Archivio per aprile 2015

Perdita dei capelli: problema estetico o medico?

Visita tricologica

Quando la caduta dei capelli è causata da una patologia sistemica, trattando la causa si ha anche la risoluzione del problema, spiega Antonino Di Pietro, Direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis. Questa osservazione ci ha convinti dell’opportunità di avviare nel mese di aprile, presso il nostro Istituto all’interno della Clinica Sant’Ambrogio di Milano, uno studio osservazionale sulla caduta dei capelli nelle giovani donne per approfondire le cause di questo problema, a tutte verrà eseguita una epiluminescenza oltre ad altri accertamenti che si riterranno necessari. La buona notizia infatti è che in oltre un caso su tre è possibile frenare la caduta dei capelli già solo scoprendone le cause. Una perdita di capelli consistente può essere un segnale circa lo stato di salute della persona ma anche essere espressione di una patologia in corso: da uno studio compiuto dalla mia equipe risulta che in 4 pazienti su 10 la caduta dei capelli è dovuta a patologie in altri organi. Troppo spesso, la perdita della chioma viene percepita solo come un problema estetico, soprattutto nelle donne, che temono gli effetti sulla loro femminilità, sottovalutando quello che di utile può segnalare. Il fenomeno quindi dovrebbe essere analizzato per arrivare a una diagnosi e trattato il più precocemente possibile, dato che alcuni processi si possono rallentare o persino arrestare del tutto se agiamo in tempo”.

Prima di iniziare qualsiasi trattamento è importante avere la certezza di aver individuato la causa che porta alla caduta dei capelli, prosegue Roberto Castello, Endocrinologo, Past President AME, Associazione Medici Endocrinologi. Le cause possono essere molteplici, come cattiva alimentazione, effetto collaterale di alcuni farmaci, carenza di ferro, stress e ansia o squilibri ormonali che possono manifestarsi a qualunque età per entrambi i sessi anche se si rileva una maggiore predisposizione per quello femminile. Ad esempio dopo una gravidanza si assiste a un’ aumentata perdita di capelli dovuta a un calo degli ormoni estrogeni; è una condizione che solitamente si risolve spontaneamente nel giro di un anno dal parto. Anche le donne che decidono di smettere un contraccettivo orale hanno lo stesso problema, che ugualmente si risolve dopo qualche mese. La perdita di estrogeni durante la menopausa può provocare la perdita della massa capillare. Un’altra causa è riconducibile a problemi alla tiroide, dove l’ipotiroidismo porta ad un diradamento dei capelli nell’area proprio sopra la fronte. Un’alopecia particolare è quella androgenetica che interessa adolescenti o giovani donne affette dalla sindrome dell’ovaio policistico. In tutti questi casi è indispensabile eseguire un profilo ormonale specifico. Altre volte la caduta dei capelli si presenta a chiazze, tipica dell’alopecia areata, che è una malattia autoimmune”, conclude Castello.

Per iniziare il miglior trattamento e avere dei risultati duraturi è importante rivolgersi ad un dermatologo esperto per una visita accurata e con tecnologie mediche all’avanguardia. Durante la visita tricologica si valuta lo stato dei capelli e del cuoio capelluto, delle unghie e della distribuzione dei peli sul corpo; in particolare si esamina il cuoio capelluto con la tecnica dell’epiluminescenza che consente di avere un dettaglio della qualità e della quantità dei capelli non ottenibile a occhio nudo, nonché di individuare eventuali irritazioni e dermatiti del cuoio capelluto. Una volta definito il problema si mettono a punto le terapie ad esempio per correggere lo stato ormonale o integrare con prodotti specifici un’eventuale carenza alimentare; spesso si associano terapie locali come lozioni o maschere calibrate sulla necessità del paziente.

 

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Certificati di morte: normativa su compiti e funzioni di polizia mortuaria

Per via telematica anche il certificato di morte!

La circolare INPS del 13 febbraio 2015 dispone che i medici necroscopi nominati dalle Aziende Sanitarie e non i medici di medicina generale spediscano i certificati di accertamento del decesso online all’Istituto di previdenza entro 48 ore dall’evento.

L’articolo 4 del DPR n.295 del 1990 specifica infatti che il medico necroscopo è un medico appositamente incaricato dall’ASP e la dichiarazione a verbale n. 5 del DPR n. 270/2000 afferma che le funzioni di medico necroscopo e di polizia mortuaria non sono compiti propri del medico di medicina generale.

Quando decede una persona, è necessaria la compilazione di tre distinti certificati medici :

  1. Certificato di constatazione del decesso, compilato dal medico che interviene per primo a constatare l’exitus e contenente, oltre alle generalità del defunto, anche ora, data e luogo del decesso. Questo certificato serve ad attestare la cessazione delle funzioni vitali e l’inefficacia di eventuali  manovre rianimatorie ed è destinato ad informare l’ufficiale di stato civile dell’avvenuto decesso di una persona nel territorio comunale di competenza.
    Le norme per l’accertamento di morte sono stabilite dal D.M.Sanità del 31.8.1994 in applicazione della legge n. 578/1993
    .
  2. Denuncia delle cause di morte su scheda ISTAT, indirizzata al  Sindaco e redatta dal medico curante o dal medico necroscopo dipendente dell’ASP in caso di irreperibilità del medico curante nel periodo tra il decesso e il funerale. E’ un obbligo che deve essere assolto entro 24 ore dalla constatazione del decesso ai sensi dell’art. 103 del TULS (art. 1 del DPR 21.10.1975). Nei giorni prefestivi e festivi, quando cioè il medico di medicina generale non è in servizio, il certificato ISTAT deve quindi essere compilato dal medico necroscopo nominato dall’Azienda Sanitaria.
  3. Certificato necroscopico redatto dal medico necroscopo tra la 15ma e la 30ma ora dal decesso per constatare la realtà della morte (presenza di macchie ipostatiche, rigidità e raffreddamento naturali del cadavere, essicamento delle mucose, ecc.) dopo un adeguato periodo di osservazione. Serve all’ufficiale di stato civile per cancellare il defunto dall’anagrafe e per autorizzare il seppellimento.

Ai sensi dell’art. 11 del DPR n. 285/1990  (regolamento di polizia mortuaria), durante il periodo di osservazione – 24 ore per i casi di morte naturale e 48 ore nei casi di morte improvvisa – il cadavere deve essere tenuto in luogo e in condizioni compatibili con la vita, cioè ad una temperatura ambientale di almeno 18-20 gradi.

La Cassazione Penale con sentenza del 14.12.1977 ha ritenuto colpevole del reato di falso ideologico (art. 481  codice penale) un medico che aveva compilato un certificato di morte senza aver visitato la salma.

Il certificato di morte e dell’identificazione delle relative cause presuppone quindi l’avvenuta visita medica, secondo la successiva sentenza n. 8496 del 17.10.1983 della Cassazione, sezione penale V.

In caso di assenza del medico curante titolare, il medico sostituto assume tutte le funzioni del titolare e pertanto sulla base della visita della salma e della scheda anamnestica del defunto è legittimato a compilare in vece del curante anche la scheda ISTAT.

Se il medico sostituto ritiene di non avere sufficienti elementi di giudizio deve invece lasciare questo compito al medico necroscopo oppure, se è il caso, effettuare una richiesta motivata di autopsia.

La scheda ISTAT viene di norma compilata dal medico ospedaliero quando il paziente decede in ospedale o all’arrivo in pronto soccorso e dal medico necroscopo quando il paziente decede fuori ambito di residenza.

L’autorizzazione alla cremazione, a seguito di richiesta per iscritto del defunto, richiede un ulteriore certificato medico ai sensi della legge n. 130 del 30 marzo 2001.

A cura di: Mauro Marin – Pordenone

UNIVADIS

Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) e Golimumab

ueg week 2014

Le malattie infiammatorie croniche intestinali, meglio conosciute con l’acronimo italiano MICI o quello anglosassone IBD (Inflammatory Bowel Diseases) sono malattie a componente infiammatoria, e ad andamento recidivante che interessano l’intestino e si suddividono in due forme: Colite Ulcerosa (CU) e Malattia di Crohn.

Le MICI sono patologie tipiche delle età giovanili: il picco più importante si concentra tra i 15 e i 45 anni, tuttavia si rileva negli ultimi tempi un aumento dell’incidenza in età pediatrica e adolescenziale; il secondo picco si posiziona in età avanzata.

L’insorgenza di queste malattie in giovane età, la cronicità che le caratterizza, le limitazioni che impongono alle normali attività quotidiane e la continua minaccia di complicanze, condiziona pesantemente la vita dei soggetti che ne sono affetti, la situazione viene peggiorata dai ritardi diagnostici, dalla scarsa conoscenza di queste patologie e dalle difficoltà di comunicazione tra medici e pazienti.

A differenza che in passato, quando le MICI erano prevalentemente diffuse nei Paesi industrializzati, si assiste da un decennio circa alla presenza di queste malattie nei Paesi emergenti. I nuovi casi e i malati sarebbero aumentati di venti volte nell’ultimo decennio, manca tuttavia un Registro nazionale per cui i dati si presume siano sottostimati. Nel mondo si stimano oltre 2,2 milioni di pazienti, in Europa 1,1 milioni, in Italia circa 200.000.

Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono caratterizzate da un’eccessiva risposta immunitaria agli antigeni fisiologicamente presenti a livello intestinale. Per cause ancora ignote il sistema immunitario produce cloni di cellule auto-reattive, autoanticorpi che attaccano le strutture dello stesso organismo (self).

La sintomatologia delle MICI è quanto mai vasta, aspecifica e spesso invalidante: dolori addominali, diarrea anche ematica, vomito, febbre, calo ponderale, astenia sono solo alcuni dei sintomi più frequenti che impattano pesantemente sulla qualità di vita dei pazienti.

Fino a 15 anni fa le MICI erano trattate a seconda del grado di gravità con steroidi e immunosoppressori cui si associava la chirurgia utilizzata come ultima opzione. Il punto di svolta è arrivato negli Anni ’90 con l’avvento dei farmaci biologici, il cui capostipite è infliximab, che hanno rivoluzionato la storia naturale di queste malattie, riducendo in modo sostanziale nelle forme da moderata a grave il ricorso all’intervento chirurgico e alle ospedalizzazioni, ed hanno ridotto in maniera importante il ricorso alle terapie steroidee evitandone i pesanti effetti collaterali.

Colite Ulcerosa (CU)

La Colite Ulcerosa è una malattia a base infiammatoria caratterizzata da andamento cronico e intermittente con fasi di riaccensione seguite da fasi di remissione, e in alcuni casi decorso di tipo cronico continuo, che coinvolge una parte limitata dell’intestino, localizzandosi nella mucosa del retto e/o del colon. A causa dell’erosione delle mucose si formano ulcerazioni multiple.

Si riconosce per la Colite Ulcerosa una familiarità tant’è che i soggetti con parenti affetti sono considerati più a rischio.

Questa patologia fa il suo esordio tra i 15 e i 35 anni ma può colpire in età pediatrica e in età più avanzata, tra i 60 e gli 80 anni. In Europa sono colpite da 7 a 12 persone ogni 100.000 abitanti. I nuovi casi sono da 3.000 a 5.600 l’anno.

I segni e sintomi più frequenti sono dolori addominali, diarrea mista a muco e sangue, febbre, astenia, dimagrimento. L’esordio può essere subdolo. Le complicanze intestinali includono emorragie, gonfiore, megacolon tossico, perforazioni, pseudopolipi e aumentato di rischio di tumore del colon retto. Sovente si associano diverse complicanze di altri apparati e organi quali spondilite anchilosante, artrite periferica, eritema nodoso, psoriasi, colangiti, trombocitosi.

La diagnosi è endoscopica con biopsia ed esame istologico oltre a specifici esami del sangue (PCR, VES, conta dei leucociti, dei livelli di ferro e ferritina).

Alle terapie farmacologiche tradizionali costituite da corticosteroidi, immunosoppressori e salicilati, si aggiungono da oltre dieci anni i farmaci biologici che possono portare alla guarigione mucosale nel 60-70% dei casi trattati, e alla riduzione del ricorso all’utilizzo di cortisone e del trattamento chirurgico e dei ricoveri.

Malattia di Crohn

È una malattia infiammatoria cronica che può colpire tutti i segmenti dell’intestino sebbene nella maggioranza dei casi si localizzi nel colon e nell’ultima parte dell’intestino tenue. Non è ereditaria anche se è presente una componente genetica, infatti un quinto dei pazienti ha almeno un consanguineo affetto. I nuovi casi sono da 1.350 a 2.000 ogni anno.

I sintomi più frequenti sono gonfiori addominali e dolori, diarrea cronica, anche notturna, perdita di peso, febbre, sanguinamento rettale, ragadi, ascessi perianali e fistole.

Le complicanze intestinali più comuni sono rappresentate dalle fibrosi intestinali e dalle fistole. Il 15% dei pazienti sviluppa ragadi, ascessi anali e fistole entro 5 anni dalla diagnosi. Conseguenze dell’alterata funzionalità intestinale sono le calcolosi biliari e renali, l’idrouretere e l’idronefrosi, i malassorbimenti, le infezioni del tratto urinario e l’ipercoagulabilità. La Malattia di Crohn non è facilmente diagnosticabile se non in Centri dedicati, frequente il ritardo diagnostico che va dai 3 a 5 anni. Esame endoscopico con biopsia, clisma dell’intestino tenue, TAC e RMN per individuare le lesioni della mucosa, sono le indagini diagnostiche di routine.

L’avvento dei farmaci biologici ha cambiato il decorso di questa patologia per la quale sono disponibili quattro opzioni terapeutiche farmacologiche oltre alla terapia chirurgica:

• casi di grado lieve-moderato: aminosalicilati che inibiscono l’enzima ciclo-ossigenasi bloccando la cascata dell’infiammazione;

• casi moderati-severi: corticosteroidi che danno importanti effetti collaterali, immunosoppressori e terapie biologiche con anticorpi monoclonali che impediscono ad una citochina (TNF-alfa) di legarsi ai suoi recettori, bloccando così la reazione infiammatoria e riducendo gli effetti collaterali.

Attualmente si procede con step up accelerato: diagnosi il più precoce possibile, eliminazione del cortisone, somministrazione di immunosoppressori e di anti-TNF alfa in prima battuta.

Golimumab

Golimumab è un nuovo anticorpo monoclonale umano di ultima generazione che ha ricevuto l’approvazione dell’EMA per il trattamento della Colite Ulcerosa di grado moderato-severo in pazienti adulti che non hanno ottenuto risposta soddisfacente alle terapie tradizionali. Dal 28 gennaio 2015 AIFA ne ha decretato la rimborsabilità.

Golimumab è concepito per agire selettivamente contro il Fattore di Necrosi Tumorale, TNF-alfa, la citochina che rappresenta uno dei “motori” principali dell’infiammazione. La sua sovrapproduzione è infatti il denominatore comune delle malattie infiammatorie croniche intestinali e di altre malattie autoimmuni oltre ad essere implicata in molte patologie a base infiammatoria.

Golimumab è la prima terapia sottocutanea anti-TNF da somministrare, nella terapia di mantenimento della Colite Ulcerosa, ogni 4 settimane e mira a neutralizzare entrambe le forme di TNF-alfa (solubile e legato alla membrana) riducendo l’infiammazione.

La somministrazione di mantenimento di golimumab avviene per via sottocutanea; l’iniezione è disponibile in forma di penna e siringa pre-riempita che il paziente può autosomministrarsi a casa con notevole incremento della compliance terapeutica.

Highlights di golimumab sono:

· Risposta Clinica Continua ed efficacia mantenuta nel tempo;

· Risposta Clinica Precoce;

· remissione clinica e guarigione della mucosa intestinale;

· miglioramento della qualità della vita;

· somministrazione ogni 4 settimane dopo induzione;

· possibilità di autosomministrazione.

Studi clinici

Golimumab già approvato dalla FDA americana e dall’EMA per l’indicazione al trattamento dell’artrite reumatoide, l’artrite psoriasica e la spondilite anchilosante, sulla base di numerosi studi clinici (GO-FORWARD, GO-AFTER E GO-BEFORE per l’AR, GO-RAISE per la spondilite anchilosante e GO-REVEAL per l’artrite psoriasica) che ne hanno valutato efficacia duratura nel tempo e tollerabilità, viene approvato in Italia dall’AIFA con una nuova indicazione per il trattamento della Colite Ulcerosa (CU) di grado moderato-severo.

Il Programma PURSUIT ha incluso due studi multicentrici (PURSUIT induzione e PURSUIT mantenimento), randomizzati, in doppio cieco, controllati vs placebo, con lo scopo di valutare il profilo di sicurezza e l’efficacia di un regime di trattamento sottocutaneo con il farmaco anti-TNF alfa Golimumab (GLM) in soggetti adulti con colite ulcerosa di grado moderato-severo. Tutti i pazienti erano non responders o non tolleravano le terapie tradizionali oppure erano corticosteroidi-dipendenti. Tutti i pazienti erano naïve al trattamento con antagonisti del TNF alfa. PURSUIT-SC induzione ha evidenziato la superiorità statisticamente significativa dei due regimi terapeutici di induzione (settimana 0/2) golimumab 400/200 mg e 200/100mg rispetto al placebo per l’endopoint primario rappresentato dalla risposta clinica alla 6 settimana di trattamento. Il farmaco ha ottenuto una superiorità statisticamente significativa rispetto al placebo per gli endpoint secondari quali la remissione clinica, la guarigione mucosale e la qualità di vita valutate a 6 settimane.

I pazienti responders al trattamento di induzione sono risultati eleggibili al PURSUIT mantenimento di Fase III che ha dimostrato una superiorità statisticamente significativa del farmaco rispetto al placebo nel mantenimento della risposta clinica fino a 54 settimane. La terapia con golimumab consentiva di ottenere in un maggior numero di soggetti la remissione clinica e la guarigione della mucosa sostenute alle settimane 30 e 54.

Al recente congresso UEGW (United European Gastroenterology Week) sono stati presentati i dati di un sottogruppo dello studio PURSUIT mantenimento che ha confrontato i risultati nei pazienti in Risposta Clinica Continua (CCR) con quelli dei pazienti che non avevano raggiunto questo obiettivo. La sottoanalisi ha dimostrato che i pazienti in CCR hanno risultati notevolmente superiori in termini di remissione clinica, abbandono dei corticosteroidi, qualità di vita e guarigione mucosale.

Scoperto il gene dell’insulino-resistenza?

scoperto gene insulino-resistenza

Recenti studi sulla genetica di popolazione hanno evidenziato che la condizione nota come ‘insulino-resistenza’, un noto fattore di rischio per diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, sembra essere ampiamente ereditabile (nel 40-50% dei casi), anche se fino ad oggi le sue basi genetiche erano sconosciute.

Ma adesso, gli autori di un nuovo studio appena pubblicato su Journal of Clinical Investigation, sostengono di aver individuato il gene dell’insulino-resistenza, o almeno un gene, associato a moltissime delle caratteristiche tipiche dell’insulino-resistenza.

A questo risultato Thomas Quertermous e colleghi della Stanford University (USA) sono giunti esaminando il DNA di oltre 5.000 soggetti, arrivando così a scoprire che una variante particolare del gene codificante per l’N-aciltranferasi 2 (NAT2) risulta associata ai fattori di rischio per diabete e cardiopatie.

Una migliore conoscenza delle basi genetiche della sensibilità all’insulina potrebbe condurre ad una diagnosi precoce e ad un trattamento personalizzato, prima che si sviluppino diabete o complicanze cardiovascolari.

QuotidianoSanità

Menopausa precoce: è italiano il laser che aiuta le donne a ritrovare la propria femminilità

Monna Lisa Touch

Disfunzioni dell’attività ovarica, malattie o particolari procedure oncologiche possono anticipare l’ingresso della donna in menopausa anche prima dei 40 anni. La menopausa è un evento naturale che solitamente si manifesta dopo i 50 anni, ma in circa l’1-3% delle donne italiane può verificarsi in età riproduttiva. Le donne in menopausa precoce o POF (Premature Ovarian Failure) si trovano a fronteggiare tutte le problematiche tipiche del climaterio come vampate di calore, dolore durante i rapporti sessuali, secchezza vaginale, incontinenza e depressione.

Le donne in menopausa si trovano ad affrontare una situazione nuova che influenza fortemente la qualità della propria vita, in particolare la sfera intima e l’attività sessuale. Nella maggior parte dei casi,non riescono a parlare apertamente delle proprie problematiche intime e convivono con una situazione di malessere e dolore che incide negativamente anche nel rapporto di coppia – ha commentato il dott. Sandro Cammelli, Specialista in Ostetricia e Ginecologia del Centro Salute di Piantedo (SO).

 

MonnaLisa Touch è la tecnica più avanzata di fotoringiovanimento vaginale, basata su uno speciale sistema laser a CO2 frazionato che, emettendo impulsi delicati, è stato creato per questo tipo di applicazione medica.

Dopo aver eseguito con MonnaLisa Touch oltre 3.000 trattamenti su donne tra i 30 e i 75 anni (in menopausa naturale o indotta), i dati confermano che è efficace in oltre l’80% dei casi migliorando effettivamente la qualità della vita delle pazienti. Grazie a MonnaLisa Touch quasi tutte le donne trattate hanno dichiarato di essere pienamente soddisfatte del trattamento laser e di aver notato importanti risvolti positivi anche sulla qualità della propria vita già dopo la prima seduta. Una seduta dura circa una decina di minuti e un trattamento completo è composto in media da 2- 3 sedute.

 

Il periodo di vita che una donna trascorre in menopausa è divenuto spesso più lungo di quello che passa nella vita fertile e vogliamo offrire alle nostre pazienti le soluzioni migliori per affrontare questa tappa della vita. La metodica MonnaLisa Touch è stata pensata per il benessere per le donne, e permette di intervenire in maniera rapida ed efficace anche nei casi gravi. Agendo su fattori che determinano secchezza, fragilità e perdita di elasticità della mucosa, il trattamento rigenerante può eliminare quelle sensazioni fastidiose di bruciore, irritazione e dolore, rese particolarmente acute durante il rapporto sessuale. La maggior parte delle pazienti trattate riferisce un sostanziale miglioramento della qualità della vita e delle relazioni di coppia”. aggiunge il dott. Cammelli.

 

L’innovativo trattamento laser corregge la riduzione di volume della mucosa, la rimodella e ne ripristina l’idratazione e l’elasticità, in modo indolore e senza gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche. L’azione di stimolazione sul collagene migliora lo stato della mucosa che riveste le pareti della vagina e facilita la reidratazione e il recupero funzionale dei tessuti vaginali portando anche a risolvere condizioni di incontinenza urinaria e lassità vaginale.

FONTE | Ufficio Stampa DEKA, Encanto Public Relations

Fisioterapia e training cranio-cervicale in pazienti con cefalea tensiva

Cefalea

La Cefalea Tensiva (TTH) è una forma di cefalea primaria ed è il tipo di mal di testa più diffuso.

Uno studio prospettico, multicentrico, randomizzato in cieco ha investigato gli effetti di un programma di training cranio-cervicale (CTP), combinato con la fisioterapia, in pazienti con TTH.

Sono stati reclutati 81 pazienti con cefalea di tipo tensivo, randomizzati in 2 gruppi: 42 in quello di controllo (solo fisioterapia) e 38 quello sperimentale (fisioterapia + programma di training cranio-cervicale CTP). Il periodo di trattamento è stato di 6 settimane con la valutazione del follow-up subito dopo e dopo 6 mesi.

L’outcome primario era la frequenza della cefalea, quelli secondari includevano l’intensità del mal di testa e la durata, la qualità della vita (SF-36) e il Multidimensional Headache Locus della scala di controllo (MHLC), per determinare se le convinzioni del paziente riguardo la capacità di controllare un episodio di cefalea fossero influenzate dagli interventi.

L’intervento fisioterapico prevedeva, per ridurre il dolore e le tensioni muscolari, tecniche di massaggio convenzionale occidentale, tecniche di oscillazione articolare e una tecnica per la correzione posturale.

Il programma di training cranio-cervicale prevedeva invece esercizi di endurance a basso carico al fine di allenare e/o recuperare il controllo neuro-muscolare cervico-scapolare e cranio-cervicale.

Al follow-up di 6 mesi, il gruppo sperimentale ha mostrato una significativa riduzione della frequenza della cefalea, dell’intensità e della durata (P <0,001 per tutti).

In particolare, il gruppo sperimentale ha riportato: una riduzione della frequenza della cefalea pari >50%(l’82% e 85% dei partecipanti di tale gruppo, rispettivamente all’end point e al follow up, con il 48% di loro che ha riportato il 100% di riduzione al follow up); una riduzione dell’ assunzione di medicine (40% di riduzione entrambi i gruppi all’end point; 65% di riduzione solo il gruppo sperimentale al follow up).

Il gruppo sperimentale ha dimostrato rispetto al gruppo di controllo, una riduzione significativa della frequenza, intensità e durata della cefalea.

DottNet

BIBLIOGRAFIA

Van Ettekoven H, Lucas C. Efficacy of physiotherapy including a craniocervical training programme for tension-type headache; a randomized clinical trial. Cephalalgia. 2006 Aug;26(8):983-91.

Approvato in Europa “liraglutide 3 mg”, nuovo farmaco per la cura dell’obesità

Obesità donna

Novo Nordisk A/S annuncia che la Commissione Europea ha dato l’autorizzazione alla commercializzazione di liraglutide 3 mg (Saxenda®) per il trattamento dell’obesità nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea.

Liraglutide 3 mg è il primo analogo del GLP-1 a somministrazione unica giornaliera approvato in Europa per il trattamento dell’obesità. Il suo utilizzo sarà raccomandato in Europa in aggiunta a dieta ipocalorica e a incremento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥30 kg/m2 (obesità), o compreso tra 27 e 30 kg/m² (sovrappeso), e in presenza di almeno una comorbilità come pre-diabete o diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva durante il sonno.

Ritengo il farmaco di grande importanza per la sanità pubblica, perché l’obesità è un problema non solo medico, ma anche sociale. Si stima che il 10% degli italiani sia obeso e che il 39% sia in sovrappeso. In Italia spendiamo circa 28 miliardi l’anno per curare l’obesità e le malattie ad essa correlate. Il fatto che il farmaco sia stato approvato ne dimostra l’efficacia” – dichiara Michele Carruba, Direttore del centro studi e ricerche sull’obesità dell’Università degli Studi di Milano.

Il diabete, conosciuto dai tempi di Ippocrate, viene infatti visto dalla popolazione come una malattia grave, mentre l’obesità è ancora troppo spesso considerata più un problema estetico che non medico. Se pensiamo che il 90% dei diabetici è anche obeso o sovrappeso, ci rendiamo conto che l’obesità porta al diabete. Curare l’obesità equivale a curare il diabete o a prevenirlo. Lo stesso vale anche per le malattie cardiovascolari mortali, come l’infarto e l’ictus, e le malattie tumorali, renali, ed epatiche. La disponibilità di un farmaco capace di ridurre il peso è quindi fondamentale per aumentare la qualità e le aspettative di vita di una larga fetta della popolazione” – conclude Michele Carruba.

L’approvazione di liraglutide 3 mg in Europa è un passo importante per la cura dell’obesità e delle complicanze dovute all’eccesso di peso. Siamo convinti che il nostro farmaco abbia il giusto potenziale per aiutare le persone obese a raggiungere e mantenere una significativa riduzione di peso e al tempo stesso, diminuire le comorbilità collegate.” – dichiara Mads Krogsgaard Thomsen, Executive Vice President e Chief Scientific Officer di Novo Nordisk. Novo Nordisk ha in programma di commercializzare liraglutide 3 mg in diversi Paesi europei nel corso del 2015.

 

A proposito di obesità

L’obesità è una malattia che richiede una gestione a lungo termine. Può essere associata a gravi conseguenze per la salute e a un’aspettativa di vita ridotta. Tra le comorbilità correlate all’obesità troviamo il diabete tipo 2, le malattie cardiache, l’apnea ostruttiva durante il sonno (OSA) e alcuni tipi di tumore. Si tratta di una malattia complessa e multifattoriale che è influenzata da fattori genetici, fisiologici, ambientali e psicologici. L’aumento globale della prevalenza di obesità è un problema di salute pubblica che ha gravi implicazioni di costo per i sistemi sanitari. Nei paesi dell’Unione Europea, l’obesità colpisce tra il 10 e il 30% degli adulti. In Italia è obeso il 10% della popolazione e il 39% è in sovrappeso.

Liraglutide 3 mg

Liraglutide 3 mg, da utilizzare una volta al giorno per il trattamento dell’obesità, è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al GLP-1 endogeno, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo. Come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito e riduce il peso corporeo attraverso la riduzione dell’assunzione di cibo. Come per gli altri agonisti dei recettori del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente. Questi effetti possono portare ad una riduzione della glicemia.
Liraglutide 3 mg è stato valutato nello SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity-Liraglutide Evidence in Nondiabetic and Diabetic people), un programma di studio clinico di fase 3, che ha coinvolto più di 5.000 persone obese (IMC ≥30 kg / m2) o in sovrappeso (IMC ≥27 kg / m2) con almeno una comorbidità correlata al peso.

Liraglutide 3 mg è stato approvato negli Stati Uniti nel dicembre 2014 e in Canada a febbraio 2015.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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