Archivio per febbraio 2015

Carenza iodica: Rapporto OSNAMI 2014

Carenza iodica

La carenza iodica rappresenta oggi un’emergenza sanitaria tutt’altro che sconfitta, coinvolgendo circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo, secondo i dati pubblicati sull’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodioprofilassi in Italia (OSNAMI), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, relativo al programma di prevenzione dei disordini da carenza iodica. A livello mondiale, quasi il 30% della popolazione è ancora oggi esposto a carenza iodica, e ben il 12% degli italiani risulta affetto da gozzo, con un impatto economico sul Sistema Sanitario Nazionale di oltre 150 milioni di euro all’anno.

Il fabbisogno giornaliero di iodio è di circa 90/120 μg al giorno per bambini e adolescenti e di 150 μg per gli adulti, ma aumenta a 220 μg nelle donne in gravidanza, fino ad arrivare a 290 μg durante l’allattamento: quantità indispensabile per consentire un corretto sviluppo del sistema nervoso del neonato. Si tratta, in tutti i casi, di livelli facilmente raggiungibili con un normale consumo di sale iodato nell’alimentazione quotidiana, o con specifici integratori a base di iodio, tuttavia dai dati provenienti dagli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo, risulta che quasi ovunque in Italia i bambini in età scolare non presentano adeguati livelli iodici nelle urine: solo in Liguria, Sicilia e Toscana i valori si sono dimostrati sufficienti.

Nonostante una corretta profilassi iodica sia in grado di debellare completamente il gozzo (come avvenuto in Svizzera e in Scandinavia), da noi il consumo di sale iodato risulta ancora troppo basso (55% contro il 90% degli USA).

Per far fronte a questo problema, principalmente di carattere informativo, il Ministero della Salute è ormai da anni impegnato nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso campagne mirate sull’importanza di una corretta iodioprofilassi (campagna poco sale e solo iodato) ma, nell’ambito delle campagne sociali, è soprattutto importante segnalare il recente Progetto italiano contro la carenza di iodio in pediatria.

Promossa dalla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), l’iniziativa prevede fino al 31 maggio 2015 incontri gratuiti nelle scuole primarie, dell’infanzia e negli asili nido di 10 città italiane (Bari, Bologna, Cagliari, Genova, Milano, Napoli, Pisa, Potenza, Roma e Torino), oltre a diversi momenti di formazione rivolti ai medici, con lo scopo di educare e informare riguardo l’importanza di assumere regolarmente una quantità adeguata di iodio attraverso una corretta alimentazione e di ricorrere, se necessario, agli integratori a base di iodio.

Il patrocinio all’iniziativa del Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE), oltre che di molte Società Scientifiche, è garanzia di un impegno sul territorio che parte dal basso, coinvolgendo allo stesso tempo classe medica e opinione pubblica.

Fortunatamente, è anche grazie a campagne come questa se, rispetto al passato, si sta diffondendo una maggiore coscienza dell’importanza di una adeguata iodioprofilassi, ma la strada da fare è ancora molta, come dimostrano i dati del rapporto OSNAMI.

Il Presidente SIEDP, il Dott. Mohamad Maghnie, responsabile dell’UO di Endocrinologia clinica e sperimentale dell’Istituto Gaslini di Genova, spiega infatti che questa campagna è nata proprio per combattere trasversalmente la disinformazione sull’argomento: sensibilizzare famiglie, bambini, insegnanti e medici, rende sicuramente possibile migliorare le abitudini alimentari della popolazione e prevenire disturbi.

FONTE | http://www.tiroide.com
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Gli uomini di fronte alle donne “perdono la testa”

Di fronte al fascino femminile i maschi rimbambiscono un pò più delle femmine, lo afferma uno studio dell’Università olandese di Radboud pubblicato su Archives of Sexual Behaviour; la ricerca è stata condotta utilizzando un noto test di Stroop che in passato veniva utilizzato per valutare la capacità di concentrazione di un individuo; si tratta di una presentazione di carte colorate in cui è scritto il nome di un colore non corrispondente alla colore della carta presentata, cosicché il soggetto esaminato deve leggere correttamente il colore scritto e non quello presentato sulla carta, da qui se un soggetto è distratto commette parecchi errori.
Questa prova è stata proposta a giovani soggetti sani di entrambe i sessi, con il risultato evidente che nei maschi ai quali era stata ventilata l’ipotesi che fosse osservato da una ragazza gli errori sono stati molto numerosi, nelle ragazze questo fenomeno non si presentava, sembrando così molto più sicure.
È altresì risultato evidente che gli errori nei maschi nascevano solo quando sapevano di essere osservati da una femmina, altrimenti gli stessi ragazzi non commettevano alcun errore.
In conclusione si dice che il cervello maschile sia più razionale di quello femminile, ma in alcuni casi sembrerebbe il contrario; in realtà il programma neuroendocrino della sessualità maschile che ha un origine più nel cervello emotivo, sistema limbico e dintorni, ha in sé una forza tale che riesce a scompaginare lo strato superiore, quello corticale, producendo una quantità di neurotrasmettitori eccitatori, come ad esempio i dopaminergici, che riesce ad annullare l’azione inibitoria di altri più rappresentati a livello corticale.
È proprio vero quindi che… “al cuor non si comanda!”

Parliamo di … Ipocondria

L’ipocondria è definita come il timore di un individuo di essere affetto o di contrarre una malattia grave, interpretando erroneamente sintomi o funzioni dell’organismo, anche se non viene riscontrata alcuna malattia medica. I pazienti affetti da ipocondria, infatti, interpretano in modo eccessivo i sintomi fisici o le sensazioni che derivano dal proprio corpo e tollerano poco la sofferenza fisica; polarizzano la propria attenzione sul fastidio somatico e lo amplificano, generando la paura di avere una grave malattia fisica. Sull’onda di tale preoccupazione ricercano l’attenzione medica e si sottopongo a indagini diagnostiche anche invasive. La negatività delle valutazioni diagnostiche, tuttavia, non è sufficiente a convincerli dell’assenza di una malattia organica. La convinzione non è mai così radicata da essere un delirio, non è legata a uno stato di stress riguardo al modo di apparire e non è spiegabile con un disturbo psichiatrico maggiore.
L’ipocondria esordisce generalmente tra i 20 e i 30 anni e si protrae per almeno sei mesi, generando un disagio clinicamente significativo oppure una menomazione in importanti aree di funzionamento. Il decorso è solitamente episodico e si può avere un’evidente associazione tra l’esacerbazione dei sintomi e fattori psicosociali stressanti, mentre il trattamento spesso è inficiato dalla notevole resistenza di questi pazienti nei confronti dello psichiatra.
L’ipocondria è inclusa nella categoria diagnostica dei disturbi somatoformi (secondo il DSM-IV), insieme al disturbo da conversione, al disturbo da dimorfismo corporeo e al disturbo algico.

Le persone affette da ipocondria si presentano dal medico convinte di avere una grave malattia e non è possibile convincerle del contrario, nonostante l’evidente negatività delle indagini diagnostiche. Al colloquio si dilungano sulla descrizione del loro stato di salute, sovente lamentandosi dell’inadeguatezza delle cure fino a quel momento ricevute, le quali non hanno permesso di identificare la malattia che le ha colpite. Possono focalizzarsi su un singolo organo oppure lamentare molteplici sintomi che indicano differenti localizzazioni anatomiche, anche se le sedi maggiormente colpite sono l’apparato gastroenterico e quello cardiovascolare. I pazienti possono lamentare dolore o fastidio oppure percepire come patologiche fisiologiche sensazioni somatiche.

Nel percorso diagnostico dell’ipocondria è necessario raccogliere un’anamnesi dettagliata ed effettuare un accurato accertamento medico.

A seguito di un accurato esame obiettivo è opportuno effettuare le specifiche analisi mediche utili a indagare il disturbo riferito dal paziente. È infatti fondamentale escludere la presenza di malattie organiche, soprattutto quelle con sintomi aspecifici, che possono interessare diversi organi.
Qualora i reperti acquisiti siano suggestivi di una patologia medica possono essere eseguite ulteriori indagini per approfondire la valutazione. La diagnosi psichiatrica deve essere presa in considerazione solo quando è stato completato un approfondito accertamento medico che riconosca l’assenza di una patologia organica.

Per definire l’ipocondria bisogna riscontare nel paziente in esame la paura di essere affetto da una grave malattia, che è conseguente a un’alterata interpretazione dei sintomi fisici o delle sensazioni corporee e che persiste nonostante le appropriate rassicurazioni. L’individuo deve essersi sottoposto a un’accurata indagine medica che abbia escluso la presenza di una patologia organica. In seconda battuta bisogna valutare la caratteristica di tale preoccupazione, ovvero che non raggiunga una qualità delirante e che non riguardi solamente l’aspetto fisico.
La durata del disturbo è superiore a i sei mesi e, nel corso del suo manifestarsi, danneggia in maniera significativa diverse aree funzionali dell’individuo; possono, infatti, notarsi problematiche nell’ambito familiare piuttosto che lavorativo. Il sintomo “ipocondria” può essere presente nei disturbi dell’umore (episodio depressivo) oppure nei disturbi d’ansia (ad es., disturbo d’ansia generalizzata o disturbo da attacchi di panico). Pertanto, nel corso dell’anamnesi bisogna accertare che non vi sia la presenza di un altro disturbo mentale maggiore.

L’ipocondria si manifesta in percentuali molto simili nei maschi e nelle femmine. L’età di esordio si colloca prevalentemente tra i 20 e i 30 anni, sebbene non sia da escludere l’insorgenza in altre fasce di età. Il decorso della malattia è prevalentemente cronico con andamento fluttuante e alternanza di periodi di esacerbazione e periodi di quiescenza, entrambi della durata di mesi o anni.

Il trattamento dell’ipocondria può essere utile in un’elevata percentuale di individui affetti, in particolare in coloro che non presentano un disturbo di personalità, che non hanno concomitanti patologie organiche e che presentano un maggiore livello culturale. Tuttavia, il trattamento specialistico psichiatrico e psicologico è limitato dalla resistenza che tali individui oppongono e viene intrapreso soltanto nei soggetti più motivati. Pertanto, è di primaria importanza l’intervento del medico di medicina generale a cui questi individui solitamente si rivolgono. È opportuno raccogliere le lamentele del paziente, supportandolo e offrendo una continuità terapeutica, cercando di limitare il più possibile indagini invasive e utilizzando con cautela i trattamenti farmacologici (ad es., benzodiazepine per brevi periodi).

Bibliografia

  • Andreoli V, Cassano GB, Rossi R. DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, IV edizione – Text revision. Milano: Masson, 2001.
  • Cassano GB, Pancheri P, Pavan L, et al. Trattato italiano di psichiatria, II edizione. Milano: Masson, 2002.
  • Kaplan HI, Sadock BJ. Psichiatria clinica. Torino: Centro Scientifico Editore, 2003.

Le terapie per smettere di russare

Smettere di russare, è il desiderio di molti e, in particolar modo, di coloro che sono spesso costretti a delle notti agitate per colpa del vicino di materasso che pare mettercela tutta per tenere sveglio chi gli sta accanto. Russare è, in fin dei conti, un disturbo solitamente di lieve entità, ma può diventare anche una vera e propria malattia, tale da mettere anche a rischio il soggetto che ne soffre, non tanto perché potrebbe essere eliminato da un compagno di letto portato all’estremo della sopportazione, ma per il fatto che un eccessivo russare potrebbe anche essere un problema di apnea ostruttiva del sonno, patologia pericolosa e di difficile trattamento.

Eppure si tratta di un problema abbastanza diffuso, visto che 1 italiano su 10 russa, più o meno rumorosamente, e di questi una certa percentuale è anche a rischio, per colpa dell’apnea del sonno. Rimedi per cercare di smettere di russare ne vengono proposti diversi e in continuazione, a partire dai cerottini nasali, per finire alla palatoplastica a radiofrequenza, ma questi trattamenti che potremmo definire estremi, andrebbero adottati sono nei casi che comportano un serio rischio per la salute.
In effetti il russare è la conseguenza delle vibrazioni cui è sottoposta la parte superiore della bocca durante l’inspirazione di aria nella fase della normale respirazione. Si tratta dei tessuti molli che, in ogni caso, con l’avanzare dell’età, perdono ancor più di elasticità, per cui il problema del russamento è destinato a peggiorare.

Ma in questo caso si tratta, sostanzialmente di un problema, certamente non di una patologia, problema col quale deve abituarsi, in un certo senso, a convivere il compagno di materasso del soggetto che russa.
Ben altro discorso, invece, è l’apnea ostruttiva del sonno, una vera patologia che potenzialmente potrebbe portare anche alle estreme conseguenze. In questo caso la soluzione è data dall’adozione di una mascherina che va indossata al momento di coricarsi, mascherina che favorisce la ventilazione e quindi l’assunzione di ossigeno senza sforzo.
Nei casi per così dire normali, le cause principali vanno ricercate per lo più in ostruzioni delle vie aeree come un setto nasale deviato, le tonsille, le adenoidi per i bambini, ma anche problemi di sovrappeso o, peggio, obesità, visto che il grasso non si deposita solo sui fianchi o nella altre parti del corpo, ma anche nei tessuti molli della bocca, per cui la respirazione risulta essere particolarmente difficoltosa, forzata in un certo senso.

Se il livello rumoroso di una persona che russa è particolarmente significativo, considerando che può persino arrivare a 45 decibel, l’equivalente di un camion in transito tanto per intenderci, è necessario rivolgersi al proprio medico, meglio se ad un otorino, il quale è in grado di verificare abbastanza semplicemente se il russare è dovuto alla presenza di una ostruzione meccanica. In quel caso, la sola via d’uscita è la rimozione chirurgica del problema, e questo è il caso di un setto nasale deviato, della presenza di polipi nasali, di tonsille gonfie, e altro ancora.
Se invece non vi è nulla di tutto questo, è necessario allora cercare di trovare una soluzione diversa nell’ambito dello stile di vita. Quindi, evitare di bere alcolici prima di coricarsi, perché la perdita di elasticità dei tessuti molli può essere imputata anche al bere, così come all’assunzione di determinati farmaci.

Cercare di perdere peso, cosa che porterà comunque anche altri vantaggi, non fumare prima di coricarsi ma meglio non fumare affatto, cercare di cambiare posizione durante il sonno così come e dormire senza cuscino in quanto la posizione indotta da un rialzo sotto il capo, potrebbe d fatto rendere difficoltoso il passaggio dell’aria nella fase di ispirazione.
Tra i rimedi naturali, una annotazione per il balsamo mentolato e il lavaggio nasale prima di coricarsi da effettuarsi con acqua e sale, lavaggio un po’ fastidioso, ma che dà buoni risultati.

Lo jogging allunga la vita. Ma solo “a piccole dosi”

Jogging

Le persone che fanno attività fisica, rispetto ai sedentari presentano un rischio di mortalità ridotto del 30%. Tuttavia i risultati degli studi condotti finora alla ricerca della ‘dose’ ideale di attività fisica per ottenere questi benefici non sono univoci. Le linee guida attuali suggeriscono di fare attività fisica moderata cinque giorni a settimana, ogni volta per mezz’ora circa.

Oggi, dopo tanti messaggi contrastanti, arriva finalmente la consacrazione scientifica del jogging cosiddetto ‘leggero’, con un importante studio pubblicato su Journal of the American College of Cardiology (JACC).

I risultati di questo studio non fanno dunque altro che confermare quelli di studi precedenti e cioè che un’attività fisica troppo intensa e protratta fa più male che bene. Esiste insomma una relazione tra attività fisica e stato di salute che descrive una curva ad ‘U’; l’esercizio fisico fino ad un certo punto fa bene, poi, superato un certo limite, fa danno. Almeno tanto quanto l’essere dei sedentari completi.

Se l’obiettivo del praticare attività fisica è quello di ridurre il rischio di mortalità e di prolungare la vita – afferma il dottor Peter Schnohr, ricercatore del Copenhagen City Heart Study, Frederiksberg Hospital, Copenhagen (Danimarca) – una buona strategia da seguire è quella di fare jogging qualche volta a settimana, a passo moderato. Andare oltre, non solo non serve, ma può essere dannoso”.

QuotidianoSanità

Brufoli, un disturbo frequente

L’acne volgare si risolve spontaneamente, ma è un vero incubo degli adolescenti e di circa il 15% degli adulti. Prima di tutto vediamo di cosa si tratta. Il termine descrive la formazione di tappi di cheratina alle aperture dei condotti sebacei con comparsa di papule infiammatorie, pustole, noduli, cisti e cicatrici causate dall’infiammazione dei follicoli pilosebacei.
La pelle grassa prende l’aspetto lucido ed untuoso ed è ricca di comedoni. Questi ultimi possono essere chiusi (o bianchi) in cui l’orifizio del follicolo rimane coperto dallo strato corneo dell’epidermide ed il sebo sottostante mantiene la classica colorazione bianco-giallina o aperti (anche detti neri) dove l’orifizio è evidenziato dalla presenza di un piccolo opercolo scuro (la parte esterna del secreto sebaceo) indurito ed annerito dai fenomeni ossidativi e dalla polvere ambientale. In uno stadio avanzato si può verificare una reazione infiammatoria intorno al follicolo riempito di sebo che porta dapprima ad un alone arrossato intorno al comedone (forma papulosa) e successivamente, per azione batterica, alla forma papulo-pustolosa che può lasciare cicatrici.
Le cause della formazione dell’acne volgare non sono del tutto note, ma per il processo infiammatorio sono responsabili l’aumentata presenza del Propionilbacterium acnes (al di sopra di 100.000 batteri/cm2) nonché dello Streptococcus piogenes e Staphylococcus arureus. L’azione sinergica di tali batteri e del lievito Pityrosporum orbicolare porta alla liberazione di acidi grassi provocando un’infiammazione all’interno della cisti con successiva rottura della parete. Si instaura quindi una reazione infiammatoria da corpo estraneo con il risultato dell’escrezione di detritri grassi e cheratina.
Cosa è possibile fare da un punto vista farmacologico? L’obiettivo è quello di correggere le anomalie di maturazione del follicolo e di ridurre la produzione di sebo nonché la colonizzazione da parte dei batteri e l’infiammazione presente. La terapia prevede l’uso di preparazioni orali ad azione anti-microbica (antibiotici), sebo-normalizzanti (derivati dell’acido retinoico) ed anti-ormonali.
Ultimi studi hanno evidenziato l’attività topica della nicotinamide, forma attiva della vitamina B3, che in concentrazioni elevate è sovrapponibile ad un antibiotico tradizionale (clindamicina).
Per aumentare l’azione antibatterica si ricorre anche a sostanze attualmente classificate come conservanti quali triclosan, clorexidina e acido undecilenico, mentre per un’azione lenitiva si è indirizzati all’alfa-bisabololo, all’allantoina e all’acido 18-beta-glicirretico.
Anche l’utilizzo di idratanti che contrastano l’incapacità della cute a trattenere acqua e degli alfa- e beta-idrossiacidi (acido lattico o salicilico) per esfoliare leggermente lo strato corneo possono normalizzare lo stato alterato della cute.
Una buona notizia è, comunque, il miglioramento spontaneo nel periodo estivo che permette l’interruzione della terapia farmacologica.
La dermocosmesi può aiutare a ridurre l’impatto estetico dell’acne volgare tramite prodotti di trattamento (sebo-regolatori, idratanti e antinfiammatori) e tramite lozioni, soluzioni acquose o idroalcoliche utilizzate come tonici astringenti e rinfrescanti.

Le neurofibromatosi: sintomi, caratteristiche e trattamento

Macchie color caffellatte diffuse lungo il corpo. È questo il segno più visibile e precoce di un gruppo di malattie genetiche rare che prendono il nome di neurofibromatosi. Queste malattie portano a una crescita incontrollata di cellule lungo i nervi, causa di pressioni dolorose e gravi danni alla loro funzionalità, fino a provocare lo sviluppo di tumori benigni. Si possono associare malformazioni ossee e vascolari, che a volte coesistono con altre patologie, come ritardo nell’apprendimento, sclerosi multipla e leucemie.

Esistono due forme principali di neurofibromatosi: quella di tipo 1 è la tipologia più diffusa e interessa il 90% dei casi, con un milione e mezzo di malati nel mondo, di cui 20 mila in Italia; quella di tipo 2 è meno frequente, ma più grave, perché causa tumori al nervo acustico, cervello o il midollo spinale, con problemi di sordità, perdita dell’equilibrio e difetti della visione. Molti aspetti di queste malattie sono ancora imprevedibili. È certo che la NF1 interessa circa un bambino ogni 4 mila, mentre la NF2 colpisce 1 caso ogni 33 mila. Entrambe sono ereditarie, quindi i genitori affetti da neurofibromatosi hanno il 50% di probabilità di trasmettere la malattia ai figli. Agli Ospedali Riuniti di Bergamo dal 1992 è attivo un centro multidisciplinare per la diagnosi, la cura e lo studio delle neurofibromatosi, coordinato da Marco Poloni, primario della Neurologia degli Ospedali Riuniti, in collaborazione con l’Istituto Mario Negri. Il centro è riconosciuto a livello nazionale, tanto da avere in cura non solo pazienti bergamaschi e lombardi, ma malati provenienti da tutta Italia.

“La neurofibromatosi è una patologia ancora sottovalutata, almeno fino a quando si manifesta con sintomi meno gravi. Basti pensare che nel 30% dei casi la malattia viene diagnostica in concomitanza con la nascita di un figlio – ha spiegato Marco Poloni -. Le conseguenze più gravi sono rappresentante dallo sviluppo di tumori a livello cerebrale o spinale, che richiedono interventi neurochirurgici importanti, che possono portare anche alla sordità, con la conseguente necessità di dover intraprendere un percorso di riabilitazione uditiva. In generale in tutti questi malati il meccanismo fisiologico che frena la proliferazione delle cellule tumorali funziona male e quindi la sfida per il futuro consiste nel trovare una terapia efficace per bloccare questo pericoloso fenomeno”.
La diagnosi spesso si avvale della diagnostica per immagini, che attraverso esami TC (TAC) e RM (Risonanza Magnetica) evidenzia la presenza di lesioni anche in sedi non apprezzabili alla semplice osservazione. La terapia è esclusivamente neurochirurgia ed è finalizzata alla rimozione dei neurofibromi sia per problemi clinici che estetici.


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