità Holbaek / Università di Copenhagen, Copenhagen (DANIMARCA): MicroRNA profiling of Serum, Follicular fluid and Cumulus cells (Identificazione del profilo dei microRNA del siero, liquido follicolare e cellule cumulus).
  • Antonio Capalbo e Laura Rienzi – Centro Genera di Medicina di Riproduzione, Roma (ITALY): MicroRNA secretion profile analysis in blastocyst spent culture media (Analisi del profilo di secrezione MicroRNA in terreni di coltura che hanno raggiunto lo stadio di blastocisti).
  • Jie Li – Primo ospedale affiliato all’Università Sun Yat-sen, Guangzhou (CINA): Utilization of Electrochemiluminescence immunoassay (ECLIA) for the detection of Early Embryonic Biomarkers for Embryo Selection [Uso di test immunologico in elettrochemiluminescenza (ECLIA) per il rilevamento di biomarcatori embrionali precoci ai fini della selezione dell’embrione].

 

Informazioni sul Grant For Fertility Innovation (GFI)

Nel 2009, Merck Serono ha annunciato il lancio del programma GFI, un’iniziativa volta a sostenere i progressi della scienza e delle tecnologie innovative nel campo della fertilità. Il riconoscimento viene assegnato, di anno in anno, a progetti di ricerca traslazionale in grado potenzialmente di migliorare il tasso di nascite dei bambini a beneficio delle pazienti. Ogni progetto presentato, reso anonimo, è valutato da una giuria di esperti sulla base di 5 criteri: sostegno all’aumento del tasso di natalità; innovatività della ricerca; razionale scientifico; fattibilità e utilità pratica.

Ulteriori informazioni sul GFI e sulla modalità di partecipazione alle prossime edizioni sono disponibili sul sito web www.grantforfertilityinnovation.com

GAS Communication

Quando la malattia è solo immaginata

Münchhausen

A volte le malattie non esistono, ma vengono letteralmente “costruite” dall’immaginazione del presunto paziente, causando così una patologia stavolta reale, la sindrome di Münchhausen.

Si tratta di un disturbo di ordine psichiatrico in base al quale le persone colpite simulano una malattia o un trauma specifico allo scopo di attirare su di sé le attenzioni e le simpatie degli altri.

Gli psichiatri parlano anche di disturbi fittizi per riferirsi alla patologia, una condizione difficile da diagnosticare almeno all’inizio per via della lunga lista di malattie associabili alla sintomatologia presentata che devono essere escluse prima di poter procedere alla diagnosi corretta.
I sintomi “avvertiti” dai pazienti variano continuamente, ma alcuni atteggiamenti sono ricorrenti, vale a dire il persistente ricorso agli ambulatori, al medico di famiglia e al pronto soccorso per mostrare i segni di presunte malattie acute. I pazienti richiedono in maniera insistente l’esecuzione di test diagnostici, di interventi e di procedure terapeutiche spesso invasivi e dolorosi.
Man mano che il tempo passa, la raccolta di referti clinici diventa tanto rilevante e corposa da costituire una sorta di sfida nei confronti dei nuovi medici che i pazienti approcciano nel loro percorso.

La sindrome prende il nome dal Barone di Münchhausen, nobile tedesco del diciottesimo secolo che acquisì una certa fama grazie al romanzo di Rudolf Raspe basato sulle storie fantastiche sulla propria vita che l’uomo amava spesso raccontare.

Nel 1951, il dott. Richard Asher descrisse per primo questa condizione e fece riferimento al barone, forzando in qualche modo l’accostamento dato che il nobile – che raccontò fra le altre cose di un viaggio sulla luna e di essersi salvato dalle sabbie mobili – non risulta avesse particolare interesse per la propria salute e visse serenamente fino all’età di 77 anni.

Nel suo articolo pubblicato su The Lancet nel 1951, Asher scriveva:

qui è descritta una sindrome comune che la maggior parte dei medici ha già avuto modo di vedere, ma di cui poco è stato scritto. Come il famoso Barone von Münchhausen, le persone colpite hanno sempre viaggiato molto. E le loro storie, come quelle attribuite al barone, sono sia drammatiche che inverosimili e menzognere. Di conseguenza, la sindrome è rispettosamente dedicata al Barone, e porta il suo nome”.

Della malattia esiste peraltro una variante particolarmente inquietante e dai risvolti odiosi, la sindrome di Münchhausen per procura, detta anche sindrome di Polle. Quest’ultimo era il figlio che il barone ebbe (ma non riconobbe) dalla sua seconda moglie e che morì in circostanze misteriose all’età di 10 mesi.
Nella sindrome di Münchhausen per procura l’oggetto della costruzione immaginifica diventa il proprio figlio. In molti casi, però, dall’immaginazione si passa ai fatti, e il genitore – il più delle volte la madre – provoca volontariamente al figlio lesioni o comunque sintomi tali da giustificare il ricorso alle cure di un medico.
Nei casi più gravi il genitore non accetta il responso medico e allo scopo di avvalorare la propria tesi arriva a falsificare le cartelle cliniche o a inventare ulteriori sintomi. Il disturbo si trasforma in vero e proprio tentativo di omicidio quando la madre causa sintomi sul lungo periodo letali attraverso la somministrazione prolungata di psicofarmaci, lassativi o altri medicinali.

È la terribile eventualità descritta ad esempio nel celebre film The Sixth Sense (Il sesto senso), dove la piccola vittima di una madre affetta dal disturbo muore dopo una lunga agonia.
In questi casi, gli psichiatri hanno accertato spesso la disfunzionalità della coppia. Uno dei due genitori, spesso il padre, è assente fisicamente e psicologicamente, tanto che la madre sviluppa un legame di tipo morboso e simbiotico con il figlio. La figura del medico serve solo a “certificare” una devozione assoluta che ha bisogno di riconoscimento e apprezzamento. Si arriva quindi al paradosso per cui la volontà di estremo accudimento della madre vira in una dimensione patologica e produce l’effetto contrario, conducendo alla fine alla malattia reale e in alcuni casi alla morte del figlio.

italiasalute

Propensione allo svenimento: origine genetica?

Sincope genetica

Secondo una nuova ricerca condotta da Samuel Berkovic dell’Università di Melbourne la propensione allo svenimento potrebbe avere un’origine genetica. Lo studio, pubblicato su Neurology, rafforza l’idea che la tendenza allo svenimento sia ereditaria e che un solo gene sia responsabile di questa caratteristica familiare tramandata tra generazioni.

L’indagine ha svelato che non è ereditaria, invece, la vulnerabilità a certe situazioni emotivamente stressanti che innescano lo svenimento, come la vista del sangue.

I ricercatori hanno intervistato 44 famiglie con storia di svenimento e rivisto le loro cartelle cliniche. Tra queste, 6 famiglie includevano un gran numero di persone colpite dal disturbo, elemento che ha suggerito la presenza ipotetica di un singolo gene responsabile della propensione. Le genotipizzazioni effettuate hanno mostrato un collegamento significativo allo svenimento in una specifica regione del cromosoma 15 nota come 15q26.

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