Archivio per novembre 2014

Tumore del polmone, la nuova sfida dello IEO

Programma Polmone IEO

È ancora la neoplasia più diffusa in tutto il mondo ed è sempre la principale causa di morte per cancro, con oltre 1.180.000 decessi ogni anno.

Novembre è stato dichiarato dalla Global Lung Cancer Coalitionmese della sensibilizzazione mondiale del tumore del polmone” con l’obiettivo di far crescere la conoscenza e l’informazione su questo big killer, che ogni anno fa registrare circa 1.350.000 di nuovi casi a livello mondiale. Nel nostro Paese si stimano 38.000 nuove diagnosi e circa 34.000 deessi l’anno (fonte AIRTUM 2014). La Lombardia è la Regione a più elevata incidenza, con 7.200 nuove diagnosi. Oltre 17.200 i cittadini lombardi che convivono con una diagnosi di cancro polmonare (fonte Tumori.net).

Oggi però, grazie alle tecnologie applicate alla diagnosi, alla chirurgia, ai farmaci e alle conoscenze del profilo genetico di ogni malato, il tumore polmonare è al centro di una grande rivoluzione che ne sta ribaltando le prospettive. Fino a ieri senza diagnosi precoce, più del 70% dei tumori polmonari veniva scoperto quando la malattia era già in fase avanzata, spesso inoperabile e con una percentuale di guarigione non superiore al 15%. Con gli strumenti di anticipazione della diagnosi oggi a disposizione, possiamo rovesciare questi numeri: oltre l’80% dei pazienti può essere operato con un intervento chirurgico conservativo e con una percentuale di sopravvivenza dell’85%. Ma anche quando la diagnosi non è tempestiva, le nuove frontiere della genetica hanno messo a disposizione farmaci fino a due volte più efficaci di quelli tradizionali.

Su queste premesse l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) lancia il Programma Polmone”, che integra le competenze e gli strumenti di imaging, di chirurgia e di ricerca genetica per ridurre al minimo la tossicità delle cure, mantenendo il massimo di efficacia, anche negli stadi più avanzati della malattia.

Passaggio importante di questa strategia è il primo Lung Cancer Meeting organizzato dallo IEO il 26 novembre scorso, nel quale esperti italiani e internazionali hanno fatto il punto sulle nuove strategie di cura in una visione di approccio personalizzato, che vede i pazienti seguiti attraverso percorsi diagnostico-terapeutici preferenziali, esclusivamente dedicati a questa forma di tumore.

La Divisione di Chirurgia Toracica dello IEO opera 1.000 casi l’anno, con una mortalità a 30 giorni dello 0,9% (dati Agenas) e si colloca in cima alle classifiche nazionali. Questi risultati sono possibili grazie al Programma Polmone che identifica un nuovo modo di gestire e curare il paziente con cancro polmonare: il paziente sta al centro, mentre un gruppo di specialisti gli ruota intorno, accompagnandolo passo dopo passo dal momento in cui arriva per la prima visita fino al follow up delle cure» ha affermato Lorenzo Spaggiari, Professore di Chirurgia Toracica Università degli Studi di Milano e Direttore della Chirurgia Toracica dell’IRCCS Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano.

Il Programma Polmone – ha continuato Filippo de Marinis, Direttore della Oncologia Toracica dell’IRCCS Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano è un progetto clinico-scientifico: clinico perché realizza una gestione integrata del paziente a 360° e scientifico perché si ha l’istituzione di un programma di ricerca, caratterizzato da un board di medici di altissimo livello dall’immunologia all’anatomia patologica, alla medicina molecolare, alla psicologia, che è molto importante nella gestione dei nostri pazienti in quanto crea un tutt’uno in grado di migliorare la clinica, la ricerca e la qualità di vita delle persone con un tumore del polmone».

All’interno del Programma Polmone è stata avviata quest’anno una linea di ricerca chiamata “Tumore del Polmone Chemio-free” con l’obiettivo di disegnare per ciascun stadio di malattia, compreso quello più avanzato, una strategia terapeutica finalizzata a fare in modo di ridurre al minimo l’utilizzo della chemioterapia, a favore delle nuove terapie a bersaglio molecolare.

L’iniziativa si basa su dati ampiamente dimostrati in letteratura per il cancro polmonare non a piccole cellule (80% dei casi).

Nello stadio I il tumore guarisce con un intervento mininvasivo nell’85% dei casi, nello stadio II nel 40-60% con l’impiego, in aggiunta, di nuovi farmaci a target molecolare. Nello stadio III, invece, l’intervento chirurgico è certamente più complesso ma l’obiettivo dello IEO rimane quello di ridurre il più possibile l’uso di chemioterapia a favore delle nuove terapie, in alcuni casi sperimentali, somministrate al malato in base al profilo genomico del tumore. Nello stadio IV, infine, non c’è più chirurgia ma il 40% dei pazienti, grazie a tecniche di Next Generation Sequencing sulle biopsie tissutali del tumore, può essere trattato con farmaci biologici disponibili ma anche rientrare in specifici studi clinici condotti dallo IEO.

Premessa di questo nuovo approccio è la rivoluzione che permette di tipizzare i diversi tipi di tumore del polmone in base alle loro caratteristiche genetiche e personalizzare i trattamenti.

Negli ultimi anni si sono acquisite importanti conoscenze sui meccanismi di crescita dei tumori polmonari. È stata fondamentale l’identificazione di alcuni oncogeni coinvolti nello sviluppo dei tumori polmonari non a piccole cellule, portatori di anomalie geniche che sono il bersaglio dei farmaci biologici, due volte più efficaci della tradizionale chemioterapia e con un profilo di tollerabilità molto superiore», ha sottolineato de Marinis. «Negli ultimi anni si stanno studiando molte mutazioni che interagiscono con la crescita del tumore al polmone e di cui la ricerca sta mettendo a punto sempre nuovi trattamenti. Quella che ormai conosciamo bene è la mutazione del gene EGFR, che si riscontra in circa il 14% dei pazienti con adenocarcinoma polmonare in fase metastatica e per cui sono a disposizione dei farmaci biologici specifici».

Ma anche sul fronte dei tumori del polmone che non esprimono alcuna mutazione genica (l’80% dei casi) e che quindi non possono essere trattati con terapie a bersaglio molecolare, si stanno aprendo nuove prospettive grazie a farmaci che agiscono al livello di sistema immunitario come gli antiPD-1/PDL-1, una classe di molecole capaci di sbloccare il “freno” che il tumore mette al sistema immunitario dei soggetti malati. Questi anticorpi monoclonali, non ancora disponibili al di fuori degli studi clinici, utilizzati senza la chemioterapia, sembrano fornire risultati promettenti in pazienti per i quali le opzioni terapeutiche sono, nella attuale pratica clinica, o ridotte o scarsamente efficaci.

 

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Importanza della diagnosi precoce nella malattia di Parkinson

Giornata Nazionale Parkinson 2014

In occasione della Giornata della malattia di Parkinson, che si celebra oggi, 29 novembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ribadisce il ruolo fondamentale della diagnosi precoce per un intervento terapeutico tempestivo e mirato finalizzato a rallentare il decorso della malattia.

La questione tempo infatti è fondamentale; basti pensare che, al momento dell’esordio dei primi disturbi motori tipici della malattia, come la lentezza dei movimenti e il tremore di riposo, la malattia di Parkinson è già in una fase troppo avanzata per poter essere bloccata, poiché, in questo stadio, almeno il 60% delle cellule dopaminergiche della sostanza nera sono già morte.

Nella malattia di Parkinson la diagnosi precoce è di fondamentale importanza per poter attuare una strategia terapeutica capace di modificare la storia naturale della malattia. Iniziare il trattamento sintomatico o neuro-protettivo in una fase precoce di malattia o meglio ancora nella fase pre-motoria potrebbe rappresentare la strategia terapeutica del futuro mirata a controllare bene i sintomi e evitare gli effetti indesiderati a lungo termine della terapia farmacologica. In queste fasi, infatti, i farmaci dopaminergici o i farmaci neuroprotettivi potrebbero davvero modificare o perfino arrestare il decorso della malattia – dichiara il Prof. Aldo Quattrone, Presidente della SIN e Rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro”.

Per diagnosticare la malattia di Parkinson nella fase pre-motoria bisogna prestare attenzione a sintomi non specifici, la cui presenza aiuta ad identificare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia.

I sintomi pre-motori più importanti sono il deficit olfattivo (ipo o anosmia), la depressione, dolori nelle grandi articolazioni, l’ipotensione ortostatica e, soprattutto, il disturbo comportamentale in sonno REM (Rapid eye movement Behavioural Disorder, RBD), caratterizzato da comportamenti anche violenti durante il sonno, quali urlare, scalciare, tirare pugni. RBD al momento rappresenta il marcatore predittivo più importante della malattia di Parkinson: circa il 60% dei pazienti con disturbo comportamentale in sonno REM, infatti, sviluppa la malattia di Parkinson entro 10-12 anni.

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo che colpisce oggi 5 milioni di persone nel mondo, di cui oltre 220.000 solo in Italia, e che si manifesta in media intorno ai 60 anni di età. La ricerca nel nostro Paese, già molto attiva su questo fronte, si sta concentrando sempre di più sulla fase pre-motoria della malattia, i cui sintomi caratteristici possono manifestarsi anche molti anni prima della comparsa dei sintomi motori.

La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci circa 3000 specialisti neurologi ed ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

 

GAS Communication

Nasce l’Osservatorio per il Dolore Acuto

SIMG 2014

Viene presentato oggi, al 31^ Congresso Nazionale SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie), l’osservatorio sul dolore acuto, promosso dalle società scientifiche SIMG e SIMEU (Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza) con il contributo non condizionato di IBSA Farmaceutici. L’Osservatorio ha l’obiettivo di comprendere meglio la richiesta di aiuto delle persone con dolore per trovare la modalità di risposta che possa garantire le operazioni più tempestive ed efficaci.

L’osservatorio, spiega Walter Ricciardi, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica del Policlinico Gemelli e dell’Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane, avrà come obiettivi la raccolta dati e la diffusione delle conoscenze sul problema dolore, per favorire la crescita culturale e la sensibilità dei professionisti della salute sul tema e per avvicinare le risposte integrate territorio-ospedale ai bisogni dei pazienti”.

Il dolore è attualmente un problema di salute pubblica considerato prioritario, in quanto ha raggiunto proporzioni di assoluto rilievo in termini di sofferenza, disabilità, consumo di risorse sanitarie e sociali e impatto sui servizi di cure primarie e specialistiche. Il dolore si presenta trasversalmente in tanti stati patologici ma sono principalmente due gli specialisti chiamati a risolvere questo problema: il medico di Medicina Generale e i reparti di pronto soccorso o di Medicina d’Urgenza degli ospedali; in particolare, se si tratta di dolore acuto, l’obiettivo è trovare una risposta immediata e appropriata.

Secondo una ricerca condotta da SIMG, dice Pierangelo Lora Aprile, Responsabile nazionale area cure palliative e terapia del dolore della Società di Medicina Generale, che ha selezionato tutti i pazienti che hanno richiesto un consulto al proprio medico a causa del dolore, il 24,8% degli assistiti accede allo studio per un dolore che dura da meno di una settimana e il 27,8% per un dolore che dura meno di un mese. Nella maggioranza dei casi (78%) la causa del dolore riguarda l’apparato osteoarticolare e un terzo di tutti gli accessi è dovuto alla lombalgia acuta. Tuttavia, l’organizzazione non ancora ottimale che regola l’accesso degli assistiti agli studi di molti medici di Medicina Generale, spesso non riesce ad assicurare una risposta immediata al bisogno del paziente e, in molti casi, caratterizzati da dolore acuto e/o grave, la domanda arriva ai pronto soccorso ospedalieri”.

Ogni anno in Italia, afferma Gian Alfonso Cibinel, Presidente SIMEU, sono 20 milioni le persone che si rivolgono al pronto soccorso e si stima che circa il 50% di questi accessi sia per dolore: ogni 3 secondi in Italia c’è qualcuno che va in pronto soccorso per questo problema. Il trattamento del dolore acuto dei pazienti dell’emergenza deve diventare sempre più tempestivo ed efficace, per garantire un miglior esito delle cure e una risposta adeguata alle necessità. Proprio per questo abbiamo aderito alla creazione di un osservatorio sul dolore acuto”.

I FANS, farmaci anti-infiammatori non steroidei, sono largamente impiegati per contrastare il dolore acuto. Tra i FANS, il diclofenac, una delle molecole più utilizzate, offre una nuova interessante opzione: è stata infatti recentemente approvata una nuova formulazione, anche per via sottocutanea, che ha il vantaggio di essere disponibile in bassi dosaggi ad esempio il 25 e il 50mg prima inesistenti. Una recente raccomandazione dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) consiglia l’impiego del diclofenac nei dosaggi più bassi. Studi condotti sulla nuova formulazione dimostrano come dosi estremamente ridotte di diclofenac, sono efficaci tanto quanto quelle comunemente utilizzate nella pratica clinica e, nello specifico, la dose da 50 mg risulta efficace nel contrastare il dolore quanto quella da 75 mg, conclude Diego Fornasari, Farmacologo Università degli Studi di Milano”.

Questo progetto si aggiunge alle tante iniziative per arginare il problema dolore che è stato preso in carico anche a livello normativo, in particolare con la legge 38 del 2010 sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore per le patologie croniche.

FONTE | http://www.valuerelations.it

“Seminare Salute”

SIPPS 2014

Dal 27 al 29 novembre Verona ospita il XXVI Congresso nazionale della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS). Una tre giorni di riflessioni, incontri e dibattiti che vedrà confrontarsi nella città scaligera più di 100 relatori, tra pediatri ed esperti nel campo dello sviluppo psicofisico dei bambini e della diagnosi e terapia delle malattie infantili.

“Seminare Salute” è lo slogan del XXVI Congresso SIPPS, al quale parteciperanno oltre 500 medici provenienti da tutta Italia. I lavori di giovedì 27 saranno aperti dai “Per…corsi”, proposte di approfondimento su specifiche tematiche: quest’anno ampio spazio viene dedicato al rapporto tra pediatra ed altri specialisti e alla dermatologia, branca della medicina che riguarda i bambini molto da vicino. Alle 17.00 si terrà l’inaugurazione vera e propria, con i saluti delle autorità, in particolare del Ministro della Salute, On. Beatrice Lorenzin, presente con un video messaggio, e di Giampietro Chiamenti, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP). A concludere la giornata saranno due letture magistrali, tenute da Giovanni Biggio e Attilio Boner, due luminari della Pediatria moderna.

La mattina di venerdì 28 si aprirà con la presentazione di una Consensus riguardante la prevenzione e la gestione delle allergie, alimentari e respiratorie, nella pratica clinica, strumento frutto del lavoro svolto in collaborazione con la Società Italiana di Pediatria (SIP) e con la Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP). Si tratta di un lavoro intenso di numerosi esperti in materia, che ha il merito di aver riorganizzato in maniera facilmente fruibile le più importanti evidenze scientifiche a riguardo, riassumendole in 20 raccomandazioni.

Durante la giornata sono inoltre in programma sessioni dedicate all’adolescenza – delicata fase di transizione verso l’età adulta -, ai disturbi gastrointestinali “minori” e ai vaccini: oltre alla pubblicazione di una “Guida Pratica alle vaccinazioni” di semplice consultazione riguardante la gestione di questo importantissimo strumento preventivo, proprio ai vaccini sarà dedicata una sessione apposita nel corso del Convegno, alla quale interverranno personalità di spicco, tra cui Gianni Bona e Susanna Esposito.

L’ultima giornata, infine, sarà interamente dedicata all’obiettivo principale della SIPPS: la Pediatria Preventiva e Sociale.

Il tema di quest’anno, “Seminare Salute”, rimanda a un vecchio proverbio – dichiara il Dottor Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS: “Chi semina bene raccoglie buoni frutti”. I semi, naturalmente, sono i nostri bambini che, se adeguatamente accuditi, seguiti e osservati, diventeranno piante rigogliose e fruttifere, garantendoci un futuro migliore. La SIPPS è da sempre impegnata a garantire e promuovere una maggiore attenzione verso la salute, non solo fisica, dei nostri figli, ideando e mettendo in pratica numerose iniziative: ci rispecchiamo moltissimo, dunque, in questo motto e ci siamo assegnati un ruolo in prima linea nella difesa delle esigenze dei nostri piccoli pazienti”.

Tra gli argomenti che saranno approfonditi a Verona, le infezioni cutanee, i problemi oculari, le vecchie e le nuove dipendenze, il riconoscimento precoce dei disturbi alimentari, il cervello, le infezioni sessualmente trasmesse e la contraccezione, la cyber-generation; ma anche i probiotici, lo pneumococco, il meningococco B, le infezioni delle vie respiratorie, la tubercolosi, l’allattamento al seno, i disturbi del sonno, la vitamina D, l’obesità infantile e l’obesità in Tunisia.

 

TRA I GRANDI TEMI DEL CONGRESSO

 

La dermatite atopica

Uno dei maggiori problemi di salute in età pediatrica nei Paesi Sviluppati è l’aumentata incidenza di malattie allergiche nei bambini e negli adolescenti. Ciò ha determinato un incremento notevole della spesa pubblica sanitaria, dei casi di ospedalizzazione, e una perdita di giorni di scuola e di lavoro per i bambini e i loro genitori.

Poiché questo fenomeno di aumento della sensibilizzazione allergica si è evidenziato solo nei Paesi Sviluppati mentre quelli in Via di Sviluppo sembrano esserne esenti, è stata proposta una teoria chiamata “ipotesi igienica”, che suggerisce che i bimbi nati nell’ambiente “sterile” del mondo industrializzato non verrebbero a contatto con un ambiente extrauterino ricco di microbi, come invece accade nei Paesi in via di sviluppo.

Un’altra teoria ormai accertata è quella della “marcia allergica” secondo la quale, una volta che un bambino si è sensibilizzato ad un allergene, può avere una sensibilizzazione progressiva che può portare allo sviluppo di una sintomatologia cronica. La sensibilizzazione agli alimenti nei neonati è spesso associata alla comparsa di allergia verso gli inalanti nel corso degli anni successivi.

Questo tipo di evoluzione dell’allergia è un concetto che spiega lo sviluppo della malattia allergica a partire dalla prima infanzia sino all’adolescenza, e permette di descrivere i cambiamenti che avvengono con il progredire dell’età, sia a livello di produzione di IgE specifiche o sensibilizzazione, sia della sintomatologia.

Fino agli anni ’90 la dermatite atopica (DA), pur essendo un’affezione frequente nel bambino, è stata trascurata dai pediatri allergologi per il decorso favorevole che comunque aveva nella maggior parte dei casi. Aumentando pero l’incidenza di asma, anche l’affezione cutanea ha iniziato a destare interesse.

Studi recenti hanno ormai dimostrato che la dermatite atopica costituisce spesso il primo passo verso lo sviluppo di malattie respiratorie allergiche. I risultati di questi studi indicano che la compromissione della funzione di barriera cutanea nei soggetti con DA potrebbe favorire tale evoluzione. In particolare, lo studio “Compromissione della barriera cutanea e sensibilizzazione ad inalanti in bambini con dermatite atopica” ha valutato la correlazione tra l’integrità della barriera cutanea di bambini con DA ed il grado di sensibilizzazione ad aeroallergeni, dimostrando che la cute atopica mostra un deficit di barriera anche a livello delle aree apparentemente libere da malattia. Questo difetto di base della cute si associa ad un aumentato rischio di sensibilizzazione ad aeroallergeni nel tempo e quindi potenzialmente allo sviluppo di sintomi respiratori allergici.

è quindi di fondamentale importanza combinare una diagnosi corretta e precoce di eczema a un trattamento e profilassi adeguate, per evitare o quanto meno ritardare lo sviluppo dell’asma che, in alcuni casi, può diventare la condizione finale e talvolta invalidante del paziente atopico.

La Terapia Inalatoria Domiciliare ed Ambulatoriale: novità e miti da sfatare

La terapia inalatoria è ampiamente utilizzata in tutto il mondo. Nel 2000, la Food and Drug Admnistration l’ha eletta come cura di prima scelta nel trattamento di numerose patologie delle vie aeree inferiori (V.A.I.): dall’asma bronchiale, alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (B.P.C.O.), dalla bronchiolite alla fibrosi cistica e pseudo-croup; è però efficace anche nelle malattie delle V.A.S.: dalle riniti alle rino-sinusiti, dalle rinofaringiti alle rino-tubo-timpaniti. La terapia inalatoria possiede tutti i requisiti (elevate concentrazioni di farmaco nella sede della patologia, notevole rapidita d’azione e ridotti effetti collaterali) per il corretto approccio terapeutico alle rinosinusiti ed è indicata nelle flogosi acute e nelle croniche riacutizzate, del sistema rino-sinusale. Sono diverse le tecniche inalatorie per la distribuzione dei corticosteroidi:

• Le nebulizzazioni secche o aerosol

• Gli spray nasali

• Le gocce nasali

Gli spray nasali costituiscono la tecnica inalatoria di prima scelta per il distretto rino sinusale.

Sono da preferire agli aerosol predosati, perché privi di propellente, e alle polveri secche, poiché non irritano meccanicamente la mucosa nasale. Le gocce nasali non hanno potere di dispersione e mancano di indicazione terapeutica poiché, dopo aver percorso il pavimento nasale, vengono immediatamente deglutite. Tra gli spray nasali, i predosati sono erogatori qualitativamente superiori ai manuali per la costanza della dose inalata. L’haloterapia è un rimedio terapeutico completamente naturale, relativamente nuovo e che non prevede alcun intervento farmacologico. Si basa sulle capacità curative del sale naturale, micronizzato con particolari tecniche, in un ambiente confinato. Il trattamento haloterapico con sistema Aerosal ha dimostrato un’attività terapeutica statisticamente significativa in ambito otologico con riduzione dell’ipoacusia e, in parte, anche dell’ipertrofia adenotonsillare. Oltre ad essere un trattamento sicuro, il sistema Aerosal è stato ben accettato dai piccoli pazienti, che hanno vissuto la seduta haloterapica più come un momento di gioco che come un trattamento terapeutico. Nella cura delle patologie sub-ostruttive adenotonsillari e delle malattie ad esse correlate, l’haloterapia con sistema Aerosal può dunque essere considerata un valido trattamento coadiuvante, ma non sostitutivo, alla terapia medica convenzionale.

Il fumo di sigaretta

Nel 20° secolo il fumo di tabacco ha provocato circa il 9% dei decessi in tutto il mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rende noto che ogni anno circa 6 milioni di persone muoiono per cause legate al tabacco. Se tutto questo non dovesse subire un brusco cambiamento di tendenza, nel corso del 21° secolo si potrebbe registrare fino a 1 miliardo di morti premature. Nella pratica clinica pediatrica, il tabacco costituisce il fattore nocivo ambientale più significativo per la salute dei bambini. Risalgono agli anni ’60 i primi studi epidemiologici su esposizione al fumo passivo e salute. Nel 1981 gli studi si concentrarono sull’associazione tra fumo passivo e cancro del polmone nei non fumatori e cinque anni più tardi si giunse alla conclusione che il fumo passivo provoca il cancro ai polmoni nei non fumatori. E’ ormai dimostrato che l’esposizione al fumo passivo è associato ad alcuni effetti negativi sulla salute dei bambini: dalla prematurità alla mortalità perinatale, dal ritardo di crescita intrauterino alla sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS), fino a sintomi respiratori e malattie come l’asma ed il rischio di malattie cardiovascolari e malattie dell’orecchio medio. Nei soggetti esposti a fumo materno prenatale e a fumo paterno si è verificato un aumento del rischio non significativo di patologie dell’orecchio medio (MED). Il fumo materno post-natale e quello paterno hanno invece aumentato il rischio di un intervento chirurgico per MED, con, rispettivamente, un’odds ratio (OR) di 1.86 (95% CI, 1,31-2,63) e di 1.83 (95% CI, 1,61-2,07). Il più importante fattore di rischio in gravidanza è fumare: è infatti associato al 5% di morti infantili, al 10% di nascite pretermine, al 30 di nascite di bambini SGA (Small for Gestational Age). Inoltre, il fumo attivo e l’esposizione al fumo passivo in gravidanza aumentano il rischio di infertilità, distacco di placenta, rottura prematura delle membrane e placenta previa.

Prevenzione andrologica in età pediatrica

Le patologie andrologiche riguardano una fascia rilevante della popolazione maschile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) rende noto che l’infertilità interessa il 15% delle coppie italiane (80 milioni di persone al mondo) e, in circa il 50% dei casi, è il maschio ad avere qualche alterazione; inoltre, secondo l’Istituto Superiore di Sanita (ISS), questa problematica aumenterà sempre di più e si stima che circa il 19% delle future coppie avrà problemi di infertilita e fino al 4% sarà sterile. Molte delle condizioni che possono causare infertilità originano proprio in età pediatrica: circa il 27% dei bambini e dei giovani fino a 18 anni ha problemi di salute che potranno influire sulla propria futura capacità riproduttiva.

Alcuni fattori ambientali possono interferire con la sfera riproduttiva maschile già a partire dalla vita fetale e durante l’età dello sviluppo, fino all’età adulta. Si tratta di inquinanti ambientali, detti endocrine disruptors, capaci di modificare l’asse endocrino riproduttivo, presenti in numerosi oggetti di uso comune. Un esempio è quello degli ftalati, sostanze presenti anche nei giocattoli per bambini e in molti prodotti in plastica. Nell’elenco risultano anche pesticidi, metalli pesanti, solventi industriali, inchiostri per stampa, vernici, e sostanze adesive.

Un noto fattore di rischio per l’infertilità maschile è il criptorchidismo, condizione presente nel 3-5% dei bambini nati a termine e più frequente nei nati pretermine. Nell’80% dei bimbi criptorchidi si assiste ad una discesa testicolare spontanea nei primi 6-12 mesi di vita. Tuttavia, nei casi in cui ciò non si verifica, è necessario intervenire prima dei 2 anni di vita in modo da ridurre il rischio di neoplasie testicolari e di infertilità in età adulta. Talvolta il criptorchidismo può rientrare nel contesto di una sindrome malformativa e pertanto è molto importante identificare alla nascita anche eventuali anomalie dei genitali come l’ipospadia, le anomalie scrotali o l’ambiguità genitale. Poiché alla base del criptorchidismo può esservi una alterazione ormonale, i bambini criptorchidi dovrebbero essere indagati per verificare anche la corretta progressione di quella che viene definita mini-puberty, ovvero l’aumento transitorio delle gonadotropine, che corrisponde ad una vera e propria mini-pubertà che si esaurisce generalmente nei primi 6 mesi di vita.

Altri fattori di rischio sono sovrappeso e obesità, condizioni che interessano 1 bambino su 3 e che, per le alterazioni endocrine che possono dare, possono contribuire all’infertilità maschile, soprattutto considerando che l’obesità tende a cronicizzare e a persistere nella vita adulta.

Durante l’adolescenza, l’abitudine al fumo di sigaretta, l’uso di marijuana, l’abuso di bevande alcoliche e il consumo di sostanze stupefacenti come amfetamine, cocaina ed ecstasy sono state associate a danni genetici a livello del DNA degli spermatozoi e ad alterazioni della loro mobilità e, quindi, ad una riduzione della fertilità maschile. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il 20% dei ragazzi italiani fuma sigarette e l’87% dei fumatori inizia a fumare prima dei 20 anni con un’età media di 17,7 anni. Dalla combustione del tabacco si sprigionano numerose sostanze notoriamente cancerogene e che possono danneggiare irreversibilmente il DNA degli spermatogoni e degli spermatozoi. Il 20% degli adolescenti inoltre fa uso abituale di marijuana, sostanza d’abuso che negli ultimi anni ha registrato un aumento dei consumi fra gli adolescenti. L’abuso di alcol interessa il 64% degli adolescenti e fino al 10% in maniera abitudinaria. Alcuni studi hanno dimostrato che l’abuso di alcol è associato al danno della componente seminifera con una riduzione del numero di spermatozoi, una diminuzione della loro motilità e del loro numero.

Non bisogna poi dimenticare le malattie sessualmente trasmesse (MST). Ogni anno in Italia il 19,5% dei nuovi casi di MST viene diagnosticato in giovani fra i 15 e i 24 anni. I comportamenti sessuali a rischio (il non utilizzare il profilattico o fare sesso con molti partner) aumentano il rischio di contrarre MST e fra gli agenti infettivi responsabili, alcuni come la Chlamydia, la gonorrea, la sifilide, il virus HIV, gli herpes-virus e soprattutto il virus del papilloma umano HPV hanno la capacità di colonizzare in maniera silente il liquido spermatico. Il varicocele è la condizione di più frequente riscontro fra gli adolescenti e i giovani adulti (ne è affetto circa il 20%) e, allo stesso tempo, è sicuramente uno dei fattori di rischio più importanti per l’infertilità. Una forma importante di prevenzione andrologica è rappresentata dall’autopalpazione del testicolo, pratica che deve essere raccomandata e promossa fra i giovani; questa banale azione potrebbe consentire una diagnosi più precoce di varicocele e di neoplasie testicolari.

 

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Resistenze batteriche: l’European Antibiotic Awareness Day accende i riflettori sulla necessità di un’azione urgente

Giornata Europea degli Antibiotici

Il 18 novembre in occasione della Giornata europea degli antibiotici, gli esperti di salute pubblica, gli ospedali e i medici italiani hanno unito le forze per aumentare la sensibilizzazione sulle iniziative da intraprendere per combattere quella che è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una delle tre principali minacce alla salute umana. La questione della crescente resistenza agli antibiotici e la mancanza di opzioni terapeutiche sta generando sempre maggiori preoccupazioni nel mondo, Italia compresa.

Per affrontare la pressante necessità di nuovi antibiotici, Cubist Pharmaceuticals, azienda leader mondiale nella scoperta, nello sviluppo e nella commercializzazione di nuovi antibiotici, sta investendo significativamente nella ricerca e sviluppo di antibiotici, concentrando i suoi prodotti in pipeline che sono in fase avanzata di sviluppo sulle infezioni batteriche gravi e potenzialmente letali acquisite in ambito ospedaliero.

Per contrastare a livello globale la resistenza agli antibiotici e sostenere il potenziale lancio di due nuovi antibiotici in Europa nel 2015, Cubist sta espandendo la sua presenza in Europa e ha recentemente avviato le proprie attività in Italia.

Quest’anno la giornata della sensibilizzazione arriva in un momento critico. Le infezioni batteriche resistenti sono responsabili ogni anno di circa 25.000 decessi nell’Unione Europea, servono subito soluzioni per affrontare il problema dell’incremento delle resistenze in Italia e in tutta Europa”, ha commentato Roberto Florenzano, Country Manager di Cubist Pharmaceuticals Italia.

La prevalenza di resistenza agli antibiotici in E. coli, Klebsiella pneumonie e Pseudomonas aeruginosa è più elevata in Italia rispetto agli altri Paesi europei.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato quest’anno per la prima volta il rapporto sulla resistenza agli antibiotici presentando il problema in tutta la sua urgenza. A meno di un secolo dall’inizio di un’era che ha visto l’aumento delle aspettative di vita grazie alla capacità di combattere le infezioni con antibiotici ampiamente disponibili, l’umanità oggi è a rischio di entrare in un’era “post-antibiotica”, nella quale i medici non hanno più a disposizione farmaci per curare infezioni gravi.

Come azienda all’avanguardia nello sviluppo di antibiotici, Cubist è membro fondatore di un consorzio pubblico e privato recentemente costituitosi, chiamato DRIVE-AB (Driving Reinvestment in R&D and Responsible Antibiotic Use – che vuole essere da stimolo a reinvestire in ricerca e sviluppo e utilizzo responsabile di antibiotici). DRIVE-AB è un consorzio pubblico e privato del valore di 9,4 milioni di euro, fondato dall’Iniziativa sui Medicinali Innovativi (IMI) dell’UE, con lo scopo di migliorare gli standard di utilizzo responsabile di antibiotici e di sviluppo di nuovi modelli per la ricerca e lo sviluppo di nuove terapie.

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EPATITE C

Epatite C

Cosa è?

L’epatite C è un’infiammazione del fegato causata da un virus denominato hepacavirus (HCV) che, attraverso l’attivazione del sistema immunitario, provoca la morte delle cellule epatiche (necrosi epatica). Le cellule epatiche distrutte dal virus sono sostituite da un tessuto di cicatrizzazione, con la comparsa di noduli e di cicatrici che determinano la perdita progressiva della funzionalità del fegato. Come la B, infatti, anche l’epatite C può cronicizzare, trasformandosi in una patologia di lunga durata1. A seguito del contagio, circa il 60-70% degli individui diventa portatore cronico del virus2. Ciò significa che anche un’incidenza relativamente modesta dell’infezione contribuisce ad alimentare efficientemente il pool dei portatori cronici del virus.

Altri cofattori, come sovraccarico di ferro, steatosi epatica (accumulo intracellulare di trigliceridi), obesità e diabete possono contribuire a una progressione più rapida della fibrosi. Una volta che tale tessuto sostituisce gran parte della componente sana del fegato, l’epatite si evolve in cirrosi epatica, con grave compromissione delle sue attività.

 

Quali sono le caratteristiche del virus dell’epatite C?

L’hepacavirus responsabile dell’epatite C è stato identificato nel 1989, attraverso tecniche di biologia molecolare che hanno isolato un singolo clone di DNA complementare, ma la sua esistenza era stata già stata scoperta negli Anni ’70, poiché determinava una forma di epatite chiamata, infatti, non-A, non-B. Successivamente sono state identificate sette varianti virali dell’HCV, con diverso genotipo, numerati da 1 a 7, e oltre 90 sub‐tipi, nominati con lettere.

Il genotipo 1, responsabile di circa il 60% delle infezioni globali e diffuso prevalentemente nel Nord America (1a) e in Europa (1b)2, ha dimostrato di essere il più difficile da trattare con successo.

Le sette varianti sono diversamente distribuite nel mondo e rispondono in modo differente alle terapie antivirali: la definizione del genotipo è, infatti, fondamentale per determinare correttamente il tipo e la durata del regime terapeutico.

Il virus può persistere anche in sistemi extracellulari extraepatici, grazie alla sua abilità di mutare l’assetto antigenico e sfuggire all’attacco del sistema immunitario dell’ospite infettato.

Caratteristiche del virus dell’epatite C.01


Quanto è diffusa l’epatite C in Italia e nel mondo?

L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di persone positive al virus dell’epatite C.

Circa il 3% della popolazione italiana è entrata in contatto con l’HCV e il 55% dei soggetti con HCV è infettata dal genotipo 13.

Nel nostro Paese i portatori cronici del virus sono circa 1,6 milioni, di cui 330.000 con cirrosi epatica: oltre 20.000 persone muoiono ogni anno per malattie croniche del fegato (due persone ogni ora) e, nel 65% dei casi, l’epatite C risulta causa unica o concausa dei danni epatici. A livello regionale il Sud è il più colpito: in Campania, Puglia e Calabria, per esempio, nella popolazione ultra settantenne la prevalenza dell’HCV supera il 20%4.

Nel mondo si stima che siano circa 180 milioni nel mondo le persone che soffrono di epatite C cronica5, di cui intorno ai 4 milioni in Europa2 e altrettanti negli Stati Uniti: più del 3% della popolazione globale. I decessi causati nel mondo da complicanze epatiche correlate all’HCV sono più di 350.000 ogni anno1.

Sebbene l’infezione HCV sia endemica, la sua distribuzione geografica varia considerevolmente: l’Africa e l’Asia sono le aree di maggiore prevalenza, mentre in America, Europa occidentale e settentrionale e Australia la malattia è meno presente.

Negli ultimi 20 anni l’incidenza è notevolmente diminuita nei Paesi occidentali, per una maggior sicurezza nelle trasfusioni di sangue e per il miglioramento delle condizioni sanitarie; tuttavia, in Europa l’uso di droghe per via endovenosa è diventato il principale fattore di rischio per la trasmissione di HCV.

Prevalenza dell’infezione HCV nel mondo (Fonte EpaC)02

 

Quali sono le vie di trasmissione del virus?

La condivisione di aghi o siringhe è a tutt’oggi il maggior fattore di rischio di contrarre la malattia1. Ma non è il solo. Altri fattori includono il tatuaggio e il body piercing eseguiti in ambienti non igienicamente protetti o con strumenti non sterilizzati; la trasmissione dell’infezione per via perinatale al proprio figlio; la trasfusione di sangue non sottoposto a screening; tagli/punture con aghi/strumenti infetti in contesti ospedalieri; ma anche la condivisione dei dispositivi per l’assunzione di droghe inalabili e di spazzolini dentali o spazzole da bagno contaminati, se utilizzati in presenza di minime lesioni della cute o delle mucose.

Anche se l’epatite C non è facilmente trasmissibile attraverso i rapporti sessuali, rapporti non protetti, anche con più partner, sono associati a un rischio maggiore di contrarre l’HCV1.

Come si manifesta la patologia?

La fase acuta dell’infezione del virus dell’epatite C decorre quasi sempre in modo asintomatico6, tanto che la patologia è definita un “silent killer”; appena contratta l’infezione, il paziente può soffrire febbre, senso di stanchezza, inappetenza, dolore di stomaco, urine scure, ittero, nausea e vomito, dolori ai muscoli e alle giunture, mancanza di concentrazione, ansia e depressione1. Generalmente questi sintomi passano e per molti anni la malattia non da segni.

La cronicizzazione dell’Epatite, che accade in più del 70% dei pazienti, si manifesta con transaminasi elevate o fluttuanti e con l’insorgenza della fibrosi.

 

Quali sono le complicanze che produce?

L’epatite C è la causa principale delle cirrosi, dei tumori al fegato, dei trapianti di fegato e dei decessi di malati di AIDS. Infatti, soprattutto nelle persone tossicodipendenti l’infezione dell’HCV e spesso associata a quella dell’HIV: il 20% delle persone positive all’HCV è coinfetta con l’HIV. Entrambi i virus usano RNA per veicolare il loro codice genetico, anche se appartengono a due famiglie differenti e hanno strategie di replicazione e sopravvivenza diverse.

La cronicizzazione dell’epatite C può comportare la formazione di varici nell’esofago e nello stomaco, che rompendosi causano emorragie; l’ingrossamento della milza, con conseguente anemia, calo dei globuli bianchi e delle piastrine; l’ittero, per l’accumulo nel sangue del pigmento bilirubina; l’accumulo di liquido nell’addome (ascite) con eventuale infezione; la riduzione nella funzione urinaria, con concomitante aumento della creatinina e dell’azotemia. Inoltre, le sostanze tossiche che il fegato non riesce più a smaltire possono riversarsi nel sangue e arrivare al cervello, determinandone un cattivo funzionamento, che può iniziare con uno stato confusionale e arrivare fino al coma (encefalopatia epatica).

 

Come si esegue una corretta diagnosi di HCV?

Non sempre le analisi del sangue di routine sono in grado d’identificare l’infezione da HCV: se si ritiene di essere esposti al rischio del virus è bene consultare il proprio medico curante.

Sono quattro i test diagnostici utilizzati:

1) test dell’Alanina amino transferasi (Alt) e dell’Aspartato transaminasi (Ast): l’aumento di questi due specifici enzimi, conosciuti anche come GPT (Transaminasi Glutammico-Piruvica) e il GOT (Transaminasi Glutammico-Ossalacetica) segnala la presenza del virus nel sangue;

2) test Elisa (Enzyme Linked Immunosorbent Assay) e Risa (Recombinant Immunoblot Assay): misurano i livelli degli anticorpi specifici prodotti dall’organismo in risposta all’attacco del virus;

3) test PCR (Polymerase Chain Reaction): individua il materiale genetico del virus in campioni biologici, una volta determinata la presenza di anticorpi nel sangue;

4) test RFLP (Restriction Fragment Lenght Polymorphism): determina i genotipi del virus, analizzando direttamente la sequenza genomica o tramite una tecnica detta dell’ibridazione inversa.

Una volta diagnosticata, può essere eseguita una biopsia sul tessuto epatico, per determinare il grado d’infiammazione del fegato, l’eventuale presenza di fibrosi e lo stadio della malattia.

Come viene trattata l’epatite C?

Gli obiettivi terapeutici primari sono: inattivare il virus, bloccare la progressione della malattia, combattere i sintomi e prevenire il tumore al fegato. Il corrente Standard Of Care (SOC) si fonda sulla cosiddetta “terapia duplice”, una combinazione tra interferone (standard o pegilato) associato all’analogo nucleosidico ribavirina.

Le dosi e la durata del trattamento dipendono dal genotipo virale. Attualmente è stata resa disponibile per i pazienti con epatite C genotipo 1 una “terapia triplice”, ovvero la combinazione di SOC più un inibitore della proteasi, come boceprevir, che consente l’eradicazione del virus mediante un innovativo meccanismo d’azione.

Esiste un vaccino per l’epatite C?

A tutt’oggi non esiste un vaccino per l’epatite C, soprattutto perché il virus è veloce e aggressivo, e quando si replica cambia in continuazione, riuscendo ad eludere il sistema immunitario dell’organismo. Ai pazienti affetti da epatite C viene però consigliata la vaccinazione contro le Epatiti di tipo A e di tipo B, per scongiurare il sovrapporsi di infezioni che accelererebbero la compromissione del fegato, fino a renderla irreversibile.

 

BIBLIOGRAFIA

1. World Hepatitis Alliance (WHA). Hepatitis B and C: Risk, Prevention and Treatment. (05.04.12).

2. World Health Organization (WHO). Hepatitis C Guide. (02.04.12).

3. Dati EpaC Associazione Onlus. (05.04.12)

4. Dati EpaC Associazione Onlus. (05.04.12).

5. Ghany, M. et al. AASLD Practice Guidelines: Diagnosis, Management and Treatment of Hepatitis C: An Update. Hepatology 2009, 49, 4: 1335-1374.

6. Institute of Medicine of the National Accademies. Hepatits C and Liver Cancer: A National Strategy fo Prevention and Control of Hepatitis B and C, January 11, 2010. (02.04.12).

AVISxEXPO, Nutriamo la vita!

Nutriamo la vita

Con “AVISxEXPO, Nutriamo la vita!” anche la più grande associazione di volontariato del sangue italiana annuncia la sua presenza all’Esposizione Universale del 2015.

Il progetto – promosso da AVIS Nazionale, Avis Regionale Lombardia, Avis Provinciale e Comunale di Milano, Federazione internazionale dei donatori di sangue (Fiods e i giovani dell’IYC), Nutrition Foundation of Italy, con la collaborazione del Parco Tecnologico Padano – nasce con l’obiettivo di proporre iniziative, attività e prodotti educativi e scientifici deputati a fornire una grande attenzione nei confronti dell’alimentazione e della salute. Innovativa nel suo genere, l’iniziativa sarà estremamente interattiva, anche grazie alla messa in collegamento delle medesime realtà in paesi diversi del mondo.

AVIS, che si occupa di sensibilizzare al dono del sangue e di emocomponenti e più in generale di promuovere la cultura della solidarietà e degli stili di vita sani, con questo progetto vuole incoraggiare la popolazione a perseguire una corretta alimentazione e l’attenzione nei confronti della salute, invitando il pubblico a effettivi comportamenti positivi. Grazie alla collaborazione con Nutrition Foundation of Italy, prima e durante Expo, verrà messo in atto un attento studio osservazionale e verrà realizzato un questionario in italiano e inglese, disponibile anche on line, che verrà somministrato ad un campione della popolazione da gennaio 2015 fino a fine ottobre.

Lo scopo dell’azione è quello di avere a disposizione dati concreti (Cosa sai, Cosa fai) e che costituiranno un parametro di riferimento oggettivo.

Cosa sai è una sezione di quesiti specifici sulle conoscenze dei nutrienti e relative abitudini alimentari (calorie e proteine, consumo di grassi, ecc.);

Cosa fai si sofferma sulle reali abitudini, sul consumo e sull’attività fisica. L’ultima sezione del questionario chiede agli interessati cosa hanno mangiato nella giornata precedente per avere un parametro ancora più concreto sul tema. I questionari verranno compilati anche dai visitatori di Expo, italiani e stranieri, al fine di mettere in relazione i dati raccolti anche su una popolazione non residente.  I risultati emersi dai questionari saranno resi noti alla fine dell’esposizione internazionale.

Ma la partecipazione di AVIS ad Expo non si esaurisce qui. Da inizio maggio 2015 a fine ottobre 2015, Avis avrà il suo spazio presso Cascina Triulza, area dove saranno presenti le organizzazioni no profit. Verranno organizzati sei eventi: due presso Cascina Triulza e quattro fuori Expo, a Milano, presso il partner Parco Tecnologico Padano e presso Cascina Merlata. Saranno tutti eventi di carattere informativo-promozionale sulla relazione che intercorre tra alimentazione e salute.

L’interattività e la connessione multimediale consentiranno a tutte le sedi territoriali di Avis di tenersi in contatto con una partecipazione importante dal punto di vista numerico e qualitativo, anche in ottica internazionale. “AVISxEXPO, Nutriamo la vita!” è un grande progetto che contribuirà a diffondere stili di vita sani e responsabili a livello globale.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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