Archivio per maggio 2016

Napoli “capitale” della lotta contro l’acromegalia

Acromegaly - Science Teaching Education and Research

Endocrinologi, neurochirurghi, neuroradiologi e molti altri specialisti da tutta Italia e di fama internazionale si sono riuniti nella città partenopea per il meeting “Acromegaly: Science Teaching Education and Research” (ASTER), Corso di aggiornamento in Endocrinologia (dal 4 al 7 maggio al Grand Hotel Santa Lucia), promosso e organizzato dal Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Centro di eccellenza nazionale e internazionale per le malattie endocrinologiche rare e per le malattie ipofisarie, diretto da Annamaria Colao.

Il Corso è stato l’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte di una patologia ipofisaria rilevante come l’acromegalia e sui disturbi ad essa correlati. Durante i lavori del Corso, aperto a tutti gli specialisti italiani (endocrinologi, neurochirurghi, neuroradiologi, internisti) che si occupano di acromegalia e delle sue complicanze, è stata trattata la gestione medica e chirurgica del paziente affetto da acromegalia, saranno discussi gli sviluppi della ricerca e le più interessanti novità sulle terapie mediche. Il Corso è strutturato secondo un’impostazione multidisciplinare e dialettica: alle letture del singolo esperto si alterneranno gruppi di lavoro di giovani specialisti coordinati da un tutor/senior su argomenti specifici della letteratura scientifica al termine dei quali verrà prodotto un documento da cui partire per realizzare un editoriale, un comment, una review o mini-review.

L’acromegalia è una malattia endocrina rara e severa che colpisce entrambi i sessi dovuta a un tumore ipofisario benigno che induce una ipersecrezione dell’ormone della crescita GH (growth hormon) che a sua volta esercita i suoi effetti aumentando la produzione di un altro ormone, il fattore di crescita insulino-simile-1, IGF-1, prodotto principalmente dal fegato. L’azione combinata dei due ormoni produce l’acromegalia, modificazioni somatiche per cui si assiste a un aumento di volume delle estremità e del volto. Importanti le complicanze a livello cardiovascolare, respiratorio, reumatologico, metabolico e sessuale. Lunghissimo il tempo medio necessario per arrivare a una diagnosi, circa 8 anni, per una patologia che, se non trattata, presenta una mortalità molto elevata.

La diagnosi dell’acromegalia è ancora un bisogno medico non risolto, in quanto i medici che hanno una limitata o nulla esperienza della malattia non la riconoscono, mentre è necessario un primo sospetto diagnostico per indirizzare il paziente a un Centro di riferimento dove endocrinologi specializzati in questa patologia siano in grado di diagnosticarla con certezza e trattarla: in caso contrario la mortalità dei pazienti è 3-4 volte più elevata rispetto a quella della popolazione generale il rischio di decesso, correlato soprattutto alle complicanze cardiovascolari e respiratorie, non dipende solo dalla terapia ma anche dalla precocità diagnostica. Uno studio condotto dal nostro Centro, in parallelo con la Bulgaria, dimostra che quando l’acromegalia viene diagnosticata tempestivamente e trattata correttamente la mortalità diventa sovrapponibile a quella della popolazione generale” – ha affermato Annamaria Colao, Direttore del Centro di riferimento regionale e nazionale per le malattie endocrine rare e per le malattie ipofisarie dell’Università degli Studi di Napoli Federico II e Referente italiano per le malattie endocrine rare per la Comunità Europea.

L’acromegalia è una patologia rara ma estremamente complessa per i disturbi conseguenti all’eccessiva produzione di ormoni GH e IGF-1. Per questa grave malattia ipofisaria i trattamenti classici prevedono la chirurgia, approccio che ha come obiettivo la rimozione del tumore quando possibile, e le terapie mediche: in particolare sono disponibili i tradizionali farmaci analoghi della somatostatina, che controllano la secrezione di GH e riducono le dimensioni del tumore ipofisario, e gli antagonisti del recettore del GH, dei quali capostipite è pegvisomant, farmaco di seconda linea che bloccando il recettore del GH inibisce di conseguenza la produzione di IGF-1 a livello epatico. Una nuova opzione terapeutica sarà presto disponibile per i pazienti affetti da acromegalia: pasireotide, indicato per i pazienti che non rispondono agli analoghi della somatostatina di prima generazione.

Questo nuovo peptide analogo della somastatina di nuova generazione è più potente degli altri e si è dimostrato più efficace soprattutto per i pazienti resistenti parzialmente o totalmente ai classici analoghi della somatostatina pasireotide agisce sul tumore ipofisario somatotropo che è causa dell’ipersecrezione di GH e conseguentemente dell’acromegalia. Questo farmaco, dotato di un più ampio spettro di affinità di legame per i vari sottotipi recettoriali della somatostatina (ne lega 4 su 5), rappresenta un’opzione di trattamento che negli studi clinici ha dimostrato significativa efficacia e un buon profilo di sicurezza per i pazienti acromegalici non adeguatamente controllati con gli analoghi di prima generazione e per i quali il bisogno medico era insoddisfatto” – ha spiegato Rosario Pivonello, Professore associato di Endocrinologia del Centro di riferimento regionale e nazionale per le malattie endocrine rare e i tumori ipofisari dell’Università degli Studi di Napoli Federico II.

Il Centro di riferimento in endocrinologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II è una struttura all’avanguardia in Italia per la diagnosi e la cura dell’acromegalia, dei tumori ipofisari e della sindrome di Cushing. Oltre alle competenze del personale sanitario, è dotata di laboratori d’avanguardia e conduce ricerche sia cliniche, sia di base su nuove molecole, in particolare per l’acromegalia e per il Cushing, con l’obiettivo di mettere a disposizione dei pazienti armi terapeutiche sempre più efficaci nel curare queste patologie rare ma di estrema gravità.


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Al via Amplificami, campagna di sensibilizzazione contro il Mieloma Multiplo

AMPLIFICAMI

Un coro di sei voci che in una normale mattinata lavorativa si solleva al di sopra del frastuono cittadino. Melodie trascinanti e contagiose, che invoglieranno i passanti a unirsi al gruppo vocale per cantare hit celebri del canzoniere nazionale e mondiale.

Tutto questo succederà il 30 e il 31 maggio a Milano e Roma, rispettivamente, nell’ambito della campagna Amplificami, realizzata da Amgen con il patrocinio di FAVO onlus – Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia – per “dare voce” ai bisogni, alle speranze e ai diritti delle persone con Mieloma Multiplo e richiamare l’attenzione su questo tumore del sangue di cui si parla ancora troppo poco.

Teatro della campagna alcune stazioni della metropolitana delle due città dove il gruppo vocale I SeiOttavi, già concorrente del talent show X-Factor, eseguirà performance musicali “estemporanee” in superficie, accompagnate da attività di sensibilizzazione all’interno delle stazioni.

Oltre a “dare voce” ai pazienti, obiettivo di Amplificami è promuovere la solidarietà nei loro confronti e mettere in luce le prospettive che si stanno aprendo nel trattamento del Mieloma Multiplo, per il quale sono in arrivo importanti novità terapeutiche in grado di migliorare significativamente sopravvivenza e qualità della vita.

La mission di FAVO è offrire supporto alle persone colpite da tumore, far emergere i bisogni dei pazienti e delle loro famiglie e garantire il riconoscimento dei loro diritti. La Federazione inoltre è particolarmente attenta a dare voce ai malati di tumori rari perché per questo tipo di neoplasie sono molto poche, o addirittura assenti, le associazioni che li rappresentano. Tra queste, il Mieloma Multiplo, una malattia del sangue considerata rara, certamente poco conosciuta e di cui si parla molto meno rispetto ad altri tipi di tumore. Con questa Campagna, FAVO, insieme alle associazioni federate e tramite il proprio sistema multimediale, intende pertanto facilitare l’accesso dei malati di Mieloma Multiplo ad ogni informazione utile per affrontare il percorso di diagnosi e cura nel miglior modo possibile, nonché portare questa malattia all’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni, con l’obiettivo di incentivare maggiormente la ricerca medico-scientifica” – ha dichiarato Francesco De Lorenzo, Presidente FAVO.

Nel nostro Paese almeno 14.000 persone convivono con una diagnosi di Mieloma Multiplo, un tumore del sangue molto aggressivo che colpisce le plasmacellule, un tipo di globuli bianchi che, normalmente, hanno la funzione di combattere le infezioni producendo anticorpi. L’accumulo di plasmacellule anomale comporta la formazione di lesioni ossee molto dolorose. La malattia viene in genere diagnosticata tra i 65 e i 70 anni, tuttavia, non riguarda solo l’anziano: ben il 37% dei pazienti, al momento della diagnosi, ha un’età inferiore ai 65 anni. Più di un paziente su tre.

Il Mieloma Multiplo è considerato una patologia difficilmente guaribile ma può essere curato con trattamenti che alleviano i sintomi, controllano le complicanze e rallentano la progressione della malattia. Purtroppo, molti pazienti vanno incontro a delle recidive dopo la prima linea di trattamento.

Fino a pochi anni fa, le terapie usate più comunemente consistevano in diversi tipi di chemioterapia, steroidi, chemioterapia ad alte dosi e trapianto di cellule staminali. Adesso lo scenario sta cambiando grazie all’avvento di farmaci “intelligenti” capaci di bloccare la proliferazione del tumore e anticorpi che aiutano il sistema immunitario a tenerlo sotto controllo. Molte speranze, soprattutto per il trattamento delle forme recidivanti, sono riposte su nuove opzioni terapeutiche come carfilzomib, inibitore del proteasoma cellulare recentemente approvato dall’EMA che, in combinazione con lenalidomide e desametasone, determina una risposta profonda, con un incremento della sopravvivenza senza progressione di malattia pari a 26,3 mesi, con una riduzione significativa del dolore osseo e miglioramento della qualità di vita.1

Con l’introduzione dei nuovi farmaci la sopravvivenza mediana dei pazienti è quasi raddoppiata. Questo dato è molto più significativo nella popolazione più anziana, non candidabile alle strategie trapiantologiche, e ha di fatto rivoluzionato la storia naturale della malattia. La disponibilità di un armamentario terapeutico complesso ci permette sia di adottare trattamenti di salvataggio efficaci in caso di ripresa di malattia sia di prescrivere nelle fasi di risposta clinica terapie di mantenimento sostenibili sul piano clinico. Oggi la gestione del Mieloma Multiplo avviene per via ambulatoriale per la maggior parte del percorso terapeutico, con un ovvio netto beneficio sulla qualità di vita” – ha affermato Valerio De Stefano, Direttore Area di Ematologia presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

“Dare voce” ai pazienti con Mieloma Multiplo è un obiettivo coerente con la mission di Amgen, una delle aziende biotecnologiche indipendenti più importanti del mondo, impegnata da più di 35 anni a rispondere ai bisogni medici non ancora soddisfatti sfruttando il potenziale della biologia. Nel corso del 2016 Amgen lancerà tre nuovi farmaci sul mercato italiano, due dei quali in Oncoematologia.

Amgen avverte fortemente la propria responsabilità nel supportare iniziative intelligenti ed efficaci come appunto Amplificami patrocinata da FAVO, che abbiano l’obiettivo di rendere il paziente attore informato e protagonista e non semplice spettatore delle decisioni che riguardano la sua salute il nostro contributo alla qualità di vita dei pazienti è già inscritto nel valore dei nostri farmaci: carfilzomib, oltre a migliorare la sopravvivenza, presenta un buon profilo di tollerabilità, con un impatto contenuto in termini di effetti collaterali. Ma desideriamo rendere concreta la nostra vicinanza ai pazienti anche con il supporto a campagne di comunicazione di qualità che aumentino consapevolezza e conoscenza, con ricadute positive per l’intero Sistema” – ha affermato Ermanno Paternò, Medical Director Amgen.

La campagna Amplificami si articola in due giornate di sensibilizzazione a Milano e Roma, rispettivamente lunedì 30 e martedì 31 maggio. Le stazioni della metropolitana coinvolte saranno:

· a Milano: Stazione Centrale, Garibaldi, Duomo e Cadorna;

· a Roma: Policlinico, Bologna, San Giovanni e Ottaviano.

Il gruppo vocale I SeiOttavi si esibirà per 30’ con performance estemporanee in prossimità delle stazioni. Inoltre, nelle aree antistanti i tornelli di ingresso saranno allestiti corner in cui saranno distribuiti l’opuscolo “10 cose da sapere sul Mieloma Multiplo” e i gadget della campagna, che proseguirà la sua vita anche sul web con una pagina dedicata sul sito FAVO, dalla quale sarà possibile scaricare il materiale informativo.

BIBLIOGRAFIA

1. Stewart A.K. et al., 2015; Kyprolis , Lenalidomide, and Dexamethasone for Relapsed Multiple Myeloma. N Engl J Med 372: 142-152


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La diagnosi dell’antipatia

ANTIPATIA

Le persone che sono percepite come antipatiche o “sgradevoli” incontrano maggiori difficoltà nella vita: per esempio, vengono condannate a pene più severe. Alcuni articoli accademici in campo medico suggeriscono che qualcosa di simile accade anche con i pazienti “difficili”: essi ricevono infatti diagnosi sbagliate e un trattamento non adeguato più spesso degli altri. Tuttavia, finora, non c’erano prove scientifiche a sostegno di questa ipotesi.

Un gruppo di ricerca guidato da Henk Schmidt e Silvia Mamede dell’Erasmus Medical Center a Rotterdam ha ora indagato per la prima volta in due studi quanto si ripercuota il comportamento difficile del paziente sulla precisione delle diagnosi.

I risultati sono stati pubblicati dai ricercatori sulla rivista “British Medical Journal Quality & Safety“. Nel loro primo studio i ricercatori hanno somministrato a 63 medici nel corso dell’ultimo anno della loro formazione in medicina generale una serie di “vignette” (o “storie”, brevi descrizioni usate nelle ricerche psicologiche e sociologiche). Vi erano descritti sei diversi quadri clinici: tre meno complessi, ovvero embolia polmonare, polmonite e meningite, e tre più complessi, vale a dire appendicite, ipertiroidismo e pancreatite acuta a causa di un elevato consumo di alcol.

Di volta in volta, una versione dei sei casi clinici descriveva un paziente dal comportamento difficile e un’altra versione descriveva un comportamento neutro da parte del paziente. Le descrizioni “problematiche” dei casi clinici presentavano pazienti che mettono in dubbio le competenze del medico, ne ignorano i consigli, si comportano in modo aggressivo o molto esigente o completamente inerme.

Questo comportamento schizzinoso influenzava in modo evidente la diagnosi dei medici: la probabilità di una diagnosi errata nei quadri clinici complessi aumentava del 42 per cento, quando si trovavano ad affrontare un paziente difficile. Nei casi meno complessi, quei pazienti ricevevano comunque cattive diagnosi più spesso, almeno in misura del sei per cento. Le differenze tra i pazienti facili e difficili continuavano a sussistere anche se ai medici veniva concesso più tempo in un secondo consulto per riconsiderare la loro diagnosi. Inoltre, i medici hanno dichiarato che i pazienti problematici piacciono loro significativamente di meno rispetto a quelli non complicati.

Un secondo studio del team di ricerca con 74 medici specializzandi in Medicina Interna ha confermato i risultati: qui, la probabilità di una diagnosi non corretta per i pazienti difficili aumentava del 20 per cento. Contemporaneamente Schmidt, Mamede e il suo team hanno analizzato in che modo la gestione del problema pregiudichi l’accuratezza diagnostica. Hanno scoperto che con i pazienti difficili – rispetto a quelli non complicati – i medici ricordano in seguito meno le informazioni cliniche e più i dettagli relativi al comportamento del paziente. “Questo induce a concludere che il comportamento schizzinoso richiede ai medici un maggior dispendio di risorse intellettuali e impedisce loro di elaborare le informazioni cliniche in modo appropriato”, scrivono gli autori.

Certo la reazione dei medici è stata studiata basandosi solo su vignette scritte e ciò comporta differenze significative rispetto a un reale colloquio medico-paziente. “D’altra parte, nella ‘vita reale’ ci si aspetterebbero gli stessi effetti, ma ancora più marcati”, sottolineano i ricercatori. “I pazienti difficili in un incontro reale suscitano presumibilmente sentimenti molto più intensi e conducono a un numero maggiore di errori diagnostici.”

Nella vita di tutti i giorni i pazienti complicati non sono affatto rari: medici generici riferiscono che il 15 per cento circa dei loro pazienti sono difficili da gestire. Tali pazienti vengono descritti dai loro dottori come “frustranti” o anche addirittura “odiosi” – mostrando chiaramente i sentimenti negativi che provano nei loro confronti.

Nella loro formazione i dottori imparano sin dall’inizio a controllare le proprie emozioni in modo che esse non interferiscano con il loro compito di medici. “Di conseguenza, si presume automaticamente che i medici siano superiori a certe cose, anche con pazienti difficili, e non si lascino guidare da reazioni soggettive e da sentimenti negativi”, ha detto il gruppo di ricerca guidato da Schmidt e Mamede. “Ma il fatto è che i pazienti difficili possono scatenare reazioni che vanno a intralciare una diagnosi basata su un’analisi obiettiva”.

Secondo i ricercatori, i medici dovrebbero quindi fare l’esatto contrario: ammettere i propri sentimenti nei confronti del paziente. “Sarebbe vantaggioso se i medici e gli studenti di medicina imparassero a prestare maggiore attenzione alle proprie reazioni emotive verso un paziente – e si rendessero conto che questo può influenzare il loro giudizio clinico”, hanno detto i ricercatori. “Allo stesso tempo, dovrebbero imparare delle strategie per contrastare tali influenze sfavorevoli.”

Nel complesso, questo problema dovrebbe ricevere maggiore attenzione negli studi medici e nella pratica clinica quotidiana, scrivono Donald Redelmeier ed Edward Etchells dell’Università di Toronto in un editoriale di accompagnamento. Tra i modi per contrastare il rischio di diagnosi sbagliate potrebbero esserci la riflessione consapevole, il lavoro di squadra e la consultazione con i colleghi, oltre a liste di controllo diagnostiche e alla diagnostica computerizzata.

Un intervento diagnostico più strutturato potrebbe contribuire a evitare errori di giudizio, quando il medico viene confuso da un paziente difficile. “Liste di controllo dei sintomi o programmi informatici che mettono a disposizione una diagnosi differenziale globale potrebbero fornire, anche in un caso simile, quelle informazioni essenziali che non devono essere trascurate”, scrivono Redelmeier e Etchells. È quanto dimostra anche uno studio secondo cui proprio il supporto del computer in fase di decisione potrebbe aumentare in modo significativo l’accuratezza diagnostica.

Inoltre, sarebbe importante non solo rendersi conto dei propri sentimenti, ma anche essere consapevoli di cosa possano significare. “Un paziente con un comportamento difficile a volte induce nel medico il bisogno di terminare il colloquio”, dicono Redelmeier e Etchells. “Questa sensazione potrebbe essere per il professionista un segnale che rischia di fornire una diagnosi errata.”

Chiunque sia a conoscenza del fatto che i suoi sentimenti possono indurlo a compiere errori potrebbe gestire meglio i pazienti difficili lavorando in team o consultandosi con un collega. “In questi casi è necessaria una certa apertura e bisogna essere disposti ad affrontare il tema insieme ai colleghi con cui ci si consiglia”, sottolineano Redelmeier e Etchells. A queste capacità umane, bisognerebbe poi aggiungere un’altra cosa: tempo a sufficienza per attuare tali misure nella pratica medica quotidiana.

BIBLIOGRAFIA

Why patients’ disruptive behaviours impair diagnostic reasoning: a randomised experimentSílvia Mamede et al.; BMJ Qual Saf, doi:10.1136/bmjqs-2015-005065; 2016

Do patients’ disruptive behaviours influence the accuracy of a doctor’s diagnosis? A randomised experimentH. G. Schmidt et al.; BMJ Qual Saf, doi: 10.1136/bmjqs-2015-004109; 2016

 

Autore: Christine Amrhein

Simg e Simeu contro il dolore acuto

Osservatorio sul Dolore Acuto

Comprendere meglio le richieste di aiuto delle persone con dolore e trovare risposte sempre più tempestive ed efficaci è l’obiettivo dell’Osservatorio sul dolore acuto promosso dalla Società italiana di medicina generale e delle cure primarie, SIMG, e dalla Società italiana di medicina di emergenza urgenza, SIMEU, con il contributo non condizionato di IBSA Farmaceutici.

Il problema clinico del dolore ha raggiunto proporzioni di assoluto rilievo: nell’ultimo anno si stima che il dolore abbia causato oltre 10 milioni di accessi al pronto soccorso e più del 60% delle richieste di consulto al Medico di Medicina Generale.

Il dolore è un tema prioritario di salute pubblica tanto che è stato preso in carico dalla legge 38/2010 sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, ma ancora oggi il trattamento del dolore acuto è un ambito in cui esistono margini di miglioramento. Scopo dell’Osservatorio è stato l’acquisizione e l’elaborazione dei dati clinici per individuare i migliori percorsi clinici per l’ottimizzazione dei percorsi terapeutici dei pazienti.

L’osservatorio, ha come obiettivo la raccolta dati e la diffusione delle conoscenze sul problema dolore, per favorire la crescita culturale e la sensibilità dei professionisti della salute sul tema e per avvicinare le risposte integrate territorio-ospedale ai bisogni dei pazienti. Anche il rapporto annuale Osservasalute potrà essere utilizzato come piattaforma per rilevare dati utili quali ad esempio il consumo di farmaci e i fattori di rischio” ha affermato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore Sanità.

Il progetto Osservatorio sul Dolore Acuto, si propone in ottemperanza al decreto recentemente approvato dalla Camera ed attualmente in discussione al Senato sulle “Disposizioni in materia di responsabilità professionale del personale sanitario” relative alle “buone pratiche clinico-assistenziali e raccomandazioni previste dalle linee guida elaborate dalle Società Scientifiche”, di fornire un contributo significativo alla stesura delle Linee Guida sul trattamento del Dolore Acuto”, ha spiegato Claudio Cricelli, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie, SIMG.

L’attività pilota svolta in collaborazione fra le due società scientifiche, circoscritta a tre patologie in cui il dolore ha un ruolo particolarmente rilevante, ha dato risultati interessanti, pur riguardando una casistica pari al 5% dell’utenza totale dei pronto soccorso coinvolti. Certamente lo sviluppo dell’interazione fra i due ambiti della Medicina generale e della Medicina di Emergenza-urgenza, può produrre strumenti importanti per l’ottimizzazione dei percorsi di cura rivolti alla popolazione, in particolare, come in questo caso, per tutte le patologie in cui il dolore è uno dei sintomi principali”, ha dichiarato Maria Pia Ruggieri, Presidente nazionale SIMEU – Società italiana di medicina di emergenza urgenza.

Il dolore si presenta trasversalmente in tanti stati patologici, ma sono principalmente due le figure professionali chiamate a risolvere questo problema: il medico di medicina generale e le strutture di pronto soccorso o di medicina d’urgenza degli ospedali.

Secondo quanto rilevato da una ricerca osservazionale in Medicina Generale sulla gestione del dolore moderato-severo acuto e cronico, il 24.8% degli assistiti accede allo studio del medico di famiglia per un dolore che dura da meno di una settimana e un ulteriore 27.8% per un dolore che dura meno di un mese. Gli accessi allo studio del Medico di Medicina Generale a causa del dolore, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Public Health, sono il 60%. Tra le principali cause di dolore vi sono i disturbi relativi alle tre macro-aree: lombalgia (78%), cefalea (16%) e coliche renali (5%)”, ha continuato Pierangelo Lora Aprile, Responsabile area Dolore SIMG.

Ogni anno in Italia, si stima che il 50% delle persone si rivolgano al pronto soccorso a causa del dolore. Tra le conclusioni della raccolta dati che ha preso in considerazione 865.000 diagnosi per tre patologie guida in 16 pronto soccorso italiani, emerge che il trattamento precoce del dolore contribuirebbe certamente a un significativo risparmio in termini di ore di sofferenza per il paziente oltre che a un miglioramento della prognosi. Ad esempio, per i pazienti colpiti da colica renale, un anticipo di venti minuti nella somministrazione della terapia consentirebbe un risparmio di oltre 4.000 ore/dolore annue. Questa analisi esplorativa evidenzia l’utilità di un Osservatorio sul Dolore acuto, che operi in maniera costante e sistematica, come progetto integrato fra Pronto Soccorso e rete degli ambulatori dei Medici di Medicina Generale. Sarebbe possibile, grazie a questo strumento, raccogliere dati relativi al trattamento del dolore in tutte le patologie in cui rappresenta un elemento fondamentale affinché il trattamento del dolore acuto nei pazienti in condizioni di emergenza diventi sempre più tempestivo ed efficace, per garantire un miglior esito delle cure e una risposta adeguata alle necessità del paziente”, ha affermato Andrea Fabbri, Direttore Centro Studi e Ricerche SIMEU.


Value Relations

In Italia evitabile un aborto su quattro (AOGOI)

Legge 194

Per la prima volta sono scese sotto soglia 100.000, le interruzioni volontarie di gravidanza nel 2014, assestandosi intorno a quota 97.500. Un traguardo importante, se si pensa che 30 anni fa erano circa 230.000: il fenomeno si è più che dimezzato. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, i tassi di abortività più elevati si riscontrano fra donne adulte in possesso di licenza media superiore (42,9%), con un posto di lavoro (43,6%) e senza figli (39%). Ma a preoccupare è la percentuale di aborti ripetuti, stabile al 27%, uno su 4. Una percentuale rimasta pressoché invariata negli ultimi 10 anni.

Questa la fotografia che emerge dalla relazione resa pubblica dal Ministero della Salute a fine 2015, sull’attuazione della legge sulla tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (Legge 194/78).

Rapporto che ha spinto AOGOIAssociazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani a studiare e mettere in opera un piano per contrastare questo fenomeno, attraverso un progetto le cui linee guida sono state definite dal Consiglio Direttivo dell’Associazione. Il Progetto si pone l’obiettivo di prevenire proprio le interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) ripetute. L’Associazione si propone di offrire un programma di sensibilizzazione degli operatori dei centri italiani sull’importanza di garantire la dovuta attenzione alla contraccezione post-IVG, con un percorso che offra alle donne adeguato counselling contraccettivo subito dopo l’intervento. L’obiettivo del Progetto è in linea con il quadro più ampio del Piano nazionale Fertilità a cui AOGOI ha contribuito.

In Italia, diversamente da quanto avviene in altri Paesi della Comunità Europea, come ad esempio la Francia, i contraccettivi – salvo poche eccezioni – non sono dispensati dal Sistema Sanitario Nazionale. Considerata l’alta percentuale di aborti ripetuti, ciò che sembra emergere nel nostro Paese è che il ricorso alle IVG possa rappresentare, in assenza di adeguata informazione, una via d’uscita contraccettiva. La legge 194/78 prescrive che, quando una donna ricorre a una IVG, è obbligatorio fornirle tutte le informazioni per una regolazione delle nascite consapevole. Purtroppo, tuttavia, ciò non sempre accade.

Uno dei punti cardine del progetto AOGOI è l’aggiornamento e la valorizzazione del ruolo degli operatori dei centri IVG attraverso la realizzazione e la distribuzione di materiale informativo e la pianificazione di incontri di formazione dedicati. Tutto affinché la donna sia sensibilizzata e informata sui metodi contraccettivi disponibili e più adatti ai suoi bisogni e sia portata a ricorrervi.

Quando la richiesta di interruzione di gravidanza è legata a un fallimento contraccettivo o a difficoltà ad attenersi allo schema di assunzione della contraccezione orale oppure all’utilizzo corretto del condom, potrebbe essere utile consigliare i sistemi contraccettivi a lunga durata e reversibili (Larc), come i dispositivi intrauterini e gli impianti sottocutanei, che potrebbero essere inseriti durante l’intervento, senza ulteriori disagi per la donna. L’Organizzazione Mondiale della Sanità li indica come i sistemi più sicuri e che garantiscono la più alta percentuale di adesione dopo 12 mesi.

Non bisogna neanche sottovalutare l’aspetto economico della questione: è possibile stimare il costo per il Servizio sanitario di un aborto in circa 2mila euro, mentre i Larc hanno un costo che si aggira sui 100 euro. Riuscire a prevenire circa 20mila aborti in un anno, grazie all’impianto di un Larc, permetterebbe un risparmio di 38 milioni di euro. Ai quali va aggiunto l’inestimabile valore derivante dall’evitare alla donna un evento tanto traumatico come una IVG.

L’attenzione alla salute e al benessere sessuale, riproduttivo e psico-fisico della donna e la valorizzazione della professionalità e del ruolo degli operatori dei servizi di IVG costituiscono gli elementi portanti di questa iniziativa che, nelle intenzioni dell’Associazione, contribuirà a ridurre significativamente il tasso delle IVG ripetute, contrastando il fenomeno alla sua radice. L’efficacia del progetto sarà valutata attraverso la distribuzione e l’analisi di un questionario sulla scelta contraccettiva effettuata dalle donne che richiedono la IVG e, a lungo termine, attraverso la verifica di una riduzione delle IVG ripetute puntualmente osservata attraverso i dati Istat.



HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Al via la campagna di sensibilizzazione sull’importanza dello iodio in gravidanza e nei bambini

Importanza dello iodio in gravidanza e nei bambini

E’ pensato per le mamme in gravidanza o per quelle che ci stanno pensando il nuovo opuscolo informativo “Importanza dello iodio in gravidanza e nei bambini”. Realizzato nelle 6 lingue più parlate in Italia dalle comunità di migranti in maggior misura presenti sul nostro Paese: albanese, rumeno, inglese, francese, arabo e naturalmente in italiano, l’iniziativa, promossa da IBSA Farmaceutici, è dedicata alle giovani donne in età fertile e alle future mamme originarie di Paesi classificati come insufficienti dal punto di vista dell’assunzione di iodio, che vivono in Italia.

Secondo il Global Iodine Nutrition Network, diversi Paesi del mondo presentano un livello di assunzione di iodio insufficiente, con conseguenze molto serie tanto per le giovani donne che per i bambini.  Lo iodio infatti è un micronutriente indispensabile per garantire il buon funzionamento della tiroide e assicurare la crescita e lo sviluppo del feto. Se questo non avviene, tra gli effetti più gravi vi sono uno sviluppo mentale insufficiente, problemi di crescita, ipotiroidismo, infertilità, aborto spontaneo, ipertensione gravidica, distacco placentare, parto pretermine, ecc. Inoltre il quoziente intellettivo di bambini nati da madri ipotiroidee può essere ridotto.

L’eliminazione della iodo deficienza e le sue conseguenze è pertanto una delle priorità sanitarie in molte aree nel mondo e, nonostante l’Italia sia circondata dal mare, molte sono le aree a carenza iodica perché, diversamente da quanto si possa pensare, lo iodio si mangia, non si respira. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di garantire un adeguato apporto di iodio poiché gli effetti negativi di una carenza nutrizionale di questo microelemento sono ancora più rilevanti nelle prime fasi della gestazione, in quanto ciò può avere un forte impatto negativo sullo sviluppo neurologico e neurocognitivo del bambino. È quindi necessario che l’alimentazione sia quanto più possibile varia, e che preveda un’integrazione di iodio adeguata.

Lo iodio necessario per una adeguata funzione tiroidea di un adulto, è pari a 150 mcg al giorno e si assume tutto con la dieta: crostacei e pesci e, in minor misura, latte latticini e uova. Per raggiungere 150 mcg di iodio al giorno è sufficiente bere quotidianamente una tazza di latte, utilizzare il sale fino iodato per condire gli alimenti e mangiare pesce marino 2-3 volte alla settimana. Un’importante eccezione è rappresentata dalla donna in gravidanza e durante l’allattamento, quando il fabbisogno di iodio sale a circa 250 mcg al giorno, prosegue l’esperto. Senza l’uso del sale iodato per condire le pietanze, la dieta risulta spesso carente di questo elemento per motivi legati alla catena alimentare delle zone le cui acque contengono basse quantità di iodio. Le aree iodo-carenti nel mondo sono molte, per lo più (ma non necessariamente) localizzate in località montane. Anche in Italia ed in Europa molte sono le aree a rischio anche se quelle con carenza grave sono fortunatamente poche. Per capire se si ha o meno una carenza di iodio, una prima valutazione può essere quindi fatta in base all’area dove si abita o si è abitato negli ultimi anni. Le informazioni circa il rischio di inadeguatezza dell’apporto in rapporto all’are di residenza non sono però facilmente reperibili e richiedono conoscenze scientifiche adeguate. In Italia, sul piano pratico conviene considerare qualsiasi regione a rischio di lieve-moderata carenza iodica: questo è il motivo per cui la iodoprofilassi (dieta adeguata e uso di sale iodato) è sempre consigliata, indipendentemente dalla regione di residenza. In teoria sarebbe possibile misurare lo iodio nelle urine (ioduria) e da questa misura risalire alla quantità assunta con la dieta; tuttavia eseguire questo dosaggio in tutta la popolazione sarebbe troppo complesso e costoso. Molto più semplice quindi è eseguire una autovalutazione ponendosi queste semplici domande: 1. Utilizzo per condimento sale iodato? 2. Assumo almeno due pasti a base di pese alla settimana? Se la risposta è sì la carenza iodica può essere esclusa, altrimenti è abbastanza probabile. Vista la grande importanza di un adeguato apporto di iodio al momento del concepimento e durante la gravidanza, è fondamentale che ogni donna si ponga queste domande ben prima della gestazione e che, nel sospetto di una carenza, oltre ad utilizzare sale iodato e una dieta appropriata, consideri la possibilità di impiegare un supplemento di iodio anche nei mesi immediatamente precedenti il concepimento. L’integrazione di iodio è indispensabile in caso di regime dietetico vegetariano o vegano o nell’intolleranza al lattosio. In vista di una gravidanza, soprattutto se vi è il sospetto di carenza iodica, è opportuno iniziare immediatamente a utilizzare il sale iodato (se non lo si utilizzava prima) e ad adottare una dieta adeguata. Inoltre nei 3-4 mesi precedenti alla gravidanza è opportuno associare una dose ulteriore di 50-200 mcg/giorno di iodio. L’integrazione con iodio potrà essere fatta utilizzando preparati multivitaminici ad hoc (che contengono vitamine, ferro, altri minerali e 100 – 200 mcg di iodio/dose giornaliera). Gli integratori multivitaminici rappresentano una buona soluzione pratica, avendo cura di scegliere integratori di qualità. In caso di sospetta grave carenza di iodio (es. provenienza da paesi extraeuropei dove la frequenza del gozzo endemico è molto elevata, presenza di gozzo già visibile ecc.) è più opportuno utilizzare integratori a base di solo iodio il cui contenuto è precisamente indicato. Se il sospetto di carenza iodica è basso o assente non è necessario assumere integrazioni di iodio a parte il sale iodato prima della gravidanza. Dopo il concepimento è invece opportuno utilizzare integratori di iodio oltre alla normale iodoprofilassi (uso di sale iodato e dieta congrua) per tutta la gravidanza e proseguire l’integrazione nel corso dell’allattamento. In corso di gravidanza infatti, in seguito ad una maggiore sollecitazione delle funzione tiroidea materna necessaria per lo sviluppo neuropsicologico fetale, la quantità giornaliera di iodio raccomandata sale a 250 mcg. Un’analoga quantità è necessaria durante tutto il periodo  dell’allattamento”, spiega il Prof. Stefano Mariotti, Professore Ordinario di Endocrinologia e Direttore Dipartimento Scienze Mediche “M. Aresu” Università di Cagliari.

L’opuscolo, che contiene un vademecum dedicato alle disfunzioni tiroidee e alla iodoprofilassi nel bambino e in gravidanza, è scaricabile cliccando qui . Lingue disponibili: albanese, rumeno, inglese, francese, arabo e italiano.


Value Relations

25 MAGGIO: GIORNATA MONDIALE DELLA TIROIDE

Giornata Mondiale della Tiroide 2016

In Italia sono più di 6 milioni le persone con un problema alla tiroide e oltre il 15% della popolazione anziana presenta disfunzioni a questa ghiandola.  Ma per prevenire e curare le malattie della tiroide bisogna iniziare fin da piccoli ed è per questo che il progetto promosso dall’Istituto Superiore Sanità, società endocrinologiche e pazienti “Iodoprofilassi nelle scuole” è stato approvato per il triennio 2016-2019.

La tiroide, spiega Paolo Vitti, Presidente Eletto della Società Italiana di Endocrinologia (SIE), svolge un ruolo fondamentale nell’arco di tutta la vita, da prima della nascita alla terza età in quanto regola, grazie agli ormoni che produce, importanti processi quali lo sviluppo neuropsichico e l’accrescimento somatico nell’età evolutiva, mentre in tutte le età è fondamentale per la funzione cardiovascolare, il metabolismo basale, lipidico, glucidico e osseo. Ma non solo, la tiroide – come se fosse una centralina di controllo – influenza la fertilità, il ritmo cardiaco, la forza muscolare e molto altro. La Giornata Mondiale della Tiroide che si celebra il 25 maggio in tutto il mondo, ha lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle malattie di questa importantissima ghiandola; quest’anno le iniziative collegate alla Giornata sono promosse in Italia da tutte le Società Scientifiche coinvolte, quali: Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Club delle Unità di Endocrino Chirurgia (Club UEC) e Società Italiana di Endocrino-Chirurgia (SIEC) con il supporto del Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) e dell’Istituto Superiore Sanità (ISS) e con la sponsorizzazione della European Thyroid Association (ETA)”.

In tutte le fasi della vita la causa più frequente di patologia tiroidea, continua Antonella Olivieri, Responsabile Scientifico Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia (OSNAMI), Istituto Superiore di Sanità , è la carenza nutrizionale di iodio. Il programma nazionale di prevenzione della carenza iodica è stato attivato nel 2005 con la legge n.55 che prevede la vendita obbligatoria di sale iodato in tutti i punti vendita, nonché il suo utilizzo nella ristorazione collettiva e nell’industria alimentare. Anche se questo ha certamente portato un miglioramento dello stato nutrizionale iodico della popolazione negli ultimi 10 anni, i dati dell’Osservatorio OSNAMI mostrano chiaramente che la percentuale di sale iodato venduto in Italia è ancora ben al di sotto del 90% indicato dall’OMS come ottimale. Per incrementare l’informazione su questo importante tema di salute pubblica è in corso di formalizzazione un Protocollo di Intesa, per il triennio 2016-2019, tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) e Istituto Superiore di Sanità (ISS), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) e Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) che prevede un progetto formativo dal nome “Progetto iodoprofilassi per le scuole” rivolto a tutte le scuole primarie e secondarie di primo grado italiane. L’obiettivo è quello di consentire la formazione degli insegnanti sulla prevenzione dei disordini da carenza iodica, affinché trasferiscano le informazioni ai loro studenti e attraverso i ragazzi alle loro famiglie. Siamo fiduciosi che questo progetto possa avere un forte impatto sulla salute pubblica e porterà alla riduzione delle patologie correlate alla carenza nutrizionale di iodio”.

Nei bambini, l’ipotiroidismo, condizione in cui la tiroide funziona poco, può essere congenito, cioè causato dalla mancata o incompleta formazione della tiroide durante la vita intrauterina, spiega Mohamad Maghnie, Past President Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP). Con l’avvento dello screening neonatale, obbligatorio per legge dal 1992, la diagnosi di ipotiroidismo congenito è molto precoce e il tempestivo avvio della terapia sostitutiva a base di levotiroxina, neutralizza i danni allo sviluppo dell’encefalo tipici di questa condizione, un tempo conosciuta con il nome di cretinismo endemico. Proprio perché la tiroide del nascituro comincia a produrre ormoni solo intorno alla 12^ settimana di gravidanza, è molto importante che le future mamme garantiscano un adeguato apporto di iodio per se stesse e per il bambino. Una carenza nutrizionale di questo microelemento può comportare infatti un forte impatto negativo sullo sviluppo neurologico e neurocognitivo del nascituro. In gravidanza è quindi ancor più raccomandato l’uso del sale iodato, potendo ricorrere anche a specifici integratori di iodio”.

Con l’avanzare degli anni le disfunzioni della tiroide aumentano, continua Rinaldo Guglielmi, Presidente Associazione Medici Endocrinologi (AME). Nella terza età, infatti, la percentuale dei pazienti affetti disfunzioni della tiroide sfiora il 15% ed è necessaria una diagnosi tempestiva e una rapida correzione farmacologica, poiché tali disfunzioni, proprio nei pazienti più anziani, hanno un’importante influenza sul benessere generale e soprattutto sull’equilibrio cardiovascolare. Inoltre, le comorbilità e le complesse terapie farmacologiche negli anziani, possono rendere ancora più complesso e meno tipico il quadro clinico e quindi meno facile la diagnosi. Benché le Società Scientifiche non abbiano raggiunto una visione univoca sullo screening universale della funzione tiroidea negli anziani, sembra opportuno consigliare il dosaggio del solo TSH in soggetti che presentano sintomi e rimandare le indagini più approfondite ai casi in cui il TSH risulti alterato”.

Fortunatamente, chiarisce Rocco Bellantone, Direttore Chirurgia Endocrina e Metabolica del Policlinico Gemelli di Roma, la maggior parte delle patologie della tiroide non necessità di intervento chirurgico ma, quando necessario, con la MIVAT (Minimally invasive video assisted throidectomy) è possibile operare endoscopicamente effettuando un taglio di soli 2 centimetri e praticamente annullando il dolore. Inoltre ci si sta indirizzando sempre più su interventi mini invasivi togliendo solo meta della tiroide salvando una residua funzionalità tiroidea che sappiamo essere importante”.

Le attuali richieste dei pazienti, commenta Paola Polano, Presidente C.A.P.E. Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini, corrispondono al ruolo che è oggi riconosciuto ai pazienti dalla nuova medicina di precisione o personalizzata basata sulle differenze individuali, sulla variabilità genetica, su quella derivante dall’ambiente, dallo stile di vita e addirittura dalla personalità dei singoli individui e che consente oggi al paziente di partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico collaborando con tutti i professionisti coinvolti e contribuendo ad arricchire le conoscenze della comunità scientifica in modo proattivo”.

La Giornata Mondiale della Tiroide, conclude Furio Pacini, Presidente European Thyroid Association (ETA), coincide con il 30^ anniversario dell’incidente nucleare di Chernobyl in Ucraina del 1986. È quindi evidente come in questa occasione non si possa non ricordare quell’evento e le ripercussioni sanitarie che ha avuto sulle popolazioni colpite. La principale conseguenza dell’incidente è stata l’impressionante aumento dei casi di carcinoma tiroideo soprattutto nei bambini e negli adolescenti dovuto all’assunzione di cibo contaminato da iodio radioattivo che viene assorbito dalla tiroide al posto dello iodio normale e causa lesioni che innescano la formazione tumorale. Inoltre, nei paesi colpiti dalla tragedia, le popolazioni erano in uno stato di carenza alimentare di iodio che ha comportato un assorbimento dell’elemento radioattivo molto elevato: questo incidente ci ha insegnato come la profilassi iodica della popolazione non solo è benefica per un normale sviluppo fisico e mentale, ma rappresenta anche un fattore fondamentale nella prevenzione dei danni indotti da radiazioni ionizzanti sulla tiroide”:

Molte delle attività della Settimana e della giornata Mondiale della tiroide sono state rese possibili grazie ad un contributo non condizionato di IBSA Farmaceutici Italia, Bracco, Merck, Sanofi Genzyme, Esaote e Italkali.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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