Archivio per luglio 2015

Vaccini, bene sociale da difendere

Vaccini

Vittime del loro stesso successo, perché i vaccini sono e resteranno in assoluto la più grande vittoria della ricerca e della sanità pubblica; al centro di polemiche e di critiche esasperate, collegati a torto a patologie come l’autismo che nulla hanno a che vedere, secondo avvalorati studi scientifici, con i vaccini.

Titoli strillati, articoli fondati sul sentito dire e su fonti non validate, “bufale” che ciclicamente appaiono sulla rete. Insomma, tanta cattiva informazione che poco si sofferma sugli straordinari successi ottenuti nel secolo scorso e in questo primo scorcio di terzo millennio con i vaccini e poco interessata alle brillanti prospettive che incoraggiano la ricerca a lavorare per contrastare altre devastanti malattie infettive: ultima in ordine temporale la meningite da meningococco B, per la quale nel 2014 in Italia è stato introdotto il vaccino.

L’impatto dei vaccini sulla spesa farmaceutica non raggiunge il 2%, un dato quasi trascurabile se confrontato con i milioni di vite che sono state o saranno salvate. Secondo un recente documento dell’OMS nel decennio 2011-2020 i vaccini eviteranno 25 milioni di morti, vale a dire che vaccinare salva ogni anno 2,5 milioni di persone, oltre ad incidere sui costi che i sistemi sanitari dovrebbero affrontare, inclusi quelli legati agli handicap correlati alle malattie infettive.

Per conoscerne il valore fino in fondo e la loro importanza in termini di vite umane salvate, di disabilità e mortalità evitate, giornalisti della carta stampata e online hanno incontrato medici, infettivologi, ricercatori e esperti di salute nel Corso di Formazione Professionale Vaccini bene sociale: impatto sanitario e corretta informazione. Il “caso meningite”, promosso dal Master di I livello “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Novartis Vaccines and Diagnostics srl (società del Gruppo GSK).

Quando si parla di vaccini il nodo cruciale è l’informazione. Come trasformare in cultura un bene sociale come le vaccinazioni? Come arrivare alle famiglie facendo loro comprendere che vaccinarsi e vaccinare i propri figli è un dovere sociale oltre che un obbligo morale?

Informare secondo regole di trasparenza prima di tutto e limitando il più possibile gli allarmismi, questo è l’approccio giusto quando si parla di vaccinazioni e di malattie infettive – dichiara Marco Cattaneo, Direttore de Le Scienze un esempio di cattiva informazione riguarda proprio la meningite e i casi che si sono avuti in Toscana recentemente, per i quali si è parlato in modo inesatto di epidemia. Il punto è dove attingere alle informazioni. La cosa migliore da fare è attenersi alle fonti ufficiali come il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità o la stessa OMS”.

Ma quanto è effettivamente informata la popolazione sui vaccini? Quali sono i comportamenti rispetto a questa pratica preventiva? Le risposte arrivano da un’indagine condotta dal Censis su 1.000 genitori tra i 22 e i 55 anni con figli di età compresa tra gli 0 e i 14 anni.

Il 70% degli intervistati dichiara di saperne molto o abbastanza di vaccinazioni, sebbene solo un esiguo 5,6% individui correttamente almeno quattro vaccinazioni obbligatorie. Emerge chiaramente il ruolo dei media e in particolare del web. Quasi la metà del campione, il 48,6%, attinge dai social media le informazioni inerenti le vaccinazioni e oltre il 42% cerca informazioni sul web per decidere se far vaccinare o meno i propri figli; una percentuale non trascurabile, il 7,8%, sceglie di non vaccinarli proprio a seguito di quanto letto in rete. Molto alta la percezione del rischio sulla meningite (67%) tanto che un 46% afferma di esserne spaventato e tuttavia il 14,1% non ha vaccinato i figli e non ha intenzione di farlo, mentre solo il 9% dice di non sapere che esistono vaccini contro la meningite. In particolare, tra gli intervistati il 33% dichiara di conoscere il nuovo vaccino anti-meningococcico B, ma il 67% non ne sa niente.

La ricerca evidenzia una conoscenza sommaria delle vaccinazioni da parte dei genitori, che lascia però intravedere un nuovo approccio culturale nei confronti delle vaccinazioni, in cui alla dimensione pubblica dell’obbligatorietà si affianca sempre di più quella della consapevolezza e della scelta individuale – afferma Ketty Vaccaro, Direttore Welfare Fondazione Censisnonostante l’alta percezione del rischio riguardo alla meningite, ancora resta molto da fare per informare i genitori sull’introduzione di nuovi vaccini contro questa drammatica malattia infettiva. Il 91,1% dei genitori è consapevole che i vaccini hanno debellato malattie importanti e che rappresentano un obbligo sociale per difendere se stessi e la collettività, ma non mancano dubbi ed incertezze sulla sicurezza dei vaccini che evidenziano una precisa domanda informativa da parte dei genitori, comunque disponibili in larga parte a vaccinare i propri figli anche con un nuovo vaccino come quello contro il Meningococco B. È necessaria un’informazione mirata e autorevole che si avvalga anche di campagne di sensibilizzazione con interventi nelle scuole e che preveda un ruolo di accreditamento da parte del Servizio Sanitario Nazionale, sostanziato anche nella gratuità dell’offerta vaccinale da parte di tutte le Regioni”.

Nell’ambito del web, i social network giocano un ruolo di primo piano quali canali informativi rispetto al tema vaccinazioni. Sebbene i siti istituzionali siano i più consultati dai genitori (oltre il 40% dichiara di reperire informazioni da quelli) resta un importante 27,2% che si rivolge ai forum e ai blog.

Nei primi mesi del 2015 internet e social media, in particolare, sono stati il principale punto di incontro per qualsiasi discussione e conversazione sui vaccini e le vaccinazioni – sottolinea Federico Ferrazza, Direttore di Wiredgran parte delle nostre scelte vengono ormai veicolate e orientate da quello che leggiamo sul web, anche in tema di salute e prevenzione. I media, soprattutto quelli online, devono ripensare al modo migliore di entrare in queste conversazioni globali per contrastare gli allarmismi ingiustificati e le bufale e devono trovare gli strumenti social più idonei per adattarsi ai lettori e offrire loro informazioni il più possibile corrette”.

Il più recente strumento di prevenzione contro la meningite messo a disposizione della collettività e delle autorità sanitarie italiane è il vaccino contro il meningococco B, responsabile in 6 casi su 10 di meningite meningococcica nel nostro Paese, la più temuta da genitori e pediatri delle meningiti in quanto si manifesta improvvisamente soprattutto nei neonati e può portare alla morte in 24 ore.

La meningite meningococcica è un’infezione batterica e la principale causa di meningite in Europa e in Italia dove è stata responsabile nel 2011 del 77% dei casi totali, soprattutto sotto l’anno di vita che è la fascia più esposta al meningococco B. Il vaccino, offerto gratuitamente da nove Regioni, è indicato per l’immunizzazione a partire dai due mesi di vita.

La meningite da meningococco B è una malattia infettiva batterica devastante e non c’è esperienza più terribile per un genitore o un pediatra di vedere un bambino colpito da meningite, malattia la cui incidenza in Italia è sottostimata, sia perché non tutti i casi vengono notificati, sia per il ridotto utilizzo delle tecniche di tipizzazione e anche perché in molti casi l’esito è fatale ancor prima di poter fare una diagnosi o addirittura in corso di terapia – sottolinea Alberto Villani, Primario di Pediatria e Malattie Infettive, Ospedale Bambino Gesù di Romaoccorre fare chiarezza su questa drammatica malattia infettiva i cui sintomi sono spesso inizialmente quelli di una banale influenza e per la quale oggi esistono vaccini in grado di proteggere i bambini e i gruppi a rischio, come gli adolescenti e i turisti, contro i ceppi A, C, Y, W135 e l’ultimo arrivato, B”.

Talvolta si pensa che sia inutile vaccinare i propri figli proprio perché, grazie alla vaccinazione, l’incidenza di una o più malattie infettive è estremamente diminuita, magari sino ad azzerarsi in un intero paese. A ciò può far seguito la reintroduzione di un agente infettivo o un aumento della sua circolazione.

Fortunatamente, però, la ricerca e l’offerta di vaccini sempre più efficaci e sicuri non si fermano. L’Italia in questo momento è leader mondiale per le strategia di vaccinazione per i prossimi cinque anni. Il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione (PNP) 2014/2018 è in fase di approvazione. Già nel 2012 è stato presentato e proposto come nuovo PNP il Calendario Vaccinale della Vita, frutto della collaborazione tra la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) e la Società Italiana di Pediatria (SIP). Questo nuovo calendario ha l’obiettivo di proteggere la persona dalle principali malattie prevenibili da vaccini, a partire dall’infanzia sino alla senescenza.

Il calendario delle vaccinazioni indica la successione cronologica delle vaccinazioni dalla nascita fino all’età più avanzata – osserva Giovanni Rezza, Direttore del Dipartimento Malattie Infettive, Istituto Superiore di Sanità – è una guida necessaria ai pediatri, ai medici di famiglia e ai genitori per rendere operative le strategie vaccinali e conseguire gli obiettivi delle diverse vaccinazioni. L’aggiornamento periodico del calendario secondo le più aggiornate evidenze scientifiche corrobora le scelte di offerta vaccinale delle Regioni, garantita come LEA dal Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale”.

 


PRO Format Comunicazione

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Accreditamento del sistema sangue italiano

Accreditamento del sistema sangue italiano

A fine giugno scorso è scaduto il termine ultimo per completare il percorso di accreditamento del sistema trasfusionale italiano, iniziato nel 2007 con il recepimento delle Direttive europee che fissavano standard comuni di qualità, sicurezza per la raccolta, il controllo, la lavorazione, la conservazione e la distribuzione del sangue e degli emocomponenti.

Ricordiamo che la scadenza, inizialmente fissata al 31 dicembre 2014, era stata prorogata di sei mesi con il decreto legge 31 dicembre 2014, n. 192 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), art. 7, comma 1.

Soddisfazione è stata espressa dal Sottosegretario alla Salute, Vito De Filippo, che in una nota indirizzata ad AVIS ha sottolineato come il risultato ottenuto rappresenti «un traguardo importante per il sistema trasfusionale nazionale che, nonostante la complessità organizzativa sistema (costituito da circa 280 servizi trasfusionali e 2350 unità di raccolta) e le disomogeneità regionali registrate nelle procedure per l’autorizzazione e accreditamento, risulta essere un sistema pubblico autorizzato e accreditato in grado di garantire l’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza trasfusionale, assicurando a tutti i cittadini standard di prodotto e di servizio verificati, trasparenti e di elevata qualità e sicurezza».

Dello stesso avviso il Presidente di AVIS Nazionale, Vincenzo Saturni, che a margine del convegno tenutosi ieri a Roma proprio su questo tema ha commentato:

Già nel gennaio scorso avevamo chiesto con determinazione che la data del 30 giugno venisse rispettata, in considerazione del grande impegno profuso anche dal volontariato del sangue e da oltre 1.700.000 donatori, che nel nostro Paese compiono questo gesto in maniera anonima, volontaria, non retribuita, periodica e responsabile.

Tale risultato è stato reso possibile, infatti, anche grazie al coinvolgimento delle associazioni di donatori, attive su tutto il territorio non solo nella promozione della donazione di sangue, ma impegnate in alcune realtà regionali anche nella raccolta di sangue ed emocomponenti in convenzione con le strutture ospedaliere pubbliche, contribuendo così al raggiungimento dell’autosufficienza a livello locale e nazionale.

Anche AVIS si è attivata fin da subito per garantire la conformità delle sue unità di raccolta – e per questo ringrazio tutti i nostri dirigenti per l’enorme impegno profuso – nei tempi fissati e più volte ha ribadito l’importanza di concludere l’accreditamento entro i termini, per non ledere in alcun modo la serietà e la professionalità di tutto il sistema trasfusionale italiano riconosciute anche a livello internazionale.

Nelle prossime settimane tracceremo un bilancio accurato assieme al Ministero della Salute e al Centro Nazionale Sangue, ma siamo certi che questo risultato può definirsi, senza timore di essere smentiti, epocale per il sistema sangue italiano e che il lavoro svolto in questi mesi è servito a completare con successo tutto il percorso elevandone ulteriormente la qualità ad esclusivo beneficio dei donatori e dei malati”.

 

Ufficio Stampa AVIS Nazionale

Biotecnologici e biosimilari: il primo Position Paper

Biotecnologici e biosimilari

Cresce l’impatto delle malattie reumatiche e dei costi sociali ed economici correlati, che assorbono lo 0,2% del PIL.

In Emilia Romagna, secondo un’indagine nazionale condotta da AMRER – Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, sono circa 32.000 le persone con esenzione attiva per malattia reumatica e oltre 500 i casi pediatrici.

Il trattamento di molte malattie reumatiche, come l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante e l’artrite psoriasica, è stato rivoluzionato alcuni anni fa dall’avvento dei farmaci biologici, che sono in grado di arrestare la progressione della malattia. Alla scadenza del brevetto che protegge la tecnica di produzione, altre industrie possono riprodurre la molecola originator e metterla in commercio ad un prezzo inferiore; in questo caso il farmaco prodotto viene definito biosimilare. Studi di comparabilità ne provano efficacia e sicurezza, ma rimane importante raccogliere i dati della pratica clinica e del loro uso sul lungo periodo.

Pazienti, comunità scientifica e decisori pubblici si confrontano da tempo su come trovare un punto di equilibrio tra il diritto dei pazienti ad accedere alle migliori terapie e le esigenze di risparmio dei Servizi sanitari, che non devono mai prevalere sull’appropriatezza terapeutica. In Emilia Romagna tredici Centri di Reumatologia insieme ad AMRER hanno messo a punto il primo Position Paper con le raccomandazioni sull’utilizzo appropriato dei farmaci biosimilari.

Il documento, condiviso con la Regione Emilia Romagna, è stato presentato il 6 luscio scorso nel corso del convegno aperto al pubblico “Farmaci biotecnologici e biosimilari. Capire e conoscere queste opportunità terapeutiche per i malati reumatici”, che si è svolto all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna con la partecipazione di pazienti, farmacologi, clinici e rappresentanti istituzionali.

Il Position Paper, che vede firmatari tutti i reumatologi dell’Emilia Romagna con il parere positivo e il sostegno dell’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, nasce dalla volontà di confrontarsi sui nuovi farmaci con i quali saranno trattati molti pazienti reumatici – dichiara Daniele Conti, Responsabile Area progetti AMRER onlus – l’obiettivo è coagulare tutte le Reumatologie intorno ai punti condivisi a garanzia dell’appropriatezza terapeutica e della libera scelta prescrittiva del medico e costruire uno strumento di orientamento e d’informazione per gli amministratori pubblici, i clinici, i pazienti e i cittadini”.

Il Position Paper si focalizza su quattro raccomandazioni a garanzia dei pazienti: utilizzo dei biosimilari nel trattamento dei pazienti naive; mantenimento dell’originator nei pazienti già in terapia garantendo la continuità terapeutica; no alla sostituibilità automatica tra originator e biosimilare da parte del farmacista; salvaguardia della libertà di scelta del medico prescrittore. Il concetto chiave è ribadire il rispetto del principio di centralità del medico prescrittore nella scelta tra biologico originatore e corrispondenti prodotti biosimilari, anche relativamente alla non automatica sostituibilità da parte del farmacista.

I biosimilari rappresentano un’opportunità in più per il Servizio sanitario regionale perché permettono sia di utilizzare le terapie di tipo biologico su un maggior numero di pazienti sia di ridurre i costi – afferma Carlo Salvarani, Direttore Struttura Complessa di Reumatologia, Azienda ospedaliera, IRCCS di Reggio Emilia – l’incontro di oggi vuole essere un momento di confronto tra tutti gli interlocutori per fare chiarezza su alcune questioni importanti quali lo shift da biologico a biosimilare in corso di trattamento e la non sostituibilità automatica. Sicuramente, per concretizzare questi vantaggi abbiamo bisogno di maggiori dati scientifici su sicurezza ed efficacia dei biosimilari”.

Fondamentali sono l’informazione corretta e regole chiare che assicurino, in particolare, la continuità terapeutica ai pazienti già in trattamento con i biologici.

I biosimilari rappresentano un’opportunità che permetterà di trattare un maggior numero di pazienti offrendo le stesse garanzie di efficacia e sicurezza del biologico originatore – sottolinea Annamaria Marata, Coordinatore della Commissione regionale del farmaco della Regione Emilia Romagna – oggi i pazienti sono tutelati per il fatto che sono disponibili una decina di biosimilari rispetto ai quali si è consolidata una certa esperienza supportata dalle linee guida prodotte dall’Agenzia europea del farmaco. Il valore del documento messo a punto dai clinici e dall’Associazione dei Malati Reumatici dell’Emilia Romagna è quello di condividere e diffondere i tanti aspetti del problema ad una vasta platea e diventare punto di riferimento a più voci portatrici di interessi diversi”.

L’alternativa tra farmaci biologici e biosimilari investe il tema della sostenibilità dei Servizi sanitari regionali. Molte Regioni si sono orientate all’obbligatorietà della prescrizione del farmaco più economico. La Regione Emilia Romagna e AMRER hanno deciso di avviare un percorso condiviso per trovare insieme le migliori strategie che garantiscano ai cittadini l’appropriatezza terapeutica, al clinico la libertà prescrittiva e agli enti pubblici la sostenibilità economica.

Condividere in modo trasparente un percorso con i reumatologi e l’Associazione dei pazienti reumatici è il modo migliore per trovare soluzioni che garantiscano l’uso ottimale delle risorse e migliorare così la qualità delle cure dei malati cronici, in un ambito così importante come quello delle malattie reumatiche – osserva Antonio Brambilla, Responsabile Servizio Assistenza Territoriale dell’Assessorato Politiche per la Salute della Regione Emilia Romagna – i biosimilari sono una opportunità sia per i clinici che per i pazienti affetti da malattia reumatica, permettono infatti, a parità di risorse, di raggiungere un maggior numero di malati. Ovviamente, quando si usa un farmaco biologico occorre attivare meccanismi di controllo per valutarne l’efficacia e la sicurezza a lungo termine. In tal senso i dati di vita reale ottenuti dai Registri potranno dire molto anche sull’immunogenicità dei biosimilari rispetto all’originator per il quale ci sono dati in abbondanza”.

L’Emilia Romagna è infatti tra le prime regioni ad aver investito in un Registro regionale per il controllo e il monitoraggio della sicurezza e dell’appropriatezza dei biologici. Nel Position Paper presentato il 6 luglio scorso, clinici e Associazione dei Malati Reumatici dell’Emilia Romagna suggeriscono di estendere il Registro al monitoraggio dei biosimilari così da favorire una maggiore conoscenza dell’uso di questi farmaci.

Il nostro Registro regionale può rappresentare uno strumento di grande utilità per gli specialisti reumatologi, in quanto fornisce loro una serie di informazioni su efficacia e sicurezza dei farmaci biotecnologici nella real life – commenta Marcello Govoni, Direttore Unità Operativa Complessa di Reumatologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Anna di Ferrara – il Registro regionale prospettico, attivato alla fine del 2012 conta ormai 1.200 pazienti inseriti con artrite reumatoide, per oltre i 2/3 trattati con i biologici: con uno sforzo congiunto anche in termini di supporto finanziario per la manutenzione e lo sviluppo del Registro regionale potremmo partire anche con l’inserimento dei dati relativi all’impiego dei biosimilari e, tra 1-2 anni avere a disposizione dati sostanziali sull’esperienza con questi farmaci così da rispondere ai dubbi di clinici e pazienti”.

 


PRO Format Comunicazione

Preparazione per Colonscopia: in studio una dieta appetitosa

DDW 2015

E’ quanto emerge da un Abstract [Su1525], presentato il 17 maggio scorso al Digestive Disease Week (DDW) 2015.

Alcuni alimenti più saporiti potrebbero presto rimpiazzare i purganti dal sapore sgradevole tipicamente impiegati per preparare l’intestino alla colonscopia, che sono spesso difficili da deglutire e risultano notevolmente impopolari fra i pazienti.

Campbell Levy del Dartmouth–Hitchcock Medical Center di Lebanon, che sta lavorando allo sviluppo di una preparazione commestibile che incorpora i purganti in una dieta più appetitosa per il paziente, afferma che il pubblico si lamenta delle preparazioni tradizionali ogni singolo giorno e che, peraltro, il pessimo sapore ed i notevoli volumi necessari per le preparazioni standard potrebbero impedire un’adeguata pulizia dell’intestino, che solo il 75% dei pazienti ottiene davvero.

Secondo alcuni esperti, è proprio il carico derivante dalla preparazione intestinale a tenere buona parte dei pazienti lontana dallo screening colonscopico e l’applicazione di un elemento del genere sarebbe di grande beneficio specie in ambito pediatrico.

Un purgante alimentare, inoltre, potrebbe trovare anche molte altre applicazioni, come ad esempio il mantenimento quotidiano dei bambini con problemi di costipazione che, nel corso di mesi ed anni, possono sviluppare una ridotta tolleranza ai farmaci.


Popular Science Italia

Cheratosi attinica: oggi si previene con un dispositivo medico, domani si curerà con i raggi del sole

Congresso Mondiale di Dermatologia 2015

La cheratosi attinica, malattia della pelle legata all’esposizione solare, è stata recentemente inclusa dal Ministero della Salute tra i tumori della pelle. Per tale motivo il suo trattamento è sempre necessario: nel 60% dei casi il carcinoma cutaneo a cellule squamose si forma a partire da una cheratosi attinica.

Scarsi i dati sull’incidenza della cheratosi attinica nella popolazione italiana: l’attuale stima dell’1,5% e del 3% negli ultra-settantenni è considerata ampiamente sottostimata dagli specialisti. L’incidenza di questa patologia è leggermente più alta negli uomini, poiché essi tendono a trascorrere più tempo al sole e ricorrono meno all’uso di filtri solari.

La lesione è solo la punta di un iceberg: oltre alle cheratosi visibili sono spesso presenti lesioni subcliniche invisibili. Dal momento che non è possibile prevedere se e quale cheratosi attinica evolverà in carcinoma invasivo è importante affrontare il problema in maniera tempestiva. Tra le possibili terapie quella fotodinamica, con una percentuale di risposta positiva del 70-90%, si conferma uno dei trattamenti più efficaci.

Durante il 23° Congresso Mondiale di Dermatologia di Vancouver [08-13 giugno 2015] è stata presentata una modalità innovativa di questa terapia: la fotodinamica in day-light (D-PDT, daylight photodynamic therapy), ovvero la terapia fotodinamica, sempre in associazione al metil-aminolevulinato, attraverso i raggi del sole.  La terapia sviluppata da Galderma è stata approvata nel corso di una procedura di mutuo riconoscimento che ha visto coinvolti 19 stati europei e sarà disponibile anche in Italia nei prossimi mesi.

La terapia fotodinamica convenzionale, raccomandata dalle Linee guida europee del 2013 e pubblicate sul Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology, consiste nell’utilizzo di una sostanza fotosensibilizzante, il metil-aminolevulinato, applicata nella zona da trattare, ha spiegato la professoressa Maria Concetta Fargnoli, Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università dell’Aquila. L’impiego di luce artificiale a una specifica lunghezza d’onda attiva la sostanza, determinando la morte selettiva delle cellule tumorali. È una terapia molto efficace che oltre ad avere una percentuale di risposta altissima dà un eccellente risultato cosmetico. Diversi studi dimostrano come la terapia fotodinamica porti ad una remissione completa dei danni da cheratosi attinica e riduca la possibile insorgenza di nuove forme tumorali con una risposta completa delle lesioni del 70 – 90% a tre mesi”.

La terapia fotodinamica in day-light, ha confermato la professoressa Ketty Peris, Direttore dell’Istituto di Dermatologia Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma, ha dimostrato una risposta analoga alla terapia fotodinamica convenzionale, tra l’89,2% e il 92% dei casi, ed è stata associata ad una riduzione significativa dell’intensità degli eventi avversi rispetto alla terapia tradizionale. Recenti studi dimostrano che la terapia fotodinamica in day-light ha efficacia paragonabile alla terapia tradizionale a prescindere dalla condizioni climatiche e dalle latitudini a cui viene praticata. Può essere infatti effettuata sia in condizioni di tempo soleggiato che nuvoloso, ma non quando piove”.

Ma davvero il legame tra sole e cheratosi attinica è indissolubile?

Una recente analisi di oltre 8.578 cartelle cliniche ambulatoriali sui fattori di rischio e sull’approccio terapeutico a questa patologia ha confermato il ruolo dell’esposizione solare nell’insorgenza delle cheratosi attiniche, ha affermato la professoressa Maria Concetta Fargnoli, Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università dell’Aquila. È stata inoltre osservata una correlazione significativa tra l’insorgenza della patologia e la fotoprotezione: il 39% dei pazienti che non hanno mai fatto uso di schermi solari ha sviluppato cheratosi attiniche rispetto al 18% di coloro che ne hanno invece fatto un uso costante”.

Alcune persone devono prestare particolare attenzione quando si tratta di esporsi al sole: il rischio è maggiore per i soggetti con il sistema immunitario compromesso (trapiantati, pazienti sottoposti a terapie con immunosoppressori, affetti da malattie reumatiche o da malattie infiammatorie croniche); persone fragili (anziani); soggetti con familiarità o che già presentano cheratosi attiniche o altri tipi di tumori cutanei non-melanoma. Ma non solo: anche persone che trascorrono molto tempo all’aria aperta per motivi professionali (vigili, lavoratori edili, giardinieri, bagnini, etc.) o per motivi ludici (chi pratica sport all’aria aperta, velisti, surfisti, ecc.).

I soggetti a rischio dovrebbero utilizzare fotoprotettori specifici e non dei comuni cosmetici per proteggere la pelle dai rischi legati all’esposizione solare. Oggi è disponibile un fotoprotettore specifico (Actinica®) un dispositivo medico che ha elevate performance protettive e che ha dimostrato di poter prevenire l’insorgenza della cheratosi attinica, ha spiegato Giuseppe Argenziano, Professore di Clinica Dermatologica presso la Seconda Università di Napoli. La specificità di questo prodotto è dimostrata da studi condotti proprio sulle categorie più a rischio che ne hanno provato l’efficacia su un elevato numero di pazienti trattati. Altre proprietà che rendono specifico questo prodotto sono l’elevato fattore di protezione e l’indicazione delle quantità da utilizzare al fine di ottenere un filtro completo nei confronti degli ultravioletti”.

Actinica® rappresenta una novità assoluta nel mondo della fotoprotezione specifica nei pazienti a rischio. La sua formulazione contiene una combinazione di filtri UV chimici di ultima generazione, fotostabili con ampio spettro di assorbimento (UVA e UVB) e rientra nella categoria dei prodotti a protezione molto alta. Lo schema posologico e l’innovativo erogatore a dispenser consentono di applicare la giusta quantità di prodotto in modo semplice consentendo di evitare sprechi e contaminazioni di prodotto.
HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): nuovi protocolli terapeutici e la Carta degli Intenti

Il centro di medicina della riproduzione e l’integrazione nel sistema sanitario territoriale

Rivoluzionati i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA): nuovi protocolli terapeutici appena introdotti nelle pratica clinica della PMA, e alcuni ancora in fase di definizione, consentono il trasferimento in differita e su ciclo spontaneo di un solo embrione alla volta.

Questo risultato è stato raggiunto grazie all’impiego della vitrificazione quale sistema di crioconservazione di ovociti ed embrioni e permette gli stessi risultati riproduttivi da cicli a fresco, migliorando, inoltre, le percentuali di impianto e gravidanza, con eliminazione del rischio di gravidanze plurime e riduzione dei pericoli di iperstimolazione ovarica.

Questa una delle novità scientifiche al centro del Congresso ‘Il centro di medicina della riproduzione e l’integrazione nel sistema sanitario territoriale’ promosso dall’Unità di Medicina della Riproduzione (U.M.R.) di Catania e da HERA Associazione O.N.L.U.S. svoltosi a Catania [2-4 luglio 2015].

La vera rivoluzione – ha spiegato il Dottor Antonino Guglielmino, Presidente del Congresso e Direttore Istituto di Medicine e Biologia della Riproduzione UMR/HERAsta nel fatto che, trasferendo gli embrioni in differita rispetto alla stimolazione ovarica, l’endometrio è fisiologicamente più ‘preparato’ e meno ‘stressato, fattore che migliora significativamente le possibilità di ottenere una gravidanza. La percentuale di impianto sale infatti dal 20-25% al 60-70%”.

Inoltre, grazie al sistema TIME-LAPSE è possibile monitorare lo sviluppo embrionale ed individuare tutte le eventuali anomalie cromosomiche, identificando così gli embrioni che hanno la migliore possibilità di impianto e gravidanza.

Il Congresso di Catania ha rappresentato il primo appuntamento scientifico sull’infertilità dopo l’annuncio del Piano Nazionale della Fertilità promosso dal Ministero della Salute. Nel corso dell’evento, gli esperti riuniti hanno messo a punto una Carta degli Intenti per l’individuazione di Linee guida sulla ridefinizione di un modello organizzativo territoriale nell’ambito della PMA, reso necessario dai numerosi cambiamenti normativi che si sono susseguiti negli ultimi 10 anni e utile nell’affrontare la fertilità tout court: per le coppie infertili; per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche; per i pazienti oncologici; per le persone che decidono di preservare la propria fertilità rimandando il momento genitoriale.

Il Congresso – ha affermato Vito De Filippo, Sottosegretario di Stato al Ministero della Saluterisponde all’urgenza di affrontare in modo prospettico e completo le problematiche connesse all’inserimento della PMA nell’organizzazione sanitaria del territorio e della gestione della coppia infertile. Sarò lieto di leggere la Carta degli Intenti che verrà stilata d’intesa fra le diverse professionalità presenti sul territorio”.

Un modello organizzativo adeguato, al pari di altri Paesi europei decisamente più avanguardisti, deve poggiarsi su un protocollo condiviso che coinvolga diverse figure, tra le quali il Medico di Medicina Generale. Si tratta di un modello fondamentale nell’orientare i pazienti e organizzare le strutture, nello specifico i consultori, che consentirebbe non solo procedure più agevoli, ma ridurrebbe sensibilmente anche la mobilità interregionale delle coppie.


GAS Communication

I chili di troppo costano al Paese !!!

8th italian barometer diabetes forum

Il peso dell’obesità non si misura solo sulla bilancia: obesità e sovrappeso sono infatti responsabili di una spesa annuale a carico del Sistema sanitario nazionale pari a circa 4,5 miliardi, a cui si aggiungono altri 4,5 miliardi di costi non sanitari, come ad esempio la perdita di produttività, l’assenteismo e la mortalità precoce. Ben un terzo della spesa per l’obesità a carico della sanità pubblica è imputabile a una malattia strettamente collegata: il diabete.

Un quadro che rischia di divenire insostenibile quello delineato all’Italian Barometer Diabetes Forum, svoltosi recentemente a Roma, organizzato dall’Università di Roma Tor Vergata e da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute e di numerose altre organizzazioni, grazie al contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Giunto all’ottava edizione, il Forum di quest’anno ha posto l’accento sul doppio carico dell’obesità e del diabete, attraverso la presentazione de “Il burden of disease dell’obesità in Italia”, rapporto elaborato da un gruppo di esperti che raccoglie e sistemizza molti dati sull’obesità nel nostro Paese, e della 2015 Milan Declaration, documento siglato da tutte le associazioni scientifiche continentali e promosso dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO) e dall’European Association for the Study of Obesity (EASO), allo scopo di sensibilizzare i governi e le autorità sovranazionali ad agire rapidamente per riconoscere e trattare l’obesità.

Nel nostro paese il 10 per cento della popolazione è obeso e il 40 per cento in sovrappeso, ma le proiezioni dell’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità, entro 15 anni, portano quasi al raddoppio della prevalenza di obesità che sommata al sovrappeso interesserà circa il 70% della popolazione. A livello mondiale, l’OMS stima che circa il 58% del diabete mellito, il 21% della malattie coronariche e quote comprese tra l’8 ed il 42% di certi tipi di cancro siano attribuibili all’obesità” – ha spiegato Paolo Sbraccia, Presidente della Società italiana dell’obesità.

Gli fa eco Ranieri Guerra, Direttore generale prevenzione del Ministero della salute, che sostiene come sovrappeso e obesità rappresentino il quinto più importante fattore di rischio per mortalità globale e i decessi attribuibili all’obesità siano almeno 2,8 milioni l’anno nel mondo.

Non sorprende, pertanto, che l’obesità abbia un drammatico impatto sulla qualità di vita dei pazienti e sia responsabile della perdita ogni anno di circa 94 milioni di anni di vita aggiustati per disabilità, con un incremento di più dell’80% negli ultimi 20 anni. Dati che purtroppo confermano il detto ‘La vita dell’uomo è inversamente proporzionale alla larghezza della cintura’ e che rivelano come questo sia ormai un problema di Sanità pubblica” – ha sottolineato Walter Ricciardi, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Cattolica di Roma e Commissario dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tutto questo, infatti, si traduce in un costo individuale, sociale, sanitario ed economico che presto rischia di divenire insostenibile.

In termini assoluti, un obeso severo o molto severo costa 450-550 euro in più all’anno rispetto a una persona normopeso” ha detto Antonio Nicolucci, Coordinatore del Data Analysis Board di IBDO Foundation.

La maggior parte di questa spesa è da attribuire ai ricoveri in ospedale. In termini di costi, è tuttavia importante sottolineare come l’impatto maggiore sia determinato dai gradi meno severi di obesità e dal sovrappeso: una persona sovrappeso costa al sistema sanitario nazionale “solo” 37,4 euro all’anno in più rispetto a un normopeso, ma in Italia se ne contano ben 21 milioni, portando a un eccesso di spesa sanitaria per queste persone di oltre 780 milioni di euro annui.

Un importante contributo al costo dell’obesità è determinato dalla presenza di diabete.

Il sovrappeso e l’obesità rappresentano infatti la causa principale di diabete di tipo 2, a sua volta associato ad un più elevato rischio di malattie cardiovascolari. In particolare, al di sotto dei 55 anni l’obesità grave aumenta di 16 volte il rischio di avere il diabete. Sopra i 65 anni la prevalenza di diabete passa dal 12,5% fra i normopeso al 38,7% fra i grandi obesi” ha continuato Nicolucci.

Giunto all’ottava edizione, l’Italian Barometer Diabetes Forum vede la partecipazione e il confronto di oltre 200 protagonisti del mondo accademico, clinico e del sistema sanitario italiano e internazionale. L’obiettivo principale è quello di identificare strategie per affrontare il diabete, che siano frutto della collaborazione tra addetti ai lavori e Istituzioni a livello sempre più globale, e non solo dal punto di vista clinico, ma soprattutto sociale, economico e politico” – ha detto Simona Frontoni, Presidente Comitato Scientifico Barometer Forum.

Per affrontare e vincere la sfida posta dal diabete alla società è necessario conoscerne a fondo tutti gli aspetti, valutarli misurandone ampiezza e portata, monitorarne il trend. L’IBDO Foundation, che promuove annualmente il Forum, è un think-tank permanente che si pone questi obiettivi. E il nostro Forum è uno degli strumenti per perseguirli, promuovendo una profonda riflessione sulla malattia e il suo impatto” ha ricordato Renato Lauro, Presidente IBDO Foundation.

L’Italian Barometer Diabetes Forum di quest’anno è stata anche l’occasione per ufficializzare la candidatura della città di Roma al Cities Changing Diabetes per il 2017.

Si tratta di un ambizioso programma volto a far fronte alla sfida che il diabete pone nei grandi centri abitati. I grandi centri urbani sono infatti i più colpiti dall’epidemia di diabete. Il progetto vuole coinvolgere attivamente le autorità nell’analisi delle ragioni alla base della crescita della malattia e nell’individuazione di specifici interventi volti a contrastarne l’avanzata. Partito da Città del Messico nella primavera del 2014, approdato in Europa, a Copenhagen, ha fatto tappa a Houston negli USA, a Shangai e Tianjin in Cina. Cities Changing Diabetes è parte integrante di Changing Diabetes®. Un progetto su scala internazionale, sostenuto da Novo Nordisk, che risponde alle richieste di cambiamento espresse in tutto il mondo dalle persone con diabete: un cambiamento nel modo in cui il diabete viene trattato e curato e di come viene percepito dalle istituzioni e dall’opinione pubblica” – ha detto Costas Piliounis, Corporate Vice President Europe & General Manager Italia e Grecia di Novo Nordisk.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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