Archivio per ottobre 2015

Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale

Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale 2015

L’ictus cerebrale colpisce ogni anno ancora 15 milioni di persone nel mondo e 200.000 solo in Italia. L’ictus cerebrale è la morte di cellule cerebrali prodotta dall’occlusione di un’arteria del cervello a causa di un coagulo di sangue che ne impedisce il flusso normale, o dalla rottura di un’arteria che provoca emorragia cerebrale.

I fattori di rischio più importanti sono rappresentati dalla pressione alta e dalla fibrillazione atriale. Bocca storta, difficoltà a parlare, mancato movimento degli arti di un lato del corpo, cefalea improvvisa e violenta sono i sintomi rivelatori di un ictus in arrivo. L’insorgenza di questi sintomi deve allertare tutto il sistema dell’emergenza (118, pronto soccorso) in modo da consentire diagnosi e trattamento in tempi rapidissimi. Se applicate in modo rapido ed appropriato, le moderne terapie della fase iperacuta dell’ictus sono in grado di ridurre in modo importante disabilità e mortalità, che rappresentano esiti pesanti per le persone colpite, le famiglie e l’intero sistema sanitario e sociale.

In occasione della VIII Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ribadisce l’importanza delle Stroke Unit, unità ospedaliera di assistenza dedicata ed esperta, in rapporto alla quale l’evidenza scientifica indica, rispetto ai trattamenti della fase iperacuta, le potenzialità di una ulteriore ed importante quota di riduzione degli esiti, e la necessità di riorganizzarne al più presto la rete nel nostro Paese, per poter garantire a ogni paziente la terapia più appropriata e la corretta assistenza. Con le nuove indicazione riportate dal decreto Lorenzin del 2 aprile 2015 sugli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera italiana, il numero delle Stroke Unit dovrà all’incirca raddoppiare soprattutto nelle regioni meridionali.

Ogni Stroke Unit dovrà – ha affermato Domenico Inzitari, Direttore della Stroke Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e Professore Ordinario presso la Clinica Neurologica dell’Università di Firenzeprevedere un’organizzazione più strutturata, che faccia riferimento al neurologo e a personale specializzato dedicato H 24. Oggi possiamo contare su terapie molto efficaci, come la trombolisi sistemica, un farmaco che può disostruire l’arteria, e la trombectomia meccanica, ossia il trattamento endovascolare che prevede la rimozione meccanica e non invasiva del trombo, ma, a parte il numero delle strutture non sufficiente assistiamo a una carenza di specialisti. In questo nuovo scenario terapeutico emerge la figura del neuro interventista, uno specialista che possiede tutte le competenze necessarie per effettuare la trombectomia e che affianca il neurologo nella cura del paziente. La SIN sta lavorando proprio a progetti di formazione su questa “specialità” attraverso il finanziamento di Master di II livello rivolti a tutti gli operatori coinvolti, dai neurologi ai neurochirurghi, dai neuro radiologi ai radiologi”.


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Nuova melatonina ORO contro il tecnostress

Melatonina DISPERT ORO

Cellulari, tablet e computer sono diventati ordinari compagni delle nostre giornate lavorative eppure il loro utilizzo non sempre ci aiuta.

L’impiego eccessivo di questi dispositivi può infatti favorire dei rischi per la nostra salute generando sintomi che vengono definiti da “tecnostress”: mal di testa, ansia, ipertensione, insonnia, depressione, disturbi alla memoria e attacchi di panico. Tali disturbi riducono la produzione di melatonina nel nostro organismo: si rende dunque necessaria un’integrazione. E da oggi, integrare è più rapido e gradevole. La nuova Melatonina Dispert ORO in bustine è infatti solubile (senza bisogno di acqua) e aromatizzata all’arancia.

Queste problematiche  vengono aggravate dall’elettrosmog, ovvero l’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici emessi da smartphone e tablet.

In particolare, circa il 22,9% dei lavoratori digitali soffre di insonnia e il 20,4% di ansia. Dati preoccupanti che vedono anche un aumento delle persone affette da attacchi di panico (2,6%) e depressione (2,1%).

Se tecnostress e una vita lavorativa snervante incidono negativamente sul nostro benessere e sul nostro sonno, anche ampliando il campione degli interessati la situazione non sembra affatto migliorare. Secondo una ricerca condotta da Assosalute, Astraricerche e dal Centro del sonno dell’Ospedale San Raffaele, 8 italiani su 10 soffrono di insonnia e le donne di età compresa tra i 35 e i 40 anni sarebbero quelle maggiormente colpite.

Diminuiscono le ore dedicate al riposo notturno (6 ore a notte rispetto alle 8 ore di 30 anni fa) e anche la qualità del sonno è peggiorata notevolmente: il 50% degli italiani si sveglia frequentemente la notte.

Ma come fare per riuscire facilmente ad addormentarsi e godere di un buon riposo notturno? 

Certamente dedicarsi ad attività rilassanti, fare sport e ottimizzare la mole di lavoro quotidiana sono alcuni validi consigli. Quando però questi accorgimenti non sono sufficienti o semplicemente impossibili da mettere in pratica, un prezioso aiuto ci viene dato dalla melatonina.

La speciale formulazione OROdispersibile di Melatonina Dispert è stata sviluppata per agire rapidamente e garantisce un risveglio tonico ed energico. Inoltre, in aggiunta alla melatonina e al triptofano, la nuova Melatonina ORO contiene le Vitamine B3 e B6 che contribuiscono alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento mentre il magnesio, ad elevata concentrazione, facilita la normale funzione psicologica del sistema nervoso. Efficacia del prodotto che si unisce alla praticità di assunzione dal momento che può anche essere presa senza acqua.


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Studio americano sugli omega-3 nel postinfarto

ACC 2015

A marzo 2015 sono stati presentati a San Diego (USA), durante il prestigioso congresso “American College of Cardiology (ACC)”,  i risultati dello studio OMEGA-REMODEL, in cui si evidenzia come i pazienti trattati con l’integrazione di Omega-3 oltre alla terapia standard, hanno un notevole miglioramento della funzione e della struttura cardiaca rispetto ai soggetti curati solo con la terapia standard.

Il coordinatore di questo studio, il dott. Raymond Kwong, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, ha ribadito quanto – nonostante le terapie abbiano ridotto di molto i tassi di mortalità  – il periodo postinfartuale sia ad alto rischio e la possibile insorgenza di alcuni problemi, come le aritmie o la morte improvvisa, rimanga piuttosto elevata. L’obiettivo dello studio è stato verificare se gli acidi grassi Omega-3 potessero modificare in modo favorevole il rimodellamento ventricolare e se potessero influire sulla modalità di contrazione cardiaca. Lo strumento adatto per capire tutto questo è la risonanza magnetica (RM): questo è il primo studio che utilizza l’imaging cardiaco quantitativo per osservare come gli acidi grassi Omega-3 effettivamente proteggano il cuore dopo un attacco cardiaco maggiore.

Lo studio è stato condotto su un gruppo di 374 pazienti post infartuati  (IMA), in terapia standard secondo la metodologia del doppio cieco e considerando parametri importanti come la localizzazione dell’infarto e l’età. Le evidenze si sono basate sui valori delle analisi del sangue e sulla risonanza magnetica cardiaca a 2 e 4 settimane dopo l’infarto cardiaco e successivamente dopo 6 mesi. Da segnalare che rispetto a studi effettuati in precedenza i pazienti trattati con Omega-3 ricevevano una dose di 4 grammi, a differenza di quella canonica di 1 grammo al giorno. I pazienti trattati con placebo invece assumevano olio di mais, privo di acidi grassi.

Dopo 6 mesi di trattamento, i pazienti che assumevano Omega-3 hanno avuto un miglioramento della funzione cardiaca rispetto al gruppo placebo. Una delle proprietà dell’olio di pesce è la capacità di ridurre l’infiammazione, fondamentale nella condizione post-infartuale: è stato infatti verificato che i soggetti curati con Omega-3 hanno avuto una consistente riduzione del MECVF (myocardial extra-cellular volume fraction).

Un’alta dose di Omega-3 subito dopo un attacco cardiaco in aggiunta alle cure standard produce un miglioramento della struttura e della funzione cardiaca superiore a quanto ottenibile con le sole cure standard.I massimi risultati si sono ottenuti nei pazienti che hanno raggiunto un aumento del 5% nella quantità di acidi grassi Omega-3 nel sangue, corrispondenti a un 10% di miglioramento del rimodellamento del ventricolo sinistro.

Ma da dove possiamo assumere questi preziosi acidi grassi Omega-3? La risposta viene dal mare: i pesci che ne contengono le maggiori quantità sono il salmone, il tonno, la trota e le sardine.

Lo studio ha confermato l’importanza di associare alla terapia farmacologia l’integrazione nutrizionale con supplementi a base di Acidi Grassi polinsaturi Omega-3, in quanto la dieta alimentare non basta a fornire la quantità indicata dal protocollo.

A tal proposito si segnala Olevia®,  che è la prima formulazione farmaceutica equivalente che grazie al suo contenuto di omega-3 costituisce un’ottima forma di prevenzione in grado di diminuire il rischio mortalità nei pazienti con pregresso infarto miocardico: gli eventi di morte improvvisa risultano ridotti di circa il 50% nei pazienti che assumono regolarmente la corretta quantità di omega-3 come da linee guida ministeriali.


IUPLUS

Nasce la prima rivista italiana sulla Medicina di Genere

The Italian Journal of Gender-Specific Medicine

Una rivoluzione che investe ogni aspetto della Medicina e della ricerca, un nuovo paradigma che combina i dati genetici con le informazioni sulle malattie per ottenere diagnosi sempre migliori e terapie sempre più personalizzate, appropriate ed efficaci: è la Medicina di precisione, alla quale è dedicata l’XI edizione di The Future of Science, il convegno scientifico internazionale organizzato dalle Fondazioni Umberto Veronesi, Silvio Tronchetti Provera e Giorgio Cini.

Nella giornata inaugurale, il 18 settembre scorso, nel corso di un evento speciale è stata presentata ufficialmente The Italian Journal of Gender-Specific Medicine, la prima rivista scientifica italiana dedicata alla Medicina di genere, pubblicata da Il Pensiero Scientifico Editore con il contributo di Novartis Italia. La Medicina di genere, uno dei capitoli più promettenti della Medicina personalizzata e di precisione, studia l’impatto specifico del “genere”, maschile e femminile, sullo sviluppo e l’evoluzione delle malattie, con l’obiettivo di assicurare a tutti, uomini e donne, il miglior trattamento possibile sulla base delle caratteristiche personali.

Il futuro della medicina si va articolando sempre di più attorno all’idea di precisione, con la promessa, che in qualche brillante caso è già realtà, di terapie sempre più mirate che rispondano non più tanto alla definizione generale di una malattia, quanto al suo concreto e singolare dispiegarsi nell’individuo. E questa idea di una sempre maggiore precisione e della personalizzazione della cura non può non investire un aspetto fondamentale dell’identità delle persone come quello legato al genere: capire pienamente quali siano le differenze di genere che influenzano maggiormente le malattie e le terapie è una delle grandi sfide della scienza del futuro” – ha affermato Umberto Veronesi.

The Italian Journal of Gender-Specific Medicine nasce per diffondere il paradigma della Medicina di genere a tutti i livelli e creare un territorio comune che possa favorire lo scambio di buone pratiche tra medici, ricercatori, decisori pubblici e dirigenti sanitari.

Novartis ha deciso di promuovere questa iniziativa, la prima in Italia, proprio per colmare un vuoto culturale che non ha più ragione d’essere, considerati gli importanti sviluppi che la Medicina di genere sta vivendo in questi ultimi anni sia negli USA che in Europa. Questa rivista si propone di inserire il passaggio da una Medicina a misura di maschio ad una Medicina genere-specifica in un discorso più globale che coinvolge oltre alle variabili biologiche anche quelle ambientali e sociali, dalle quali possono altrettanto dipendere le differenze dello stato di salute tra i due generi” – ha affermato Delia Colombo, Value & Access Head Novartis Farma Italia.

L’appartenenza di genere è uno dei fattori chiave nella medicina personalizzata: sono ormai numerosi gli studi scientifici che dimostrano come essere uomo o donna, maschio o femmina, condizioni l’insorgenza e l’evoluzione delle malattie, l’approccio diagnostico e terapeutico, così come la riabilitazione e la guarigione. Ad esempio, le donne muoiono per malattie cardiovascolari in misura maggiore rispetto agli uomini; le donne inoltre sono a maggior rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer mentre gli uomini sono più esposti alla Malattia di Parkinson, il tumore del fegato nelle donne progredisce più lentamente e i disturbi d’ansia colpiscono due volte le donne più degli uomini. Il vantaggio della donna in termini di longevità (cinque anni di più dell’uomo) si traduce in anni di malattia e disabilità, dovute principalmente alle malattie cardiovascolari e neurodegenerative.

La medicina oggi non può più permettersi di curare uomini e donne nello stesso modo perché la letteratura pubblicata in questi ultimi anni mostra che tra uomo e donna, di fronte anche alle malattie del quotidiano, ci sono delle enormi differenze. La Medicina di genere non è una nuova specialità, ma una nuova dimensione della medicina che studia l’influenza del sesso e del genere su come si instaurano le malattie, come si manifestano, come si prevengono e come si devono curare” – ha spiegato Giovannella Baggio, Ordinario di Medicina di Genere, Università degli Studi di Padova, Direttore UOC di Medicina Generale, Azienda Ospedaliera di Padova, Presidente Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere.

Ma quali vantaggi comporta in concreto la Medicina di genere? Maggiore appropriatezza della prevenzione e delle cure, terapie più efficaci perché sempre più mirate e studiate in funzione delle specificità di genere. Questo approccio comporta anche un beneficio economico: l’appropriatezza terapeutica conduce a risultati di risparmio notevoli per il Servizio Sanitario Nazionale.

Fino ad oggi i farmaci sono stati studiati prevalentemente su campioni di popolazione maschile mentre le donne erano poco o nulla rappresentate e per questo motivo vanno tuttora incontro con maggiore frequenza a effetti collaterali. Ciò si traduce, di conseguenza, anche in più ricoveri ospedalieri, nuove terapie e quindi maggiori costi a carico del Sistema Sanitario Nazionale” – ha affermato Flavia Franconi, Ordinario di Farmacologia Cellulare e Molecolare, Università degli Studi di Sassari, Vice Presidente e Assessore alle Politiche della Persona, Regione Basilicata.

Un tema di alto valore scientifico ma vicino alla vita reale delle persone, come testimonia la presenza all’evento di lancio della rivista di Maurizia Cacciatori, campionessa della pallavolo italiana, modello vincente dell’approccio di genere nello sport: la medicina sportiva, in vista delle prestazioni agonistiche, deve tenere conto delle differenze specifiche di genere nella preparazione, nella prevenzione, nella gestione della salute.

L’approccio personalizzato coinvolge in modo importante la preparazione fisica che è completamente differente se si tratta di uno sportivo o di una sportiva: una donna non ha la stessa forza, la stessa dinamica, la stessa resistenza fisica di un uomo. Un fattore che può rivelarsi determinante è quello ormonale: in prossimità del ciclo mestruale le prestazioni sportive delle atlete raggiungono standard più elevati al punto che in Coppa del Mondo il nostro medico elaborava dei grafici per misurare quanto il periodo in cui avremmo avuto il ciclo si sarebbe avvicinato alle date delle nostre prestazioni” – ha affermato Maurizia Cacciatori.

L’iniziativa editoriale presentata è soltanto uno degli ‘step’ dell’impegno di Novartis sul fronte della medicina di genere, capitolo importante di quella Medicina di precisione che l’azienda presidia e ricerca con le proprie terapie a bersaglio molecolare. Novartis ha promosso negli scorsi anni “Gender Attention“, l’unico studio di farmacovigilanza di genere finora effettuato, dedicato alla psoriasi. I risultati dello studio, presentati a Venezia, evidenziano come non vi siano differenze sostanziali tra donne fertili e uomini di età corrispondente trattati con ciclosporina in termini di effetti collaterali, mentre la percentuale di pazienti con almeno un evento avverso è risultata maggiore nelle donne in menopausa rispetto a quelle fertili. Due gli aspetti rilevanti dello studio: aver dimostrato che la somministrazione dei farmaci nella giusta proporzione, ovvero per chilo di peso corporeo, minimizza le differenze tra uomini e donne in termini di effetti collaterali; inoltre lo studio apre un filone tutto nuovo per la ricerca, anche accademica, sulla “salute delle differenze”, mostrando come anche nello stesso genere, quello femminile, vi possano essere risultati diversi come quelli registrati tra le donne fertili e quelle in menopausa.

The Italian Journal of Gender-Specific Medicine è una rivista a periodicità trimestrale, disponibile in versione cartacea e in formato elettronico, rivolta a tutti gli attori coinvolti sui temi della Medicina di genere: medici specialisti e internisti, ricercatori clinici, farmacologi, decision-maker, dirigenti sanitari, economisti e bioeticisti.

La rivista, i cui testi saranno pubblicati in italiano e in inglese, ospiterà articoli eminentemente scientifici (review, paper, original articles) che applicano la ‘lente di genere’ in ogni ambito della salute, dalla sperimentazione alla terapia, dalla diagnostica alle strategie di prevenzione, alle politiche sanitarie, ma verrà dato grande spazio anche alla legislazione, all’attualità e al sociale.


PRO Format Comunicazione

Giornata Mondiale del Cuore 2015

Giornata mondiale del cuore 2015

Lo scompenso cardiaco indebolisce il cuore”. “L’esercizio fisico è la chiave più importante per la salute del cuore”. Ma anche “Gli occhi, la mente, le mani non sanno fare quello che il cuore sa”… Frasi di sensibilizzazione sulla patologia e parole d’amore dipinte insieme, giorno dopo giorno, in un originale evento di performing art sul maxi-cuore in vetroresina allestito a Roma nella Galleria Alberto Sordi della Capitale dove in occasione della Giornata mondiale del cuore 2015, si è svolto “Keep it pumping – Ascolta il tuo battito” iniziativa di sensibilizzazione promossa da Novartis, in collaborazione con AISC, l’Associazione Italiana dei pazienti Scompensati Cardiaci. L’obiettivo è quello di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sullo scompenso cardiaco, prima causa di ricovero dopo i 65 anni: nei pressi dell’installazione, rappresentanti e pazienti iscritti all’AISC forniscono informazioni e testimonianze sulla prevenzione e la cura della patologia.

Lo scompenso cardiaco, che in Italia colpisce circa 600.000 persone, si determina quando il cuore perde la capacità di pompare sangue in tutto il corpo in maniera adeguata alle richieste dell’organismo. A provocare l’insorgenza della patologia è generalmente un evento cardiovascolare come l’infarto o patologie cardiache pregresse che modificano la struttura del cuore. Anche diabete mellito, ipertensione non controllata, malattie infettive possono essere coinvolte nell’insorgenza della patologia.

Lo scompenso cardiaco è una malattia molto seria e sempre più diffusa soprattutto tra i pazienti sopra i 65 anni di età, ma è tuttora una patologia poco conosciuta. Promuovere attività di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, informare le persone sulla gravità di questa malattia, aumentarne la conoscenza attraverso un’informazione semplice ma corretta è fondamentale” – afferma Salvatore Di Somma, Professore di Medicina Interna alla Università La Sapienza di Roma e Direttore di Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso all’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea.

Una persona su cinque sviluppa nel corso della vita uno scompenso cardiaco, sindrome invalidante che ha pesanti ripercussioni in termini di qualità di vita, costi sociali e costi sanitari.

Si stima che il tasso di mortalità sia del 30% a un anno dalla diagnosi, 50% a 5 anni. Eppure meno di una persona su dieci è in grado di identificare almeno tre dei sintomi più comuni dello scompenso cardiaco e quando si manifestano di solito si lascia passare del tempo prima di rivolgersi ad un medico.

I sintomi più frequenti dello scompenso cardiaco sono la mancanza di fiato o dispnea, astenia, l’intolleranza crescente allo sforzo anche leggero, la progressiva ritenzione di liquidi che in pochi mesi provoca aumento del peso corporeo e la riduzione dell’urina nelle 24 ore. Un segnale molto importante al quale la persona deve fare molta attenzione è la fatica a salire le scale, se compare affanno dopo una o due rampe, qualcosa non va. Un altro segno da non sottovalutare riguarda le caviglie gonfie. Da uno studio effettuato da AISC lo scorso maggio attraverso un sistema itinerante che ha toccato molte città italiane, ben il 25% di soggetti visitati con uno screening cardiologico semplice sono risultati avere forme iniziali di scompenso cardiaco senza esserne a conoscenza” – ha spiegato il Professor Di Somma.

Lo scompenso cardiaco è in forte crescita a causa del progressivo invecchiamento della popolazione, dell’aumento del tasso di sopravvivenza dopo un infarto e anche a causa dei mutati stili di vita. Cruciale la diagnosi precoce che potrebbe rallentare se non addirittura prevenire la patologia. I progressi compiuti negli ultimi anni permettono di intervenire con efficacia, migliorando la sopravvivenza. E per il prossimo anno si attende l’arrivo di nuove terapie farmacologiche che potranno migliorare la prognosi del paziente.

Per prevenire il peggioramento della malattia o l’evoluzione verso lo scompenso di altre condizioni è fondamentale controllare i fattori di rischio, come fumo, diabete, ipertensione, ipercolesterolemia, consumo di alcol e adottare un adeguato stile di vita.

Molti studi anche recenti dimostrano che la nostra dieta mediterranea nei pazienti con scompenso cardiaco allunga loro la vita come pure l’attività fisica. Uno studio svedese evidenzia che 20 minuti al giorno di passeggiata o di bicicletta in pianura sono consigliati ai pazienti con scompenso cardiaco di grado lieve e moderato, li aiuta a vivere meglio e più a lungo” – ha affermato Salvatore Di Somma.


PRO Format Comunicazione

ACNE: il 68% di chi ne soffre non va dal medico

Acne

Sentimenti di insicurezza e inferiorità talvolta associati a mancanza di fiducia in se stessi e tendenza all’isolamento sociale: stiamo parlando dell’acne, una sfida ancora aperta per dermatologi e pazienti. L’acne colpisce quasi 9 adolescenti su 10 e dal 10 al 20% degli adulti, non risparmiando i bambini molto piccoli.

Sono, secondo stime, quasi 4 milioni gli adolescenti colpiti. Tra coloro che decidono di trattare la malattia solo il 20% si reca da un dermatologo e un altro 10% consulta il medico di medicina generale o il pediatra, mentre quasi il 70% dei pazienti si affida invece al fai da te, al passaparola, sottovalutando il problema e aggravando così il proprio quadro clinico.

Da una recente ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med1 risulterebbe che, a prescindere dall’età in cui si presenta, l’acne ha importanti risvolti psicologici tra cui timidezza (71%), difficoltà nel farsi degli amici (24%) problemi a scuola (21%) e persino difficoltà nel trovare un impiego (7%)”, afferma Corinna Rigoni, dermatologa Presidente dell’Associazione Donne Dermatologhe Italiane.

Sempre secondo la stessa ricerca, condotta in America su un campione di oltre 2.000 pazienti, si stima che la riduzione della qualità della vita nelle persone affette da acne sia simile a quella associata a pazienti affetti da malattie considerate più gravi quali il diabete, l’artrite, l’asma e l’epilessia1. Se non trattata adeguatamente l’acne può lasciare segni e cicatrici permanenti, ipopigmentazione o iperpigmentazione persistente e talvolta sfigurare le zone colpite.

La gestione del paziente richiede un vero e proprio counseling, sia del paziente sia del genitore, ai quali è necessario spiegare la patologia e dedicare del tempo per far comprendere come utilizzare i farmaci evitando di generare problemi di tollerabilità che posso portare il paziente ad abbandonare la terapia. Il trattamento richiede pazienza per arrivare a vederne i risultati; il tutto e subito, non funziona” conclude la dottoressa Rigoni.

Il dato più preoccupante emerso dalla ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med1 è che oltre il 68% degli intervistati non si è mai recato dal medico per un consulto. Il ruolo del dermatologo è fondamentale per una corretta diagnosi e l’impostazione della terapia più adatta e nel supporto al paziente. Nelle Linee Guida dell’American Academy of Dermatology pubblicate nel 20132 si legge che gli antibiotici per il trattamento dell’acne devono essere impiegati con cautela e solo nelle forme più severe della patologia. I dati sull’antibiotico resistenza sono infatti preoccupanti: +40% in vent’anni e molti degli antibiotici incriminati sono proprio quelli per il trattamento dell’acne” spiega Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano.

I più importanti fattori che influenzano lo sviluppo dell’acne sono l’iperplasia delle ghiandole sebacee accompagnata da seborrea, la differenziazione e l’alterazione della crescita follicolare, la colonizzazione dei follicoli da parte del Propionibacterium acnes alterate, l’infiammazione e la conseguente risposta immunitaria. L’antibiotico può essere utilizzato nella terapia dell’acne per il suo effetto antinfiammatorio, ma non tratta tutti i fattori patogenetici.

L’antibiotico orale è presente nelle Linee Guida2 come prima scelta per il trattamento delle forme più severe di acne. Tuttavia va evitato l’utilizzo concomitante di antibiotici orali e topici, in particolar modo se chimicamente differenti e l’utilizzo di antibiotici per terapie prolungate. Per il Propionibacterium acnes, batterio responsabile dell’insorgenza di alcuni tipi di acne, la resistenza ai due antibiotici maggiormente impiegati per la cura di questa malattia, quali eritromicina e clindamicina, resistenza crociata, raggiunge il 50% dei pazienti in Italia3” – continua il professor Di Pietro.

L’acne è una patologia cronica che richiede un trattamento a lungo termine, non una cura sintomatica”, conferma Aurora Parodi, professore ordinario di Dermatologia, Direttore UOC Clinica dermatologica, IRCCS AOU San Martino -IST Genova, DiSSal Università di Genova.

Le linee guida dell’American Academy of Dermatology2 raccomandano, per molte forme di acne, l’associazione di retinoide topico (come l’adapalene) e benzoile berossido (BPO) come terapia di attacco e di mantenimento per il trattamento dell’acne. L’associazione ha dimostrato di avere alti profili di sicurezza ed efficacia nella riduzione delle lesioni in uno studio pubblicato sul Journal of Drugs in Dermatology condotto su 452 pazienti, per 12 mesi applicando il prodotto sulla cute una volta al giorno4.

Un retinoide e benzoilperossido (2,5%) possono essere associati in un unico prodotto ed essere quindi applicati insieme. Ad esempio, Galderma ha sviluppato un farmaco che associa proprio questi due principi attivi, in particolare adapalene e benzoile perossido. Il farmaco agisce su due fronti: da una parte il benzoile perossido (BPO) impedisce al Propionibacterium acnes di proliferare; dall’altra l’adapalene, retinoide sintetico di terza generazione, agisce grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e di riduzione delle lesioni (proprietà comedolitica). Associando il BPO si ottiene un effetto antimicrobico ma, non trattandosi di un antibiotico, non si favorisce lo sviluppo di antibiotico-resistenza, come confermato da un recente position paper a firma delle maggiori società scientifiche operanti in dermatologia (ADOI, Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani, SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, AIDA, Associazione Italiana Dermatologi Ambulatoriali, ISPLAD, International-Italian Society of Plastic-Regeneritive and Oncology Dermatology , e DDI, Donne Dermatologhe Italiane)” – prosegue la professoressa Parodi.

 

L’associazione di retinoide (come l’adapalene) e benzoile perossido (BPO), rappresenta una valida terapia per le persone affette da acne, poiché agisce direttamente sia sulle lesioni infiammatorie e sia su quelle non infiammatorie, ed aiuta a prevenire la formazione delle lesioni, con il vantaggio di non generare fenomeni di antibiotico resistenza.

 
HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

BIBLIOGRAFIA

1 Ritvo E, Del Rosso JQ, Stillman MA, et al. Psycological judgements and perceptions of adolescents with acne vulgaris: a blinded controlled comparison of adult and peer evaluations. BioPsychoSocial Med 2011; 5:1-14.

2Linee Guida dell’American Academy of Dermatology,2013

3 1. Schafer F, et al. Int J Dermatol 2013;52:418–425. 2. Mendoza N, et al. Int J Dermatol 2013;52:688–692. 3. Abdel Fattah NS, et al. J Eur Acad Dermatol Venereol 2013;27:1546–1551. 4. Dumont-Wallon G, et al. Int J Dermatol 2010;49:283–288. 5. Ross JI, et al. Br J Dermatol 2003;148:467–478. 6. Luk NM, et al. J Eur Acad Dermatol Venereol 2013;27:31–36. 7. Nakase K, et al. J Dermatol 2012;39:794–796. 8. González R, et al.

4David M e Pariser MD, Patricia Westmoreland MD, Amy Morris MD, MIcheal et al.  Long term Safety and Efficacy of a unique fixed dose combination gel of adapalene 0.1% and benzoyl peroxide 2.5.% for the treatment of acne vulgaris 2007 Journal of Drugs in Dermatology.

5Tan J et al. Clinical Study Sponsored by Cutis-Galderma R&D 2012

Sbiancamento dentale: no a dentifrici e strisce sbiancanti

Sbiancamento dentario

Il sorriso di una persona è uno dei primi aspetti sui quali ci concentriamo e il colore dello smalto dei denti è un elemento che cattura la nostra attenzione.

Questo è il motivo per cui secondo una ricerca condotta dall’American Academy of Cosmetic Dentistry (Aacd) il 45% degli intervistati preferirebbe investire su un sorriso bianco e smagliante piuttosto che sul resto del corpo.

I media ci propongono quasi quotidianamente potenziali nuovi rimedi per avere una bocca brillante, eppure gli sbiancanti dentali non conferiscono sempre l’effettocandore tanto desiderato.

In primo luogo è bene precisare che quasi tutti i dentifrici hanno un’azione abrasiva che viene indicata con il valore Rda (relative dentin abrasivity). Nello specifico, un valore Rda di 30 indica un’abrasività molto bassa, valori da 60 a 80 sono medi mentre valori al di sopra di 100 indicano un’elevata abrasività.

Esistono inoltre dentifrici appositamente studiati per contrastare le macchie causate da sostanze “pericolose” per il bianco dei nostri denti come caffeina, nicotina, liquirizia o collutori con clorexidina. Si tratta tuttavia di prodotti con azione smacchiante che contengono polveri abrasive di silicio e che dunque, se utilizzati con un’elevata frequenza, possono gravemente danneggiare la struttura dello smalto. Un rischio che presenta anche l’air polishing in quanto utilizza polveri abrasive come bicarbonato di sodio o polvere di glicina.

Rimedi dunque che a causa dei loro “effetti collaterali” possono rivelarsi non ottimali per la salute dei nostri denti.

Al contrario, lo sbiancamento professionale effettuato dal dentista (il cosiddetto bleaching) garantiscerisultati visibili già dalla prima seduta, lasciando i denti più lucidi e brillanti. Questa tecnica consiste nell’applicazione di un gel (perossido di idrogeno o di carbamide) concentrato al 35% e attivato attraverso l’uso di lampade a led o laser. La maggiore concentrazione di gel è l’elemento che fa la differenza in un trattamento effettuato con strumenti professionali. Le strisce preformate fai-da-te che si trovano nelle farmacie presentano infatti una concentrazione di gel molto inferiore (intorno al 6%).

E’ necessario infine ricordare che il bleaching è efficace solo sui denti naturali e il risultato è legato alla colorazione iniziale. Inoltre l’effetto, che è temporaneo, viene messo a dura prova dal fumo e da cibi o bevande molto coloranti.

Non è possibile ricorrere allo sbiancamento prima che sia trascorso almeno un anno dal primo trattamento: ecco perché una corretta igiene dentale si rivela ancora una volta un’abitudine alla quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.

 


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