Archivio per agosto 2015

Cheratosi attinica

Picato.Cheratosi attinica

La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso-giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare la cheratosi attinica come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato 10 variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

  • esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);
  • storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);
  • storia familiare (tumori cutanei maligni);
  • professione (muratori, contadini, pescatori…);
  • stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);
  • fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);
  • sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature).

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Sesso

La cheratosi attinica è più frequente tra gli uomini. Uno studio condotto in Australia su persone con cheratosi attinica ha evidenziato che la prevalenza della patologia negli individui di età compresa tra i 16 ed i 49 anni era del 27% per gli uomini e del 13% per le donne. La differente incidenza tra i due sessi decresce con l’età, tanto che nella fascia d’età tra i 50 e gli 86 anni la presenza di cheratosi attinica si riscontra nel 66% dei maschi e nel 56% della popolazione femminile.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

  • Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.
  • Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute.Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata,per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità.

I trattamenti della cheratosi attinica

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

• mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

• mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

• trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

• terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

• trattamenti topici (peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica.

Ingenolo mebutato gel

Il gel a base di ingenolo mebutato per uso topico rappresenta una nuova opzione farmacologica mirata al campo ed è indicato per il trattamento della cheratosi attinica non-ipercheratosica e non-ipertrofica negli adulti.

L’ingenolo mebutato si differenzia da tutte le terapie attualmente disponibili mirate al campo in quanto ha una posologia molto più concentrata che prevede un’unica applicazione quotidiana sull’area interessata per tre giorni consecutivi (nel caso di cheratosi attinica sul viso e sul cuoio capelluto) o per due giorni consecutivi (nel caso della cheratosi attinica su tronco ed estremità.

Questa nuova opzione terapeutica è ricavata dalla linfa della Euphorbia peplus (euforbia minore), pianta utilizzata da tempo per le malattie della pelle e per i tumori non-melanoma.

Il gel è disponibile in due concentrazioni con due regimi di dosaggio a seconda del punto di applicazione:

• nelle cheratosi attiniche (CA) del viso e del cuoio capelluto si utilizza il gel da 150 mcg/g (0,015%) applicato una volta al giorno per 3 giorni consecutivi;

• nelle lesioni CA di tronco e arti si utilizza il gel 500 mcg/g (0,05%) applicato una volta al giorno per 2 giorni consecutivi.

Il prodotto, fornito in tubetti monodose contenenti ciascuno 0,47 g (con diverse concentrazioni di principio attivo a seconda se indicato per il viso o corpo) di gel incolore confezionati in pacchetti da tre o da due, va conservato in frigorifero a 2°-8° C.

Efficacia e tollerabilità

Gli studi preclinici hanno dimostrato che l’efficacia dell’ingenolo mebutato è basata su un duplice meccanismo d’azione: ad alta concentrazione induce rapida distruzione cellulare locale degli strati più esterni dell’epidermide (rigonfiamento dei mitocondri e perdita dell’integrità della membrana cellulare), a bassa concentrazione attiva una risposta infiammatoria che richiama neutrofili e cellule immunocompetenti, processo mediato dalla proteina chinasi (PKC), enzima coinvolto nella modulazione delle risposte immunitarie.

Gli studi in vitro e in vivo dimostrano che il gel, utilizzato come trattamento di “campo”, è in grado di rimuovere le lesioni non clinicamente evidenti prevenendo l’ulteriore sviluppo di lesioni CA più grandi e più gravi.

I risultati di 4 studi clinici di fase III randomizzati, in doppio cieco, veicolo-controllati (2 studi clinici su adulti con lesioni CA viso/cuoio capelluto, 2 studi clinici su adulti con lesioni CA tronco/estremità hanno dimostrato l’efficacia del gel: al 57° giorno dalla somministrazione la completa guarigione varia dal 40% al 64% negli studi clinici viso/cuoio capelluto, dal 34% al 50% negli studi clinici tronco/estremità; il numero di lesioni si è ridotto dell’83% per viso/cuoio capelluto e del 75% per busto/arti; a 12 mesi ha mantenuto il risultato iniziale il 46,1% dei pazienti viso/cuoio capelluto e il 44% di quelli tronco/estremità con un numero di lesioni ridotto dell’87,2% sul viso e cuoio capelluto e del 86,8% su tronco e estremità. Nessun paziente in terapia ha sviluppato SCC nell’area di trattamento con l’ingenolo mebutato.

Negli studi clinici gli effetti collaterali più frequenti che si sono manifestati in oltre il 2% dei pazienti trattati con il gel comprendono reazioni cutanee locali, dolore nel punto di applicazione, prurito, irritazione, infezione, edema periorbitale e mal di testa.

Le reazioni cutanee locali

Le reazioni cutanee locali (Local Skin Reactions – LSR) sono un effetto atteso e previsto nel trattamento della cheratosi attinica con agenti topici.

Le più comuni LSR sono:

• eritema;

• sfaldamento/desquamazione;

• formazione di croste;

• gonfiore;

• formazione di vescicole/pustole;

• erosione/ulcerazione.

In genere si manifestano entro il primo giorno d’inizio trattamento, hanno un picco d’intensità fino alla prima settimana dal completamento della terapia e scompaiono già entro due settimane per le aree trattate di viso e cuoio capelluto ed entro quattro settimane per le aree trattate di busto e arti.

Questi effetti collaterali, prevedibili per gli agenti topici impiegati nel trattamento della cheratosi attinica, negli studi clinici condotti sul gel a base di ingenolo mebutato hanno comportato un tasso molto contenuto di abbandono della terapia (98% di aderenza alla terapia):

  • per la cura del viso o del cuoio capelluto un totale di 3 pazienti (1,1%) nel gruppo del gel ha abbandonato prima lo studio;
  • negli studi che coinvolgono le lesioni al tronco ed estremità, hanno abbandonato la terapia prima del tempo 6 pazienti (2,7%) nel gruppo del gel.
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Talassoterapia, l’acqua del mare come cura per la pelle

Sarà pur vero che un’intera giornata in spiaggia stanca, ma l’acqua del mare sembra che sia un toccasana per la nostra pelle. Non a caso, mettendo da parte la sensazione di freddo, quando ci si tuffa capita spesso di sentirsi rigenerati: l’acqua ci culla, ci coccola e non si ha più voglia di uscire. Ma tranquilli, perché anche se l’estate sta finendo, chi lo desidera può continuare a usufruire di questo piacere anche con la Talassoterapia.

Quest’ultima sfrutta proprio le proprietà del mare per recare benessere al corpo, tonificarlo e anche guarirlo da eventuali malattie della pelle come eczemi, psoriasi e dermatiti. Nelle strutture apposite si può favorire di servizi di piscine, idromassaggio e docce  tutte rigorosamente a base di acqua marina

Vi sono diversi trattamenti da poter seguire. Ad esempio,  l’acqua di mare può essere impiegata per sabbiature e nebulizzazioni a una temperatura tiepida. Poi c’è la balneoterapia: viene effettuata con acqua di mare calda (di poco superiore ai 30 °C) che è un’ottima “terapia” nei confronti del sistema circolatorio. Infine troviamo i trattamenti con le alghe marine ricche di oligoelementi, le quali possono essere impiegate sia fresche che essiccate.

Per chi invece non ha tempo di correre presso questi appositi centri benessere, può effettuare una Talassoterapia direttamente a casa. Come? L’ideale sarebbe raccogliere tanta acqua marina e riversarla nella vasca da bagno. Oppure, la si può riempire di acqua calda sciogliendo dentro sale grosso marino e prodotti erboristici a base di oli e di alghe.

Ipotiroidismo congenito

Tiroide

In Italia sono circa 3 milioni i pazienti ipotiroidei che seguono una terapia ormonale sostitutiva a base di levotiroxina. Tale terapia, essendo cronica, spesso rappresenta un disagio per i pazienti che devono seguirla, tuttavia le nuove formulazioni disponibili oggi sul mercato riescono ad alleviare questi inconvenienti e ad assicurare un normale stile di vita.

Una di queste formulazioni alternative è quella della levotiroxina in soluzione orale liquida (nome commerciale Tirosint®), utilizzata sia nel trattamento dell’ipotiroidismo acquisito, sia di quello congenito.

Nei neonati affetti da ipotiroidismo congenito, come confermato dal Dott. Roberto Gastaldi, Specialista in Endocrinologia Pediatrica, la qualità della vita e lo sviluppo cognitivo saranno del tutto normali iniziando subito la terapia ormonale sostitutiva con levotiroxina e successivamente effettuando, specialmente nei primi mesi di vita, un monitoraggio dei valori degli ormoni tiroidei TSH e fT4, allo scopo di aggiustare i dosaggi  e mantenere tali valori in range di normalità.

È importante poi che nel follow up si eseguano dei controlli frequenti nei primi due anni di vita del bambino, i quali possono poi diradarsi man mano che cresce. Tale follow up, oltre ai controlli della funzionalità tiroidea, comprende anche altre valutazioni cliniche atte a monitorare il corretto sviluppo fisico e cognitivo del bambino.

Va inoltre sottolineato come i controlli siano fondamentali per evitare sotto o sovra-dosaggi e seguire attentamente il follow up serve proprio per riconoscere tale condizione errata e aggiustare la terapia. Tuttavia, circa la metà dei soggetti che seguono la terapia ormonale sostitutiva presentano una scarsa aderenza al trattamento. Le ragioni possono essere di carattere psicologico (non serenità nell’affrontare una terapia cronica ad esempio), ma anche causate da problemi gastroenterici o da interazioni con farmaci e cibo che si verificano con le formulazioni in compresse. A tale proposito Tirosint®, grazie alla formulazione liquida, presenta diversi vantaggi nell’assunzione della terapia e nel suo assorbimento.

IUPLUS

Scottature, cosa fare?

Le scottature sono uno degli inconvenienti domestici più frequenti, eppure non sempre si sa come agire per attenuare dolore e fastidi, ecco di seguito illustrati una serie di metodi per attenuare i disturbi provocati dalle scottature. Le scottature sono delle ferite sulla pelle generate da cause diverse quali agenti termici o chimici. Queste ferite possono essere di varia natura a seconda della temperatura dell’oggetto che ci ha scottato e dal tempo che questo oggetto ha trascorso sulla pelle. In relazione a queste due variabili del fenomeno la scottatura risulta più o meno grave.
In base alla gravità le scottature possono anche essere considerate:
Ustioni di primo grado | Sono scottature che riguardano lo strato superficiale della pelle, l’epidermide, e provocano arrossamenti e gonfiori senza vesciche. Sono fastidiose, ma in genere guariscono abbastanza in fretta senza creare danni permanenti.
Ustioni di secondo grado | Le ustioni di secondo grado riguardano non solo l’epidermide ma anche il secondo strato della pelle, il derma; esse presentano comunque rossori e gonfiori ma in più provocano la presenza di vesciche piene di liquido.
Ustioni di terzo grado | Sono le ustioni più gravi che interessano anche lo strato di pelle più in profondità. La pelle, in questo caso si presenta di un colorito nerastro e molto secca. Per questo tipo di ustione è obbligatori l’assistenza medica.
Cosa provocano le scottature
  • Le scottature, a seconda della gravità, possono provocare:  Arrossamento e indolenzimento della pelle.
  • Formazione di vesciche contenenti  del liquido giallastro.
  • Aspetto nerastro della pelle, che può risultare, in casi più gravi. carbonizzata.
  • Dolore, che diminuisce però se la scottatura è più grave in quanto in casi più gravi vengono lesi anche i nervi, responsabili della registrazione del dolore.
Rimedi contro le scottature
E’ chiaro che se la scottatura che si riporta sulla pelle è di una gravità importante è bene recarsi immediatamente in ospedale e far provvedere il personale specializzato alla adeguata medicazione; se invece la scottatura dovesse essere di minore gravità esistono una serie di rimedi naturali e non solo per rendere più lieve  il dolore e per rendere meno dannosa per la nostra pelle la scottatura:
  • Raffreddare immediatamente la zona scottata con un sacchetto pieno di ghiaccio o immergendola in acqua fredda.
  • Disinfettare accuratamente la ferita preferibilmente con soluzioni che non brucino troppo per evitare dolore in più (ad esempio il mercurio cromo)
  • Applicare del miele sulla scottatura in quanto previene infezioni e cicatrizza le ferite.
  • Un trattamento molto usato per le ferite da scottatura è quello con l’aloe vera, contenuta anche in numerose creme e medicinali appropriati. Il rimedio naturale consiste nel tagliare una foglia di aloe vera e applicarla sulla ferita in modo che il liquido gelatinoso contenuto nella pianta fuoriesca ed entri a contatto con la ferita.
  • Contro il bruciore provocato da scottature più lievi è utile fare un impasto con bicarbonato e qualche goccia di acqua tiepida.
  • Un altro rimedio naturale per alleviare il bruciore dovuto a scottature ed avere una immediata sensazione di freschezza è l’applicazione di fette di PATATA sulla parte dolente. Se applicate subito dopo la scottatura per almeno 15 – 20 minuti, queste eviteranno anche l’insorgere di vesciche. Con le bucce di patata bollite in poca acqua salata, inoltre, si può ottenere un decotto da applicare con bendaggi, utile per alleviare i bruciori.
  • Applicare l’olio essenziale Tea Tree o di calendula, entrambi molto indicati in casi di scottature.
  • Bere molta acqua al fine di mantenere la pelle ben idratata
  • Quando la ferita inizia a guarire è bene assumere grande quantitativo di vitamina E, che permette alla pelle di cicatrizzarsi in maniera più elastica evitando brutte cicatrici.
  • Seguire una dieta equilibrata ricca di proteine e carboidrati durante il periodo di guarigione
  • Non trascurare mai la cura medica che è stata somministrata, anche durante il periodo di guarigione in quanto potrebbero esserci sempre infezioni in agguato.
  • Evitare nella maniera più assoluta di bucare le vesciche, in quanto ciò comporterebbe ulteriore bruciore oltre a danneggiare ulteriormente la pelle.
  • Mangiare molta frutta e verdura contenenti bioflavonoidi, come carote, arance ecc. che contribuiscono al processo di rigenerazione della pelle.

Punture di medusa: ecco cosa fare e cosa non fare

Medusa

Mare profumo di mare … ma attenzione c’è sempre l’incubo delle meduse!!! Quegli esseri che trasformano una tranquilla giornata di mare, in un mezzo incubo. Nei nostri mari, per fortuna non esistono meduse in grado di dare altri problemi dei semplici sintomi che abbiamo subito dopo un contatto. Le nostre meduse, non sono quasi mai pericolose, anche se molto dipende non tanto dalla sostanza che ci viene iniettata, ma dalla reazione individuale di ognuno, creando anche shock anafilattico.

Cosa fare se si viene a contatto con una medusa? Ecco alcuni consigli utili, ma evitate categoricamente i rimedi della nonna.

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Punture di tracina

Tracina vipera

Estate, tempo di vacanze e le nostre spiagge si affollano. In qualche sfortunato caso, a pescatori e non solo, capita un incontro ravvicinato con l’aculeo della tracina.

La tracina (Trachinus Vipera) conosciuta anche con il nome di “pesce ragno” è un pesce comune dei fondali sabbiosi sia in mare aperto che vicino alla riva; si ciba di piccoli pesci e crostacei. Non ha molti predatori, poiché la sua puntura è un’esperienza terribile per chiunque provi a divorarla. E’ pescata dall’uomo, che ne apprezza le carni delicate soprattutto nella zuppa di pesce. Le tracine si immergono nel fondale sabbioso, lasciando liberi solo gli occhi e le spine velenifere. Quando una preda capita a portata di bocca esse escono velocemente fuori dal loro nascondiglio. Per questo motivo facilmente viene disturbata dai bagnanti che possono riportare una puntura della pianta del piede da parte della spina dorsale del pesce. Anche i pescatori, pulendo le reti, possono pungersi alle mani o alle gambe.

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Colpo di calore

Colpo di calore

Giochi all’aria aperta, partite di calcio in giardino, pomeriggi in spiaggia: l’estate è una stagione ricca di stimoli per i più piccoli che passano molte ore sotto il sole con il rischio, quando le temperature sono molto elevate, di colpi di calore. Ovviamente i bambini non sanno riconoscere i segnali che preannunciano l’accumulo di un eccessivo calore corporeo, perciò sono i genitori o i nonni che devono seguirli e adottare delle misure straordinarie per evitare i malori.

La prima regola, secondo gli esperti pediatri, è quella di evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde della giornata: tra mezzogiorno e le tre del pomeriggio, infatti, si verifica un picco massimo di caldo ed è meglio che il bambino, invece di dedicarsi alle attività all’aria aperta, stia al riparo dai raggi del sole magari facendo un pisolino.

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