Archivio per agosto 2016

Tecniche di conservazione della fertilità

consulto medico

L’equipe medica multidisciplinare del Centro di Oncofertilità (andrologo, ginecologo, oncologo, endocrinologo, ematologo, psicologo) deve possedere le competenze che gli permettano di stimare il rischio di infertilità per ciascun trattamento e valutare quando tale rischio risulti sufficientemente elevato da dover ricorrere alla conservazione dei gameti prima dell’inizio delle terapie.

Il maggiore problema biologico della crioconservazione cellulare è rappresentato dal possibile danno sui meccanismi di controllo delle attività molecolari. Infatti, tutti i processi vitali si svolgono grazie a modificazioni biochimiche che avvengono grazie a movimenti molecolari in ambiente acquoso. Se l’acqua intra ed extra cellulare viene trasformata in ghiaccio per bloccare gli spostamenti molecolari, e se il sistema biologico può essere successivamente riportato a temperatura ambiente senza che si verifichino danni cellulari, è possibile creare uno stato di “animazione sospesa”, che consente la conservazione delle cellule per periodi di tempo variabili. Perché ciò avvenga è necessario seguire specifiche procedure. Infatti, le cellule vitali esposte a basse temperature subiscono danni irreversibili che ne provocano la morte. Per ovviare a tali danni si ricorre in criobiologia a metodologie (uso di sostanze crioprotettive e idonei tempi e procedure di congelamento e scongelamento) che proteggano il materiale biologico dallo shock termico.

La conservazione della fertilità maschile

La crioconservazione del seme o del tessuto testicolare rappresenta una tecnica che permette di conservare i gameti maschili per un tempo indefinito a -196°C e rappresenta uno strumento per i pazienti che si sottopongono a trattamenti medici o chirurgici potenzialmente in grado di indurre sterilità e per i pazienti affetti da azoospermia secretoria o escretoria che possono accedere alle tecniche di fecondazione assistita.

Per quanto riguarda l’uomo è possibile crioconservare le seguenti matrici biologiche:

  • liquido seminale;
  • spermatozoi prelevati mediante aspirazione testicolare o epididimaria;
  • frammenti di parenchima testicolare.

Il paziente che crioconserva il proprio seme deve essere sottoposto ad uno screening infettivologico al fine di evitare la potenziale dispersione di microorganismi nel contenitore di crioconservazione ed il potenziale inquinamento degli altri campioni seminali in esso contenuti. La crioconservazione del liquido seminale, come per tutte le cellule e tessuti di origine umana ad uso clinico, può effettuarsi solamente in presenza di indicazioni mediche.

I pazienti oncologici in età fertile trovano nella crioconservazione del seme, non solo la speranza di una fertilità futura, ma anche un sostegno psicologico per affrontare le varie fasi dei protocolli terapeutici. I progressi nella terapia anti-neoplastica e le sempre più sofisticate tecniche di fecondazione assistita hanno aperto nuove possibilità riproduttive per il maschio infertile e, quindi, la crioconservazione del seme si impone anche nei casi di liquidi seminali gravemente alterati che non avrebbero avuto nessuna possibilità di fecondare in epoca pre-ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi).

La conservazione della fertilità femminile

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attualmente esistenti in Italia per le giovani pazienti che devono sottoporsi a trattamenti antitumorali sono rappresentate da:

· Criopreservazione degli ovociti

La tecnica è indicata in pazienti che hanno la possibilità di rinviare il trattamento chemioterapico di 2 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. La durata può arrivare a 15 giorni, durante tale periodo la paziente deve sottoporsi a ecografie trans-vaginali e dosaggi seriati di 17-beta estradiolo per stabilire il momento opportuno per indurre l’ovulazione e programmare il prelievo eco-guidato degli ovociti.

Nei protocolli standard l’induzione della crescita follicolare multipla inizia nei primi giorni della fase follicolare ed è quindi necessario attendere la comparsa del ciclo mestruale, cosa che in alcuni casi può ulteriormente ritardare l’inizio della chemioterapia. Per le pazienti oncologiche, sono stati quindi proposti dei protocolli che prevedono l’inizio della stimolazione in qualsiasi giorno del ciclo mestruale in cui si trovi la paziente al momento della decisione di intraprendere una preservazione della fertilità con congelamento ovocitario. Per donne con tumori ormonoresponsivi come per le pazienti affette da carcinoma della mammella e dell’endometrio sono stati sviluppati approcci alternativi di stimolazione ormonale che utilizzano tamoxifene/letrozolo, così da ridurre il rischio potenziale di esposizione ad elevate concentrazioni di estrogeni.

· Criopreservazione di tessuto ovarico

Si tratta di una tecnica ancora sperimentale che ha il vantaggio di non richiedere una stimolazione ormonale e offre prospettive per preservare sia la funzione riproduttiva sia quella ormonale. Può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale e permette quindi di evitare il ritardo nell’inizio del trattamento chemioterapico.
La corticale dell’ovaio contenente gli ovociti viene conservata in azoto liquido per poi poter essere reimpiantata nella donna dopo la fine dei trattamenti oncologici permettendole una ripresa sia della funzione ormonale che riproduttiva.

Il tessuto ovarico destinato alla crioconservazione viene prelevato nel corso di un intervento di laparoscopia, trasportato in mezzi di coltura in laboratorio e quindi tagliato in strisce di pochi millimetri di dimensioni, criopreservate e conservate in contenitori di azoto liquido a -196°C fino allo scongelamento e successivo reimpianto nella paziente alla completa remissione della malattia neoplastica.

· Soppressione gonadica con analogo LH-RH

La somministrazione di analoghi LH-RH durante la chemioterapia, riducendo la secrezione di FSH (ormone follicolo-stimolante), sopprime la funzione ovarica e potrebbe quindi ridurre l’effetto tossico della chemioterapia. Questa tecnica può essere eseguita contestualmente alla chemioterapia evitando rinvii sull’inizio della terapia oncologica sebbene comporti un temporaneo rialzo dei livelli ematici di estrogeni nella fase successiva alla prima somministrazione.

· Trasposizione ovarica

Questa tecnica consiste nello spostare chirurgicamente le ovaie lontano dal campo di irradiazione, durante il trattamento chirurgico della neoplasia. Le ovaie vengono in genere fissate nelle fosse paracoliche con sutura non riassorbibile e clip metalliche per consentire la loro identificazione da parte del radioterapista. Il tasso di successo della ovariopessi, valutato come preservazione della funzione mestruale, arriva al 70%. Il fallimento di questa tecnica dipende dall’età della paziente, dalla possibile dispersione di radiazioni al tessuto gonadico e dalla possibile alterazione della perfusione ovarica. Il riposizionamento delle ovaie al termine del trattamento non è sempre necessario.

· Terapia chirurgica conservativa

Nei tumori ginecologici è proponibile in casi in cui è possibile eseguire un’accurata e completa stadiazione soprattutto in pazienti in età riproduttiva desiderose di concepimento, molto motivate e disponibili a uno stretto follow-up in centri oncologici con esperienza e protocolli di follow-up adeguati.

Fonte | Ministero della Salute – Direzione generale della prevenzione sanitaria

Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità – Contributo per il piano nazionale per la fertilità

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Come eliminare i pidocchi

Con il termine pidocchi, s’indica in gergo popolare la presenza della cosiddetta pediculosi, ovvero una forma di parassitismo che può colpire la cute della pelle, in particolare nelle zone che presentano una peluria piuttosto densa come capo o pube. Il nome scientifico di questo parassita è Pediculus humanus capitis, esso è lungo circa 2 millimetri, presenta 6 sei zampe munite di artigli per attaccarsi al capello, è di colore grigio e vive circa 30 giorni. Le cause del sopraggiungere di questa fastidiosa ed odiosa forma di parassitismo sono varie, essenzialmente causate dalla vicinanza con soggetti già infetti. E’ molto semplice, infatti che i pidocchi si mischino, tra uomo ed uomo, ecco perché uno dei luoghi in cui maggiormente si corre il rischio di mischiarli è a scuola, data la vicinanza e lo stretto rapporto che i bambini instaurano tra loro all’interno di una classe, per lo stesso motivo sono a rischio comunque tutte le situazioni che prevedono una assidua vicinanza tra più soggetti.

Sintomi, come riconoscere i pidocchi | Vediamo quali sono i sintomi più diffusi che hanno luogo in presenza dei pidocchi. Il primo sintomo e quello più noto è un forte prurito al capo. Questo perché i parassiti si nutrono di sangue umano e per poter succhiarlo al meglio, iniettano nel proprio pungiglione una sostanza anticoagulante e che funge da vasodilatatore che provoca questa sensazione di estremo prurito. In generale i pidocchi stanziano sul cuoio capelluto, in particolare posandosi all’altezza della nuca ed immediatamente dietro le orecchie, zona in cui possono anche depositare  le uova che si presentano sottoforma di pallini biancastri, più facilmente riconoscibili dei parassiti. Ultimo segno per appurare la presenza di pidocchi è ispezionare il cuscino: chi ne è contagiato potrà frequentemente trovare della polverina nera, ovvero residui escrementali dei pidocchi stessi.

Come eliminare i pidocchi | Esistono vari metodi consigliati e prescritti per l’eliminazione dei pidocchi. I risultati dipendono comunque molto  dal grado di diffusione dei parassiti, quindi  sarebbe importante riconoscere la loro presenza tempestivamente, cosa non sempre facile soprattutto quando ad esserne colpiti sono i bambini. Ad ogni modo la prima cosa da fare se si ha certezza o solo il sospetto della presenza dei pidocchi sarebbe recarsi da un dermatologo che possa indicare la cura più adatta per il soggetto colpito e la terapia preventiva per i soggetti che sono stati a stretto contatto con lui. Tra i rimedi più efficaci contro i pidocchi vi sono:

Balsamo e pettine | Uno dei metodi più semplici ma anche più efficaci, si basa sull’utilizzo di un pettinino specifico, la cui particolarità è avere denti strettissimi, che si può acquistare in qualsiasi farmacia, abbinandolo ad un semplice balsamo. Il procedimento è il seguente:applicate su capelli inumiditi un balsamo liquido poi prendete il pettinino  e spazzolate con estrema cura ogni ciocca di capelli partendo dalla radice fino ad arrivare alle punte, ed infine sciacquate i capelli con acqua. Il procedimento va ripetuto ogni 2 giorni per almeno 10 giorni.

Shampoo insetticida | Sempre in farmacia è possibile acquistare uno shampoo specifico contro i pidocchi, Attenzione però al prodotto che si acquista infatti da un lato è ormai accertato che questi odiosi parassiti abbiano sviluppato una certa resistenza ai trattamenti a bassa tossicità, motivo per cui bisognerebbe comprare prodotti a base di malathion, che vanno però utilizzati con estrema cautela in quanto sono simili ai pesticidi. Nessun prodotto comunque  garantisce la perfetta riuscita dell’eliminazione dei pidocchi, per cui è necessario togliere le uova ad una ad una.

Rimedi naturali | Esistono infine dei rimedi naturali  che possono rivelarsi efficaci almeno quanto gli altri  prodotti sul mercato. Lavate  i capelli con dell’aceto, poi risciacquate abbondantemente. Ripetete questa operazione per un paio di volte a settimana e vedrete che il ph acido dell’aceto potrà riuscire a debellare completamente le uova dal fusto del capello. L’aceto però non ha effetto sui pidocchi già adulti, che vanno combattuti con lozioni a base di alcol benzilico, che provoca l’asfissia dei parassiti.

Consigli e suggerimenti | Purtroppo non esistono rimedi preventivi ai pidocchi. Essi non sono segno di sporcizia, in quanto anche se si è particolarmente puliti, è possibile che i parassiti riescano a stabilirsi sul cuoio capelluto, semplicemente a causa della  vicinanza con soggetti infetti. Il passaggio avviene tramite contatto tra capelli (i parassiti si muovono tra/sui capelli come su liane) o tramite scambio di oggetti relativi ai capelli (cappello, pettine,etc.). In presenza di una situazione difficile da sostenere, l’unico rimedio invincibile è quello di tagliare completamente a zero i capelli, anche se soprattutto per le femminucce, ciò può essere mortificante.

Il trattamento della malattia di Alzheimer

Alzhemer

A tutt’oggi, non vi sono terapie in grado di prevenire o guarire la Malattia di Alzheimer ma alcuni farmaci vengono utilizzati per alleviare certi sintomi quali l’agitazione, l’ansia, la depressione, le allucinazioni, la confusione e l’insonnia. Questi farmaci sono efficaci per un numero limitato di pazienti e per un periodo limitato nel tempo, e possono causare effetti collaterali indesiderati.

La terapia farmacologica è solitamente integrata con terapie di riabilitazione (ad esempio la terapia occupazionale, la musicoterapia, etc…) con lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del malato e migliorarne la qualità di vita.

Il trattamento della malattia di Alzheimer può essere pertanto distinto in:

  • farmacologico (terapie sintomatiche per il deficit cognitivo, per i disturbi del comportamento, per il disturbo del sonno e per i sintomi ansioso-depressivi)
  • non farmacologico.

Trattamento farmacologico

Le terapie sintomatiche per il deficit cognitivo sono di due tipi, a seconda della loro azione sui sistemi dell’acetilcolina e del recettore N-Metil-D-Aspartato (NMDA) del glutammato.

Donepezil, rivastigmina e galantamina, disponibili in commercio in Italia, sono farmaci che inibiscono l’enzima responsabile della distruzione dell’acetilcolina, un neurotrasmettitore responsabile della trasmissione di messaggi da una cellula all’altra, fondamentale nei processi di memoria. Questi farmaci hanno evidenziato anche la capacità di rallentare temporaneamente la progressione dei sintomi; non esiste, invece, alcuna dimostrazione che questi farmaci fermino o facciano regredire il processo di deterioramento cellulare.

La memantina, anch’essa disponibile in Italia e rimborsata dal SSN, è un antagonista non competitivo del recettore NMDA del glutammato. Alti livelli di glutammato causano la perdita dei neuroni corticali (eccitotossicità): la memantina riduce gli effetti tossici causati da elevate concentrazioni di glutammato. La memantina, inoltre, è indicata per il trattamento delle fasi moderate e severe della malattia, a differenza degli altri trattamenti disponibili che hanno l’indicazione per le fasi lievi-moderate.

Terapie sperimentali

Le terapie sperimentali vanno ad agire sui meccanismi patogenetici della malattia di Alzheimer, ovvero l’accumulo di beta-amiloide e la sua strutturazione in placche insolubili, con l’obiettivo di modificare la storia naturale della malattia ritardando o arrestando il processo di degenerazione. La loro efficacia appare però limitata alle fasi precoci della malattia (malattia di Alzheimer di grado lieve).

Trattamento non farmacologico

Il trattamento non farmacologico ha lo scopo di stimolare le abilità funzionali residue; rallentare/prevenire la progressione della disabilità; compensare i disturbi di memoria e dell’orientamento; ridurre gli stimoli stressogeni ed evitare la deprivazione sensoriale; rispettare la privacy e le capacità decisionali residue; garantire la sicurezza fisica del malato.

Le principali terapie non farmacologiche adottate sono:

• controllo dei fattori di rischio (dieta, esercizio fisico, mantenimento di hobbies, attività lavorativa ed intellettuale, interazioni sociali);

• terapia di stimolazione cognitiva (‘Memory training’, Training procedurale, Orientation therapy);

• interventi di stimolazione sensoriale ed emotiva (terapia occupazionale e ‘Ri-Orientation Therapy’ (ROT), reminiscenza, terapia di validazione, arte e musicoterapia);

• educazione, formazione e supporto ai caregivers.

Mosquito Day: la festa della zanzara, una giornata per riflettere sulla malaria

Word Mosquito Day

Sabato 20 agosto si è celebrata, come ogni anno, il Mosquito Day, la “Giornata mondiale della zanzara”. Nonostante ronzii e punture siano una compagnia immancabile nelle serate estive, però, questa ricorrenza non vuole festeggiare il massimo picco di attività di questi insetti, ma un evento molto più importante per la salute in tutto il mondo.

Il 20 agosto 1897, infatti, è la data in cui venne scoperto il ruolo della zanzara come vettore della malaria. La scoperta è valsa il premio Nobel al medico inglese sir Ronald Ross, ma per lunghi anni è stata oggetto di contesa con l’Italia, che ne rivendicava la paternità nella persona del medico e zoologo Giovanni Battista Grassi. Gli studi indipendenti dei due scienziati sono, infatti, giunti alla stessa conclusione e hanno trovato nella zanzara anofele la presenza del parassita – il plasmodio – che nel 1880 era stato identificato come responsabile della malaria.

Questa scoperta ha permesso nel corso degli anni di attivare efficaci strategie medico-sanitarie per combattere la diffusione di uno dei principali flagelli delle regioni calde e temperate.
La lotta contro la malaria però è ancora in corso. Si tratta tutt’ora di una delle principali cause di morte infantile in tutto il mondo: ogni due minuti, infatti, un bambino sotto i cinque anni muore di malaria e ogni anno sono oltre 430mila le vittime stimate.

Eppure non è una battaglia senza speranza. Il Mosquito Day deve essere un’occasione per riflettere su quanto si possa e debba ancora fare per debellare questa malattia. Questo è l’obiettivo di Malaria No More UK, organizzazione internazionale no profit, con sede a Londra, fondata per combattere una malattia che miete migliaia di vittime in Africa e che sarebbe prevenibile, con un costo pari a 1,25 euro per trattamento: poco più di un caffè al bar.

Malaria No More UK è in prima linea nel sostegno al Fondo Globale, un organismo multilaterale internazionale che mira a eradicare malaria, tubercolosi e AIDS dal mondo. Il 16 settembre a Montreal si terrà la quinta conferenza per il rifinanziamento del Fondo Globale che mira a raccogliere 13 miliardi di dollari per il triennio 2017-19 e grazie all’impegno di società civile, governi e settore privato, a eradicare la malaria dal mondo come già accaduto in Europa, dal 2015 libera dalla malattia.

L’obiettivo è ambizioso, ma raggiungibile, anche grazie all’impegno dell’Italia, tra i fondatori e principali contributori al Fondo Globale, che si appresta garantire un finanziamento di 130 milioni di euro per il prossimo triennio. L’Italia ha giocato una ruolo di primissimo piano nella nascita del Fondo Globale in occasione del G8 di Genova nel 2001; ha oggi un’occasione irripetibile, quale paese organizzatore del prossimo meeting G7, a maggio 2017 a Taormina, di incidere ancora di più nella lotta a queste malattie, alla povertà e per la salute globale.

La scoperta che la malaria è trasmessa all’uomo dalla puntura di una zanzara Anopheles ha aggiunto alle nostre conoscenze un concetto fondamentale, ovvero che un’infezione trasmessa da vettori – come per altre gravi infezioni virali trasmesse da altre zanzare, quali la febbre gialla o la dengue – va affrontata principalmente con la profonda conoscenza del vettore e attraverso interventi di controllo della popolazione vettoriale, con tutti i mezzi disponibili – che oggi non sono solo gli insetticidi. A ciò devono aggiungersi la prevenzione, con la profilassi comportamentale e farmacologica e gli interventi ambientali, e il miglioramento delle condizioni sociali e sanitarie delle popolazioni a rischio, come per qualunque altra infezione umana”, ha sottolineato Roberto Romi, Primo ricercatore del Dipartimento di malattie infettive, Istituto superiore di sanità.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Chiusi per ferie dal 17 al 20 agosto !!!

Fenicotteri spiccano il volo sul Salar de Uyuni, Bolivia

L’epicondilite: come prevenirla e come curarla

Epicondilite

L’epicondilite è una malattia infiammatoria dei muscoli estensori del polso alla loro origine sull’epicondilo laterale (regione laterale del gomito).

In particolare il principale muscolo ad essere interessato dal processo infiammatorio è l’estensore radiale breve del carpo, anche se in alcuni casi possono essere coinvolte le strutture mio-tendinee dei muscoli estensore radiale lungo del carpo, dell’estensore ulnare del carpo e dell’estensore comune delle dita. I soggetti maggiormente colpiti sono quelli di età compresa tra i 30 e i 55 anni di età senza distinzioni di sesso. Pur essendo chiamata anche “gomito del tennista” il 95% dei soggetti colpiti da questa patologia non sono tennisti, ma persone che per motivi di lavoro o di hobbies, sottopongono il loro gomito a ripetute flessioni ed estensioni oppure ad un’iperattività in pronazione-supinazione (ad esempio: lavorare con un cacciavite, strizzare un panno, il giardinaggio, etc).

Tali movimenti eseguiti più volte in un tempo ravvicinato si traducono in microtraumi ripetitivi che determinano micro-rotture delle giunzioni mio-tendinee dei muscoli suddetti.

La patologia si manifesta sotto forma di un dolore localizzato alla parte esterna del gomito, esacerbato dall’estensione del polso ad avambraccio pronato ed associato occasionalmente ad una difficoltà ad estendere completamente il gomito ed a stringere oggetti con la mano. Non vi sono invece disturbi neurosensoriali associati.

La diagnosi è fondamentalmente clinica, cioè basata su una semplice visita medica. Esami di approfondimento come Rx o Rmn vengono eseguiti solo nei casi dubbi, per escludere altre patologie, che possono mimare i sintomi della epicondilite.

La terapia nei non atleti si basa in primo luogo nella eliminazione delle attività dolorose: evitare i movimenti ripetitivi di pronazione-supinazione o il sollevamento di carichi pesanti è fondamentale per avviare il processo di guarigione. Tali movimenti devono essere eliminati o modificati ad esempio sostituendo una presa in pronazione (dorso della mano rivolto verso l’alto) con una in supinazione controllata (dorso della mano rivolto verso il basso). Inoltre ogniqualvolta sia possibile devono essere utilizzati entrambi gli arti superiori in modo da ridurre l’estensione del gomito, la supinazione e l’estensione del polso forzate.

In secondo luogo la terapia si avvale di trattamenti con ghiaccio (crioterapia:15 minuti ad applicazione per 4-6 volte al giorno) ed antinfiammatori (ad esempio: Ibuprofene 600 mg per 6-7 giorni), che risultano in genere abbastanza efficaci nel ridurre l’infiammazione.

A seconda della gravità è possibile associare ai trattamenti suddetti 10-20 sedute di terapia fisica strumentale (ad esempio: Ultrasuoni, Ionoforesi, Laserterapia, Tecarterapia) combinata con esercizi di stretching passivo (gomito in piena estensione e polso in flessione con leggera adduzione).

Buoni risultati nella cura di questa patologia si sono ottenuti mediante iniezioni locali di cortisone Tuttavia studi recenti hanno evidenziato come i corticosteroidi forniscono un sollievo dal dolore al gomito nel breve periodo, mentre a lungo termine risultano più efficaci la fisioterapia e l’esercizio fisico, che riducono il dolore meno velocemente ma con continuità, quasi azzerandolo.

Recentemente sono state introdotte tra le cure per l’epicondilite le iniezioni locali di gel piastrinico o di acido ialuronico. Queste si sono dimostrate più efficaci nel ridurre i sintomi e ripristinare le funzioni del gomito nel medio – lungo termine, rispetto ai corticosteroidi.

Tuttavia uno studio di meta analisi, condotto di recente, evidenzia come il ridotto numero di studi controllati randomizzati di alta qualità non permette di definire realmente efficaci queste nuove forme di terapia.

Infine, se i sintomi non migliorano dopo 6 – 12 mesi di trattamenti conservativi, è possibile anche intervenire chirurgicamente, andando a rimuovere la porzione malata del muscolo ed a reinserire nell’osso la porzione sana. Esistono due approcci chirurgici diversi: uno aperto, che comporta una piccola incisione sopra il gomito; ed uno chiuso, che prevede l’utilizzo di un artroscopio, cioè una microtelecamera e strumenti miniaturizzati introdotti attraverso mini-incisioni della pelle. La scelta dell’una o dell’altra pratica spetta al chirurgo, che deciderà in base alla gravità dei sintomi, allo stato di salute generale ed alle esigenze personali di ciascun soggetto.

Autore: dott. Sigismondo Brunetto, Fisioterapista, ASP PALERMO

Perchè non bisogna lavare il pollo prima di cucinarlo?

Non lavare pollo crudo

Don’t wash raw chicken” – “Non lavare pollo crudo”- è lo slogan della Food Safety Week 2014, una campagna condotta dalla Food Standards Agency, ente britannico per la sicurezza alimentare.

Vogliamo proteggere te e la tua famiglia da intossicazione alimentare nella tua casa, soprattutto quando si maneggia il pollo. Così, per la Settimana per la sicurezza alimentare, quest’anno vogliamo dire: ‘Non lavare il pollo crudo’. Questo a causa della presenza di un germe alimentare chiamato ‘campylobacter’, la causa più comune di intossicazione da cibo nel Regno Unito. Esso può essere fatale”, si legge in apertura della pagina web della Food Standards Agency.

Secondo l’ente, quando sciacquiamo il pollo in acqua fredda nel lavandino, prima di cucinarlo, il rischio è che alcuni batteri, tra cui appunto il campylobacter, possano diffondersi attraverso gli schizzi di acqua, senza che ce ne accorgiamo (dato che si tratta di organismi microscopici), su utensili, alimenti e stoviglie circostanti, nonché sui nostri abiti; mentre una cottura completa è l’unica ‘arma’ per eliminare ogni batterio presente.

Le intossicazioni alimentari da campylobacter, che in alcuni paesi europei sono notificate più frequentemente di quelle da Escherichia coli, Listeria e Salmonella, causano una serie di sintomi, tra cui dolore addominale e diarrea, febbre e talvolta vomito, per la durata da due a cinque giorni, riferiscono gli esperti, ma possono trascorrere anche 10 giorni prima di sentirsi meglio.

Inoltre, la contaminazione può determinare anche sintomi più gravi, tra cui la sindrome di Guillain-Barré, una condizione del sistema nervoso che può essere letale. Molte persone guariscono senza necessità di trattamenti nell’arco di 2-5 giorni. Tra le terapie, invece, trattamenti per combattere la disidratazione e nei casi più severi la terapia antibiotica.

QuotidianoSanità


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