Archivio per giugno 2016

L’Europa sottovaluta il proprio peso

EOS 2016

Essere sovrappeso in Europa sta, purtroppo, diventando la normalità. La percezione del proprio peso corporeo è in gran parte falsata. I cittadini europei si ritengono più magri di quanto siano in realtà e ciò può rappresentare un problema. Dal punto di vista medico, perché sovrappeso e obesità provocano malattie cardiovascolari, diabete e molte altre condizioni; dal punto di vista sociale, perché genitori obesi o sovrappeso, che sottostimano il proprio peso, saranno portati a sottostimare anche quello dei propri figli, con tutto ciò che ne consegue”, ha detto il professor Paolo Sbraccia, Presidente della Società Italiana dell’Obesità (SIO), presentando a Goteborg in Svezia, il primo European Obesity Summit (EOS), congresso congiunto della Società Europea dell’obesità (EASO) e dell’International Federation for Surgery of Obesity (IFSO).

Sbraccia ha illustrato i risultati di un’indagine condotta da EASO su un campione rappresentativo di cittadini europei – 2.000 italiani – da cui emerge come una persona su 5 ritenga il proprio peso “normale”, mentre è tecnicamente in sovrappeso, con indice di massa corporea (BMI) superiore a 25 kg/m2; addirittura uno su 3, che si autoclassifica come sovrappeso, è in realtà obeso (BMI superiore a 30 kg/m2). Dall’indagine emerge un quadro particolarmente preoccupante soprattutto per i paesi del nord Europa, in cui quasi la metà delle persone che si ritiene semplicemente un po’ in carne è in realtà obesa. Leggermente migliore la situazione in Italia, dove la percentuale di chi sottostima il proprio peso si dimezza: uno su 10 per il sovrappeso, 1 su 6 per l’obesità.

L’obesità è una malattia importante, per troppo tempo sottovalutata anche dal mondo politico e istituzionale, tanto è vero che proprio in queste settimane è alla firma dei parlamentari europei un documento volto a chiedere al Consiglio d’Europa e alla Commissione Europea il riconoscimento dello status di malattia cronica per l’obesità”, ha ricordato Sbraccia.

La sottostima del problema è certificata anche da un altro dato della ricerca EASO, secondo cui solo il 46% degli europei intervistati considera l’obesità una malattia. Anche qui, l’Italia va controcorrente, poiché la quasi totalità (90%) degli intervistati ritiene, invece, sia una condizione che necessita di cure specializzate.

Prevenire e curare l’obesità è possibile. Oltre alle necessarie modifiche dello stile di vita, alimentare e fisico, sono finalmente disponibili farmaci efficaci e sicuri come liraglutide 3mg, indicato per il trattamento di sovrappeso e obesità, e, per i grandi obesi, la chirurgia bariatrica. Soluzioni terapeutiche destinate ad affrontare e risolvere la malattia, anche grazie a un approccio multidisciplinare e integrato tra specialisti. Esattamente l’obiettivo di questo congresso che, per la prima volta, riunisce ricercatori di base, clinici e chirurghi per discutere e condividere soluzioni ed esperienze”, ha concluso Sbraccia.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Epidemia di inattività e sedentarietà tra gli italiani

RUN FEST 2016

Il 40% degli italiani dichiara di condurre una vita sedentaria, sono oltre 23 milioni i connazionali che prediligono la poltrona, secondo il punto di osservazione privilegiato del CONI. Dato in accordo con le ultime stime diffuse da Istat in base alle quali solo il 21,9% dichiara di praticare attività sportiva in modo continuativo, il 9,2% in maniera saltuaria, mentre il 29,7% dichiara di fare qualche forma di attività fisica come passeggiate di almeno 2 km, nuoto, andare in bicicletta o svolgere altre forme di attività motoria.

Quello della sedentarietà è un vero problema al punto da considerarla una vera e propria “epidemia”.  Sono infatti noti gli effetti negativi dell’inattività fisica e, di contro, ampi studi dimostrato gli effetti positivi sulla salute fisica e sulla prevenzione e trattamento di malattie quali diabete e obesità.

L’attività fisica regolare riduce il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 nei soggetti con intolleranza al glucosio e riduce le complicanze macrovascolari associate al diabete. L’Aerobic Centre Longitudinal Study, per citarne uno, ha dimostrato come la mortalità per eventi cardiovascolari nell’arco di 12 anni fosse inferiore del 60% nei soggetti con una fitness cardiorespiratoria medio–alta, ovvero in persone che fanno esercizio fisico regolarmente, e del 40% nei soggetti attivi rispetto ai sedentari”, sostiene Stefano Balducci, Presidente dell’Associazione Fitness Metabolica Onlus e Coordinatore Nazionale del Gruppo di Studio AMD-SID “Attività fisica e diabete” nonché co-autore insieme a Silvano Zanuso e Giuseppe Pugliese del libro “Diabete di tipo 2 e attività fisica: dalle evidenze scientifiche all’applicazione pratica” presentato il 30 maggio scorso nel corso di un evento promosso da FIDALFederazione Italiana di Atletica Leggera, con il patrocinio del CONI e del Ministero della Salute, in collaborazione con il progetto Cities Changing Diabetes® di Novo Nordisk, in occasione di “Runfest 2016 – La città del benessere” (29 maggio-02 giugno 2016).

Le attuali linee guida raccomandano infatti a tutte le persone, sia che abbiano il diabete oppure no, di effettuare regolarmente, almeno 3 volte a settimana, attività fisica.

Non solo le attività aerobiche quali il cammino, il nuoto e la bicicletta, ma anche l’allenamento di forza, mediante sollevamento di pesi liberi o l’utilizzo di macchine specifiche, producono effetti positivi sulla salute e in particolare sul controllo glicemico e sui fattori di rischio cardiovascolare. Anche una singola sessione di attività fisica a bassa intensità si è dimostrata in grado di ridurre l’iperglicemia nelle successive 24 ore ma, è bene sottolinearlo, i reali benefici si hanno quando attività fisica ed esercizio strutturato diventano componenti dello stile di vita” – dice Silvano Zanuso, Research & Communication Manager di Technogym e Visiting Professor in Clinical Exercise Science presso l’Università di Greenwich, Londra.

Nonostante i benefici dimostrati è difficile adottare stili di vita più attivi e vincere la pigrizia. Alla base sicuramente ci sono barriere che ostacolano sia a livello individuale sia collettivo. Mancanza di tempo, stanchezza, mancanza di motivazione e di supporto da parte della famiglia sono alcuni ostacoli denunciati al raggiungimento di uno stile di vita più attivo.

Anche il supporto del medico è importante. È necessario infatti “alfabetizzare” i medici e gli specialisti dell’esercizio fisico affinché l’uno possa prescrivere programmi di esercizio fisico alle persone con diabete e l’altro possa capire come lavorare con una persona con diabete.

Il libro colma una carenza importante nella letteratura, include informazioni essenziali affinché sia il medico sia lo specialista dell’esercizio siano in grado di prescrivere, e applicare in maniera efficace e sicura, un programma di esercizio fisico per una persona con diabete di tipo 2” – dice Giuseppe Pugliese, docente presso l’Università La Sapienza di Roma e dirigente dell’ospedale Sant’Andrea di Roma.

Altri ostacoli che si frappongono all’adozione di uno stile di vita più attivo sono la mancanza di strutture adatte, scarsità di risorse economiche, degrado ambientale, mancanza di parchi e piste ciclabili. In questo contesto si inseriscono i progetti di urban health e in particolare Cities Changing Diabetes®, l’iniziativa lanciata da Steno Diabetes Center, University College of London e Novo Nordisk con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città e di promuovere iniziative capaci di salvaguardare la salute dei cittadini prevenendo il diabete. Il progetto si focalizza più sui fattori sociali e culturali della malattia, spesso tralasciati, che sugli aspetti clinici.

Diabete di Tipo 2 e Attività Fisica: dalle evidenze scientifiche all’applicazione pratica” è promosso dalla FIDALFederazione Italiana di Atletica Leggera, con il patrocinio del CONI e del Ministero della Salute, all’interno di “Runfest 2016 – La città del benessere”.

L’atletica leggera può essere uno strumento prezioso per migliorare le condizioni di vita della popolazione. Perché adottare uno stile di vita sano e sportivo, fin dalla tenera età, significa scegliere la salute. E chi meglio della Regina degli Sport? Ci piace dire che ‘l’atletica è la porta dello sport e della salute’, uno slogan che abbiamo adottato anche in occasione dell’accordo con la FIMP, la Federazione Italiana Medici Pediatri: il progetto pilota sta già coinvolgendo 247 pediatri in 11 città di tutta Italia. Ma non solo: FIDAL sta portando avanti tutta una serie di iniziative – fra cui Runcard il Progetto Parchi, L’Atletica Va A Scuola – tutte rivolte alla promozione di uno stile di vita sano e all’insegna del movimento” – queste le parole del presidente FIDAL Alfio Giomi.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

La Società Italiana di Neurologia assegna 8 borse di studio per formare la nuova figura del neuro interventista nella terapia dell’ictus ischemico acuto

MASTER - Rivascolarizzazione e neuro protezione nell’ictus ischemico acuto

La Società Italiana di Neurologia (SIN) rinnova l’impegno nella formazione professionale dei suoi associati assegnando 8 borse di studio per il Master Universitario di II livello dal titolo “Rivascolarizzazione e neuro protezione nell’ictus ischemico acuto” organizzato dal Prof. Carlo Ferrarese dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.

La SIN ha individuato i beneficiari delle borse di studio, il cui valore complessivo è pari a 40.000 euro, tra i giovani neurologi iscritti alla società, privilegiando coloro che non sono ancora collocati in maniera strutturata nel mondo del lavoro.

Attraverso queste borse di studio la SIN vuole rispondere alla necessità di formare la nuova figura del neuro-interventista vascolare uno specialista che deve avere tutte le competenze richieste per operare nell’ambito del nuovo scenario terapeutico per la cura dell’ictus ischemico. Oggi, infatti, la trombolisi sistemica, che prevede la somministrazione di un farmaco in grado di disostruire l’arteria cerebrale occlusa, rappresenta la miglior cura per l’ictus ischemico in fase acuta; recenti studi, però, hanno dimostrato che associare alla terapia farmacologica il trattamento endovascolare con rimozione meccanica del trombo permette di migliorare le prospettive terapeutiche e la qualità di vita dei pazienti” – ha affermato Elio Clemente Agostoni, VicePresidente SIN e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Il binomio terapeutico di trombolisi farmacologica sistemica e trattamento endovascolare mediante trombectomia meccanica consente di ridurre in modo significativo la mortalità e la disabilità causate dall’ictus ischemico, migliorandone notevolmente la prognosi.

La trombectomia meccanica viene praticata con diverse tecniche che prevedono l’aspirazione del trombo, o attraverso ‘stent’ di nuova generazione che, aprendosi nell’arteria occlusa, consentono di riaprire il vaso favorendo la riattivazione del flusso sanguigno ed evitando l’estensione dell’infarto cerebrale.

Trombolisi sistemica e trombectomia meccanica sono però entrambe strettamente legate al ‘fattore tempo’: 4,5 ore il periodo utile per praticare la trombolisi, mentre 8 ore è il limite di tempo massimo per poter praticare la trombectomia meccanica con possibilità di successo.

Indubbiamente, la nuova procedura è limitata a una parte degli ictus ischemici, originati dalla ostruzione di un’arteria cerebrale di medio o grande calibro, ma promette di guardare alla possibilità di terapia dell’ictus ischemico con l’ottimismo già avuto, in passato, in seguito alle procedure di disostruzione delle arterie coronariche responsabili dell’infarto del miocardio.

L’ictus è una patologia che, nel mondo industrializzato, rappresenta la prima causa di invalidità, la seconda causa di demenza e la terza di morte e, solo nel nostro Paese, fa registrare 160.000 nuovi casi l’anno.


GAS Communication

Roche al Meeting Annuale dell’American Society of Oncology (ASCO) di Chicago

ASCO 2016

Roche in occasione del Meeting Annuale dell’American Society of Oncology (ASCO), che si è tenuto a Chicago dal 3 al 7 giugno, ha presentato i dati relativi a 19 farmaci oncologici, già approvati in vari Paesi o ancora in fase di sperimentazione.

200 abstract relativi a otto tipi di cancro, quattro “late breakers” e quasi 30 presentazioni orali, fanno di Roche l’azienda maggiormente impegnata nella ricerca di opzioni terapeutiche innovative in grado di portare reale valore a tutti i pazienti. 

La confluenza di nuovi farmaci, test diagnostici sofisticati e tecnologie avanzate ha creato un’opportunità senza precedenti per migliorare i risultati che si possono ottenere per i pazienti, oggi e in futuro. Al Congresso ASCO di quest’anno, siamo lieti di presentare i risultati di studi potenzialmente in grado di definire nuovi approcci terapeutici per neoplasie per le quali non si vedono progressi significativi da decenni” – ha dichiarato Sandra Horning, MD, Chief Medical Officer e Head of Global Product Development di Roche.

Anche quest’anno, di particolare interesse per il mondo scientifico è risultata essere l’immunoterapia. Roche ha presentato nuovi risultati su atezolizumab nel carcinoma metastatico della vescica in prima linea (trattamento iniziale), sulla sopravvivenza globale nel carcinoma polmonare e nel carcinoma metastatico ricorrente della vescica metastatico e i primi risultati di combinazione di atezolizumab con farmaci target e l’immunoterapico sperimentale MOXR0916, un antagonista di OX40.

Sempre nel tumore al polmone, Roche ha presentato i dati dello studio J-ALEX, uno studio in aperto, randomizzato, di fase III che ha confrontato alectinib e crizotinib in persone affette da Non-Small Cell Lung Cancer (NSCLC) avanzato o ricorrente, ALK-positivo, non trattati precedentemente con un inibitore di ALK e sottoposti al massimo ad una precedente chemioterapia.

Anche in ambito ematologico, Roche ha presentato i risultati ottenuti da uno studio condotto su bambini affetti da linfoma non-Hodgkin a cellule B (B-NHL) ad alto rischio e leucemia acuta matura (B-AL) in trattamento con rituximab. Sono stati, inoltre, resi noti i risultati degli studi di fase I / II con venetoclax nella leucemia mieloide acuta (AML) e i primi dati di uno studio di fase 1b nel NHL a cellule B con venetoclax in combinazione con rituximab e chemioterapia CHOP o obinutuzumab e chemioterapia CHOP.

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Informazioni sull’immunoterapia oncologica personalizzata

L’immunoterapia oncologica personalizzata (PCI-personalised cancer immunotherapy) mira a fornire a ogni singolo paziente le opzioni terapeutiche più adeguate alle loro esigenze specifiche. Il nostro programma di ricerca e sviluppo nella PCI comprende più di 20 molecole sperimentali, di cui otto sono in fase di sviluppo clinico. Tutti gli studi includono una valutazione prospettica dei biomarcatori volti a individuare i pazienti che più di altri possono beneficiare nell’impiego di questi farmaci. Nel caso di atezolizumab, la PCI inizia con la misurazione del dosaggio istochimico di PD-L1 (Programmed Death Ligand-1) basato sull’anticorpo SP142 sviluppato da Roche Tissue Diagnostics.

L’obiettivo dell’utilizzo di PD-L1 come biomarcatore è quello di individuare i pazienti che più di altri possono trarre benefici clinici da atezolizumab in monoterapia rispetto a quelli che possono beneficiare maggiormente da terapie di combinazione; l’obiettivo è quello di fornire informazioni aggiuntive sulle strategie di trattamento in modo da offrire al maggior numero di pazienti terapie che offrano un beneficio significativo. La possibilità di combinare atezolizumab con diverse chemioterapie può, inoltre, offrire nuove opzioni terapeutiche a pazienti affetti da diverse tipologie di tumori, indipendentemente dal loro livello di espressione di PD-L1.

L’immunoterapia oncologica personalizzata rappresenta una componente essenziale del più ampio impegno di Roche nella medicina personalizzata.

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Roche in Oncologia

Roche è attivamente impegnata nella lotta contro il cancro da più di 50 anni, fin da quando, nel 1962, ha sviluppato il primo farmaco chemioterapico oncologico, il fluorouracile. L’impegno di Roche nello sviluppare farmaci e strumenti diagnostici innovativi rimane forte.

Il portfolio oncologico del gruppo Roche comprende: bevacizumab, cobimetinib, vismodegib, obinutuzumab, trastuzumab, trastuzumab emtansine, rituximab, pertuzumab, erlotinib, atezolizumab, venetoclax, capecitabina, vemurafenib; oltre ad un’attività di ricerca incentrata su nuovi target terapeutici e strategie di combinazione innovative.

Oltre all’innovativo portfolio di farmaci antitumorali, Roche continua a sviluppare costantemente nuovi test diagnostici che avranno un impatto significativo sulla gestione della malattia nei pazienti affetti da cancro. All’interno del gruppo Roche sono in corso più di 350 collaborazioni a livello farmaceutico e diagnostico, di cui oltre la metà in ambito oncologico.

Con un ampio portfolio di marcatori tumorali per il cancro della prostata, del colon-retto, del fegato, dell’ovaio, della mammella, dello stomaco, del pancreas e del polmone, nonché una gamma di test oncologici molecolari e su tessuto, che oggi contribuiscono alle cure oncologiche personalizzate, Roche sta aprendo la strada verso una nuova era di innovazione nella lotta contro il cancro.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Medicinale sottoposto a monitoraggio addizionale. Ciò permetterà la rapida identificazione di nuove informazioni sulla sicurezza. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta.

Vacanze estive: i consigli per trascorrerle al meglio

Estate ed infezioni pediatriche

Nasi all’insù alla ricerca del sole e del caldo perduti. O meglio, non ancora arrivati. Da qualche giorno è arrivata l’estate, ma la bella stagione, rimasta in letargo un po’ più del solito, ha finalmente deciso di fare la propria comparsa sull’Italia?

Forse si. E con lei, trovano spazio le alte temperature e le tanto desiderate vacanze: per i grandi ma soprattutto per i più piccoli.

Nella memoria di molti, però, il termine “vacanze”, oltre alle reminiscenze di gite, viaggi ed esperienze, si associa a quello meno gradevole di compiti. Compiti che, per molti insegnanti, erano vere e proprie imposizioni, sottoposte a rigida verifica all’inizio del nuovo anno. Per un bambino, che ha diritto al meritato riposo, soprattutto dopo prove ed esami, oggi il periodo delle vacanze estive ha un ‘nemico’ da prevenire: si tratta della noia, spesso frutto della monotonia e della mancanza di interessi.

Quale potrebbe essere allora un approccio equilibrato per far sì che, a prescindere dai tanto odiati compiti, i bambini affrontino le proprie vacanze in maniera serena, collezionando ricordi costruttivi, diversificando le attività e facendo tesoro delle varie esperienze?

Innanzitutto è bene evitare la ripetitività: alcuni centri estivi offrono di base programmi articolati, ma bisognerebbe non delegare totalmente ad essi la gestione del tempo del bambino, al quale sarebbe utile proporre attività alternative, come una gita, la visita a un parco naturale o qualcosa da organizzare in base ai suoi desideri. Allo stesso tempo i genitori dovrebbero evitare di incorrere in sensi di colpa (non devono pensare di “abbandonarli” se li iscrivono a centri o college estivi) e mantenere la stessa rigidità di orari del periodo scolastico: premesso che dopo la fine degli impegni scolastici occorre una settimana per recuperare le energie psicofisiche, per il bambino è utile poter contare su una maggiore elasticità, che tra l’altro gli può servire anche come opportunità per imparare a gestire i propri tempi” – spiega il Dott. Piercarlo Salari, pediatra a Milano e responsabile del Gruppo di lavoro per il sostegno alla genitorialità SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale).

La vita all’aria aperta è fondamentale complici le lunghe giornate estive, naturalmente con l’accortezza della necessaria protezione dal sole. È però ottimale stimolare il bambino a svolgere ciclicamente più attività, alternando tra quelle dinamiche e quelle sedentarie, in cui è giusto dare spazio alla fantasia: dal disegno alla pittura, dalla creazione di oggetti fino all’ideazione di nuove ricette o elaborazione di piatti. Le indicazioni per l’estate su quello che i bambini possono fare sono comunque diverse da bambino a bambino in base a dove trascorrerà le vacanza, il tempo che vi passerà e cosa farà. Per evitare che i piccoli vengano travolti dalle troppe attività, consiglio di lasciare loro spazio per un riposino pomeridiano. Una tranquilla vita in pineta, ad esempio, può essere una valida alternativa al mare. L’estate deve infatti essere caratterizzata da momenti di relax” – aggiunge il Dott. Leo Venturelli, Pediatra di Famiglia di Bergamo, referente per l’Educazione sanitaria e la comunicazione della SIPPS.

E lo sport?

Oltre ad essere gradito e concordato con il bambino lo sport deve essere commisurato alle sue performance, evitando inutili eccessi. Per i più timidi possono essere indicate attività di squadra che implicano un ruolo, come la pallavolo o la pallacanestro; per quelli più intraprendenti gare in cui però l’agonismo deve essere sempre subordinato alla lealtà e al rispetto di regole e valori; per quelli con uno spirito analitico e riflessivo il tiro con l’arco può essere un buon compromesso tra coordinamento muscolare e affinamento della concentrazione, mentre per i più estroversi e fantasiosi si possono ipotizzare ritrovi per fare musica o recite improvvisate” – afferma il Dott. Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Spazio, ovviamente, alla cultura. Un buon libro da leggere non dovrebbe mai mancare, ma come fare con smartphone, computer e televisione?

In primo luogo i genitori dovrebbero cercare di regolamentare la durata del loro utilizzo, concordando semplici regole, come spegnere cellulare e tv a tavola, assegnare uno spazio giornaliero, promuovere le relazioni personali piuttosto che le chat. In secondo luogo, questi strumenti potrebbero essere utilizzati in maniera intelligente: ad esempio per scattare fotografie o registrare filmati per catturare angoli e dettagli della natura, oppure immortalare sensazioni, paesaggi o scenari suggestivi” – conclude il Dott. Di Mauro.


GAS Communication

Malattia di Alzheimer: è una “epidemia sociale” …

Malattia di Alzheimer - epidemia sociale

Una vera e propria “epidemia” sanitaria e sociale, con oltre 600.000 mila pazienti, destinati rapidamente ad aumentare, e un impatto crescente sul sistema sociale ed economico dell’Italia, Paese più longevo d’Europa, con 13,4 milioni di ultrasessantenni, pari al 22% della popolazione.

È lo scenario della malattia di Alzheimer, una delle grandi patologie cronico-degenerative delle società contemporanee, che non compromette solo la memoria e altre facoltà cognitive dei pazienti, ma assorbe risorse, sottrae tempo, intacca salute e prospettive di lavoro dei caregiver.

Lo confermano anche i dati della terza ricerca realizzata di recente dal Censis con l’AIMA (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer): i costi diretti dell’assistenza in Italia ammontano a oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Il costo medio annuo per paziente è pari a 70.587 euro e comprende i costi a carico del Servizio sanitario nazionale, quelli sostenuti direttamente sulle famiglie i costi indiretti come gli oneri di assistenza, i mancati redditi da lavoro dei pazienti, etc. Le famiglie si fanno carico sempre più spesso delle attività di cura e sorveglianza, sacrificando salute e lavoro: solo il 56,6% dei pazienti è seguito da una struttura pubblica, mentre il 38% delle famiglie deve ricorrere a una badante, attingendo per lo più a risorse proprie. Di fronte a un impatto sempre meno sostenibile, sicuramente è l’intero modello assistenziale che andrebbe ripensato, potenziando la rete dei servizi e prevedendo interventi a sostegno del malato e dei caregiver. Accanto a questo approccio sinergico, un ruolo cruciale lo potrebbe avere la ricerca scientifica, poiché la scoperta di un farmaco, capace di ritardare di soli 5 anni lo stato di perdita dell’autosufficienza del paziente, avrebbe un impatto significativo sui costi sociali e sanitari.

È l’indicazione su cui concordano decisori istituzionali, specialisti e rappresentanti di pazienti e famiglie che si sono confrontati a Roma nel maggio scorso, in occasione del Corso di Formazione Professionale “Malattia di Alzheimer, cronaca di un’epidemia sociale. Tra terapie e assistenza, oltre i luoghi comuni promosso dal Master della Sapienza Università di Roma ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’, con il supporto di Lilly.

Il livello di civiltà di un Paese si misura anche dall’attenzione nei confronti dei pazienti affetti da disturbi che riguardano il cervello, che necessitano di un livello di assistenza molto più complesso rispetto ai pazienti affetti da altre patologie intervenire precocemente, diagnosticare la malattia nelle fasi iniziali rallentando il processo neurodegenerativo è di fondamentale importanza. Si stima infatti che, se non ci saranno investimenti in prevenzione e trattamento, solo per la malattia di Alzheimer si passerà dai 36 milioni di casi attuali nel mondo ai 115 milioni del 2050, con un aumento vertiginoso dei relativi costi sanitari. L’AIFA e le Agenzie regolatorie di tutto il mondo stanno lavorando per agire non solo sulle procedure autorizzative favorendo, ad esempio, percorsi adattivi o condizionali per consentire un accesso alle cure anticipato, ma anche sulla consulenza scientifica lungo tutte le fasi dello sviluppo clinico” – ha affermato Mario Melazzini, Presidente AIFA.

La malattia di Alzheimer è processo degenerativo che consiste nella progressiva perdita di neuroni e si manifesta con il declino anch’esso progressivo della memoria e di altre funzioni cognitive, come ad esempio la capacità di formulare e comprendere i messaggi verbali o di compiere correttamente alcuni movimenti volontari. L’età è il principale fattore di rischio: la prevalenza, molto bassa sotto i 65 anni, cresce con il progredire degli anni (35% a 80-90 anni). Le cause della malattia non sono chiare, ma è accertato un anomalo deposito della proteina amiloide a livello cerebrale.

A ragione la demenza, di cui l’Alzheimer rappresenta il 60-70% dei casi, è definita un’epidemia lo è dal punto di vista sanitario in quanto i numeri delle demenze sono in drammatico aumento, un milione i malati solo in Italia, e raddoppieranno nei prossimi vent’anni, e lo è dal punto di vista sociale, perché la malattia di Alzheimer non colpisce solo il paziente, ma coinvolge la famiglia e la società a causa dei costi assistenziali e sociali elevatissimi che ricadono quasi per intero sul nucleo famigliare, poco supportato dai servizi che sono molto difformi sul territorio nazionale” – ha affermato Rossella Liperoti, Geriatra dell’Unità Valutativa Alzheimer, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Secondo l’indagine CensisAIMA il caregiver dedica al malato di Alzheimer mediamente 4,4 ore al giorno di assistenza diretta e 10,8 ore di sorveglianza. Il 40% dei caregiver, pur essendo in età lavorativa, non lavora e la percentuale dei disoccupati è del 10%, triplicata rispetto a soli 10 anni fa. L’impegno del caregiver determina conseguenze anche sul suo stato di salute, in particolare tra le donne: l’80,3% accusa stanchezza, il 63,2% non dorme a sufficienza, il 45,3% afferma di soffrire di depressione, il 26,1% si ammala spesso.

A tutt’oggi, non vi sono terapie in grado di prevenire o curare la malattia di Alzheimer: alcuni farmaci vengono utilizzati per alleviare certi sintomi quali l’agitazione, l’ansia, la depressione, le allucinazioni, la confusione e l’insonnia. Questi farmaci sono efficaci per un numero limitato di pazienti e per un periodo limitato nel tempo, e possono causare effetti collaterali indesiderati. Alla terapia farmacologica si affiancano le terapie di riabilitazione (ad esempio la terapia occupazionale, la musicoterapia, etc.) che hanno lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del paziente.

Nonostante siano in corso molte ricerche e siano stati fatti significativi passi avanti nella ricerca farmacologica, ancora non abbiamo una cura in grado di modificare la storia naturale della malattia, arrestando o rallentando il processo degenerativo: a questo obiettivo mirano le cosiddette terapie “sperimentali” – messe a punto e studiate da diverse aziende farmaceutiche – come quelle che agiscono direttamente sui meccanismi coinvolti nell’accumulo di beta-amiloide.

Il contributo della ricerca sta in due parole: “la cura”, che blocchi o rallenti la malattia ricordiamo che l’Alzheimer è una patologia multifattoriale, e i ricercatori lavorano su molteplici filoni con molecole che possano contrastare la beta-amiloide, la proteina Tau, i processi di ossidazione, i metalli pesanti come il rame libero. Alla fine, come è accaduto per l’AIDS, non avremo un singolo farmaco efficace ma un cocktail di farmaci orientati verso potenziali bersagli. Il punto cruciale però è un altro: serve un cambio di paradigma nell’identificare i potenziali malati, questa malattia infatti si instaura almeno vent’anni prima della comparsa dei sintomi iniziali, il cervello riesce a contrastarla per lungo tempo” – ha detto Paolo Maria Rossini, Direttore dell’istituto di Neurologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

La ricerca farmacologica è però solo un aspetto della risposta integrata necessaria per affrontare la sfida della malattia di Alzheimer: altrettanto importante è mettere a punto un possibile modello di gestione della patologia e delle sue ricadute socio-sanitarie, per arrivare a un percorso adeguato affinché pazienti e caregiver non vengano più lasciati soli.

Non dimenticare chi dimentica” è lo slogan che sintetizza l’impegno dispiegato in questa direzione dall’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer che, oltre a offrire supporto a pazienti e caregiver, è impegnata in una riflessione sul sistema del welfare, per “inventare” soluzioni, suggerire e proporre modifiche e cambiamenti a tutela di pazienti e familiari.

I dati della terza indagine realizzata dal Censis con l’AIMA, che ha analizzato l’evoluzione negli ultimi 16 anni della condizione dei malati di Alzheimer e dei loro familiari, confermano il carico non solo psicologico e sociale ma anche economico gravante sulle famiglie: ciò rende ancora più urgente la costruzione di una rete territoriale di servizi adeguati per sostenere le famiglie nel lungo percorso di malattia purtroppo nel nostro Paese soltanto alcuni territori, in poche regioni, offrono una reale integrazione tra sanità e assistenza, che mette il paziente e la famiglia al centro di una rete virtuosa e competente” – ha spiegato Patrizia Spadin, Presidente AIMA.

Insomma, se lo scenario si profila drammatico, non mancano in Italia modelli e buone pratiche da replicare per affrontare l’emergenza attuale e quella futura. Per concretizzarli occorre però l’impegno sinergico tra tutti gli attori finalizzato a una strategia di azioni sostenibili in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti e dei loro caregiver: dalla prevenzione alla diagnosi certa, dai trattamenti farmacologi al percorso assistenziale adeguato ai bisogni.

PRO Format Comunicazione

Vaccini: colpa di disinformazione e “falsi miti”

Vaccini, colpa di disinformazione e falsi miti

Roma: una bambina di 4 anni muore per un’encefalite causata dal morbillo. Bologna: una neonata di soli 28 giorni muore di pertosse. E ancora Roma: tre lattanti di 2, 3 e 5 mesi colpiti da meningite da Haemophilus Influenzae di tipo B. Questi alcuni dei più rilevanti casi italiani che hanno portato alla ribalta della cronaca malattie infettive considerate pressoché sconfitte grazie alle vaccinazioni, ma che sono ricomparse numerose in tutta Europa. La comunità scientifica è compatta nell’individuare la causa: l’Italia è tra i Paesi meno virtuosi in tema di vaccinazioni e le coperture sono oggi in preoccupante calo.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute, le coperture vaccinali per malattie come poliomielite, tetano, difterite ed epatite B oggi sono al di sotto del 95% (la soglia di sicurezza) e la copertura scende sotto la soglia dell’86% per morbillo, parotite e rosolia, patologie per cui, secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Pediatria, oltre 358.000 bambini non sono stati vaccinati negli ultimi 5 anni.

La vaccinazione rappresenta uno degli interventi di sanità pubblica maggiormente efficaci e sicuri – spiega Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanitàattraverso la cosiddetta immunità di gregge, anche i non vaccinati beneficiano degli effetti positivi della vaccinazione, sempre che la copertura sia superiore alla soglia del 95%, al di sotto della quale l’agente patogeno continuerebbe a circolare. Il calo delle vaccinazioni costituisce un grave pericolo per la salute di tutti: per fare un esempio, la mancata vaccinazione antinfluenzale di tantissimi anziani dopo un falso allarme sui rischi del vaccino è stata una delle cause del “boom” di mortalità nel 2015”.

Secondo l’OMS i vaccini sono in grado oggi di salvare 2,5 milioni di vite l’anno nel mondo, eppure il valore della prevenzione vaccinale non è adeguatamente compreso e rischia di essere seriamente in pericolo a causa della disinformazione e di falsi miti che, seppur privi di base scientifica, riescono ad “attecchire” sull’opinione pubblica.

L’informazione sui vaccini, il ruolo sociale dei media e la corretta informazione scientifica nell’era digitale sono stati al centro del Corso di Formazione Professionale La corretta informazione a tutela della salute di tutti: il ‘caso’ vaccini, tra falsi miti e pregiudizi”, promosso dal Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Sanofi Pasteur MSD.

Le vaccinazioni costituiscono un intervento preventivo di fondamentale importanza a tutela della salute per tutte le età della vita. A causa di emotività e vulnerabilità su cui la cattiva informazione riesce a far leva instillando dubbi e sollevando timori, i genitori di bambini in età pediatrica rappresentano i soggetti maggiormente influenzati ed “esitanti”.

Le vaccinazioni in età pediatrica sono indispensabili poiché i vaccini praticati riguardano malattie per le quali le cure disponibili non sono efficaci – dichiara Alberto Villani, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Pediatria Generale e Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma – un esempio è la meningoencefalite per la quale, nonostante i progressi fatti per ciò che riguarda le terapie intensive, la mortalità è rimasta invariata. Bisogna superare l’ignoranza e la diffidenza e per questo è necessario avvalersi di fonti certificate, identificabili e autorevoli. Quanto ai medici e ai pediatri, la Società Italiana di Pediatria sta facendo tutto il possibile perché la cultura vaccinale sia sentita e diffusa. È fondamentale l’educazione così come l’alleanza tra sanità, stampa e magistratura”.

Anche in età adolescenziale le vaccinazioni sono fondamentali: il vaccino contro il Papilloma Virus umano (HPV) è in grado di proteggere ragazzi e ragazze da vari tipi di cancro, come il tumore del collo dell’utero, il cancro anale, le lesioni precancerose di cervice, ano, vulva e vagina e i condilomi genitali.

Nel piano vaccinale è prevista la vaccinazione contro HPV per le femmine di 12 anni di età ma alcune Regioni hanno ampliato a più classi d’età (17 e 25 anni) e hanno anche previsto i maschi di 12 anni – spiega Michele Conversano, Direttore del Dipartimento Prevenzione di ASL di Tarantotutto questo è stato facilitato sia dalla riduzione del costo del vaccino contro il Papilloma Virus sia dalla semplificazione della schedula di somministrazione (due dosi invece di tre). Allargando ai maschi questa vaccinazione, oltre a prevenire le malattie da HPV nel maschio stesso, si interviene riducendo il serbatoio infettivo. Adesso attendiamo il nuovo Piano Nazionale Vaccini nel quale la vaccinazione dovrebbe essere offerta a maschi e femmine gratuitamente in tutte le Regioni: le ricadute positive sarebbero molto rilevanti”.

La pratica vaccinale in età adulta è legata principalmente ai vaccini antinfluenzali, verso i quali spesso c’è scetticismo, talvolta anche da parte degli operatori sanitari.

La vaccinazione nell’adulto-anziano rimane una strategia sanitaria sottoutilizzata – sottolinea Graziano Onder, Ricercatore del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica di Romaanche verso la vaccinazione antinfluenzale, sicura, e fortemente raccomandata, la sensibilità rimane bassa, con una percentuale di vaccinazione ridotta. Anche altre patologie invalidanti e/o in grado di ridurre la qualità di vita in una persona anziana, come herpes zoster e polmonite pneumococcica, sono prevenibili tramite immunizzazione con vaccini testati, validati e sicuri; se l’influenza causa, in Italia, circa 8.000 decessi/anno attribuibili direttamente o indirettamente alla sua infezione, si stima che l’infezione da polmonite pneumococcica, per la quale la vaccinazione è poco diffusa (probabilmente sia per superficialità medica che per scarsa informazione) faccia 1,6 milioni di vittime ogni anno. Decessi evitabili con un semplice vaccino da somministrare dopo i 65 anni”.

La comunicazione in ambito vaccinale ha sempre rivestito un ruolo cruciale nel processo di accettazione o resistenza verso le pratiche vaccinali, ma negli ultimi anni l’avvento del Web ha moltiplicato la velocità e la quantità delle informazioni disponibili, facilitando la pubblicazione di dati spesso errati e privi di base scientifica.

La principale criticità informativa è costituita dai siti contrari alle vaccinazioni, che rappresentano il 35% delle fonti informative sul web quando si utilizzano le parole chiave “vaccino/i” e “vaccinazione/i” – spiega Antonio Ferro, Direttore Sanitario dell’Azienda ULSS 22 Bussolengo (VR) e responsabile del sito web VaccinarSìattraverso argomentazioni di carattere pseudo-scientifico o attraverso vere e proprie “bufale mediatiche” questi siti catturano l’attenzione di persone e famiglie non necessariamente contrarie alle vaccinazioni, che cercano risposte in merito alla sicurezza, ai calendari vaccinali e ai nuovi vaccini. Ritengo fondamentale che i mass-media facciano rete con gli operatori sanitari e che si crei una fitta rete di messaggi positivi e significativi sulle vaccinazioni, affinché si riesca ad aiutare il pensiero critico della nostra popolazione”.

Il dibattito sulle vaccinazioni è ampliamente presente anche su social network, blog e forum, dove i genitori condividono dubbi, perplessità e diffidenza: in queste “piazze virtuali” spesso le informazioni non sono verificate e viaggiano senza filtri.

La cattiva informazione relativa alla sicurezza e all’efficacia delle vaccinazioni e all’incontrollata diffusione di tesi senza alcuna base reale – spiega Roberto Burioni, Professore ordinario della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milanoè un chiaro esempio della natura “orizzontale” di Internet, che intrinsecamente pone sullo stesso livello qualunque fonte. L’avversione alle pratiche vaccinali è tanto antica quanto i vaccini, ma le nuove modalità di comunicazione fanno emergere nuove problematiche estremamente complesse riguardo alla libertà di opinione ed alla necessità di garantire un falso pluralismo in presenza di affermazioni riconosciute false in modo unanime dalla comunità scientifica, ma capaci di indurre comportamenti pericolosi per il singolo e per la società”.

Per il sistema-Italia, non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta un costo rilevante non solo in termini di salute pubblica, ma anche economici: uno studio (Cicchetti, Mennini et al, 2010) ha evidenziato come il costo complessivo per l’influenza, tra spese del SSN, dell’INPS, delle aziende e delle famiglie (costi diretti ed indiretti), sia pari a circa 2,86 miliardi di euro; vaccinando tutta la popolazione maggiore di 18 anni, i costi complessivi si ridurrebbero a 1,56 miliardi.

L’utilizzo dei vaccini per prevenire malattie in bambini, adulti e anziani si traduce in un numero minore di visite mediche, esami diagnostici, trattamenti, ricoveri ospedalieri e, di conseguenza, in notevoli risparmi sui costi sanitari. La vaccinazione svolge un ruolo importante anche nella prevenzione dei tumori, come, per esempio, nel caso dei vaccini contro l’HPV, che a causa delle patologie ad esso correlate costa al SSN italiano 291 milioni di euro all’anno. Non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta, a fronte di un limitato risparmio legato all’acquisto e alla somministrazione dei vaccini, un costo più rilevante tanto in termini di salute (qualità della vita) quanto in termini economici (costi diretti e indiretti)” – spiega Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Direttore del Centre for Economic Evaluation and HTA (EEHTA) del CEIS, Università di Roma Tor Vergata.


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