Archivio per marzo 2015

Digiuno e malattie infiammatorie

digiuno e malattie infiammatorie

Uno studio dell’Università di Yale pubblicato come ‘lettera’ su Nature Medicine suggerisce che la dieta ipocalorica o il digiuno sono in grado di bloccare un particolare ‘settore’ del sistema immunitario, coinvolto in varie patologie per le quali l’infiammazione gioca un ruolo importante: dall’Alzheimer, al diabete di tipo 2, dall’aterosclerosi, alla sclerosi multipla.

Alla base di questo effetto favorevole del digiuno, sarebbe in particolare il beta-idrossibutirrato  (BHB). Questo metabolita si comporterebbe come un inibitore diretto dell’NLRP3 (NOD-like receptor (NLR) family, pyrin domain–containing protein 3), parte di un complesso di proteine, chiamato ‘inflammasoma’. Ed è proprio l’inflammasoma a provocare la risposta infiammatoria che si ritrova alla base di tante patologie.

I corpi chetonici come il BHB e l’acetoacetato (AcAc) consentono ai mammiferi di sopravvivere durante stati di carenza energetica, fungendo da fonti alternative di ATP.

E il BHB è appunto un metabolita prodotto dall’organismo in risposta al digiuno, alla restrizione calorica, ad una dieta chetogenica a basso contenuto di carboidrati o all’esercizio fisico ad elevata intensità. Era noto da tempo che digiuno e restrizione calorica riducessero l’infiammazione, ma non era chiaro quale fosse la risposta delle cellule immunitarie ad una ridotta disponibilità di glucosio, né se queste potessero mostrare una risposta a metaboliti prodotti dall’ossidazione dei grassi.

E’ una scoperta importante  – spiega il professor VishwaDeep Dixit, Sezione di Medicina Comparativa presso l’Università di Yalepoiché metaboliti endogeni come il BHB, in grado di bloccare l’inflammasoma NLRP3 potrebbero rivelarsi di grande aiuto in una serie di contesti clinici, quelli delle malattie infiammatorie appunto e laddove vi siano delle mutazioni dei geni NLRP3. I risultati del nostro studio suggeriscono che la dieta chetogenica, il digiuno o l’esercizio fisico ad elevata intensità, portano l’organismo a produrre metaboliti quali il BHB, in grado di ridurre l’inflammasoma NLRP3”.

QuotidianoSanità

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Parliamo di … rottura di un tendine

Rottura Tendine di Achille

La rottura del tendine può interessare diverse parti del corpo, dalla mano al polso, dalla spalla al bicipite e al quadricipite. Sono differenti i fattori che possono condurre ad una frattura di questo genere. A volte capita di esercitare troppa forza con i muscoli in tensione o durante il compimento dei movimenti di rotazione. Inoltre non dobbiamo dimenticare che la rottura molto spesso può essere preceduta da processi degenerativi che rendono più forte il rischio di incorrere nel problema. Di fronte ad un caso di lesione si deve essere tempestivi: sospendere l’attività fisica, applicare del ghiaccio, comprimere con l’aiuto di bende.

I sintomi della rottura del tendine comportano un dolore molto acuto inizialmente, che poi tende ad alleviarsi. Inoltre nella zona interessata si manifesta una certa sensibilità alla palpazione ed è possibile vedere un’ammaccatura, in corrispondenza della quale poi si ravvisano ematomi e gonfiore.

Da considerare che in poco tempo, in seguito alla frattura, si ha una perdita della funzionalità del muscolo.

In particolare, nel caso della rottura del tendine d’Achille il soggetto si accorge di essere incapace di stare in piedi, di piegare il piede verso il basso e di riuscire a mantenersi sulla punta dei piedi. Inoltre si prova la sensazione di come un qualcosa che scatti o si rompa dentro la gamba.

I tempi di recupero in seguito alla rottura del tendine sono vari e dipendono essenzialmente dalla gravità della lesione. Nel caso del tendine d’Achille per esempio ci possono volere da quattro a sei mesi.

In genere comunque, dopo che ci si è sottoposti ad un intervento chirurgico, per ricucire le estremità del tendine, la ripresa dell’attività sportiva non può avvenire prima di un periodo compreso fra i tre e quattro mesi.

Per rendere più veloce la guarigione, è comunque importante sottoporsi ad un adeguato processo di fisioterapia e di riabilitazione.

Nel caso del tendine d’Achille, dall’immobilizzazione completa, dettata per esempio anche dall’ingessatura, si passa al carico parziale, mediante l’uso delle stampelle.

Poi si eseguono prove che riguardano la capacità di camminare e si determinano gli appositi esercizi – spia, che servono a testare il recupero e allo stesso tempo a favorirlo. Si tratta soprattutto di esercizi di forza, di stretching o di combinazioni comunque complesse. Infine si esegue il test del Km, per provare come il soggetto reagisce nella corsa, nella quale spesso appaiono evidenti le prime difficoltà.

TantaSalute

Nuovi dati pubblicati su The Lancet mostrano che Roflumilast riduce le riacutizzazioni e le ospedalizzazioni nei pazienti con BPCO grave

Roflumilast

Takeda Pharmaceutical International GmbH ha annunciato i risultati dello studio REACT, che dimostrano che Roflumilast riduce significativamente le riacutizzazioni e le ospedalizzazioni nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) a rischio di frequenti e severe esacerbazioni, già in terapia inalatoria con ICS /LABA in combinazione o oppure in tripla terapia (LAMA/ICS/LABA).1

Lo studio ha dimostrato che Roflumilast riduce significativamente del 24,3% (p=0,0175) il tasso di riacutizzazioni gravi e del 23,9% (p=0,0209) il tasso di riacutizzazioni che richiedono l’ospedalizzazione, riducendo l’impatto clinico ed economico di questa malattia. Nei pazienti che ricevevano tripla terapia, Roflumilast ha ridotto significativamente il tasso di riacutizzazioni gravi del 23,3% (p=0,0406), dimostrando come i pazienti con BPCO grave possano trarre beneficio dall’aggiunta di Roflumilast ai loro regimi terapeutici.

Questi risultati sono stati pubblicati online su The Lancet.

Per prevenire le riacutizzazioni e le possibili ospedalizzazioni, i pazienti con BPCO grave sono trattati con antagonisti muscarinici a lunga durata d’azione (LAMA) per inalazione in monoterapia e/o con la combinazione fissa, anch’essa per via inalatoria, di corticosteroidi/β2-agonisti a lunga durata d’azione (ICS/LABA). Nonostante l’utilizzo di queste terapie inalatorie, un numero significativo di pazienti con BPCO soffre di frequenti riacutizzazioni,2 che hanno un impatto sulla qualità di vita del paziente e accelerano il declino della funzionalità polmonare,3 aumentando morbilità e mortalità.4

Il roflumilast rappresenta un nuovo farmaco antinfiammatorio con un meccanismo d’azione specifico che consiste nella inibizione della fosfodiesterasi 4Il farmaco viene somministrato per via orale e contribuisce al miglioramento della BPCO agendo su un meccanismo non modificato dalle terapie esistenti, ed infatti costituisce l’unico farmaco orale disponibile da aggiungere alla massima terapia inalatoria oggi raccomandata per questi pazienti” – ha dichiarato il Professor Leonardo Fabbri, Policlinico Universitario e Clinica di Malattie Respiratorie dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Lo studio REACT mirava a fornire un’analisi più ampia dell’utilizzo di Roflumilast come terapia di associazione alla terapia inalatoria raccomandata in pazienti a rischio di riacutizzazioni. I risultati hanno evidenziato una riduzione significativa delle esacerbazioni gravi e delle conseguenti ospedalizzazioni nella popolazione in studio, proponendo Roflumilast come primo trattamento per la BPCO capace di ridurre il tasso di ospedalizzazione nei pazienti che già assumono terapie inalatorie multiple“. – ha commentato il Professore Klaus F. Rabe, Professore di Pneumologia alla University of Kiel e Direttore del Dipartimento di Pneumologia presso la Clinic Grosshansdorf.

Lo studio REACT ha indagato in doppio cieco l’impiego di Roflumilast, già approvato come terapia di associazione ai broncodilatatori a lunga durata d’azione per la BPCO grave, come terapia aggiuntiva in pazienti non adeguatamente controllati con ICS/LABA in combinazione o con tripla terapia LAMA/ICS/LABA al dosaggio massimo approvato, valutandone l’efficacia, gli effetti sulla funzionalità polmonare e gli eventi avversi cardiaci maggiori (MACE). Nell’intera popolazione dello studio si è verificata, con Roflumilast si è verificata una riduzione del 13,2% (p=0,0529) del tasso di riacutizzazioni moderate-gravi rispetto a placebo utilizzando l’analisi della regressione di Poisson e del 14,2% (p=0,0424) con un’analisi predefinita di sensibilità usando una regressione binomiale negativa. Inoltre Roflumilast ha determinato un miglioramento statisticamente significativo della funzionalità polmonare, con un aumento di 56 mL (p<0,0001) del FEV1 post-broncodilatatore e un aumento di 92 mL della FVC, in confronto a placebo.1

Una non corretta gestione della BPCO ha un considerevole impatto non solo per i sistemi sanitari ma anche per la vita dei pazienti e di chi li assiste. Lo studio REACT accresce il valore terapeutico di Roflumilast per i pazienti con BPCO grave, permettendo ai medici di fare delle scelte di trattamento più consapevoli per i loro pazienti. Il suo meccanismo d’azione anti-infiammatorio e la sua capacità di stabilizzare ulteriormente i pazienti con BPCO grave aiutano a gestire questa malattia costosa e debilitante” ha detto Matthias Binek, Global Brand Medical Director, Respiratory Products, Takeda Pharmaceuticals.

separa

Roflumilast, in aggiunta a broncodilatatori a lunga durata d’azione, è indicato per la BPCO grave associata a bronchite cronica e a una storia di esacerbazioni frequenti. Con il suo specifico meccanismo d’azione Roflumilast riduce la componente infiammatoria specifica della BPCO e riduce le riacutizzazioni, modificando lo stato del paziente da esacerbatore frequente a esacerbatore infrequente più stabile.5

REACT è uno studio multicentrico, a gruppi paralleli, in doppio cieco, controllato con placebo della durata di un anno. I pazienti inclusi dovevano presentare BPCO grave associata a bronchite cronica e una storia di esacerbazioni frequenti e dovevano essere contemporaneamente trattati con una combinazione fissa di LABA e ICS. I due bracci di trattamento erano Roflumilast 500μg una volta al giorno e placebo. I pazienti sono stati assegnati o a Roflumilast 500μg e una combinazione fissa di LABA/ICS +/- LAMA o a placebo e una combinazione fissa di ICS/LABA +/- LAMA in uno schema di randomizzazione di 1:1 (973 pazienti Roflumilast e 972 pazienti placebo). I pazienti sono stati reclutati in 203 centri in 21 paesi. L’outcome primario era il tasso di esacerbazioni da moderate a gravi della BPCO per paziente per anno, utilizzando l’analisi intent-to-treat. Gli eventi avversi sono stati coerenti con gli studi clinici precedenti e con l’esperienza post-marketing. Non sono stati osservati nuovi segnali relativi alla sicurezza.1

Daxas® è l’unico farmaco antinfiammatorio sviluppato per ridurre l’infiammazione specifica della BPCO con uno specifico meccanismo d’azione. Il suo principio attivo, Roflumilast, è un potente e selettivo inibitore dell’enzima PDE4.6 Roflumilast è indicato nella UE come terapia di mantenimento nella BPCO cronica grave (FEV1 post-broncodilatatore meno del 50% del teorico) associata a bronchite cronica nei pazienti adulti con una storia di esacerbazioni frequenti come terapia aggiuntiva al trattamento con broncodilatatori.5

FONTE | ketchum.comBIBLIOGRAFIA

  1. Martinez FJ, et al. Effect Of Roflumilast On Exacerbations In Patients With Severe COPD Uncontrolled By Combination Therapy: A Multicentre Randomised Study. The Lancet 2015. Published Online February 13, 2015 http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(14)62410-7
  2. Hurst HR, et al. Susceptibility to Exacerbation in Chronic Obstructive Pulmonary Disease. N Engl J Med 2010;363: 1128-38.
  3. Vestbo J, Hurd SS, Agusti AG, et al. Global strategy for the diagnosis, management, and prevention of chronic obstructive pulmonary disease: GOLD executive summary. Am J Respir Crit Care Med 2013; 187: 347-365.
  4. Wedzicha JA and Seemungal TAR. COPD exacerbations: defining their cause and prevention. The Lancet 2007; 370: 786–96.
  5. Wedzicha JA, et al. Efficacy Of Roflumilast In The Chronic Obstructive Pulmonary Disease Frequent Exacerbator Phenotype. CHEST 2012. doi:10.1378/chest.12-1489.
  6. Hatzelman A, et al. The preclinical pharmacology of roflumilast – A selective, oral phosphodiesterase 4 inhibitor in development for chronic obstructive pulmonary disease. Pulmonary Pharmacology & Therapeutics 2010; 23: 235-256.

L’esperienza di Valeriana Dispert per combattere “il male del nuovo millennio”

notti insonni

In una società sempre più frenetica come la nostra, lo studio e il lavoro sono spesso causa di nervosismo, ansia e stress. La condizione di irritabilità che ne deriva può crescere a tal punto da condizionare negativamente la prestazione dello studente o del lavoratore.

Conseguenze di questo stato di agitazione sono palpitazioni, senso di soffocamento, sudorazione, irrequietezza, mal di stomaco, inappetenza, difficoltà di concentrazione, alterazione della memoria, insonnia. Lo stato di agitazione diurna può trasformarsi poi in agitazione notturna provocando disturbi del sonno.

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Benessere in psichiatria: il paziente al centro della gestione clinica

Schizofrenia

Confrontarsi sulla pratica clinica e sulle nuove strategie di gestione del paziente psichiatrico dando risalto al concetto di salute a 360°.

Sono questi gli obiettivi del Simposio “Benessere in Psichiatria” che si è svolto martedì 24 febbraio scorso presso il MiCo (Milano Congressi), e realizzato con il supporto non condizionato di Takeda Italia.

Questo nuovo approccio al paziente è importante perché consente di prendere in considerazione eventuali patologie correlate e mettere in atto strategie opportune per migliorare la qualità della vita del paziente psichiatrico.

Come dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanitànon c’è salute senza salute mentale1. La salute mentale è definita una componente fondamentale del concetto di salute, inteso come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia o infermità. Questa definizione implica che la salute mentale non è solo l’assenza di disturbi mentali o disabilità2.

La schizofrenia è una malattia cronica grave che conduce ad una drastica diminuzione dell’aspettativa di vita: dai 10 ai 22,5 anni in meno rispetto alla popolazione generale.3,4 Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità si tratta di una condizione che colpisce approssimativamente 24 milioni di persone nel mondo5, mentre in Europa, attualmente, circa 3,5 milioni di persone ne sono affette6. Per quanto riguarda l’Italia ci sono circa 250.000 ammalati, la cui aspettativa di vita è inferiore, in media, di 12/15 anni rispetto al resto della popolazione.

Al Simposio hanno partecipato importanti e autorevoli esperti quali Carlo Altamura, Professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi di Milano, Membro del Comitato Direttivo dell’ International Congress on Schizophrenia Research (ICOSR) e Presidente della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI) (co-chairman), Emilio Sacchetti, Professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi di Brescia e Presidente della Società Italiana di Psichiatria (co-chairman e relatore), Claudio Mencacci, Direttore Neuroscienze A.O. Fatebenefratelli di Milano ed Eugenio Aguglia, Professore Ordinario di Psichiatria all’Università di Catania e Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (relatori).

Argomenti di discussione sono stati i nuovi standard di cura, la relazione tra opzioni terapeutiche e benessere, e il concetto di benessere come meta terapeutica.

FONTE | ketchum.com

 

BIBLIOGRAFIA

  1. Healy D et al. Mortality in schizophrenia and related psychoses: data from two cohorts, 1875–1924 and 1994–2010BMJ Open 2012;2:e001810
  2. Tiihonen J et al. 11-year follow-up of mortality in patients with schizophrenia: a population-based cohort study (FIN11 study). Lancet 2009;374:620–7
  3. World health organization (who). Schizophrenia fact Sheet. Available at: http://www.who.int/mental_health/management/schizophrenia/en/ last accessed: August 2014
  4. European commission (Heidi wiki): health in Europe. Available from:
    https://webgate.ec.europa.eu/sanco/heidi/index.php/heidi/neuropsychiatric_health/Schizophrenia. Last accessed: August 2014

Cocaina ed invecchiamento cerebrale

La sostanza produce una riduzione del volume di certe aree. Chi fa uso di cocaina è a maggior rischio d’invecchiamento cerebrale rispetto a chi non la utilizza. Giunge dall’Università di Cambridge questa affermazione in cui si conferma che un utilizzo cronico della sostanza produca un più veloce decadimento delle funzioni cerebrali.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Molecular Psychiatry e descrivono le evidenze riguardo 120 soggetti di pari età, di sesso omologo e con un Qi verbale identico. Circa il 50% della popolazione in studio presentava una dipendenza dalla sostanza, l’altro 50% no.
Attraverso tecniche di neuro-imaging sono stati misurati i volumi cerebrali dei volontari e si è visto che il volume della sostanza grigia correlato all’età era minore nei cocainomani rispetto agli altri; in altre parole i consumatori di cocaina perdevano il doppio del volume in un anno in confronti a chi uso non ne faceva. Le aree maggiormente coinvolte sono risultate la corteccia prefrontale e temporale che sono associate alle funzioni attentive, decisionali e mnesiche “Con l’età – nota Karen Ersche del Behavioural and Clinical Neuroscience Institute (BCNI) dell’Università di Cambridge – tutti noi perdiamo materia grigia. Tuttavia abbiamo visto che chi assume cocaina in modo cronico la perde a un tasso significativamente più rapido. Cosa che potrebbe essere un segno d’invecchiamento precoce”.
In un altro studio, grazie alla risonanza magnetica per immagini (IRM), Nikos Makris ed i suoi colleghi del Massachusetts General Hospital di Boston hanno analizzato il cervello di 27 cocainomani. Altri soggetti, non consumatori della sostanza, costituivano il gruppo di controllo.
Gli studiosi hanno potuto osservare che l’area del cervello in questione, nelle persone dipendenti dalla cocaina, era di più piccole dimensioni rispetto a quella delle persone non dipendenti, anche se non c’era una correlazione con il livello di consumo.

Controllo dell’appetito e “forza” di volontà

Controllo dell’appetito e forza di volontà

Prendi un gruppo di adolescenti affamati, mettili dentro un apparecchio per risonanza magnetica funzionale e mostragli fotografie del junk food di cui vanno pazzi: hamburger, patatine, dolciumi grondanti di panna e sciroppi.

Non è una sofisticata forma di tortura (i ragazzi erano tutti volontari), ma un modo per studiare il funzionamento del cervello dei teenager per quanto attiene la loro reazione al cibo e per capire perché alcuni ne ingurgitano a dismisura e altri riescono a controllarsi e a rimanere in forma.

L’esperimento, pubblicato su Obesity,  ha coinvolto 34 ragazzi che sono stati assegnati a tre gruppi: i soprappeso, gli ex-cicciottelli che avevano ritrovato il peso forma da almeno un anno, quelli sempre stati nel giusto peso. I ragazzi venivano tutti tenuti a digiuno per quattro ore, prima di essere sottoposti allo studio di  neuro-imaging funzionale per valutare le risposte cerebrali alla proiezione delle immagini di cibo sano e non.

Gli autori dello studio hanno esaminato attentamente quali aree del cervello si ‘accendevano’ alla vista del cibo; in particolare la loro attenzione si è concentrata sulla corteccia prefrontale, sede delle funzioni esecutive, cioè della capacità di processare e di dare una priorità a interessi contrastanti.

Alla vista del cibo ad elevato contenuto calorico, è stato il cervello degli ex-sovrappeso ad attivarsi maggiormente in questa regione (in particolare a livello della corteccia prefrontale dorso-laterale), rispetto ai ragazzi in sovrappeso e a quelli sempre stati magri.

Segno questo – interpretano gli autori – che negli ex-sovrappeso, i processi delle funzioni esecutive sono più sviluppati che negli altri gruppi. Ed è forse proprio questa la spiegazione del loro successo non solo nel perdere peso, ma anche e soprattutto nel mantenere in seguito il peso forma.

I ragazzi in sovrappeso al contrario, alla vista di patatine fritte e dolciumi, mostravano una marcata attivazione di altre due regioni cerebrali, lo striato ventrale e la corteccia cingolata anteriore, implicate nei meccanismi di ‘ricompensa’ (reward).

E’ possibile allenarsi per migliorare il controllo esecutivo, per questo, esistono programmi di successo che richiedono tuttavia una pratica assidua e di impegnarsi in sfide sempre più complesse di controllo esecutivo – afferma Brock Kirwan, neuroscienziato della Brigham Young University e coautore dello studio”.

QuotidianoSanità


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