Archivio per luglio 2014

Leucemia Mieloide Cronica

Giornata Nazionale per la lotta contro Leucemie, Linfomi e Mieloma 2014

La Leucemia Mieloide Cronica è una neoplasia maligna causata da un’alterazione acquisita della cellula staminale totipotente del midollo osseo, quella cioè dalla quale si originano tutte le altre cellule del sangue.

Questa alterazione, permanente, causa una proliferazione incontrollata delle cellule nel midollo osseo stesso con produzione di un numero elevato di globuli bianchi. I globuli bianchi in eccesso escono dal midollo osseo e vanno a colonizzare il sangue periferico e la milza.

Il termine “cronica” indica che la malattia ha inizialmente un decorso lento, con pochi sintomi, anche se dopo un periodo variabile di alcuni anni, se non correttamente trattata, si trasforma inevitabilmente in una leucemia acuta.

 

Il cromosoma Philadelphia

Nel 95% dei casi la Leucemia Mieloide Cronica è caratterizzata dalla presenza di un’alterazione del cromosoma 22 nel nucleo delle cellule leucemiche: il cromosoma Philadelphia, più corto rispetto a quello presente nei soggetti sani, così denominato dal nome della città dove fu scoperto nel 1960.

È il risultato della traslocazione del gene Abelson (ABL) dal cromosoma 9 a una regione del cromosoma 22 denominata Breakpoint Cluster Region (BCR, regione di raggruppamento dei punti di rottura), con la formazione di un gene ibrido BCR/ABL, che codifica per una proteina con una forte attività di tirosin-chinasi, responsabile dell’aumento della proliferazione delle cellule leucemiche, della diminuzione della morte cellulare o apoptosi e della loro maggiore resistenza.

 

Epidemiologia

Le leucemie sono responsabili di circa il 3% di tutte le neoplasie, con un’incidenza nel mondo di circa 60-100 casi ogni anno per milione di abitanti.

La Leucemia Mieloide Cronica rappresenta il 15-20% delle leucemie e la sua incidenza nei Paesi industrializzati è di circa 1 caso/100.000 persone/anno.

In Italia sono circa 800-1.000 ogni anno le persone che ne sono colpite, ma il numero totale dei pazienti è in costante aumento. Si stima infatti che in Europa il numero dei malati sia intorno a 50.000 ma che in 5 anni potrebbe raddoppiare.

La malattia è leggermente più frequente nell’uomo che nella donna, con un rapporto di 1,3:1, ed è rara nei bambini, in cui non costituisce più del 5% di tutte le leucemie.

L’età media di comparsa della Leucemia Mieloide Cronica è attorno a 55 anni. Meno del 10% dei pazienti ha meno di vent’anni, mentre il 30% ne ha più di 60.

 

Fasi e sintomi della malattia

La Leucemia Mieloide Cronica è spesso caratterizzata da una sintomatologia clinicamente poco rilevante. Il suo decorso è contraddistinto da tre fasi distinte: una fase cronica con assenza o rarità di sintomi; una fase accelerata, che può insorgere anche dopo 5-6 anni, in cui si rileva un peggioramento dei parametri clinici ed ematologici; una fase blastica, lo stadio terminale della malattia, con segni e sintomi tipici della leucemia acuta, con ulteriore incremento dei globuli bianchi e sovvertimento della loro funzione, anemia, aumento o drastica riduzione delle piastrine.

Al momento della diagnosi, circa il 90% dei pazienti sono in fase cronica, i rimanenti sono già in fase accelerata o blastica.

 

Fase cronica

I pazienti presentano un elevato numero di globuli bianchi in tutti gli stadi di maturazione e meno del 10% di cellule indifferenziate (blasti) nel sangue periferico e nel midollo osseo.

La fase iniziale o cronica può manifestarsi con:

• stanchezza;

• sudorazione notturna;

• perdita di peso;

• tensione addominale, causata dall’ingrandimento della milza.

 

Fase accelerata

È la fase avanzata della malattia, che dura in media da 6 a 12 mesi, durante la quale spesso si evidenzia una resistenza alle terapie. È caratterizzata dalla presenza nel sangue periferico o nel midollo osseo del 10-30% di cellule indifferenziate e possono osservarsi anche nuove e multiple anomalie cromosomiche.

I sintomi comprendono:

• anemia progressiva e diminuzione delle piastrine;

• febbre di origine sconosciuta;

• dolore osseo;

• nausea e dolori addominali legati all’ulteriore incremento volumetrico della milza o all’ingrossamento del fegato.

 

Fase blastica

La fase blastica rappresenta lo stadio terminale della malattia: circa il 25% dei pazienti passano direttamente ad essa, saltando la fase accelerata.

È caratterizzata dalla presenza di oltre il 30% di blasti nel sangue periferico o nel midollo osseo e da un aumento dei sintomi legato al progressivo e grave scompenso della funzione midollare:

• facile affaticabilità legata all’anemia;

• complicanze emorragiche legate alla carenza di piastrine;

• complicanze infettive legate alla progressiva riduzione/scomparsa di globuli bianchi maturi.

I pazienti in fase blastica hanno una prognosi pessima, con una mediana di sopravvivenza di 3-6 mesi.

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L’insulina degludec riduce le ipoglicemie notturne

L’insulina degludec riduce le ipoglicemie notturne

Nuovi dati presentati alle 74th Scientific Sessions della American Diabetes Association (June 13 – 17, 2014, San Francisco, California) dimostrano che l’insulina basale degludec (Tresiba®, Novo Nordisk) – rispetto all’insulina glargine – riduce significativamente gli episodi di ipoglicemia notturni nelle persone con diabete di tipo 2, indipendentemente da come questi vengano identificati secondo le diverse definizioni attualmente in uso1. Questa riduzione, anche se non statisticamente significativa, si evidenzia anche nelle persone con diabete di tipo 11.

La differenza nella definizione di “episodio di ipoglicemia notturno” può derivare dal periodo temporale considerato o dal limite dei livelli di glicemia. In questa analisi sono stati presi in considerazione: gli episodi di ipoglicemia, con valori di zuccheri nel sangue inferiori a 56 mg/dl, con evidenza di sintomi; quelli considerati tali secondo la definizione dell’ADA, che pone il valore soglia a 70 mg/dl; e quelli con valore glicemico inferiore a 56 mg/dl, avvenuti tra le 21:59 e le 5:59 di notte. In una precedente analisi, erano stati valutati solo gli episodi di ipoglicemia avvenuti tra mezzanotte e le 6 del mattino, con valori di glicemia inferiori a 56 mg/dl auto-dichiarati dalle persone oggetto dello studio oppure gli eventi gravi che avessero richiesto un aiuto da parte di terzi.

Il problema delle ipoglicemie è molto diffuso e interessa e preoccupa molte persone con diabete. A spaventare di più sono le ipoglicemie notturne, proprio perché quando si dorme non ci si rende conto dei sintomi e non si può quindi intervenire per riportare il glucosio nel sangue a un livello sufficiente per il corretto funzionamento dell’organismo. A tal proposito lo studio HYPOS-1 – prosegue Nicolucci – rivela che, fra coloro che riferiscono episodi di ipoglicemia, uno su quattro ha avuto almeno un episodio di ipoglicemia sintomatica notturno nel corso degli ultimi 12 mesi, vivendo sulla propria pelle tutti i sintomi che ne derivano.” – afferma Antonio Nicolucci, Responsabile del dipartimento di farmacologia clinica ed epidemiologia della Fondazione Mario Negri Sud.

I dati presentati all’ADA, analizzando un’ampia casistica di possibili situazioni definibili come ipoglicemia notturna, mettono in luce come la riduzione del numero di questi eventi dovrebbe poi riscontrarsi effettivamente nella pratica clinica e non solo in condizioni di studio scientifico.

Nelle persone con diabete tipo 2 in trattamento per la prima volta con insulina, il rischio di ipoglicemia notturna con insulina degludec era inferiore rispetto ad insulina glargine del 27% (p<0.05) considerando gli eventi secondo la definizione ADA, episodi sintomatici con glicemia inferiore a 70 mg/dl tra mezzanotte e le 6 del mattino, e del 44% (p<0.05) quando il valore soglia era inferiore a 56 mg/dl.

Nelle persone con diabete tipo 2 in trattamento basal-bolus, il rischio di ipoglicemia notturna con insulina degludec era inferiore rispetto ad insulina glargine del 25% (p<0.05) considerando gli episodi di ipoglicemia avvenuti tra mezzanotte e le 6 del mattino, con valori di glicemia inferiori a 56 mg/dl auto-dichiarati dalle persone oggetto dello studio oppure gli eventi gravi che avessero richiesto un aiuto da parte di terzi, e del 32% (p<0.05) valutando esclusivamente il valore soglia inferiore a 56 mg/dl.

Nelle persone con diabete tipo 1, il tasso di ipoglicemie notturne con insulina degludec era numericamente inferiore rispetto ad insulina glargine del 9% considerando gli eventi secondo la definizione ADA, del 17% considerando quelli avvenuti tra mezzanotte e le 6 del mattino, con valori di glicemia inferiori a 56 mg/dl auto-dichiarati dalle persone oggetto dello studio oppure gli eventi gravi che avessero richiesto un aiuto da parte di terzi.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

BIBLIOGRAFIA

  1. Heller S et al. Rate Ratios for Nocturnal Confirmed Hypoglycemia with Insulin Degludec vs. Insulin Glargine Using Different Definitions. Poster presented at the American Diabetes Association (ADA) 74th Scientific Sessions, June 2014.

In farmacia il primo farmaco generico a base di omega 3

Omega 3

Da oggi, prevenzione cardiovascolare efficace a misura di spending review con il farmaco a base di Omega-3 equivalente di Ibsa. I preziosi oli estratti dal pesce, forse più conosciuti come integratori, sono da tempo al centro dell’interesse del mondo scientifico per i loro effetti documentati da una serie di osservazioni epidemiologiche e cliniche.

Che le azioni protettive degli acidi grassi polinsaturi siano valide e ben riconosciute lo dimostra il fatto che l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco, attraverso le note 13 e 94, ha disposto la somministrazione gratuita, da parte del SSN, dei farmaci a base di Omega-3 in caso di ipertrigliceridemia familiare, iperlipemia familiare combinata, ipertrigliceridemia con insufficienza renale moderata e grave e in prevenzione secondaria entro un anno dall’infarto del miocardio. In tali casi, il rapporto costo/beneficio dei farmaci a base di Omega-3 risulta ampiamente positivo.

Va sottolineata, prosegue Roberto Volpe, lipidologo e ricercatore del CNR di Roma, l’importanza di intervenire sul controllo del quadro lipidico: l’aumento dei trigliceridi rappresenta, infatti, una problematica molto comune nella pratica clinica, essendo l’alterazione del metabolismo lipidico tipica non solo dell’ipertrigliceridemia pura e dell’iperlipemia combinata (quest’ultima caratterizzata anche da elevati livelli ematici di colesterolo), ma anche della sindrome metabolica, del diabete mellito di tipo 2 e dell’obesità, tutte patologie molto frequenti e gravate da un’alta incidenza di eventi cardiovascolari. I dati clinici hanno evidenziato un ruolo protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari da parte degli acidi grassi Omega-3, sostanze di estrazione naturale definite essenziali, in quanto il nostro organismo non è in grado di produrle e che, pertanto, devono essere assunte con la dieta o attraverso una specifica integrazione. Gli omega-3 esplicano i loro benefici clinici attraverso molteplici meccanismi protettivi: riducono i trigliceridi, prevengono/riducono l’ostruzione delle arterie (azioni cosiddette antiaterogene e antitrombotiche) e prevengono le aritmie cardiache.”

Gli Omega-3, chiarisce Alessandro Mugelli, Ordinario di Farmacologia, Direttore Dipartimento NEUROFARBA di Firenze, si trovano in commercio a diverse concentrazioni: gli integratori hanno una concentrazione di acidi grassi polinsaturi inferiore a quella garantita dai farmaci, dove la concentrazione di Omega-3 è superiore all’85%. È importante utilizzare i farmaci a base di Omega-3 perché i positivi risultati degli studi clinici condotti sono stati ottenuti con concentrazioni superiori all’85%. Inoltre, i farmaci rispondono alle buone regole di fabbricazione e ai controlli qualità della materia prima. Nel nuovo farmaco, grazie ad un innovativo processo di produzione, non sono presenti conservanti e il principio attivo proviene da pesce azzurro di specie non a rischio di estinzione e poco soggette all’accumulo di sostanze nocive come il mercurio. Per estrarre e purificare l’olio di pesce non vengono usati solventi organici ed è garantita un’efficace rimozione dei potenziali contaminanti. Per dimostrare la bioequivalenza è stato necessario condurre studi di farmacocinetica che sono molto complessi per molecole come queste che si legano alle membrane cellulari di vari tipi cellulari. Il fatto che le concentrazioni ematiche dipendano dalla quantità di acidi grassi poliinsaturi che si assumono con la dieta rende gli studi di bioequivalenza estremamente complessi ed è quindi un grande merito averli eseguiti.”

Un altro elemento rilevante, a parità di qualità e bioequivalenza, sono i costi: infatti gli Omega-3 di marca hanno un prezzo superiore di oltre il 30% rispetto al generico IBSA, aspetto importante per un’ampia azione di prevenzione cardiovascolare, sia se a carico del SSN sia se sostenuta dai singoli cittadini.

Lo studio GISSI Prevenzione, aggiunge Luigi Tavazzi, Direttore Scientifico di GVM Care & Research e membro del comitato scientifico del GISSI, Gruppo Italiano per lo Studio della Sopravvivenza nell’Infarto Miocardico, ha valutato la prevenzione dell’infarto cardiaco testando l’efficacia degli Omega-3. I risultati sono positivi e convincenti. La mortalità veniva ridotta in modo significativo soprattutto la morte improvvisa  (ridotta di circa 50%), che rappresenta un rischio connaturato nei pazienti con malattia coronarica. Un’evidenza forte, perché fondata su una casistica molto numerosa, 11.324 pazienti, e un lungo periodo di osservazione che portò all’inclusione del farmaco tra i rimedi raccomandati dalle linee guida della Società Europea di Cardiologia. Inoltre, gli Omega-3 sono stati valutati attraverso uno studio, il più vasto mai condotto a livello internazionale, per la terapia dello scompenso cardiaco. Questa sindrome è in crescita costante negli ultimi decenni, in parallelo con l’aumento dell’età media e il cumularsi di comorbidità negli anziani e costituisce una delle spese più cospicue che la sanità pubblica debba affrontare. Il GISSI-HF (HF sta per heart failure, scompenso cardiaco) ha arruolando 6.975 pazienti e anche in questo caso i risultati sono stati incoraggianti: l’uso degli Omega-3 ha ridotto l’incidenza degli eventi cardiovascolari mortali e le ospedalizzazioni portando all’inclusione del farmaco nelle linee guida della Società europea di cardiologia”, conclude Tavazzi.

Gli acidi grassi Omega-3, aggiunge Aldo Pietro Maggioni, Centro Studi ANMCO e membro del comitato scientifico del GISSI, presentano molteplici meccanismi protettivi per il rischio cardiovascolare; il pesce e capsule di olio di pesce rappresentano le fonti principali di Omega-3: modificare in misura limitata le nostre abitudini alimentari introducendo almeno un secondo piatto settimanale a base di pesce e/o la somministrazione di capsule di olio di pesce può influire positivamente sul metabolismo lipidico, riducendo la trigliceridemia, e proteggendo dalla morte improvvisa nei mesi che seguono un infarto miocardico. Nel frattempo la disponibilità di farmaci specifici, tra i quali gli Omega 3, possono essere impiegati con sicurezza per le indicazioni previste dalla nostra agenzia del farmaco”, conclude Maggioni.

Negli ultimi 10 anni, afferma Michele Gulizia, Presidente ANMCO, Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, il rischio cardiovascolare globale si è ridotto del 6% negli uomini e del 15% nelle donne, ma sono circa 30 milioni gli italiani che presentano molti fattori di rischio cardiovascolare associati, rappresentati principalmente da: cattiva alimentazione, ipercolesterolemia e/o ipertrigliceridemia, ipertensione arteriosa, diabete mellito, abitudine tabagica, sedentarietà, sovrappeso o franca obesità. Se alcuni fattori di rischio come la familiarità o il genere non sono modificabili, tutti quelli in precedenza menzionati lo sono. In questi ultimi 50 anni i cardiologi italiani dell’ANMCO hanno aggredito tenacemente questi fattori di rischio modificabili riuscendo, grazie anche all’innovazione tecnologica e alla progressiva introduzione di farmaci ad alta protezione cardiovascolare (tra cui gli omega-3), a ridurre l’impatto della mortalità sulla cardiopatia ischemica acuta, salvando la vita ad oltre 750 mila pazienti. L’impegno di tutti noi cardiologi nei prossimi anni sarà di convincere ulteriormente i medici di famiglia e i pazienti sulla validità della prevenzione fatta attraverso il rispetto delle Carte del Rischio Cardiovascolare, realizzate in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità, nella consapevolezza che il nostro comune e maggiore impegno permetterà un efficace cambiamento dello stile di vita sia tra gli individui a elevato rischio che nella popolazione generale”.

Ufficio stampa: Maria D’Acquino, cell. 346 6435192 – m.dacquino@vrelations.it

Antibiotici nei bambini: in Italia se ne fa un uso scorretto

70mo congresso nazionale di pediatria

Oggi in Italia, gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie e, secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio Arno nel 2011, gli antibiotici vengono utilizzati dal 42% dei bambini di età inferiore ad 1 anno, dal 66% di quelli di 1 anno, dal 65% tra i 2 e i 5 anni, dal 41% tra i 6 e gli 11 anni e dal 33% degli adolescenti tra i 12 e i 13 anni. E non è tutto. L’Italia risulta tra i Paesi europei con i livelli più elevati di antibiotico-resistenza. Negli ultimi 5 anni la resistenza agli antibiotici è aumentata: se nel 2003 si attestava intorno al 21%, oggi ha superato il 35%.

L’antibiotico, definito anche “l’antibiotico della paura” ha da sempre un effetto rassicurante: rassicura i genitori che vogliono un rimedio sicuro e veloce ed è una falsa sicurezza anche per i pediatri, che subiscono le pressioni.

Eppure, oggi, si sta assistendo ad un’importante inversione di rotta da parte dei pediatri italiani: gli antibiotici si devono assumere in modo appropriato a seconda del singolo caso e soltanto quando siano realmente necessari, cioè per combattere infezioni batteriche e non quelle virali, come spesso sono influenze e raffreddori. Questa è l’attuale raccomandazione delle società scientifiche di pediatria nazionali ed internazionali.

Se ne è discusso a Palermo in occasione del 70° Congresso Italiano di Pediatria dove i massimi esperti italiani e internazionali sono stati riuniti per fare il punto sulle nuove scoperte e terapie in ambito pediatrico.

Gli antibiotici sono farmaci preziosi – sottolinea la Prof.ssa Paola Marchisio, Dirigente Medico presso l’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano  ma vanno usati correttamente e con equilibrio. E’ fondamentale che prima di prescrivere un antibiotico ci sia una diagnosi certa di infezione verosimilmente batterica da parte del pediatra, altrimenti si corre il rischio, come sta accadendo nel nostro Paese, che alcuni di questi farmaci spesso così abusati, perdano di efficacia. L’uso, ma soprattutto l’abuso degli antibiotici a cui abbiamo assistito in questi ultimi trent’anni nel nostro Paese, ha fatto sì che ormai il “bagaglio antibiotici” sia finito e che non possiamo contare su nuove molecole per almeno i prossimi 5 anni”.

Usare, quindi, gli antibiotici in modo responsabile significa tutelare la salute di tutti poiché il loro cattivo utilizzo rischia di rendere più “forti” i batteri e di aumentare la diffusione delle infezioni diminuendo le nostre armi per combatterle.

Le più recenti linee guida approvate dalla Consensus Confererence del 2013 su “l’Impiego giudizioso della terapia antibiotica nelle infezioni delle vie aeree in età pediatrica” indicano che l’uso dell’antibiotico è necessario, per esempio, nei casi di otite media acuta, rinosinusite,  polmonite e meningite.

Raccomandiamo sempre ai genitori – precisa la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – che in caso di prescrizione medica di antibiotico, questo vada assunto in modo corretto. Il fai da te va sempre evitato: questi farmaci devono essere somministrati ai dosaggi raccomandati dal pediatra, con il numero di dosi indicate nell’arco della giornata e per tutto il tempo utile ad ottenere la completa eliminazione dei batteri che hanno causato la malattia, di solito per non meno di 7-10 giorni. Ed infine non bisogna mai utilizzare una confezione di antibiotico già aperta e utilizzata in precedenza”.

 

GAS Communication

App “UV Detector” di ZEISS: la protezione quotidiana degli occhi a portata di smartphone

UV Detector

Attraverso smartphone e tablet è possibile interagire con gli amici, controllare la posta elettronica, prenotare un viaggio o semplicemente controllare le previsioni meteo.

Conoscere in tempo reale se ci sarà il sole, se la giornata volgerà al bello o se la temperatura sarà costante ci permette di non trovarci impreparati e di scegliere l’abbigliamento più adatto. In questo periodo dell’anno l’arrivo delle belle giornate porta con sé notevoli vantaggi ma, anche, la necessità di proteggere i nostri occhi dai raggi solari.

Gli italiani sembrano ben informati sull’argomento ma poi agiscono diversamente da come dovrebbero.
Secondo una recente indagine1 9 italiani su 10 sono a conoscenza dei danni che provocano le radiazioni solari ma non fanno niente per evitare le conseguenze nocive di una scorretta esposizione al sole: il 40% del totale intervistati e il 60% di coloro che svolgono attività o sport all’aperto non usa, per esempio, crema protettiva e, come risulta da un’ulteriore indagine2, solo il 57,4% utilizza occhiali da sole. Si riscontra in generale una maggiore consapevolezza dei rischi del sole, tuttavia ancora 1/3 degli intervistati sottovaluta i pericoli durante l’esposizione non volontaria come in città, all’aria aperta, quando è nuvoloso e quando si pratica sport.

Per questo ZEISS, azienda leader nel settore dell’ottica e optoelettronica e da sempre attenta alle esigenze e al benessere visivo degli ametropi, ha deciso di mettere a disposizione di tutti gli utilizzatori di smartphone e tablet UV Detector, una nuova App che permette di rilevare l’indice di radiazione UV dell’ambiente circostante. Dopo l’app Stress Visivo, che permette di verificare il grado di stress visivo digitale, ZEISS lancia un nuovo strumento che dimostra l’interesse dell’azienda nei confronti della protezione visiva, sottolineando quanto questa sia importante in ogni condizione di luce.

In pochi semplici passaggi l’App fornisce indicazioni sull’indice UV, collegandosi direttamente ad una stazione meteo, fornisce suggerimenti sulla protezione necessaria per salvaguardare gli occhi dalle radiazioni solari e indicazioni su come ottenere la migliore performance visiva alle condizioni di luce circostanti.

All’interno della sezione UV Meter è possibile calcolare l’indice UV della posizione attuale in cui l’utilizzatore si trova ma anche il valore della radiazione
UV di una precisa località italiana. Una volta effettuato il calcolo l’app associa il
valore ad una scala cromatica in cui le tonalità che si avvicinano al rosso indicano una più ampia esposizione alle radiazioni solari. Vengono riportate anche le informazioni relative alla protezione necessaria associata al quel determinato valore UV (es. indossare occhiali da sole e cappelli con visiera, utilizzare creme protettive, ecc.) ed è possibile scoprire quale è la lente consigliata per una migliore visione in base alle condizioni di luce e alle radiazioni registrate.

UV Detector presenta anche una sezione dedicata alle Scale UV attraverso la quale fornisce informazioni sull’indice UV: si parte dal verde che indica un livello basso, per arrivare al rosso che indica un livello estremamente alto. Ad ogni indice, che comprende una serie di valori, sono associate informazioni relative all’intensità dei raggi solari, ai rischi per la pelle e per la vista, e alle fasce orarie in cui questi valori si possono riscontrare.

Per suggerire la migliore protezione, la sezione Gamma Lenti permette di valutare le caratteristiche delle diverse tipologie di lenti ZEISS (fotocromatiche Photofusion, vista-sole, polarizzanti SkyPol, ad alte prestazioni Skylet) attraverso spiegazioni testuali ma anche, e soprattutto, immagini. Le sezioni News e Website consentono di scoprire tutte le novità che ZEISS propone e leggere utili consigli su come prendersi cura del proprio benessere visivo.

1 Ricerca Gfk Eursiko “2001-2011: Italiani al sole
2 Indagine statistica Multiclient: «Occhiali da vista, da sole e lenti a contatto – consumer» – ed. 2012

Ufficio stampa Ketchum

Le allergie nei bambini: preveniamole con i probiotici

70mo congresso nazionale di pediatria

Da qualche decennio si assiste ad un preoccupante incremento della prevalenza di malattie allergiche: il 20% della popolazione europea è affetto da una forma allergica e, a livello mondiale, le patologie croniche più comuni nei bambini sono appunto le allergie. Per combatterle oggi abbiamo un’arma in più. Recentemente, infatti, è stata dimostrata la correlazione tra lo sviluppo di allergie ed altre patologie in età pediatrica e la composizione della microflora intestinale, il cosiddetto microbiota. Caratterizzato da un insieme di almeno 4 milioni di tipi di batteri diversi, il microbiota, che ha il grande potere di influenzare funzioni essenziali dell’organismo, tra cui quelle del sistema immunitario, protegge il bambino dalle aggressioni di microrganismi patogeni, prevenendo così la comparsa di molte infezioni. Qualora, però, la sua composizione venga alterata da fattori esterni, quali un’alimentazione scorretta o l’uso incongruo di farmaci, tra cui antibiotici, il bambino si trova esposto non solo a patologie dell’apparato gastrointestinale ma anche ad allergie e infezioni respiratorie.

Con l’obiettivo, quindi, di valutare strategie alternative di controllo della salute dei bambini, anche nel nostro Paese la comunità scientifica ha preso in considerazione le proprietà curative e preventive dei batteri probiotici (microrganismi non patogeni): evidenze scientifiche hanno dimostrato che intervenire con i probiotici, fin dai primi anni di vita sul microbiota, potrebbe segnare una svolta nella prevenzione e nel trattamento di molte patologie.

I probiotici hanno effetti benefici in tutte le fasi della vita, comprese le primissime –  sottolinea la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – quindi intervenire precocemente sulla microflora intestinale attraverso i probiotici già a partire dall’infanzia, se non addirittura in fase prenatale, contribuisce a proteggere il bambino dallo sviluppo dei disturbi allergici stagionali e di numerose altre patologie. Il microbiota dei bambini è “vergine”, non presenta, infatti, al contrario dell’adulto, una storia precedente, pertanto l’assunzione di batteri favorevoli interviene sul sistema immunitario svolgendo un’azione importante di prevenzione”.

In questi ultimi anni la diffusione dei probiotici, contenenti Lactobacillus o Bifidobacterium per lo più in associazione con altri batteri, è aumentata notevolmente, tanto che l’OMS e la FAO nel 2011 hanno elaborato delle linee guida per chiarire i requisiti necessari di questi prodotti con l’obiettivo di garantire una maggiore sicurezza alimentare.

Sebbene le proprietà dei probiotici cambino a seconda del ceppo batterico, della patologia trattata, dell’età e delle condizioni di salute del piccolo paziente, gli effetti benefici dei probiotici sull’organismo richiedono, in generale, un’assunzione costante e prolungata nel tempo.

Tra gli alimenti a base di probiotici, i prodotti di fermentazione del latte e lo yogurt sono considerati quelli che maggiormente sono in grado di sopravvivere ai diversi processi della preparazione e di restare inalterati per la durata della conservazione del prodotto, senza modificarne la qualità.

 

GAS Communication

Mangiare carne cruda provoca il cancro del colon (e non solo)?

carne alla brace

Le carni rosse sono da tempo sul banco degli imputati come possibile fattore di rischio di tumore e da tempo si ritiene che sia il metodo di cottura, in particolare quella alla brace, il vero responsabile della loro cancerogenità. Ma la spiegazione potrebbe essere molto più complessa.

Il 21% di tutti i tumori umani – ha ricordato il professor zur Hausen, nel corso della sua lettura magistrale in occasione del conferimento del premio ‘Science of Oncology’ al congresso dell’ASCO, tenutosi a Chicago dal 30 maggio al 3 giugno scorso – sono correlabili a qualche forma di malattia infettiva; in particolare, l’1% circa di questi è attribuibile ad una parassitosi (es. Schistosomiasi, Clonorchis, Opisthorchis, ecc), il 35% circa ad una malattia batterica (es. Helicobacter pylori) e ben i 2/3 ad un’infezione virale (i virus dell’epatite B e C sono causa dell’epatocarcinoma, l’HPV è causa di carcinoma della cervice e dei tumori testa-collo; altri esempi di tumori correlabili ad infezioni virali sono ad esempio l’HIV 1 e 2, il virus di Epstein Barr, l’Herpes virus 8. E la scoperta di queste relazioni causali, ha avuto come importante ricaduta la messa a punto di vaccini preventivi per l’epatite B e per l’HPV, che proteggono rispettivamente da epatocarcinoma e cancro della cervice”.

Ma questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. Una serie di indizi epidemiologici starebbero infatti ad ipotizzare un’eziologia infettiva per molti altri tumori umani, non ancora correlati ad un’infezione particolare.

Questi misteriosi virus trasmessi dalla carne di manzo poco cotta, non sono chiamati in causa solo per il cancro del colon; recenti segnalazioni, li correlano anche alla comparsa del tumore della mammella e del polmone (nei non fumatori). A suggerire una correlazione tra consumo di carni rosse e tumore della mammella è anche uno studio appena pubblicato su British Medical Journal, che ha analizzato i dati delle oltre 88 mila donne tra i 26 e i 45 anni, partecipanti al Nurses’ Health Study II.

QuotidianoSanità


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