La fibrosi polmonare idiopatica collegata all’esposizione all’amianto


ERS 2014

Secondo i risultati di uno studio presentato al Congresso internazionale della Società europea di malattie respiratorie, tenutosi a Monaco di Baviera tra il 6 ed il 10 settembre scorso, alcuni casi di fibrosi polmonare idiopatica (FPI) potrebbero essere collegati all’esposizione all’amianto.

Se ciò fosse confermato, la scoperta significherebbe che le attuali strategie terapeutiche vanno modificate, dal momento che i soggetti che sono stati esposti all’amianto al momento non possono accedere alle nuove terapie per la FPI.

La malattia polmonare sviluppata dalle persone con un’anamnesi nota di esposizione all’amianto è chiamata asbestosi. Il modo in cui si presenta tale malattia e i suoi sintomi possono essere identici a quelli della FPI; la differenza sta nella consapevolezza di essere stati esposti all’amianto. Al momento, i pazienti affetti da asbestosi non hanno il diritto di accedere alle nuove terapie per la FPI.

Alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno analizzato i tassi di mortalità per FPI, asbestosi e mesotelioma in Inghilterra e in Galles dal 1974 al 2012, suddivisi in base a età, sesso e regione.

L’analisi ha rivelato correlazioni nazionali e regionali fra le tre patologie, il che va a sostegno della teoria secondo cui alcuni casi di FPI sono dovuti all’inconsapevole esposizione all’amianto. Se tale esposizione fosse stata nota, probabilmente a quei pazienti sarebbe stata diagnosticata l’asbestosi piuttosto che la FPI.

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In base ai dati di tre studi clinici di fase III (ASCEND, CAPACITY 004 e 006), il pirfenidone mostra benefici a lungo termine  rispetto alla progressione della malattia nei pazienti con fibrosi polmonare idiopatica fino a 72 settimane di trattamento.

Ad annunciare questi dati è InterMune, che lo scorso 8 settembre li ha presentato al Congresso della European Respiratory Society (ERS) 2014; i risultati sono stati resi noti durante l’intervento del Prof Paul W. Noble, M.D del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles.

Il rischio di mortalità per PIF durante il trattamento è stato ridotto del 60% nel gruppo di pazienti trattati con pirfenidone, comparati ai pazienti trattati con placebo; mentre il rischio di mortalità per tutte le cause è risultato ridotto del 37%.

Queste analisi ci forniscono una convincente evidenza sui benefici a lungo termine ottenuti con pirfenidone che, associati ai dati di sicurezza a lungo termine presentati durante questo meeting, condizioneranno le decisioni cliniche degli operatori sanitari coinvolti nella cura dei pazienti con PIF” – ha affermato Paul W. Noble.

FONTI | http://www.univadis.it e http://www.quotidianosanita.it

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