Archivio per novembre 2015

STENOSI AORTICA: la TAVI non è riconosciuta dal sistema sanitario!

Il costo sociale della stenosi aortica

Maggiore attenzione alla cura e abbattimento degli ostacoli che limitano il trattamento attraverso un preciso intervento di Ministero della salute e Regioni.

Questi in sintesi i punti emersi dal convegno “Il costo sociale della stenosi aortica, una malattia sottovalutata” organizzato a Roma, il 20 ottobre scorso, da Società Italiana di Cardiologia Invasiva (Gise), Centro Italiano Documentazione e Codifica in Sanità (Cidics), Società Italiana di Chirurgia Cardiaca (Sicch), con il patrocinio del Senato della Repubblica e il contributo non condizionante di Edwards Lifesciences.

Al centro del dibattito lo studio “Analisi del consumo di risorse sanitarie nei pazienti affetti da stenosi aortica” e le raccomandazioniLinee guida per la codifica delle procedure TAVI e degli altri interventi strutturali transcatetere sulle valvole cardiache, documento realizzato da esperti di Gise, Sicch, Agenzie sanitarie regionali di Emilia Romagna e Toscana, in collaborazione con l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas).

La nostra analisi – ha spiegato Luca Degli Esposti, Ceo di Clicon Healthvaluta il consumo di risorse sanitarie, in termini di ricoveri, visite specialistiche, trattamenti farmacologici, esami clinici e via dicendo, nei pazienti con stenosi aortica diagnosticata, a seconda del tipo di cura cui siano stati sottoposti. Abbiamo preso in esame i database amministrativi di tre ASL distribuite sul territorio nazionale, valutando, nel periodo 2009-2013, 3.698 persone di oltre 70 anni che erano state ricoverate o operate per stenosi aortica.”

Il primo risultato che salta all’occhio è che solo il 20% dei pazienti era stato sottoposto a un intervento di sostituzione della valvola aortica.

Il dato non sorprende, ma deve far riflettere – ha commentato Sergio Berti, Presidente Gise. In Italia si stima che il 4% degli over 70 soffra di stenosi aortica: il restringimento della valvola aortica provocato da depositi di calcio, che altera la funzionalità della struttura preposta a regolare l’afflusso di sangue ai vari distretti dell’organismo. Parliamo di quasi 300.000 persone, circa 50.000 delle quali soffrono della forma più grave e sintomatica.”

In questo caso, le linee guida internazionali e nazionali raccomandano l’intervento per sostituire la valvola danneggiata. Ciò è possibile per due strade: la sostituzione chirurgica, a cuore aperto o con procedura minimamente invasiva, e quella per via transcatetere, nota come TAVI. Tra l’una e l’altra, in Italia si effettuano poco più di 15.000 interventi l’anno sui 50.000 potenziali. Un dato molto vicino a quello evidenziato da Degli Esposti”, ha spiegato Francesco Musumeci, Vicepresidente SICCH.

Altri due risultati rilevanti, peraltro attesi, emersi dall’indagine – ha detto ancora Luca Degli Espostisono una mortalità 3 volte più elevata in chi non sia operato, 18,6% rispetto a 6,3% nell’arco di 12 mesi, e un maggior rischio di riospedalizzazione, con crescente assorbimento di risorse. Ovviamente, tali risultati vanno letti anche in relazione alla maggiore gravità intrinseca di questa popolazione rispetto a quella operata e non solamente in relazione all’assenza di un intervento. Comunque, se un paziente operato costa, nei 12 mesi successivi, in media 4.000 euro, un non operato riospedalizzato costa mediamente 5.000 euro, con punte fino a 11.000 euro in coloro che presentano maggiore gravità.”

E qui sta il punto. Quando si ha di fronte un malato di stenosi aortica grave, spesso la sua condizione è compromessa da malattie concomitanti, ricordiamoci che parliamo di persone di oltre 70 anni. In molti casi non possono sottoporsi a un intervento cardiochirurgico, potrebbero invece essere soggetti a TAVI, indicata quale procedura di elezione nei pazienti inoperabili.” – ha commentato Musumeci.

Secondo le valutazioni condotte negli anni dalla Haute Autorité de Santé (HAS), l’Autorità nazionale sanitaria francese, paese nel quale la TAVI è stata messa a punto nel 2002, il numero di pazienti che potrebbero essere soggetti a questa procedura è di circa 80 persone per milione di abitanti. Nel nostro paese si effettuano poco più di 40 procedure TAVI per milione: sono state esattamente 2.748 nel 2014 secondo i dati GISE. Poiché non esiste alcun determinante epidemiologico che possa far ipotizzare differenze sostanziali per questo bisogno sanitario tra Italia e Francia, dovremmo aspettarcene circa 4.800 l’anno. Così non è perché nel nostro paese esiste una barriera all’impiego della TAVI, e di molti altri interventi per via transcatetere sulle valvole cardiache, rappresentata dall’assenza di codici specifici per queste procedure nei sistemi di codifica utilizzati. La TAVI si fa, ma non esiste per il nostro sistema sanitario”, ha aggiunto Sergio Berti.

Il problema è stato messo in evidenza dalla stessa Agenas nel documento di valutazione Programma Nazionale Esiti (PNE) 2014 e ha condotto l’agenzia a chiedere alle società scientifiche di contribuire alla definizione di un sistema di codifica uniforme. Ne è nato il documento “Linee guida per la codifica delle procedure TAVI e degli altri interventi strutturali transcatetere sulle valvole cardiache”.

L’intento di questo lavoro – hanno sottolineato congiuntamente Berti e Musumeciè quello di suggerire una possibile soluzione a un problema annoso, nell’attesa che nell’ambito dei processi di revisione del sistema DRG italiano attualmente in corso – il Progetto IT-DRG – siano predisposti codici di procedura specifici per tali interventi e specifici codici DRG, come è già previsto nella versione 32.0 del sistema DRG pubblicato dal CMS americano.”

Dal 2007, anno in cui la TAVI è sbarcata in Italia, alcune regioni hanno cercato di ovviare al problema definendo propri criteri di codifica, mentre in altre regioni, in assenza di indicazioni ‘istituzionali’, si utilizzano criteri differenziati anche fra i centri di una stessa Regione.

Sarebbe fondamentale, invece, disporre di un sistema di codifica uniforme per individuare gli interventi realmente eseguiti. La conoscenza delle procedure effettive eseguite nei singoli Centri, nelle diverse Regioni e a livello nazionale rappresenta il retroterra indispensabile per compiere valutazioni epidemiologiche, monitorare gli andamenti di attività e l’impiego di risorse, fare valutazioni di efficacia e di sicurezza, di appropriatezza e di outcome. Sarebbe importante che il nostro lavoro fosse recepito da Ministero della salute e Regioni, per sanare una situazione che vede l’Italia, unica tra i paesi più avanzati, penalizzare i cittadini che soffrono di stenosi aortica”, aggiunge Sergio Berti.

Il caso della stenosi aortica e della TAVI è divenuto una sorta di paradigma ‘negativo’, ovvero di ciò che non si sarebbe dovuto fare per garantire questo LEA. Occorre adottare una strategia organica e uniforme in materia, che comprenda l’adeguamento degli strumenti di codifica, visto che siamo fermi a quella statunitense del 2007, validi per tutto il SSN; lo stabilire regole e tariffazione comuni, come prassi consolidata nei principali Paesi; il valutare, comunque e da subito, le soluzioni alternative, come peraltro individuate dallo stesso Patto per la salute al comma 2 dell’art. 9. Così ha fatto, e potrebbe essere una via da seguire, la Regione Emilia-Romagna con la DGR n. 1673/2014, che prevede tanto l’identificazione, seppur indiretta, della procedura TAVI, quanto una sua adeguata remunerazione, disgiunta dai DRG 104-105, ove attualmente ricade in modo indistinto questo intervento”, conclude Marino Nonis, Presidente Cidics.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Curarsi con il cibo, dalla teoria alla pratica

Premio Bancarella della Cucina 2015

Ha riscosso grande successo, di pubblico e di critica, la presentazione, nella prestigiosa cornice del X Premio Bancarella della Cucina, del libro “Il Diabete al tempo del cibo. Una sana alimentazione per promuovere il benessere”, curato da Emanuela Baio, già Senatrice, Presidente della Fondazione Salute & Benessere, ma soprattutto persona con diabete dall’età di 9 anni. L’opera è stata infatti insignita del prestigioso “Riconoscimento speciale”, consegnato alla curatrice, a Pontremoli, storica sede del Premio Bancarella in tutte le sue declinazioni.

Il libro nasce da un Progetto pensato in occasione di Expo, dal titolo “La Salute vien Mangiando! Piatti Sani per il diabete e non solo – Expo 2015.  L’ho proposto al Ministro della Salute, On. Beatrice Lorenzin, che l’ha ritenuto valido e inserito tra i progetti del Ministero per Expo. È l’occasione per declinare i principi della Dieta Mediterranea, o della Mediterraneità, nella terapia delle persone con diabete e affette da complicanze cardiovascolari. Ma non solo, perché fra i diabetici, soprattutto tipo 2, il sovrappeso e l’obesità sono frequenti e dannosi”, racconta Emanuela Baio.

Il diabete, scrive il Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nella Prefazione “è una patologia che può essere da un lato prevenuta e dall’altro contrastata, prima ancora che con i farmaci, con corretti stili di vita, rappresentati da una corretta alimentazione e da una buona attività fisica”.

Nel libro “con coraggio la curatrice parla di ‘alimentazione terapeutica’, una definizione che trova il fondamento in evidenze scientifiche”, commenta Giorgio Calabrese, nutrizionista e Presidente del Comitato Nazionale Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute, introducendo il volume e sottolineando il ruolo che la nutrizione, e soprattutto la Dieta Mediterranea, caratterizzata da consumo di frutta, verdura, cereali, legumi, olio d’oliva come fonte principale di grassi e vino moderato ai pasti, rappresenti un punto cardine nella prevenzione, ma anche nella cura di molte malattie. Ecco quindi spiegato il concetto: alimentazione terapeutica.

Il tema è arricchito, nella Presentazione dell’opera, da Sergio Pecorelli, Presidente dell’Agenzia italiana del farmaco e Rettore dell’Università degli studi di Brescia, che ricorda come in Italia si viva a lungo, oltre la soglia degli 85 anni per le donne e degli 80 anni per gli uomini, ma anche che si viva per 6-10 anni con almeno una malattia cronica.

Per far fronte a ciò, scrive Pecorelli:

se volessimo esplicitare quella che potrebbe essere una formula vincente, che probabilmente il Parlamento avrebbe dovuto prendere in considerazione già 30 anni fa, dovremmo usare un solo nome: prevenzione. È quindi necessario un approccio culturale nuovo a cui anche questo libro può contribuire testimoniando come “l’utilizzo di una dieta adeguata di piatti sani per il diabete e non solo, può portare vantaggi enormi”. Perché la popolazione, soprattutto quella affetta da malattie croniche, deve responsabilizzarsi e condividere l’importanza di stili di vita sani. Non vi è cosa migliore di ciò che nasce dalla base e va verso l’alto, le cose imposte generalmente non funzionano!”

“Il Diabete al tempo del cibo” raccoglie testimonianze di persone con diabete, accanto a testi scientifici di diabetologi, cardiologi, e nutrizionisti.

Vuole contribuire a valorizzare un brand italiano, ad accrescere la consapevolezza fra i diabetici di quanto gli indicatori alimentare e dell’esercizio fisico siano determinanti di salute, a studiare un nuovo linguaggio per gli specialisti, affinché siano sempre più credibili e convincenti per i pazienti. Per colmare il sapore amaro di cronicità silenziose e persistenti, il libro è addolcito da ricette gustose e sane. È una sfida sanitaria e un’avventura culturale: l’alimentazione sana e l’esercizio fisico sono terapeutici. Serve declinarli nella vita delle persone diabetiche e non solo per accrescere benessere personale e del Sistema Sanitario Nazionale. Grazie Ministro, perché ha dimostrato la mano amica dello Stato verso tutti coloro che convivono con queste cronicità. Insieme ce la possiamo fare. Buona lettura!”, conclude la sua prefazione l’autrice Emanuela Baio.

Hanno contribuito a questa interessante opera interviste dell’autrice a personaggi come il giornalista Giovanni Minoli, che racconta con la sua qualità l’incontro con il diabete, sportivi come il pluricampione Jury Chechi, che da figlio di diabetico insegna a misurarsi con le sfide, e lo chef Heinz Beck, che suggerisce come e cosa mangiare.

Il diabete è una malattia assassina, micidiale, perché non la vedi e non la senti. Del diabete non gliene frega niente a nessuno, perché non ci si accorge che hai questa patologia. E poi, sul diabete non c’è un consenso sociale che ti aiuta” testimonia Minoli a proposito della sua malattia, una malattia che evidentemente crea ansia e paura. Ma che può portare anche qualche cosa di buono: “Sono uno sregolato assoluto; il diabete mi ha fatto bene, perché mi sono dato delle regole. Non sono stato costretto, non le ho subite, le ho scelte”, dice anche Minoli. E ancora: “A me la paura delle complicanze ha fatto bene, mi ha terrorizzato e mi ha aiutato ad assumere regole ben precise sullo stile di vita. È molto importante avere e provare paura per poter decidere di cambiare vita.

Non mancano interventi di diabetologi come Salvatore Caputo, Sergio Leotta, Rosalba Giacco, Gerardo Corigliano e Giuseppe Marelli, cardiologi come Francesco Romeo, nutrizionisti come Giuseppe Fatati, Alessandra Bosetti e Chiara Manzi e poi ancora studiosi della materia, come il Vice Presidente di Slow Food, Silvio Barbero e ricercatori come Maria Benedetta Donati, infermieri come Roberta Chiandetti e giovani diabetici come Luca Cappellini. Accanto a gustose e sane ricette, da una ex parlamentare, non potevano mancare i riferimenti legislativi curati da Sabrina De Camillis e Rossana Rubino. 

Un apporto particolare è curato da un bimbo diabetico, Martin Guadagnini, il cui disegno è rappresentato nella copertina del volume.

“Il Diabete al tempo del cibo. Una sana alimentazione per promuovere il benessere” è disponibile nelle librerie, edito da Franco Angeli, al prezzo di 18.00 euro. I proventi della vendita saranno interamente devoluti alla Fondazione Salute & Benessere, per il diabete, le malattie croniche e neurodegenerative.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

News dal congresso Panorama Diabete organizzato a Riccione

Panorama Diabete, simposio Novo Nordisk

I dati provenienti dal mondo reale su liraglutide (Victoza®, Novo Nordisk), farmaco antidiabetico appartenente alla classe degli analoghi del GLP-1, confermano i risultati degli studi clinici.

Lo avevano dimostrato già diversi studi condotti in tutto il mondo, lo ribadisce l’ampio studio italiano condotto da un gruppo multicentrico di Unità di diabetologia del Veneto su quasi 500 persone con diabete, coordinato da Annunziata Lapolla, Professore Associato dell’Università di Padova e Direttore UOC Diabetologia e Dietetica ULSS 16 di Padova.

Recentemente pubblicato su Clinical Therapeutics, è stato  presentato il 19 ottobre scorso, al simposio Innovazione e recenti acquisizioni nella terapia del diabete e dell’obesità”, promosso da Novo Nordisk al congresso Panorama Diabete organizzato dalla Società italiana di diabetologia (SID) a Riccione.

La nostra ricerca – ha sottolineato Lapollaha confermato nella pratica clinica i  dati degli studi controllati, evidenziando nell’arco di 12 mesi una riduzione dell’emoglobina glicata superiore a 1 punto (-1,2%) e un significativo e duraturo calo del BMI (-1,3); inoltre, la probabilità di raggiungere i target di glicata era doppia per i pazienti nelle prime fasi di malattia, che provenivano da trattamento con sola metformina. I nostri dati rafforzano altresì l’importanza delle evidenze real life nell’approccio al paziente diabetico”.

Liraglutide è stato posto in commercio in Italia nel 2010 e da allora più di 50.000 pazienti hanno potuto beneficiare di questa opportunità terapeutica che ha dimostrato una efficacia glicemica superiore alle terapie disponibili (inclusa l’insulina) e numerosi ed importanti effetti come la riduzione del peso corporeo, l’attenuazione del senso della fame, la riduzione della glicemia sia a digiuno sia post prandiale, la riduzione della pressione sistolica, un miglioramento del profilo lipidico ed effetti anti infiammatori in attesa di conferme sperimentali.

Il programma internazionale di studi clinici LEAD, eseguito per l’ottenimento dell’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’EMA, non solo ha provato che la maggiore efficacia glicemica della liraglutide si ha nel trattamento precoce della persona con diabete possibilmente di breve durata di malattia, ma sono diventati un benchmark per la progettazione ed esecuzione di tutti gli studi registrativi di ogni molecola antidiabetica proposta dal 2010 in poi. Dal programma LEAD sono scaturiti numerosi altri studi clinici che hanno portato liraglutide ad avere, unico nella sua classe, l’indicazione nell’insufficienza renale di grado moderato e, grazie ai risultati degli studi clinici BEGIN ADD-ON e LIRA ADD2BASAL, la rimborsabilità in associazione alle insuline basali, migliorandone l’efficacia glicemica associata ad una riduzione del peso.

Il prossimo passo sarà quello di svelare alla comunità diabetologica mondiale i risultati del grande studio sulla sicurezza cardiovascolare LEADER® in dirittura di arrivo e i cui dati sono attesi al congresso americano ADA nel 2016, a giugno.

In 5 anni liraglutide è divenuto uno dei farmaci più studiati per i pazienti affetti da diabete di tipo 2 non controllati da metformina, sia per la sua superiore efficacia glicemica che per i suoi effetti benefici extra-pancreatici principalmente sulla riduzione del peso: i dati clinici lo hanno provato, gli studi real life lo hanno confermato, la ricerca clinica prosegue e riserverà interessanti novità”, conclude Lapolla.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

“ama nutri cresci” per EXPO 2015

ami, nutri, cresci

Il 65,8% delle italiane è normopeso, ma la gravidanza è spesso l’inizio di errori e mancanze: è quanto si evince da uno studio sull’alimentazione e gli stili di vita salutari, realizzato da AstraRicerche e commissionato dalla Fondazione Giorgio Pardi, con il supporto di Effik.

La ricerca, realizzata su un campione di quasi 1.600 donne tra i 18 e i 42 anni, è stata presentata all’interno del Congresso Nazionale SIGO, durante il workshop patrocinato da Padiglione Italia EXPO 2015 ed intitolato “Cosa capiscono i pazienti di ciò che gli diciamo riguardo la nutrizione perinatale?”; obiettivo è interrogarsi sull’efficacia della comunicazione sulla nutrizione in gravidanza. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Giorgio Pardi, ente non-profit che sostiene la ricerca materno-fetale e che con il portale ama nutri cresci fornisce informazioni alle future mamme, ed è supportato da Effik, in occasione del lancio di Gynefam Folic, il nuovo integratore per la gravidanza con la forma biologicamente attiva dell’acido folico.

Emerge che un buon 65,8% delle donne intervistate è normopeso, invece il 17,7% è sovrappeso, il 6,1% risulta obesa e il 10,5% sottopeso. Dalla ricerca si evince che le donne italiane hanno un comportamento sostanzialmente salutare: i due terzi delle intervistate mangia a sufficienza frutta e verdura, limita i grassi introdotti nella dieta, pratica sport e attività fisica.

La ricerca evidenzia come le donne italiane siano meno ferrate, invece, sui comportamenti corretti da tenere in gravidanza. Tra le 21 prescrizioni mediche indicate, la notorietà di molte di loro non raggiunge la metà delle intervistate:

  • quasi 3 donne su 10 non conoscono l’importanza di assumere l’acido folico
  • solo il 51,7% sa dell’importanza di evitare obesità e sovrappeso
  • meno della metà, il 46,6%, conosce l’importanza di una dieta ricca di vitamina D e calcio e di un moderato esercizio fisico in gravidanza (il 46,1%)
  • solo il 35,0% delle donne conosce l’importanza di distribuire più equamente le quantità di cibo fra i pasti principali
  • sono meno del 35% le donne che conoscono l’importanza di vivere all’aria aperta (34,5%) e del lavare più spesso le mani (33,7%)
  • solo il 23,6% è a conoscenza dell’importanza di mangiare più pesce durante l’allattamento

Alla domanda sulle prescrizioni che sono state realmente applicate, emerge che le donne intervistate affermano di aver avuto in gravidanza un comportamento tendenzialmente attento, con evidenti cali nell’evitare il sovrappeso (evitato solo dal 76,0% delle intervistare), il fare moderato esercizio fisico (fatto solo dal 76,3%) e il mangiare più pesce (fatto solo dal 71,4%).

Sottolinea Cosimo Finzi, Direttore di AstraRicerche:

In conclusione della nostra indagine si evince come la figura del ginecologo sia di grande importanza per far recepire le prescrizioni e convincere le pazienti che si tratta di gesti importanti per vivere una gravidanza in salute, riuscendo a modificare in maniera attiva il loro comportamento.”

Il campione ha visionato cinque brevi filmati in cui medici di primaria rilevanza informano su alcuni temi con riferimento alla gravidanza: dieta mediterranea, obesità, acido folico, Omega 3, e Vitamina D. Tra il 74,8% e il 84,9% delle pazienti dichiara che i messaggi visionati sono in grado di influenzare attivamente le loro scelte, portando ad una modifica del loro comportamento.

Soddisfatto il Segretario Generale della Fondazione Giorgio Pardi e fautore del workshop, Sabino Maria Frassà:

Siamo lieti oggi, durante il nostro workshop, di avere fatto il punto su un fattore di cruciale importanza per le future mamme: la comunicazione se coordinata e programmata tra i diversi “attori” porta a risultati ed è efficace prima e durante la gravidanza. Oggi è stata l’occasione per un confronto internazionale con personaggi di spicco come Enzo Grossi, Scientific Advisor Padiglione Italia, Michael Krawinkel, Docente di Nutrizione & Pediatria presso l’Università di Giessen, Germania, Ellen Muehlhoff della FAO, Mark Hanson, Professore di Scienze Cardiovascolari e Direttore dell’Istituto di Scienze dello Sviluppo presso la Facoltà di Medicina di Southampton e Shirin Elahi, Dirigente presso Normann Partners”.

Elena Casolati, della Direzione Medica di Effik Italia conclude:

Le donne vanno informate fin dall’adolescenza sui corretti comportamenti da adottare in previsione di una futura, e certe volte anche non pianificata, gravidanza. Effik ha identificato la propria mission aziendale proprio nella salvaguardia della salute della donna, soprattutto in gravidanza: la corretta informazione nella fase perinatale è di grande importanza così come una dieta corretta per raggiungere le dosi raccomandate di tutte le vitamine e i minerali, utili per una gravidanza in salute. Qualora ci fosse uno scarso apporto alimentare con la dieta, Effik ha realizzato Gynefam Folic il multi minerale e multivitaminico con la forma biologicamente attiva dell’acido folico, elemento fondamentale per tutta la gravidanza.”


Encanto Public Relations

Tumore della prostata in Italia

Pros-IT
Il tumore della prostata è la seconda neoplasia più frequentemente diagnosticata nella popolazione maschile mondiale. In Italia raramente si arriva alla diagnosi prima dei 68 anni, anche se i pazienti colpiti hanno un’aspettativa di vita di oltre 10 anni e una buona qualità di vita.

Queste sono le prime istantanee scattate dal Pros-IT (Prostata Italia), il primo e attualmente l’unico progetto di monitoraggio, del tumore della prostata in Italia, promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), coordinato dalla sezione Invecchiamento dell’Istituto di Neuroscienze (IN) di Padova, sotto la guida del professor Gaetano Crepaldi, e realizzato con il contributo incondizionato di Takeda Italia.

Il 22 ottobre scorso, a Roma presso l’hotel Mediterraneo, si è svolto l’incontro dal titolo “I tumori della prostata: lo studio Pros-IT”, il primo di una serie di appuntamenti regionali in cui verranno presentati i primi risultati della fase di follow up del progetto, che ha avuto un grande successo in termini di partecipazione.

I centri coinvolti nello studio sono stati oltre 100 e i soggetti arruolati 1.684, numeri che hanno superato il campione pianificato di 1.500 pazienti.  Da una prima analisi dei dati emerge che oltre la metà dei pazienti proviene dai reparti di urologia, cui afferiscono i pazienti più giovani (tra i 40 e i 45 anni), ma che l’età media della prima diagnosi è intorno ai 68 anni.”- ha dichiarato il professor Gaetano Crepaldi.

In Italia il tumore della prostata rappresenta circa il 20% di tutti i tumori negli uomini con età pari o superiore a 50 anni, ad esclusione dei carcinomi della cute, e si stima un’incidenza di circa 36.000 nuovi casi all’anno.

Nonostante l’alta incidenza, la sopravvivenza nei pazienti che hanno avuto una diagnosi di carcinoma prostatico si attesta intorno al 91% a 5 anni dalla diagnosi ed è in crescita. Alla luce di questo dato, nella scelta dei trattamenti, pur restando primario l’obiettivo di massimizzare la sopravvivenza, negli ultimi anni l’attenzione degli oncologi si è rivolta sempre più alla considerazione dell’impatto di ciascuna terapia sulla qualità di vita, sia in generale, sia sulle funzioni specifiche (urinarie, intestinali e sessuali). Ad esempio, in caso di malattia poco aggressiva alla diagnosi, con una storia naturale lenta e facile da curare, dovremo considerare terapie che non alterino troppo il benessere del paziente.” – ha dichiarato il dottor Angelo Porreca, Primario Urologo del Policlinico di Abano Terme.

Obiettivi dello studio Pros-IT, che proseguirà fino a settembre 2017, è creare una rete di centri urologici, radioterapici e di oncologia medica, colmare un vuoto informativo per programmare meglio l’assistenza ai pazienti e identificare i fattori su cui intervenire per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita1.

Dai primi risultati del follow up, i pazienti arruolati mostrano uno stato di salute iniziale molto buono: le prossime analisi analizzeranno l’impatto di ciascuna scelta terapeutica sulla qualità di vita e ci aiuteranno a capire, in base a specifici fattori, come l’età e l’aspettativa di vita, se la strada che stiamo percorrendo è giusta.” – ha concluso il dottor Porreca.


Ketchum

UNA LEGGE CHE FA BUON SANGUE:10 anni della Legge 219 sul sistema trasfusionale

Convegno Nazionale AVIS 2015

La Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati ha ospitato il 19 ottobre scorso, il convegno “Una legge che fa buon sangue”, promosso da AVIS e che ha permesso di stilare un bilancio dei primi 10 anni dall’entrata in vigore, il 21 ottobre 2005, della Legge 219 sul sistema trasfusionale.

Ogni anno in Italia si effettuano oltre 3000000 di emocomponenti e Avis è presente su tutto il territorio nazionale con 1.314.316 soci (compresa la Svizzera) distribuiti in 3384 (+ 20 in Svizzera) sedi locali, 122 provinciali ed equiparate, 21 regionali.

Vincenzo Saturni, presidente di Avis Nazionale ha espresso grande soddisfazione per la riuscita dell’evento:

È stato importante dialogare in un prestigioso luogo istituzionale come la Camera dei deputati sui primi anni 10 di vita di una legge che ha avuto il grande merito di porre le associazioni di volontariato del sangue al centro del sistema. Non si è trattato di un momento auto celebrativo, benché sia innegabile che siano stati ottenuti da tutti gli attori ottimi risultati, quanto piuttosto di un’occasione per discutere delle prossime sfide che attendono il sistema. Un sistema, quello italiano, chiamato sempre più a dare risposte ai pazienti, i veri beneficiari del gesto di gratuità della donazione, e a diventare punto di riferimento in un’Europa dove ci sono ancora pressioni perché la donazione di sangue esca dalla sfera della gratuità”.

All’incontro hanno partecipato le associazioni di volontari del sangue del CIVIS (AVIS, Croce Rossa, FIDAS e Fratres), il presidente della SIMTI, Claudio Velati, il direttore del Centro nazionale del Sangue, Giancarlo Liumbruno.

Il convegno è stata, come ha sottolineato il presidente Saturni, un’occasione per fare il punto sul piano per la programmazione dell’attività trasfusionale, che rappresenta uno strumento strategico ed essenziale per adempiere completamente a quanto previsto dalle normative in materia. Avis ritiene che l’attività trasfusionale venga inserita nella programmazione sanitaria di ogni Regione, con un’ottica nazionale nel rispetto del suo inserimento nei LEA e con puntuali finanziamenti; abbia una visione di medio – lungo periodo (3 – 5 anni) per permettere adeguati investimenti e scelte organizzative funzionali e sostenibili anche per le Associazioni e Federazioni dei donatori (es. adeguamento delle Unità di Raccolta, gestione della chiamata); sia predisposta dalle Strutture Regionali di Coordinamento che devono essere adeguatamente sostenute o rinforzate stante il loro ruolo essenziale di raccordo con il Centro Nazionale Sangue e quindi con il Sistema Trasfusionale nel suo complesso e infine veda  il reale coinvolgimento delle Associazioni e Federazioni dei donatori, nella coprogettazione delle strategie, con la condivisione costante delle informazioni quali/quantitative del sistema.

Malgrado la sua assenza giustificata al convegno, il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha voluto intervenire sulla ricorrenza del decennale, rilasciando un’intervista per la rivista “Avis Sos” nella quale ha sottolineato che

I risultati raggiunti oggi nel settore trasfusionale hanno la loro origine nelle novità introdotte dalla legge 219 del 2005, in particolare l’istituzione di organismi nazionali e regionali di ‘governance’ del sistema (il Centro nazionale sangue e i Centri regionali di coordinamento). Per molti aspetti la Legge è ancora assolutamente attuale, soprattutto per quanto concerne i princìpi fondanti e il substrato etico: concetto di donazione volontaria, non remunerata, LEA trasfusionali, gratuità del sangue e della trasfusione, autosufficienza nazionale indivisibile, non frazionabile, sovra-aziendale e sovra-regionale, ruolo e valore delle associazioni e federazioni di donatori volontari nella promozione del dono e nel conseguente contributo importantissimo ai fini istituzionali del SSN, gestione esclusivamente pubblica delle strutture trasfusionali ST (o, meglio, “governo” interamente pubblico)”.

Nel merito del ruolo delle associazioni di volontariato, il ministro Lorenzin ha aggiunto che

senza dubbio il nostro sistema trasfusionale è complesso e articolato, ma le sue caratteristiche peculiari lo distinguono dagli altri sistemi dei Paesi europei. Rappresenta infatti un modello che si fonda sulla sinergia delle azioni degli attori che lo costituiscono. Cioè istituzioni, associazioni e federazioni del volontariato del sangue e professionisti e operatori sanitari del settore, incluse le rispettive società scientifiche. E si basa inoltre su un principio etico: la donazione volontaria, periodica, responsabile e gratuita. Un principio che, a monte del sistema, rappresenta la garanzia primaria di sicurezza e qualità del sangue e del plasma raccolto sul territorio nazionale, e quindi dei prodotti medicinali da esso derivati”.

Giornata europea degli Antibiotici

Giornata Europea degli Antibiotici 2015

L’allarme OMS sull’abuso degli antibiotici in Europa è un fenomeno assolutamente da sottolineare – a dichiararlo è la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici. Un uso improprio di antibiotici, infatti, può avere un enorme impatto dal punto di vista infettivo, causando alterazioni della flora batterica che favoriscono lo sviluppo di resistenze, e dal punto di vista allergologico, anche attraverso le interazioni tra il farmaco e gli agenti infettivi.

Ma non solo. Evidenze scientifiche hanno dimostrato che l’abuso di antibiotici può essere all’origine della tendenza al sovrappeso. Tali farmaci, infatti, hanno un impatto sul microbiota intestinale e sono la causa della disbiosi, un’alterazione della flora microbica con un aumento di germi patogeni. Come avviene negli animali che vengono imbottiti di antibiotici per ingrassare, così nell’essere umano è stata dimostrata una interessante correlazione tra antibiotici e obesità.

E’ necessario, poi, implementare anche nel nostro Paese programmi educazionali che illustrino agli operatori sanitari le linee guida più recenti per la diagnosi e la terapia delle diverse malattie infettive, con le indicazioni sulle molecole di prima e seconda scelta, sui dosaggi raccomandati e sulla durata della terapia antinfettiva. Inoltre, risulta essenziale attivare un sistema di controlli regolari delle prescrizioni, effettuando monitoraggi a campione a livello ospedaliero e ambulatoriale con la creazione di un team ad hoc composto da infettivologi, farmacisti e microbiologi che esercitino anche un monitoraggio costante delle cartelle cliniche dei pazienti, così da analizzare l’appropriatezza prescrittiva nel suo insieme in rapporto alla diagnosi e alle caratteristiche del malato.

Questo garantirebbe sicuramente una moderazione nelle prescrizioni di antibiotici da parte degli operatori sanitari in quanto cercherebbero di attenersi in modo più preciso alle linee guida esistenti nel nostro Paese.

Va comunque sottolineato che in Olanda, tra le nazioni virtuose nell’uso di antibiotici, è vero che si prescrivono meno tali farmaci ma a seguito delle linee guida locali che non prevedono l’uso di antibiotici per una patologia di per sé banale ma molto comune come l’otite media acuta sono aumentati i casi di mastoidite, patologia complessa che quasi sempre richiede il ricovero ospedaliero e una prolungata terapia antibiotica da somministrare inizialmente per via endovenosa. Bisogna ricordare, quindi, che certe infezioni batteriche vanno sempre trattate con gli antibiotici. In questi casi, diciamo no a prescrizioni zero, sì a prescrizioni giuste”.


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