Archivio per dicembre 2013

Diabete in netto aumento nei prossimi 20 anni!

giornata mondiale del diabete

Per la prima volta nella storia, le stime dell’International Diabetes Federation (IDF) superano quota 1 miliardo di persone interessate dal diabete nel mondo. Infatti, i dati del rapporto IDF Diabetes Atlas 2013, reso pubblico in occasione della Giornata mondiale del diabete, riportano che, nel 2035, nel mondo saranno 592 milioni i casi di diabete e 471 milioni quelli di insufficiente tolleranza al glucosio (IGT, Impaired Glucose Tolerance), lo stato di pre-diabete che espone comunque a maggiore rischio cardiovascolare, soprattutto per quanto riguarda la cardiopatia ischemica.

Se il 2035 sembra un traguardo lontano, non può consolare il fatto che nel 2013 questo numero sia di poco inferiore a 700 milioni: 382 milioni le persone con diabete e 316 milioni con pre-diabete, secondo IDF Diabetes Atlas.

Il diabete è una pandemia in continua espansione. Ogni volta che IDF aggiorna le proprie stime, i numeri purtroppo crescono”, ha commentato Maria Luigia Mottes, membro del Comitato di coordinamento di Diabete Italia, l’organizzazione che raccoglie le società scientifiche, le associazioni di tutela dei diritti delle persone con diabete e degli operatori sanitari in diabetologia e che, in occasione del 14 novembre, ha organizzato, insieme a Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, in collaborazione con Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”, Comitato Nazionale per i Diritti della Persona con Diabete, Associazione di Iniziativa Parlamentare e Legislativa per la Salute e la Prevenzione e sezione italiana dell’Agenzia internazionale per la prevenzione della cecità (IAPB-Italia), la tappa milanese del villaggio dedicato all’informazione e alla sensibilizzazione sul diabete – Changing Diabetes Blue Circle Road Show -,  iniziativa itinerante sostenuta da Novo Nordisk.

Secondo il rapporto IDF, il diabete assorbe ogni anno risorse per 548 miliardi di dollari, l’11 per cento dell’intera spesa sanitaria mondiale “e il nostro Paese non si discosta dalla media, con oltre 10 miliardi di euro, sui circa 100 miliardi di spesa sanitaria nazionale”, ha detto Antonio Cimino, Presidente della sezione Lombardia di Associazione Medici Diabetologi (AMD), al quale ha fatto eco Emanuela Orsi, Presidente della sezione Lombardia di Società Italiana di Diabetologia (SID), che ha sottolineato come “non solo i costi economici contano, ma anche quelli sociali poiché, calcola IDF, nel 2013 sono morte nel mondo 5,1 milioni di persone a causa del diabete, quasi 14mila ogni giorno, 10 ogni minuto. Un dato che deve far riflettere.”

In Italia, la mortalità per diabete riguarda circa 27.000 persone fra i 20 e i 79 anni, ogni anno. Il diabete riduce l’aspettativa di vita di 5-10 anni, ed è responsabile di complicanze serie ed invalidanti: ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una va in insufficienza renale, ogni 30 minuti una ha un ictus, ogni 1,5 ore una subisce un’amputazione, ogni 3 ore una entra in dialisi.

Nel nostro paese, il costo medio annuo di una persona con diabete è di circa 3.000 euro per il servizio sanitario, ma esiste una componente del diabete spesso sottostimata sia clinicamente sia per peso economico: l’ipoglicemia”, ha detto Marco Comaschi, membro del Comitato scientifico IBDO Foundation. “Ipoglicemie ripetute – ha proseguito – sono responsabili di aumentato rischio cardiovascolare, cerebrovascolare, di demenza, di incidenti e cadute; dal punto di vista sociale, il verificarsi di episodi di ipoglicemia ha un impatto negativo su molti aspetti della vita quotidiana, quali attività lavorativa, vita sociale, guida, pratica sportiva, attività del tempo libero, sonno. Da ultimo, le ipoglicemie sono responsabili di costi diretti e indiretti importanti. I costi diretti sono principalmente legati all’accesso al pronto soccorso o al ricovero in ospedale e sono stati stimati, secondo una recente elaborazione del Consorzio Mario Negri Sud sui dati della Regione Puglia, tra i 2.326 euro per ogni singolo ricovero causato da un episodio grave di ipoglicemia e i 3.489 euro se l’ipoglicemia provoca conseguenze gravi come eventi cardiovascolari o cadute con fratture.”

Inoltre, la preoccupazione e la paura ingenerate in una persona con diabete che abbia subito un’ipoglicemia grave sono spesso responsabili di scarsa aderenza alle cure, con riduzione della quantità di farmaci assunti, e quindi peggior controllo metabolico.

Diversi studi, tra i quali il DAWN Italia, hanno documentato che le persone che hanno avuto esperienza di ipoglicemie, specie se gravi, tendono a diminuire l’adesione alla terapia e agli stili di vita raccomandati, riportando una peggiore qualità di vita e maggiori preoccupazioni legate alla malattia”, ha concluso Comaschi.

L’iniziativa Changing Diabetes Blue Circle Road Show è parte del progetto Changing Diabetes.

Un progetto internazionale, sostenuto da Novo Nordisk, che risponde alle richieste di cambiamento espresse in tutto il mondo dalle persone con diabete: un cambiamento nel modo in cui il diabete viene affrontato e curato e di come viene percepito dalle istituzioni e dall’opinione pubblica”, ha spiegato Federico Serra, Direttore Government Affairs & External Relations di Novo Nordisk. L’obiettivo principale del Blue Circle Road Show è di sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce del diabete quali elementi imprescindibili di salvaguardia della salute,” ha aggiunto.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Nasce il preservativo del futuro

Origami.condom

Conterrà il materiale più resistente al mondo, il grafene, identificato per la prima volta nel 2004 da Andre Geim e Kostya Novoselov, a cui è valso, nel 2010 il premio Nobel per la Fisica.

A rendere possibile questa innovazione sarà un finanziamento della Bill and Melinda Gates Foundation, che ha manifestato l’intenzione di partecipare economicamente alla messa a punto di “un condom di nuova generazione che preservi o aumenti significativamente il piacere, in modo da aumentarne il ricorso e l’uso regolare”.

Al progetto sono stati assegnati 100 mila dollari e se ne occuperà un team dell’Università di Manchester, lo stesso ateneo in cui il grafene è stato identificato.


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Lievito: proprietà e tipi

LIEVITO

Pochi sanno che si tratta di un alimento che ha ottime caratteristiche nutrizionali.

Il lievito di birra ha proteine, zuccheri, grassi e vitamine del gruppo B. E’ efficace per combattere lo stress ed è consigliato nei casi in cui sia necessario un recupero fisico, come durante una convalescenza dopo una malattia o dopo uno sforzo fisico. Il motivo? Facilita la trasformazione dei nutrienti in energia. Per il suo contenuto di proteine può essere utilizzato dai vegetariani come integratore alimentare.

Altri motivi per usarlo? Stimola le difese immunitarie ed è consigliato agli anemici perché facilita la formazione di globuli rossi. È depurativo per il fegato e la pelle, soprattutto in presenza di acne. Inoltre rafforza i capelli e le unghie fragili.

Il lievito si trova in cubetti e in busta; c’è quello di birra e quello acido, di madre, fresco. Varia per formato e tipologia e serve per preparare vari tipi di impasto. Per ogni preparazione c’è quello giusto.

Il lievito fresco | Si trova pressato in panetti o liquido in bustina. Il lievito fresco è quello adottato dalla maggior parte dei panificatori perché si amalgama più facilmente con la farina, il che garantisce una migliore resa dell’impasto. Attenzione, però: va tenuto sempre in frigorifero e si conserva solo per pochi giorni.

Il lievito madre | Chiamato anche lievito naturale, lievito acido, pasta acida, pasta madre e crescente. Per secoli è stato il tipo più usato. Rende le preparazioni più digeribili e più assimilabili e si può fare in casa, anche se la preparazione è un po’ laboriosa e bisogna fare attenzione perché inacidisce facilmente. Si può acquistare di volta in volta all’occorrenza dal fornaio.

Il lievito di birra | Al supermercato o al negozio si trova soprattutto fresco in panetti, ma esiste anche in versione secca.  È indicato sia per gli impasti dolci sia per quelli salati. Entrambe le versioni vanno sciolte in acqua prima dell’uso.
Si può trovare anche disidratato, pronto per l’uso che non va riattivato in acqua. È indicato soprattutto per gli impasti che richiedono una lievitazione naturale lenta, come nel caso di pizze e dolci lievitati come croissant e krapfen
.

Il lievito secco | Confezionato in bustine (sia per impasti salati che dolci)  è quello più pronto all’occorrenza perché può essere conservato a lungo, anche per un anno, fuori dal frigo. Gli agenti lievitanti  si attivano solo quando sono esposti al calore.

C’è anche il tipo “istantaneo”:  basta aggiungerlo all’impasto prima dei liquidi e lievita direttamente durante la cottura in forno.

Staibene.it

I segni premonitori dell’infarto si vedono anche un mese prima!

AHA, Dallas 2013

Ad affermarlo è uno studio, estrapolato da un progetto chiamato “Oregon Sudden Unexpected Death Study”, durato 11 anni, che ha coinvolto complessivamente 1 milione di individui di sesso maschile,  condotto su un gruppo di 567 uomini di età compresa tra i 35 e i 65 anni, presentato al meeting della American Heart Association, da cui emerge che in oltre il 50% dei casi le persone vittime di un attacco di cuore ci sono stati segnali premonitori fino da un mese dell’evento.

Fra questi, il 56% aveva avvertito dolore toracico, il 13% mancanza di fiato e il 4% vertigini, svenimenti o palpitazioni.

In più del 50% dei casi, purtroppo, il fatto di non aver dato ascolto ai sintomi, ha causato un ritardo fatale nei soccorsi e nella terapia a svantaggio della vittima.

Per questo, dicono i ricercatori americani, è bene tenere in seria considerazione i vari sintomi che possiamo avvertire.

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Ipotiroidismo: le nuove formulazioni dell’ormone tiroideo facilitano la terapia

SIMG 2013

Si è parlato anche di malattie della tiroide a Firenze al Congresso Nazionale della SIMG (21-23 novembre 2013), la società che raccoglie i Medici di Medicina Generale.

D’altra parte con oltre 5 milioni di persone affette da una delle malattie di questa ghiandola sono tanti i casi che arrivano nello studio del medico per un sospetto o per una diagnosi, introduce Gerardo Medea, responsabile Area Metabolica SIMG, e, dopo la diagnosi e la stabilizzazione, il medico è ormai abituato ad assistere direttamente o, quando necessario, a co-gestire i pazienti con lo specialista endocrinologo”.

Sono ancora un numero minoritario, afferma Italo Paolini, Medico di Medicina Generale, ma è in crescita il numero di medici che si dotano di strumenti di diagnosi, quale l’ecografo, potendo quindi avvalorare, nelle persone con malattie della tiroide,  un sospetto e indirizzare più propriamente gli assistiti allo specialista”.

I noduli tiroidei, dichiara Enrico Papini, Direttore UOC Endocrinologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, sono presenti nel 50% della popolazione femminile adulta ma, va precisato, che nel 90% dei casi si tratta di noduli benigni che non necessitano di alcun trattamento chirurgico, ma solo di un periodico controllo e di tranquillizzare il paziente. Per la minoranza di noduli benigni che tendono a crescere e a dare compressione cervicale prima della rimozione chirurgica deve essere valutata la possibilità di un trattamento con radioiodio, se caldi, o con ablazione con ipertermia, se freddi alla scintigrafia. In Italia, infatti, si tende ad intervenire troppo: su 40 mila operazioni chirurgiche per la rimozione della tiroide, solo una minoranza rivela all’esame bioptico un tumore, e conseguentemente, ci sono circa 30 mila interventi in assenza di malignità”, conclude Papini.

La malattia della tiroide più frequente è l’ipotiroidismo il cui trattamento è piuttosto semplice, vista la disponibilità dell’ormone tiroideo sintetico (levotiroxina) che sostituiste perfettamente quello prodotto dall’organismo umano.

La normale secrezione acido gastrica è importante per un’ottimale assorbimento della levotiroxina; si è osservato, riferisce Berardino Vaira, Professore Associato in Medicina Interna presso l’Università di Bologna, che i pazienti con ipotiroidismo che assumono farmaci inibitori della pompa protonica (PPI, comunemente conosciuti come antiacidi) dopo 2 – 6 mesi di terapia mostrano una non perfetta compensazione tiroidea proprio a causa della ridotta acidità gastrica che interferisce con l’assorbimento dell’ormone. In questi casi, l’endocrinologo, fino a qualche tempo fa, non aveva altra alternativa che aumentare il dosaggio della levotiroxina. Oggi questa scelta non è più appropriata e la soluzione non è quella di aumentare il dosaggio, bensì quella di cambiare la formulazione della levotiroxina, passando a quella liquida che, presentandosi già pronta per l’assorbimento, non risente dell’azione degli inibitori di pompa. Questa nuova opzione è particolarmente importante considerando che sono 25 milioni gli italiani con l’Helicobacter Pylori” conclude Vaira.

Ma quali sono gli esami ematici nell’ipotiroidismo?

Le linee guida, commenta Salvatore Maria Corsello, Professore Associato di Endocrinologia, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma, dicono che, in fase diagnostica comprendono FT4 e il TSH e gli esami per la ricerca di fattori autoimmuni. Nel monitoraggio, dopo la stabilizzazione del trattamento con la levotiroxina, può essere prescritto solo l’esame del TSH “riflesso” (cioè con dosaggio di FT4 solo in caso di valore fuori range), mentre è assolutamente inutile ripetere l’esame degli anticorpi di cui, un volta riscontrata la presenza, è irrilevante il monitoraggio” conclude Corsello.

Il corretto follow-up, dichiara Gerardo Medea, è importante sia in termini di appropriatezza degli esami diagnostici sia per la sostenibilità. Nell’ASL di Brescia è stato possibile un ingentissimo risparmio economico attraverso il monitoraggio con l’impiego del solo TSH riflesso, segno di una buona sanità che sa fare economia senza ledere la qualità dell’assistenza” conclude Medea.

FONTE | Ufficio stampa Value Relations

I “diabesi” … contemporaneamente diabetici e obesi

Diabesity prevention conference

Crescono le persone sovrappeso, obese o con diabete in tutto il mondo. In Italia, secondo le più recenti stime ISTAT, è sovrappeso oltre 1 persona su 3 (36%, con preponderanza maschile: 45,5% rispetto al 26,8% nelle donne), obesa 1 su 10 (10%), diabetica più di 1 su 20 (5,5%). Secondo i dati degli Annali 2012 dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD), oltre il 66,4% delle persone con diabete di tipo 2 è anche molto sovrappeso o obeso, mentre lo è ‘solo’ un quarto delle persone con diabete tipo 1, il 24%. In pratica, sono sovrappeso quasi 22 milioni di Italiani, obesi 6 milioni, con diabete quasi 3,5 milioni: ‘veri diabesi’, ossia contemporaneamente obesi e con diabete, circa 2 milioni.

Questi numeri ci fanno capire come diabete e obesità si sostengano a vicenda. L’obesità è considerata l’anticamera del diabete e la combinazione tra le due malattie rappresenta una vera e propria epidemia dei nostri tempi, per la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha persino coniato il termine diabesità”, dice Paolo Sbraccia, Presidente eletto Società Italiana dell’Obesità (SIO).

L’associazione diabete-obesità deve preoccupare principalmente perché di diabesità si muore. Spiega Sbraccia: “Il rischio di morte raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea, il BMI: un diabetico sovrappeso raddoppia il proprio rischio di morire entro 10 anni rispetto a un diabetico di peso normale; per un diabetico obeso il rischio quadruplica”.

La diabesità quindi costituisce una pesante minaccia per la salute, per questo è necessario attuare politiche efficaci nel prevenirla. È noto come esercizio fisico e attività motoria possano rappresentare strumenti più che adeguati a questo scopo.

La conferma definitiva arriva probabilmente da uno studio pubblicato sul British Medical Journal del 1 ottobre 2013, condotto da Huseyin Naci, ricercatore alla London School of Economics and Political Science e alla Harvard University, e da John P. A. Ioannidis, professore alla Stanford School of Medicine”, prosegue Sbraccia. “I risultati sono importanti a tal punto che allo studio è stato dedicato un editoriale anche dalla rivista Jama di novembre. Si tratta di una meta-analisi che ha riguardato oltre 300 mila persone; dimostra che l’esercizio fisico è efficace, in termini di riduzione della mortalità cardiovascolare o legata al diabete, quanto il trattamento farmacologico”, aggiunge Sbraccia.

In una situazione di rischio, spesso la tendenza è quella di intervenire subito con i farmaci, sottovalutando o addirittura ignorando i benefici per la salute dell’esercizio fisico e l’efficacia del corretto stile di vita nella prevenzione delle malattie”, interviene Pierpaolo De Feo, Presidente Italian Wellness Alliance.

Per questo motivo Italian Wellness Alliance e Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, in collaborazione con Società Italiana dell’Obesità (SIO), con gli auspici di Coni e Federazione Italiana Hockey hanno organizzato la 1st Diabesity Prevention Conference, la prima conferenza dedicata alla promozione dell’attività motoria e dell’esercizio fisico per prevenire e curare l’obesità e il diabete di tipo 2, tenutasi a Roma il 26 novembre 2013. Dalla discussione di esperti di varie discipline, tra cui medici, esperti di politica ed economia sanitaria, sociologi, architetti, psicologi, esponenti delle istituzioni, rappresentanti del mondo dello sport, è scaturito un documento di raccomandazioni per promuovere efficacemente l’attività fisica.

Il documento – prosegue De Feo – suggerisce strategie di tipo sanitario, sociale ed economico per la promozione dell’esercizio fisico in diversi ambiti: a scuola, nelle famiglie e tra i giovani, al fine di educare fin dall’inizio a un corretto stile di vita che includa l’attività motoria come pratica quotidiana. Anche nel contesto urbano e nei luoghi di lavoro è fondamentale incentivare e creare le condizioni che favoriscono un maggior movimento. In ambiente sanitario, inoltre, è importante che l’attività fisica sia considerata uno strumento di cura e utilizzata per integrare  dieta e terapia farmacologica. Infine il documento suggerisce strategie politiche ed economiche per la promozione dell’attività motoria nel tempo libero, nel contesto sportivo e per promuovere il turismo salutare” conclude l’esperto.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampaclip_image001

Ipercolesterolemia Familiare, una patologia genetica diffusa ma sconosciuta

SISA 2013

Circa 200.000 persone in Italia convivono con livelli elevati o elevatissimi di colesterolo LDL, non a causa di un’alimentazione disordinata e ricca di grassi, ma perché affette da Ipercolesterolemia Familiare, malattia genetica caratterizzata dall’incapacità dell’organismo di eliminare efficacemente dal sangue il colesterolo LDL.

A Roma (27-29 novembre 2013), a margine del 27mo congresso della Società Italiana Studio Aterosclerosi (SISA) alcuni specialisti coinvolti nella gestione dell’Ipercolesterolemia Familiare hanno fatto il punto su questa patologia genetica molto diffusa ma poco conosciuta, sottodiagnosticata e sottotrattata: si stima che in Italia appena l’1% dei pazienti abbia ricevuto una diagnosi di Ipercolesterolemia Familiare (FH). Due le varianti della malattia, quella eterozigote (HeFH) molto più diffusa, e quella omozigote (HoFH), classificata tra le malattie rare, con una prevalenza di circa 1 caso su un milione di persone.

L’Ipercolesterolemia Familiare è associata a un difetto a carico dei geni che regolano il recettore per le LDL, che non è sintetizzato correttamente, oppure manca del tutto” afferma Alberico L. Catapano, Presidente European Atherosclerosis Society (EAS), Dipartimento di Scienze Farmacologiche e Biomolecolari, Università di Milano.

Nei pazienti con FH, le LDL non seguono la via metabolica regolare: si scaricano nel sangue e, in parte, si accumulano nel fegato. I danni maggiori sono a carico della parete delle arterie, dove si formano presto placche aterosclerotiche imponenti, con conseguenze importanti e soprattutto precoci”.

L’Ipercolesterolemia Familiare è una delle cause della malattia coronarica precoce soprattutto nella sua forma omozigote (HoFH), dove già alla nascita i livelli di LDL sono abnormi, attorno ai 600 mg/dl e crescono sino a raggiungere a volte valori di 1.000 mg/dl. Nella forma eterozigote, i livelli di LDL sono inferiori, tra 220 e 500 mg/dl, ma molto superiori a quelli considerati target.

Entrambe le forme, eterozigote e omozigote, si manifestano in percentuali simili tra i due sessi e sono diffuse in modo omogeneo nel mondo” osserva Maurizio Averna, Direttore del Centro di Riferimento per la Regione Sicilia per la Prevenzione, Diagnosi e Cura delle Malattie Rare del Metabolismo.

La forma eterozigote si trasmette quando uno solo dei genitori è affetto sia dalla mutazione sia dalla malattia, mentre quella omozigote richiede che entrambi i genitori siano portatori della mutazione. Questo fattore è cruciale per capire come mai la forma eterozigote è così diffusa, si stima 1:500, mentre quella omozigote è presente in 1:1.000.000. È evidente inoltre che, nei gruppi di popolazione chiusi, dove ci si sposa tra consanguinei o stretti conoscenti, la prevalenza si concentra. Il caso da tutti citato è quello degli olandesi Afrikaaners del Sudafrica, ma anche in Italia sono presenti cluster riconosciuti”.

Le conseguenze della FH e, ancor più, della HoFH, si manifestano presto e possono essere subito molto gravi:

L’aterosclerosi precoce e massiccia determina coronaropatia, angina e valvulopatia, con altissimo rischio di infarto” conferma Massimo Uguccioni, Direttore UOC Cardiologia UTIC 1, A.O. San Camillo-Forlanini di Roma.

Anche le carotidi sono coinvolte, con impennata del rischio cerebrovascolare. Di FH e ancor più di HoFH si muore troppo presto: poco dopo i 40 nella FH ed entro i 30 nella HoFH”.

Quali sono i segnali di allarme? Una storia familiare di cardiovasculopatie precoci e morte improvvisa, colesterolemia superiore ai 310 mg/dl in un soggetto adulto o in un suo familiare; colesterolemia superiore ai 230 mg/dl in un bambino o in un suo familiare; xantomi (accumuli di grasso) tendinei nel soggetto o in un suo familiare; xantelasmi (accumuli di grasso ai lati delle palpebre). Tutti segnali da approfondire secondo criteri stabiliti e accettati a livello internazionale.

La diagnosi precoce è indispensabile, perché trattare questa patologia si deve e si può, confermano i clinici. La terapia ipocolesterolemizzante (con statine, ezetimibe, resine o fibrati) assicura buoni risultati nella maggior parte dei pazienti FH (ma non in alcune varianti particolari, come quella caratterizzata da eccesso di Lp(a) piccole), ma è insoddisfacente in chi soffre di HoFH. In questi casi bisogna ricorrere alla rimozione meccanica delle LDL, attraverso la tecnica della LDL-aferesi.

L’aferesi è la rimozione selettiva dal plasma o dal sangue intero, delle lipoproteine – LDL, VLDL, Lp(a) – con metodiche chimico-fisiche o immunologiche” chiarisce Patrizia Accorsi, Direttore Servizio di Immunoematologia, Medicina Trasfusionale e Laboratorio di Ematologia, Ospedale di Pescara.

L’impiego è selettivo. Nei soggetti con HoFH è salvavita. Ma è indispensabile nei casi di FH che non rispondono, o rispondono in modo insufficiente, al trattamento medico convenzionale; nei pazienti FH che non tollerano la terapia in corso; in tutti coloro che hanno già subito un evento vascolare maggiore o un intervento di rivascolarizzazione; nelle varie forme di iperlipoproteinemia Lp(a)”.

L’intervento va ripetuto a cadenze programmate, in genere ogni 10-14 giorni, il tempo medio per una nuova sintesi del colesterolo. Si tratta di un trattamento curativo in grado di assicurare un costante miglioramento e di ripristinare la sensibilità alla terapia farmacologica. Nel tempo la curva di innalzamento delle lipoproteine si abbassa, allungando l’intervento tra un’aferesi e l’altra, mentre gli effetti collaterali sono pochi e molto ben gestibili durante la seduta.

L’aferesi non è un procedimento semplice, anche se molto sicuro per il paziente. È anche costoso, perché deve essere mantenuto per tutta la vita. Sul versante farmacologico, del resto, la ricerca non si è mai fermata: lo scorso mese di luglio, l’EMA ha approvato una molecola per uso orale, lomitapide, indicata nei pazienti adulti affetti da HoFH, che inibisce selettivamente la MTP (Microsomal Transfer Protein), una proteina fondamentale per l’assemblaggio e la secrezione delle lipoproteine contenenti ApoB.

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