Archivio per maggio 2015

Cistite frequente: probabilmente non è batterica

dolore pelvico

Il dolore pelvico o cistite interstiziale è una patologia caratterizzata da un’infiammazione cronica della vescica. Si tratta di un disturbo che colpisce soprattutto le donne (circa il 15% in età fertile) i cui meccanismi scatenanti sono ancora in una fase di approfondimento da parte degli specialisti.

Anche individuare il problema da parte del paziente può risultare spesso complesso poiché, come afferma il Prof. Stefano Salvatore, Ricercatore dell’Università Vita e Salute – San Raffaele e Responsabile dell’Unità Funzionale di Uroginecologia presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, il dolore pelvico è “spesso basato solo su sintomi che possono in realtà confondere ed essere interpretati come infezioni del basso tratto urinario, causate da cistiti batteriche o germi come la clamidia e l’ureaplasma”.

Ricorrere all’utilizzo di un diario minzionale può essere un valido aiuto per comprendere se il disturbo di cui si soffre può essere identificato con la cistite interstiziale, la cui frequenza minzionale è superiore rispetto a quella batterica e che può arrivare fino a 20 volte nelle 24 ore interferendo in maniera incisiva sulla qualità della vita quotidiana e del riposo notturno.

Un altro effetto provocato dalla cistite interstiziale è l’alterazione del coating protettivo dell’urotelio (il tessuto che costituisce il rivestimento interno della vescica e delle vie urinarie). Il risultato che ne deriva è che la barriera protettiva, che in condizioni di normalità impedisce la penetrazione degli agenti tossici attraverso le pareti vescicali, diventa permeabile andando ad innescare l’infiammazione e i sintomi dolorosi. Una condizione che rischia di essere ulteriormente aggravata dall’attivazione di cellule mastocitarie in grado di compromettere l’integrità dell’urotelio.

A questo proposito, studi scientifici hanno provato l’efficacia del trattamento intravescicale di acido ialuronico e condroitin solfato (nome commerciale Ialuril®), due sostanze (GAG, glicosaminoglicani) che costituiscono normalmente lo strato protettivo, svolgendo allo stesso tempo un’attività antinfiammatoria.

L’’Ospedale San Carlo di Roma, nell’ambito di un recente studio  ha somministrato questa terapia ad un campione di 12 donne affette da cistite interstiziale e refrattarie ad altri trattamenti, riscontrando un miglioramento generalizzato e prolungato nel tempo della loro funzionalità vescicale nonché una riduzione dei sintomi dolorosi. Un’efficacia, quella di Ialuril®, confermata anche dall’Associazione Europea di Urologia (EAU) che, in un incontro tenutosi lo scorso mese a Madrid, ha parlato non solo di una netta riduzione di urgenza, frequenza e dolore minzionale ma anche delle potenzialità benefiche apportate da questa combinazione in pazienti che presentano cistite indotta da chiemioterapia e radioterapia.

E’ importante infine sottolineare come tale trattamento debba essere effettuato da uno Specialista Urologo o Uroginecologo che, a seguito di una conferma diagnostica, potrà consigliare questa terapia che ha dimostrato di essere un prezioso aiuto nel contrastare i disturbi della vescica.

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Dolore cronico: approccio in due fasi migliora la funzionalità

Dolore cronico, approccio in due fasi migliora la funzionalità

Una strategia in due fasi per la gestione del dolore cronico è risultata associata ad un miglioramento della funzionalità ed alla riduzione della gravità del dolore, portando ad un miglioramento complessivo del 30% nella disabilità correlata al dolore. La prima fase prevede 12 settimane di trattamento analgesico con ottimizzazione sulla base di un algoritmo, affiancato da strategie di autogestione del dolore stesso, mentre la seconda fase prevede 12 settimane di terapia cognitivo-comportamentale.

Questa strategia è stata sperimentata su veterani di guerra statunitensi, molti dei quali affrontano gravi dolori a lungo termine e, secondo l’autore dello studio ESCAPE Matthew Bair dell’Università dell’Indiana, i soli medicinali risultano solo modestamente efficaci nell’alleviarne i sintomi, in quanto le attuali strategie di trattamento per il dolore risultano poco incisive.

La riduzione nella gravità del dolore ed il miglioramento nella disabilità ad esso correlata ottenuti nello studio ESCAPE sono clinicamente significativi ed ogni risultato conseguito è rimasto evidente almeno per nove mesi.

Lo studio ESCAPE ha incluso 241 veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan che riportavano dolore cronico a livello del rachide cervicale o lombare, oppure a carico di spalla, gomito ed anca. Rispetto alla terapia tradizionale, l’intervento in due fasi ha portato a significativi miglioramenti a 9 mesi in tutti gli esiti considerati, nonché ad una riduzione del punteggio alla scala RMDS di 3,7 punti contro gli 1,7 punti del trattamento tradizionale. (JAMA Intern Med online 2015, pubblicato il 9/3)

Popular Science Italia

Fibrillazione atriale, anticoagulazione e rischio emorragico

Fibrillazione atriale, anticoagulazione e rischio emorragico

Secondo una recente indagine osservazionale, i pazienti con fibrillazione atriale che ricevono eparina a basso peso molecolare o eparina non frazionata durante le procedure che richiedono un’interruzione dell’anticoagulazione orale vanno incontro ad un aumento del rischio di effetti collaterali rispetto agli altri.

Entro 30 giorni i pazienti che ricevono questi trattamenti hanno una probabilità quasi quadrupla di andare incontro ad emorragie maggiori o di essere ricoverati per emorragie e, inoltre, i soggetti che hanno ricevuto terapie anticoagulanti a breve termine presentano un rischio significativamente aumentato di ictus, infarto, ricovero o morte entro 30 giorni dalla procedura che ha richiesto la sospensione dell’anticoagulazione cronica.

Secondo l’autore dello studio ORBIT-AF, condotto sull’intero territorio statunitense, Benjamin Steinberg del Duke Clinical Research Institute di Durham,

i pazienti che ricevono anticoagulazione orale quasi inevitabilmente la devono interrompere in qualche momento del periodo di trattamento o perché non la tollerano, o perché andati incontro ad un episodio emorragico o perché devono sottoporsi ad un intervento”.

L’interruzione dell’anticoagulazione orale è comune nell’arco di due anni ed il 30% dei pazienti sospendono warfarin o dabigatran per via di interventi che variano da cardiochirurgia a procedure odontoiatriche: un paziente su quattro di questi ultimi riceve eparine a basso peso molecolare o non frazionate. (Circulation online 2014, pubblicato il 12/12)

Popular Science Italia

Ricetta Fiaso contro lo stress da lavoro

stress4

Asili aziendali e convenzioni con asili nido, telelavoro, riprogettazione degli uffici per renderli più confortevoli, laboratori psicologici, ma anche corsi di guida sicura per i dipendenti che si spostano in auto, corsi di ginnastica contro i disturbi da ‘mal d’ufficio’ come i dolori di schiena fino ad un software online battezzato ‘la scatola delle idee’ attraverso cui ogni lavoratore può proporre miglioramenti all’azienda.

Sono alcune delle ‘ricette’ messe in campo da 19 ASL per combattere il ‘nuovo male de secolo’, che colpisce ben 1 lavoratore su 4: lo stress da lavoro, causa in Italia di 30 mln di giornate di lavoro perse l’anno per un costo pari a 3 mld di euro, cifra recuperabile e che equivarrebbe ad una nuova Spending review. A sperimentare le ‘ricette’ antistress è stata la Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), con un progetto durato 4 anni che ha coinvolto 65mila lavoratori e 19 tra asl e ospedali, con il supporto non condizionato dell’azienda Boehringer Ingelheim. Il risultato è stato più che positivo: grazie alle misure per il benessere dei dipendenti messe in campo dalle ASL, le assenze sono state abbattute del 30%.

Ed ancora: far lavorare i propri dipendenti in un clima più favorevole paga, visto che il numero di ‘stressati’ in ufficio o in corsia è sceso ben al di sotto della soglia del 10% (che è la media Ue), contro il 25% di partenza, la produttività cresce di oltre il 27% e l’indice di gradimento dei clienti sale del 47%. Dunque, afferma la Fiaso, ”calcolando che ogni anno, secondo i dati Inps, i giorni persi per motivi di salute sono cento milioni, applicare la stessa ricetta all’intero mondo del lavoro significherebbe appunto un recupero pari a 30 mln di giornate lavoro, per un valore totale pari a circa 3 mld di euro da reinvestire in qualità dei servizi”. Per il momento, le esperienze del Progetto-Laboratorio verranno messe in rete, consentendo di esportare le cure ‘anti-stress‘ in tutte le aziende sanitarie. L’obiettivo è anche abbattere le conseguenze dello stress da lavoro per le dipendenti in dolce attesa: ben una gestante-lavoratrice su due nel settore della Sanità è infatti colpita da questo disturbo.

Tre, avverte la Fiaso, le cause scatenanti dello stress lavoro-correlato: carico di lavoro, problemi di conciliazione lavoro-famiglia e trasferimento o cambio di mansione. E 13, spiega, sono i possibili fattori ‘antidoto‘, dalla chiarezza del ruolo coperto alla condivisione degli obiettivi. La lotta allo stress da lavoro è anche una priorità dell’Europa, alla quale il fenomeno costa 20 mld di euro l’anno: da qui l’accordo quadro europeo sullo stress lavoro-correlato del 2004, recepito in Italia nel 2008, che prevede ”l’obbligo” per i datori di lavoro di tutelare la salute dei dipendenti; un dovere, si legge, che ”si applica anche in presenza di problemi di stress lavoro-correlato”.

D’altro canto, è ormai chiaro che prevenire conviene, come sottolinea il presidente Fiaso Francesco Ripa di Meana:

‘Il nostro progetto dimostra che, tanto più in tempo di crisi, assume valore strategico investire nel capitale umano e professionale” avverte, ricordando però come il perseguimento del benessere organizzativo, ”oltre che attraverso la conciliazione fra vita privata e lavoro, passa anche per la capacità del management di generare un forte senso di appartenenza aziendale”.

DottNet

Escludere l’infarto nel giro di un’ora: un nuovo algoritmo !!!

Escludere l’infarto nel giro di un’ora

Un algoritmo innovativo che prevede la misurazione dei livelli di troponina T cardiaca ad elevata sensibilità (hs-cTnT) può escludere in modo sicuro ed efficace l’infarto miocardico acuto entro un’ora nei pazienti che si presentano in pronto soccorso con dolore toracico.

Nell’ambito di un recente studio su 1.320 pazienti, infatti, una valutazione di base dell’hs-cTnT e delle variazioni del suo livello entro 60 minuti si è dimostrata in grado di escludere l’infarto nel 59,5% dei pazienti, con un valore predittivo negativo del 99,9%, portando invece ad una diagnosi di infarto nel 16,4% dei pazienti con un valore predittivo positivo del 78,2%.

Secondo l’autore Tobias Reichlin, del Cardiovascular Research Institute di Basel,

nel complesso l’algoritmo ha consentito di giungere ad una diagnosi definitiva entro un’ora nel 75,9% dei pazienti”.

Esso, inoltre, ha dimostrato un valore predittivo positivo e negativo superiore rispetto all’interpretazione standard della hs-cTnT tramite un singolo valore.

Benché il valore predittivo negativo sia estremamente elevato, gli autori sottolineano che l’algoritmo debba sempre essere impiegato in congiunzione con una completa valutazione clinica che comprenda anamnesi ed esame obiettivo, nonché un ECG a 12 derivazioni. Fra i pazienti in cui l’algoritmo ha portato a sospettare l’infarto ma poi la diagnosi non è stata confermata, la maggior parte delle reali diagnosi sono state di aritmie, ma sono stati osservati anche casi di miocardite, embolia polmonare, insufficienza cardiaca acuta, cardiomiopatia di Takotsubo e dolore toracico non cardiaco.

(CMAJ online 2015, pubblicato il 13/4)

Popular Science Italia

Come difendersi dalle punture di vespe, api e calabroni

 

Punto nel Vivo

Da maggio prende il via la prima edizione della campagna d’informazione “Punto nel Vivo”, con l’obiettivo di far conoscere al pubblico l’esistenza, le caratteristiche e le terapie delle reazioni allergiche da punture di imenotteri. Un “ordine”, quello degli imenotteri, che comprende oltre 100.000 specie d’insetti, tra i quali, i più noti e comuni sono le api, le vespe e i calabroni.

L’iniziativa “Punto nel vivo” è promossa dai “25 esperti” che fanno riferimento ai principali Centri Allergologici Specializzati nella diagnosi e terapia dell’allergia al veleno di imenotteri, patrocinata da FederAsma e Allergie Onlus – Federazione Italiana Pazienti e realizzata con il contributo incondizionato di ALK-Abellò.

Punto nel vivo” ha in programma una serie di azioni e strumenti di comunicazione, che partendo da Facebook come canale di comunicazione semplice e fruibile al servizio di tutto il pubblico, arrivano fino all’informazione e formazione di tutti i professionisti della salute che sono coinvolti nel percorso diagnostico e terapeutico dei pazienti allergici a veleno di imenotteri.

Per tutti i mesi estivi verranno diffusi in oltre 150 pronto soccorso italiani materiali informativi sulla allergia al veleno di imenotteri, con l’obiettivo di favorire la conoscenza di un idoneo percorso diagnostico e terapeutico, realizzabile attraverso una stretta collaborazione tra personale del pronto soccorso e specialista allergologo.

QuotidianoSanità

Intolleranza al lattosio: curare l’ipotiroidismo senza effetti collaterali

intolleranza al lattosio

L’intolleranza al lattosio  è l’incapacità di digerire gli zuccheri contenuti nel latte e nei suoi derivati, per la carenza dell’enzima lattasi e il più delle volte provoca diversi disturbi gastrointestinali, come ad esempio diarrea, dolori addominali, nausea, vomito. Il lattosio di fatto si trova non soltanto nei latticini, ma anche nei prodotti da forno, in molti cibi pronti e nei salumi. Addirittura è spesso utilizzato come eccipiente in molti farmaci, tra i quali anche alcune formulazioni in compresse di levotiroxina.

La terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina è il trattamento più indicato per chi soffre di ipotiroidismo, cioè di una insufficiente sintesi ormonale da parte della tiroide.

Tale terapia va effettuata per tutto il corso della vita e ciò  può presentare delle difficoltà, specialmente nei pazienti intolleranti al lattosio: infatti lassorbimento del principio attivo è legato a diverse variabili, tra cui appunto la modifica dell’acidità gastrica derivante da patologie gastrointestinali.

In presenza di tali complicazioni, generalmente si ricorre ad un aumento del dosaggio di levotiroxina, che da un lato compensa il malassorbimento del principio attivo, ma dall’altro non elimina i disturbi gastrointestinali tipici dell’intolleranza al lattosio.

In questi casi però, i pazienti possono avvalersi di nuove formulazioni di levotiroxina in soluzione orale liquida, (nome commerciale Tirosint ®), totalmente prive di lattosio e di glutine, che garantiscono anche un migliore assorbimento dell’ormone tiroideo, eliminando la fase di dissoluzione tipica dellecompresse e rendendosi subito disponibili in quanto si combinano direttamente con i fluidi gastrointestinali.

Formulazioni liquide come Tirosint ® sono ormai una certezza di miglioramento della qualità della vita per chi, come i pazienti ipotiroidei, è costretto a seguire una terapia permanente.

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