Archivio per ottobre 2016

Congresso Nazionale AME: gli argomenti trattati.

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Il 15° Congresso dell’Associazione Medici Endocrinologi (AME), si aprirà con uno sguardo allo stato dell’arte dell’endocrinologia nel mondo, – ha spiegato Rinaldo Guglielmi Presidente AME, – ed in special modo verso le zone da cui originano le migrazioni che portano nei nostri ospedali persone del tutto inconsapevoli del proprio stato di salute, di come curarsi e caratterizzate da profonde differenze culturali, religiose e linguistiche. Il Congresso si aprirà con un incontro con l’American Association of Clinical Endocrinologists (AACE) durante il quale gli endocrinologi italiani e gli specialisti provenienti dagli USA, dai Paesi del Golfo e dalla Romania cercheranno di rendere omogeneo, per quanto possibile, l’approccio diagnostico e terapeutico delle patologie della tiroide. Vista anche l’elevata incidenza di queste patologie, l’obiettivo è quello di adattare le raccomandazioni delle Linee Guida AACE-AME 2016 ai diversi sistemi sanitari presenti nei Paesi di origine degli specialisti coinvolti. Un consenso condiviso, ad esempio, è quello relativo alle donne che hanno familiarità di patologia tiroidea e che stanno cercando un figlio, per le quali si raccomanda uno screening della funzionalità tiroidea appena si configura il progetto genitoriale al fine sia di evitare le possibili difficoltà di concepimento e l’abortività che una funzione tiroidea carente può portare, ma anche per assicurare al figlio l’ottimale apporto di ormoni tiroidei materni. Un’altra indicazione è circa la frequenza dei controlli di laboratorio della funzione tiroidea che, in assenza di sintomi e segni che possono giustificare controlli ad hoc, è sufficiente siano fatti una volta l’anno”.

Il Congresso, oltre ad affrontare la maggior parte dei temi scientifici ed organizzativi, vuole essere uno strumento di contatto con i pazienti e le Associazioni che li rappresentano prevedendo spazi di confronto dedicati.

In particolare, ha proseguito Guglielmi, AME vuole proporre un’integrazione tra la cultura della medicina basata sulle evidenze (EBM), che caratterizza l’operato della comunità medico-scientifica, e la medicina narrativa, che serve al paziente per esprimersi ed al medico per comprendere meglio quale possa essere la complessità della persona che ha di fronte, con i suoi bisogni, le sue aspettative e paura. Siamo convinti della possibilità e dell’utilità di migliorare la relazione medico-paziente e la medicina narrativa può essere un valido strumento; abbiamo previsto diverse iniziative sulla medicina narrativa ed ognuna di queste affronterà il tema da un diverso punto di vista. Tra queste, la sessione di medicina espressiva che riguarda i casi in cui la narrazione del paziente arriva ad essere arte: ne avremo degli esempi attraverso la pittura, la musica, la fotografia, la poesia ma anche la religione intesa come scienza umana. Saranno raccontate storie significative di come approcci originali, ad esempio una forma di poesia giapponese, possa aiutare a curare i disturbi dell’alimentazione. La sessione sulla Medicina Espressiva si terrà in orario serale proprio per incoraggiare pazienti e associazioni alla partecipazione attiva”.

Si parlerà di tiroide, di ipofisi, di diabete, e di qualità di vita, ha proseguito Vincenzo Toscano, Presidente Eletto AME, tenendo conto delle differenze di genere che tanta importanza hanno quando si parla di ormoni, che siano tiroidei, insulina, ed altri ancora cercando di dare risposte appropriate a seconda delle differenze che le patologie hanno sui due sessi. Ma la medicina di genere non è solo medicina delle donne, rientra nell’ambito della medicina genere-specifica che, parallelamente al fattore età, tiene conto del fatto che il bambino non è un piccolo adulto, che la donna non è una copia dell’uomo e che l’anziano ha caratteristiche mediche ancora più peculiari con l’obiettivo di garantire a ogni individuo una terapia appropriata ma anche personalizzata e precisa. Il diverso assetto ormonale fra donna e uomo può essere determinante sia in termini di manifestazioni patologiche che di decorso clinico e di risposta terapeutica della malattia. Gli estrogeni sono degli inibitori del sistema immunitario ed è per questo che le donne hanno una maggiore tendenza a sviluppare malattie autoimmuni rispetto ai maschi e, in ambito endocrino, hanno una maggiore predisposizione alla tiroidite e alla formazione dei noduli tiroidei, che esprimono recettori per gli estrogeni stessi ma anche perché gli estrogeni condizionano la disponibilità di ormoni tiroidei liberi ed attivi e quindi inducono una aumentata secrezione del TSH che è il maggiore stimolatore delle cellule tiroidee. Un esempio molto calzante lo si può trovare nell’uso dell’anticoncezionale che impone spesso un incremento del dosaggio di tiroxina nelle donne che l’assumono perché ipotiroidee“.

Inarrestabile l’incremento dei casi di diabete mellito in tutto il mondo, si sono ormai superati i 400 milioni di persone con stime previsionali di 600 milioni di pazienti entro l’anno 2035, di cui circa il 90% con diabete di tipo 2, ha continuato Silvio Settembrini, Board Economico AME, Malattie Metaboliche e Diabetologia Asl Napoli 1 Centro; il dato saliente che emerge da un’analisi geografica delle aree a maggior sviluppo epidemiologico, indica che il diabete cresce maggiormente in Asia, Oceania e Africa rispetto all’Europa e al Nord-America, portando inevitabilmente la comunità endocrinologica internazionale a porre una crescente attenzione alle problematiche del diabete e del metabolismo. Le politiche future di prevenzione dovranno incidere sensibilmente sui contesti sociali, familiari, industriali e ambientali per promuovere modelli virtuosi che insieme a terapie sempre più appropriate dovranno essere finalizzati alla prevenzione di complicanze e alla riduzione di mortalità e morbilità in chi è già affetto”.

Un’altra emergenza, ha spiegato Olga Disoteo, Consigliere Nazionale AME, S.S.D. Diabetologia A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano, è la salute dei migranti e le tematiche di salute associate alle migrazioni che sono diventate questioni cruciali per i servizi sanitari nazionali legati alla prevenzione di diffusione di malattie non presenti nei paesi interessati da immigrazione ma anche alla gestione delle patologie cronico-degenerative dei migranti spesso aggravate dalla scarsa o nulla prevenzione in età infantile e giovanile nei paesi d’origine. Nella popolazione migrante le differenze ambientali e di alimentazione dei paesi di arrivo favoriscono l’insorgenza di patologie quali obesità, diabete, ipertensione e dislipidemia. Anche queste problematiche saranno largamente trattate durante il Congresso AME a Roma”.

Insieme alle patologie che coinvolgono milioni e milioni di persone, conclude Renato Cozzi, Coordinatore Attività Editoriale AME, S.C. Endocrinologia A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano, non vanno dimenticate le numerosissime malattie rare in endocrinologia: le ghiandole endocrine infatti sono numerose e per ognuna sono noti disordini congeniti da eccessiva funzione, da ridotta funzione o tumorali. Tra le malattie rare quelle dell’ipofisi, colpiscono 5000 persone in Italia, hanno un impatto importante perché un problema all’ipofisi ha ricaduta sullo stato di salute di tutto l’organismo. L’ipofisi, infatti, non solo produce ormoni fondamentali per il nostro organismo ma regola il funzionamento di tutte le altre ghiandole endocrine. L’aspecificità dei sintomi complica la diagnosi che invece dovrebbe essere fatta il più precocemente possibile”.

 


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Immunoterapia dei tumori: combinazioni di farmaci e terapia su misura le frontiere per risultati migliori

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Siena per tre giorni è stata la capitale mondiale dell’immunoterapia dei tumori: la città toscana, epicentro dell’eccellenza italiana in questo approccio terapeutico innovativo, considerato il “quarto pilastro” della lotta contro il cancro, ha ospitato dal 13 al 15 ottobre scorso, il Meeting internazionale “Cancer Bio-Immunotherapy”, organizzato dalla Fondazione NIBIT – Network Italiano per la Bioterapia dei tumori in occasione del XIV congresso nazionale del NIBIT, che ha riunito i maggiori esperti italiani e internazionali per discutere gli ultimi dati clinici e pre-clinici ed aggiornarsi sulla vasta panoramica dei più recenti risultati nel campo dell’immuno-oncologia.

Temi principali:

  • la comprensione sempre più profonda, attraverso la ricerca di base, di come il sistema immunitario interagisca con il tumore, per intervenire in modo mirato nel potenziare questa interazione;
  • la selezione dei pazienti che rappresentano i migliori candidati all’immunoterapia e la personalizzazione della terapia;
  • la scoperta di nuovi “bersagli” immunoterapici e l’arrivo di nuove molecole in sperimentazione anche in Italia;
  • la nuova frontiera della combinazione dei farmaci immunoterapici, utilizzati in coppia o in sequenza per migliorare l’efficienza delle singole molecole.

Il Meeting è stato incentrato sullo stato dell’arte dell’immunoterapia del cancro in questo campo la ricerca sta facendo molto per continuare a comprendere fino in fondo i meccanismi che regolano l’interazione fra il tumore e il sistema immunitario, che è l’unica strategia per migliorare sempre di più l’efficienza di questo approccio terapeutico. L’immunoterapia sta ottenendo risultati nel trattamento di diversi tipi di tumore, non si parla più solo di melanoma, ma anche di tumore del polmone, di mesotelioma, di diversi altri tipi di neoplasia. Lo sviluppo più interessante in questo senso è che ci sono risultati non solo nei tumori solidi ma anche nei tumori ematologici come ad esempio nei linfomi” – ha affermato il Presidente della Fondazione NIBIT, Michele Maio, Direttore della U.O.C. Immunoterapia Oncologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Senese.

Tra le sessioni del Meeting, ce ne è stata una dedicata interamente al trattamento con l’immunoterapia del mesotelioma, patologia tumorale rara legata all’esposizione all’amianto, con un’incidenza in costante aumento e un picco massimo atteso da qui a 5-10 anni. Al momento per questo tumore non vi sono farmaci efficaci in grado di migliorare a lungo termine la sopravvivenza dei pazienti affetti da questa patologia.

Abbiamo voluto dedicare un’intera sessione al mesotelioma perché per questo tipo di tumore sono in corso e in partenza diversi studi che sperimentano nuovi tipi di farmaci immunoterapici, anche utilizzati in combinazione. Quindi possiamo affermare che ci sono buone prospettive di riuscire ad avere, nei prossimi 2 o 3 anni, delle terapie efficaci per il trattamento del mesotelioma” – ha detto Michele Maio.

La Fondazione NIBIT ha avviato proprio per il mesotelioma lo studio clinico NIBIT-Meso-1, presentato in anteprima mondiale al congresso ASCO di Chicago lo scorso giugno, che associa due anticorpi immunomodulanti che, in maniera diversa, inviano segnali attivatori alle cellule del sistema immunitario per renderlo più reattivo contro il tumore. L’arruolamento dello studio è stato appena concluso e nei prossimi mesi si attendono i primi risultati.

L’associazione di due o più farmaci immunoterapici è la grande innovazione che in un futuro non troppo lontano potrà contribuire a massimizzare l’efficacia di queste molecole, anche personalizzando la terapia.

Il parco dei farmaci per l’immunoterapia dei tumori si sta ampliando, alcune di queste terapie sono già disponibili, altre in sperimentazione e altre ancora stanno entrando ora negli studi clinici; molecole diverse, che agiscono su bersagli diversi, ma sempre a livello del sistema immunitario, ‘stimolando’ fasi o componenti diversi del sistema immunitario. La strategia per il futuro, quindi, è quella di arrivare nel giro di qualche anno ad avere non più solo un bersaglio, o due bersagli, ma averne dieci. In questo modo si potrebbe arrivare a identificare nei tumori di tipo diverso, o nei pazienti che hanno caratteristiche biologiche e molecolari diverse, qual è il farmaco migliore, come facciamo già con la chemioterapia o con i farmaci biologici”, – ha spiegato Michele Maio.

È fondamentale in quest’ottica il contributo delle aziende farmaceutiche, che sempre più si stanno impegnando nella ricerca clinica sull’immuno-oncologia, e che al Meeting di Siena sono state presenti “in forze” in una sessione dedicata. Nell’immunoterapia dei tumori la ricerca clinica è solo, però, l’ultimo passo di un ampio percorso: la Fondazione NIBIT vuole ribadire in questa occasione l’importanza di ricerca di base e ricerca traslazionale, che permettono di indagare a fondo i meccanismi del sistema immunitario e trovare nuovi bersagli. Lo ha fatto premiando anche quest’anno i giovani ricercatori con i NIBIT Awards: tre assegni di ricerca di 2.500 euro destinati ai migliori progetti italiani ed europei di ricerca di base, clinica e traslazionale presentati da ricercatori under 40.

La Fondazione NIBIT, che nasce nel 2012 da una costola del network NIBIT di Siena e che riunisce oltre 50 tra le più importanti strutture italiane impegnate nel settore dell’immunoterapia dei tumori, si conferma sempre più capofila europea e mondiale della bioterapia dei tumori, grazie anche alla prestigiosa collaborazione, che è stata annunciata proprio al Meeting di Siena, con il Parker Institute for Cancer Immunotherapy, importante realtà statunitense che riunisce i 6 principali Centri di ricerca attivi nell’immunoterapia, coinvolgendo oltre 40 laboratori e più di 300 ricercatori: il Centro di Immunoterapia Oncologica di Siena sarà il primo Centro europeo in assoluto a collaborare con il Parker Institute per un progetto di ricerca preclinica.


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Ictus Cerebrale: la riabilitazione diventa virtuale

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Il 29 ottobre si celebra la Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale, iniziativa promossa a livello internazionale dalla World Stroke Organization, che quest’anno è dedicata ad evidenziare gli aspetti trattabili dell’ictus – dalla sua curabilità alla prevenzione,  dall’importanza degli stili di vita corretti al riconoscimento precoce dei sintomi, alla necessità di pari opportunità nell’accesso alle cure – sottolineando come la riabilitazione sia un passo fondamentale di questo processo.

In occasione di questo importante appuntamento, cui da sempre la Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus aderisce, si intende sottolineare l’importanza della riabilitazione per le persone colpite da ictus. Dopo un evento così grave ed invalidante, qualora l’ictus non si risolvesse con le nuove terapie della fase acuta, la riabilitazione è un passaggio fondamentale di cui vi è una ampia evidenza di efficacia e che purtroppo, in Italia, viene applicata spesso in modo disorganizzato e frammentario, con gravi ricadute per il paziente e le famiglie. Delle 200.000 persone che sono colpite ogni anno da un ictus in Italia, escludendo coloro che muoiono o che non sono riabilitabili o che hanno un ictus lieve, almeno 50.000 hanno necessità di essere avviati ad un percorso riabilitativo adeguatamente intensivo, continuativo, e prolungato e qualitativamente in accordo con le linee guida internazionali e nazionali. Dall’indagine condotta recentemente da A.L.I.Ce. Italia con la collaborazione del CENSIS su un campione nazionale di oltre 500 pazienti colpiti da un ictus medio-grave, è risultato che circa il 25% di essi non riceveva alcun trattamento riabilitativo. Dei pazienti che facevano riabilitazione circa il 50% la ricevevano solo a domicilio e nella metà di questi le famiglie si erano fatti carico direttamente del costo. La riabilitazione dovrebbe iniziare fin dalla fase di ricovero in ospedale e poi proseguire senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali nelle strutture ospedaliere a specializzazione riabilitativa e nei distretti sanitari seguendo percorso qualitativamente controllati.

A.L.I.Ce. Italia dedicherà l’intero anno che ci separa dalla giornata mondiale del 2017 ad un progetto nazionale sulla riabilitazione post-ictus che prevede un censimento dei percorsi riabilitativi applicati dal servizio sanitario nelle singole regioni italiane, una nuova inchiesta campionaria sulla qualità percepita dai pazienti e dalle famiglie, ed una scheda di valutazione che verrà compilata dai professionisti più impegnati sul fronte dell’assistenza all’ictus cerebrale in Italia.

 

Per ciò che riguarda le prospettive future di ordine scientifico e tecnologico, vi sono metodi innovativi basati sulla realtà virtuale, che, in questo ambito, può essere di grande aiuto per il recupero post-ictus.

L’Associazione è lieta di collaborare al progetto SmartCARE. Il progetto pilota, che iniziato nel mese di ottobre a Roma ed ha visto il coinvolgimento iniziale di circa 20 pazienti, per poi essere esteso nel resto d’Italia.

Il progetto – nato dalla collaborazione tra la società di tecnologie informatiche ITSLAB e l’Ospedale San Raffaele Pisana di Roma è stato approvato dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA, acronimo dell’inglese European Space Agency) grazie al sostegno economico dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ed al patrocinio gratuito del Consiglio Regionale del Lazio e consiste in una piattaforma multimediale interattiva per la riabilitazione cognitiva e neuro-motoria della persona colpita da ictus, installata a domicilio e controllata da remoto attraverso canali di comunicazione terrestri e satellitari. Un punto fondamentale del progetto è la gamification del momento riabilitativo: le attività terapeutiche sono realizzate come serious game, costruite quindi come una specie di videogame di nuova generazione, interattivi e in grado di leggere, attraverso un sensore fisso a basso costo, i movimenti del corpo. In questo modo, al paziente verrà dato un feedback sulla corretta esecuzione degli esercizi quotidiani.

Altro progetto interessante, sempre nell’ambito della riabilitazione, è quello relativo alla prima palestra mondiale dei robot indossabili, realizzata a Pisa: un luogo all’interno del quale i pazienti potranno seguire programmi personalizzati per riabilitare gli arti superiori avendo a disposizione strumenti tecnologici innovativi. La palestra sarà dotata di sistemi per il movimento della spalla e del gomito (specializzati per pazienti neurologici con limitata capacità motoria e con elevata spasticità o con moderate capacità motorie residue) e dispositivi robotici per la mano e il polso; anche in questo caso, attraverso la realtà virtuale, verranno presentati gli esercizi da svolgere, adattandone la difficoltà alla capacità residua motoria del paziente.

Anche se il tema centrale della Giornata Mondiale è quello della riabilitazione, A.L.I.Ce. Italia Onlus non dimentica quanto sia importante parlare di prevenzione, sensibilizzazione e di informazione su questa patologia, grave e disabilitante. L’attenzione dell’Associazione è focalizzata in particolare sui fattori di rischio, in primis la Fibrillazione Atriale (FA), aritmia che colpisce una persona su 4 dopo i 55 anni ed è la causa di circa il 20% degli ictus ischemici. A.L.I.Ce. Italia ha voluto dedicare una pagina del suo sito (http://www.aliceitalia.org/prevenzione/1/310) a questa patologia perché chi ne è affetto vede aumentare di 4 volte il rischio di ictus tromboembolico, che risulta generalmente molto grave e invalidante; questa forma di ictus determina una mortalità del 30% entro i primi tre mesi dall’evento e lascia esiti invalidanti in almeno il 50% dei pazienti.

E’ di fondamentale importanza ‘intercettare’, quindi, più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passaggio successivo consiste nello stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio d’ictus.

Tutte le informazioni sulle molteplici iniziative nazionali e regionali previste in occasione della Giornata Mondiale del 29 ottobre saranno inserite sul sito: www.aliceitalia.org, appena rinnovato ed in continuo aggiornamento.

 

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni regionali di volontariato sparse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi a livello nazionale.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari. Sono associazioni senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche, con personalità giuridica e non, iscritte nei registri regionali delle associazioni di volontariato.

Tra i propri obiettivi statutari: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia; facilitare l’informazione, anche attraverso i media, per un tempestivo riconoscimento dei primi sintomi come delle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization, di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la migliore cura e la riabilitazione dell’ictus. Oltre che di ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

 

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Schizofrenia, patologia “giovane” e sociale che grava sugli equilibri delle famiglie e la vita dei caregiver

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Una malattia che compromette le prestazioni sociali di persone giovani, nel pieno della vita lavorativa e produttiva, alterando gli equilibri anche all’interno delle famiglie: ancora oggi il “peso” maggiore ricade sulla figura del caregiver, quasi sempre un familiare, che tra i suoi compiti assistenziali deve anche spesso ricordare al paziente di assumere la terapia.

È il profilo della schizofrenia che emerge dalla ricerca “Addressing misconceptions in schizophrenia, realizzata da Janssen su pazienti e caregiver, presentata a Milano, l’11 ottobre scorso, in occasione di un incontro che ha fatto il punto sulle attività del progetto TRIATHLON Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi, che proprio in Lombardia inaugura una nuova fase con il lancio delle iniziative legate alla dimensione sociale del progetto, finalizzate al reinserimento del paziente.

La metà (50%) dei pazienti italiani che hanno partecipato alla survey ha un’età compresa tra i 31 e i 50 anni, il 35% tra i 18 e i 30 anni; conseguentemente, anche i caregiver sono persone giovani nel pieno della loro vita (il 72% ha tra i 28 e i 50 anni), che si trovano a dover gestire da sole l’assistenza, i trattamenti e l’impatto della malattia schizofrenica sulle attività quotidiane del paziente. Dalla ricerca emerge che la preoccupazione maggiore dei caregiver riguarda proprio quest’ultimo aspetto: il 63% degli intervistati teme gli effetti “destabilizzanti” della malattia sul corso ordinario delle attività e si mostra preoccupato per il lavoro, lo studio, le attività sociali del paziente.

L’indagine sottolinea una volta di più l’importanza di intervenire “presto e bene”, obiettivo oggi possibile grazie all’approccio integrato di cura e all’evoluzione delle risorse farmacologiche.

I dati che emergono da questa indagine fanno capire quanto sia importante intervenire tempestivamente, oggi più che mai dati recenti ci dicono che questi pazienti arrivano nei DSM dopo un periodo medio di 7 anni: troppi, se consideriamo che in un periodo così lungo la malattia peggiora, con conseguenze sulle condizioni del paziente e sulla qualità di vita del paziente stesso e della sua famiglia. Inoltre, un intervento efficace dovrebbe essere coordinato e integrato tra le parti: solo così può portare a una reale riabilitazione e al reinserimento nella società” – ha commentato Claudio Mencacci, Presidente Società Italiana di Psichiatria (SIP).

Proprio per rispondere a queste esigenze, nei mesi scorsi è stato lanciato il progetto TRIATHLON, promosso da Janssen in partnership con Società Italiana di Psichiatria (SIP), Società Italiana di Psichiatria Biologica (SIPB), Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), Fondazione Progetto ITACA Onlus, ONDA (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna) e Federazione Italiana Triathlon (FITRI).

Un programma innovativo per promuovere il recupero ed il reinserimento dei pazienti attraverso un approccio integrato, basato sul coinvolgimento di tutte le figure chiave dell’assistenza, lungo tre dimensioni fondamentali – clinica, organizzativa e sociale – che da febbraio ad oggi ha già coinvolto numerosi DSM (Dipartimenti di Salute Mentale) sul territorio.

Per la prima volta abbiamo numeri veramente importanti per un progetto di questo respiro  nel biennio 2016-2017 sono 40 i Dipartimenti di Salute Mentale partecipanti, che rappresentano il 20% del totale (in pratica un DSM su cinque viene toccato dal progetto) e circa 3.000 operatori sanitari coinvolti. Possiamo affermare senza dubbio che la capillarità è l’ulteriore elemento di valore e novità di TRIATHLON. Sono state coinvolte quasi tutte le Regioni italiane, compatibilmente con l’estensione del territorio, della popolazione e dei Servizi. Alla fine del 2016 si saranno svolti 60 eventi formativi e altrettanti se ne terranno nel 2017” – ha spiegato Antonio Vita, Professore Ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Brescia e Direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria 20 dell’ASST Spedali Civili di Brescia.

Il progetto TRIATHLON è stato fortemente voluto da Janssen, azienda impegnata nella salute mentale e nella cura delle patologie psicotiche.

Tra le nostre innovazioni ci sono sicuramente quelle che hanno cambiato il paradigma terapeutico di questi disturbi nel corso della storia della medicina. Così come oggi stiamo studiando nuove soluzioni che speriamo possano rappresentare, nel prossimo futuro, passi in avanti altrettanto importanti. Anche per questo programma ci siamo fatti guidare dall’innovazione, che è la nostra stella polare. Confermiamo di voler proseguire con questo progetto, visti i risultati raggiunti” – ha dichiarato Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen Italia.

La dimensione clinica del progetto prevede eventi formativi orientati in primo luogo all’importanza di una diagnosi e di un intervento precoce e ai requisiti del trattamento farmacologico, oltre ad altri aspetti fondamentali quali la riabilitazione cognitiva e la psicoeducazione.

Uno degli aspetti problematici nella gestione della schizofrenia che emerge dalla survey “Addressing misconceptions in schizophrenia riguarda proprio la gestione e l’adesione alla terapia; i pazienti infatti spesso non sono in grado di ricordarsi quando assumere la terapia e devono far riferimento ai caregiver (55%) o al personale sanitario (50%). Ancora esiguo (10%) il numero di pazienti che si avvalgono di device tecnologici.

Se i pazienti vengono trattati precocemente, con approcci multi-disciplinari e integrati, è possibile il raggiungimento di una completa autonomia psicosociale. Strumenti come “On-track”, che facilita l’interazione tra medico, paziente ed équipe psichiatrica e “Allenamente”, per allenare le funzioni cognitive del paziente, sviluppati nell’ambito del progetto TRIATHLON, rappresentano due validi esempi – ha dichiarato Andrea Fiorillo, Professore, Dipartimento di Psichiatria, Università di Napoli SUN .

La survey evidenzia come la terapia farmacologica sia la strategia terapeutica principale per la quasi totalità dei pazienti (80%) ma evidenzia anche come solo meno della metà (43%) esprima soddisfazione per le terapie assunte e come ci sia un uso ancora limitato (19% dei pazienti) di terapie, come quelle iniettive a lunga durata d’azione, che potrebbero permettere una maggiore autonomia del paziente e quindi una migliore gestione della dimensione sociale.

Nel momento in cui il paziente ha superato la fase di acuzie, di “emergenza psichiatrica” è consigliabile instaurare immediatamente una terapia long acting, con gli antipsicotici di II generazione, perché diventino la premessa per migliorare e accelerare molto il reinserimento lavorativo e quindi concretizzare la riabilitazione del paziente, non solo in termini sociali, ma socio-relazionali e riabilitativi” – ha spiegato Eugenio Aguglia, Presidente Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF).

La terza dimensione, quella sociale con il reinserimento del paziente psicotico nella vita di tutti i giorni, prevede diverse attività con l’obiettivo finale di migliorare l’indipendenza e il benessere soggettivo del paziente e favorire l’integrazione nel­­­la società e le opportunità d’inserimento lavorativo. In questa dimensione gioca un ruolo importante l’attività fisica.

Negli ultimi anni si sono accumulati numerosi studi sul valore dell’esercizio fisico nelle persone affette da schizofrenia; i dati sono tanti e, direi, molto forti nel senso che le evidenze non lasciano dubbi sull’importanza degli effetti positivi e dei benefici che l’attività fisica, intesa non come sport competitivo bensì come esercizio regolare e costante, ha nel ridurre e migliorare i sintomi tipici delle psicosi, le performance cognitive e il benessere complessivo del paziente” – ha dichiarato Emilio Sacchetti, Past President della Società Italiana di Psichiatria (SIP), Professore Ordinario di Psichiatria e Direttore del Dipartimento Salute Mentale dell’ASST Spedali Civili di Brescia.

Ora in Lombardia è in partenza proprio la “dimensione sociale” del progetto, con le attività organizzate con i trainer della FITRI – Federazione Italiana Triathlon, che guideranno i pazienti fino a culminare nel Primo campionato di Triathlon a squadre della salute mentale, ma non solo: c’è anche una novità che riguarda il reinserimento socio-lavorativo delle persone con psicosi, realizzata con il supporto di ONDA.

Uno dei problemi della malattia psichica è l’abbassamento dell’autostima da parte dei pazienti. Proprio per supportare questo aspetto così vitale abbiamo pensato ad una modalità innovativa per potenziare la dimensione sociale e il reinserimento socio-lavorativo dei pazienti: la dotazione di un patentino europeo del computer. L’iniziativa coinvolgerà nell’arco di un anno 37 Dipartimenti di Salute Mentale e circa 100 pazienti in tutta Italia” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente ONDA, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna.

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La diffusione nella popolazione

Secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sono circa 24 milioni le persone che nel mondo soffrono di schizofrenia a un qualunque livello. La malattia si manifesta in percentuali simili negli uomini e nelle donne. Nelle donne si osserva la tendenza a sviluppare la malattia in età più avanzata. In Italia sono circa 300.000 le persone che soffrono di questo disturbo. Coloro che si ammalano appartengono a tutte le classi sociali. Non si tratta, pertanto, di un disturbo causato dall’emarginazione o dal disagio sociale.


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Italia paese pigro

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“In futuro sarà decisivo studiare i vantaggi dell’attività sportiva sul benessere individuale e collettivo” .

Pochi mesi fa il presidente di Istat, Giorgio Alleva, lanciava questo invito nel corso di un’iniziativa di promozione sportiva promossa dal Coni.

L’invito è stato prontamente raccolto da Health City Institute, naturale evoluzione di Health City Think Tank, gruppo di esperti che ha recentemente messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, per offrire a istituzioni e amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei contesti urbani.

Health City Institute ha organizzato, nell’ambito dell’Assemblea nazionale dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) svoltasi a Bari, il 13 ottobre scorso, la Tavola rotonda “Salute e sport per il benessere nelle città”, in collaborazione con Anci, Coni, Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Istituto per la Competitività I-Com, Sport City 3.0 e il consorzio delle Città metropolitane C14+.

L’indagine periodica IstatAspetti della vita quotidiana” sui comportamenti degli italiani, mette in luce come il nostro sia un Paese essenzialmente pigro. Solo un concittadino su 3 (33,3%) dichiara di praticare uno o più sport nel tempo libero e la pigrizia cresce da nord a sud: i sedentari sono circa il 30% al nord, circa il 40% al centro, ben oltre il 50% al sud. I più alti tassi di sedentarietà, intorno al 55%, si riscontrano nelle regioni che mostrano in contemporanea i maggiori tassi di obesità: Puglia, Campania, Calabria. Rileva ancora l’Istat che, la sedentarietà è più elevata nei piccoli centri e nelle periferie delle aree metropolitane (oltre il 40%) e meno nelle città metropolitane (poco oltre i 35%).

Che esista un rapporto diretto tra attività fisica e salute, è un dato di fatto. D’altronde, l’Istat con le sue rilevazioni dimostra chiaramente come esista un parallelismo spinto tra sedentarietà e sovrappeso e obesità nel nostro Paese. Ampliare e migliorare l’accesso alle pratiche sportive e motorie per tutti i cittadini, favorendo lo sviluppo psicofisico dei giovani e l’invecchiamento attivo è uno degli aspetti cardine del Manifesto di Health City Institute” – ha spiegato Andrea Lenzi, coordinatore di Health City Institute e Presidente della Commissione sulla Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’urbanizzazione e la configurazione attuale delle città e dei suoi collegamenti con le aree rurali offrono per la salute pubblica e individuale tanti rischi, ma anche opportunità da sfruttare con un’amministrazione cosciente e oculata. Ciò può avvenire proprio attraverso un’analisi preventiva dei determinanti sociali, economici e ambientali e dei fattori di rischio che hanno un impatto sulla salute”, – ha osservato Roberto Pella, Vicepresidente Anci e Presidente Confederazione Città e Municipalità UE.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile legati alla salute sono una priorità dell’Organizzazione mondiale della sanità, che li ha inseriti nell’Agenda 2014-2019. La città conscia dell’importanza della salute come bene collettivo, che diviene di conseguenza promotrice di salute mettendo in atto politiche sociali, culturali ed economiche per tutelarla e migliorarla, può garantire ai cittadini un alto livello di benessere”, – ha sottolineato l’On. Daniela Sbrollini, Vice Presidente XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

La città può offrire grandi opportunità di integrazione tra servizi sanitari, servizi sociali, servizi culturali e ricreativi. Il futuro della sostenibilità dei sistemi sanitari nel mondo non può, però, prescindere dallo studio dei determinati della salute nelle grandi città” – ha detto il Senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Qualità di Vita e Diabete.

Bisogna garantire a tutti i cittadini il libero accesso alle infrastrutture e agli spazi verdi, con particolare attenzione alle persone in difficoltà socio-economica secondo il principio dello ‘Sport di Cittadinanza’, ed è questo il messaggio che consegneremo agli amministratori locali presenti, attraverso il libro bianco per la gestione dei parchi e degli spazi verdi nelle città in una ottica di salute e sport” – ha evidenziato Fabio Pagliara, Presidente di SPORT 3.0

Il Manifesto delinea i punti chiave che possono guidare le città a studiare ed approfondire i determinanti della salute nei propri contesti urbani e a fare leva su di essi per escogitare strategie per migliorare gli stili di vita e lo stato di salute del cittadino. Ogni punto del Manifesto contiene le azioni prioritarie per il raggiungimento di questo obiettivo, promuovendo, a partire dall’esperienza internazionale, partenariati pubblico–privato per l’attuazione di progetti di studio sull’impatto dei determinanti di salute nei contesti urbani” – ha sottolineato Stefano da Empoli, Presidente dell’Istituto per la Competitività I-Com.

 

Al convegno di Bari è stato infine presentato il programma Cities Changing Diabetes, una partnership tra lo University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore. Nasce con l’obiettivo di creare un movimento di collaborazione internazionale che proponga e trovi soluzioni e best practice per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte sembra avere in questo fenomeno. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver e Johannesburg; ora si è prospettato un prossimo coinvolgimento dell’Italia.

Sempre nel corso della tavola Rotonda è stata consegnata, da parte dell’Health City Institute, ad Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale dell’ANCI e Sindaco di Catania, la “croce di Lampedusa”, realizzata dallo scultore Francesco Tuccio con i legni dei barconi approdati a Lampedusa, per l’impegno dei Sindaci Italiani e di Catania in particolare per l’accoglienza dei migranti.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Malattie ischemiche cardiache: ogni anno 71mila morti

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La salute del cuore passa dal cambiamento di alcune abitudini quali fumo, alcol, obesità, sedentarietà e dall’adozione di una sana alimentazione al fine di tenere sotto controllo il peso corporeo e il metabolismo dei grassi.

  • Insieme all’adozione di uno stile di vita virtuoso vi sono alcune molecole naturali amiche del cuore che potrebbero essere maggiormente accettate dai pazienti, ma sono efficaci?

È l’esempio degli Omega-3 di cui si dice che aumentino la concentrazione, migliorano la salute e l’elasticità della pelle, hanno un effetto antinfiammatorio contro l’acne, riducono la pressione arteriosa e le aritmie ventricolari, abbassano il colesterolo, migliorano l’insulino-resistenza e aiutano a prevenire l’Alzheimer.

  • Ma quali sono le realtà, supportate da evidenze scientifiche, dell’effetto cardio-protettivo degli acidi grassi Omega-3 e quali altri rimedi per controllare i livelli di colesterolemia?

Il punto in un incontro scientifico svoltosi a Roma, il 13 ottobre scorso, presso il Senato della Repubblica, dal titolo “Prevenzione Cardiovascolare, qual è la strategia più efficace?” con la partecipazione di specialisti e rappresentanti delle istituzioni tra cui la Commissione Igiene e Sanità, la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, la Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato della Repubblica e con il contributo incondizionato di IBSA Farmaceutici.

Gli Omega 3 sono acidi grassi essenziali, sostanze indispensabili che devono essere assunte con la dieta in quanto non prodotte dall’organismo. Diversi studi hanno dimostrato che una dieta sana che preveda l’assunzione di alimenti ricchi di Omega 3 e ricca di agenti antiossidanti e di fibre aiuti a prevenire gli eventi cardiovascolari1. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto su un campione di oltre 76 mila donne e oltre 42 mila uomini rileva come il consumo di noci sia strettamente correlato ad una riduzione del rischio cardiovascolare e di sviluppare il diabete mellito di tipo 22. Un altro studio condotto invece in Spagna su un totale di 7.447 persone ha dimostrato la stretta correlazione tra una dieta mediterranea supplementata con alimenti ricchi di Omega-3 tra cui noci e olio d’oliva e una riduzione del tasso di eventi cardiovascolari tra cui infarto del miocardio e ictus” – ha spiegato Leonardo Calò, Direttore Cardiologia Policlinico Casilino di Roma.

L’American Heart Association ha ribadito che la dieta dovrebbe includere almeno due porzioni di pesce a settimana all’interno di un regime alimentare finalizzato alla riduzione di eventi cardiaci. La relazione tra una dieta ricca di pesce e un effetto cardioprotettivo è stata inoltre confermata da diversi studi epidemiologici condotti in vari Paesi. In particolare un recente studio condotto su 20.000 uomini adulti senza preesistenti malattie cardiovascolari, ha dimostrato che la dieta a basso rischio con alimenti ricchi di Omega 3 comporta, da sola, una riduzione del 16% del rischio di infarto3. Un altro studio, il GISSI-HF4, ha inoltre dimostrato che la somministrazione a lungo termine di Omega-3 è efficace nel ridurre sia la mortalità per tutte le cause, sia la frequenza di ricovero per cause cardiovascolari in pazienti affetti da scompenso cardiaco.

Se non esiste una stretta correlazione tra Omega-3 e controllo del colesterolo, gli acidi grassi Omega-3 risultano molto efficaci nel ridurre i livelli di trigliceridemia. La ricerca scientifica si è occupata anche di contrastare non solo l’assorbimento intestinale e la sintesi epatica del colesterolo, ma anche l’ossidazione del colesterolo-LDL, responsabile delle alterazioni all’interno dei vasi sanguigni che portano alla formazione della placca arterosclerotica. L’idrossitirosolo, una sostanza contenuta all’interno dell’olio extravergine di oliva sembra rappresentare un valido aiuto nel controllo del colesterolo e ciò conferma ancora una volta l’importanza della Dieta Mediterranea. Quando il rischio è medio-basso (e i livelli di colesterolemia sono solo un po’ più alti del livello desiderabile) può essere sufficiente il trattamento con integratori alimentari secondo quanto ribadito dalle Società Europee di Aterosclerosi e Cardiologia che indicano i fitosteroli e il riso rosso fermentato come gli elementi di riferimento. Studi clinici5 hanno dimostrato infatti che il riso rosso fermentato può ridurre i livelli di colesterolo LDL dal 15% al 30%, a seconda delle dosi, proprio perché la monacolina K è una statina naturale. Oggi sono disponibili in farmacia integratori che attraverso l’azione mirata di fitosteroli, riso rosso e polifenoli dell’olivo possono, come documentato in letteratura, ridurre efficacemente i livelli di colesterolo nel sangue. Se invece il rischio è medio-alto, i farmaci di elezione sono le statine o, se non si riesce a raggiungere i valori desiderabili, gli inibitori della PCSK-9, che sono in grado di ridurre il colesterolo fino e oltre il 60%” – ha affermato Roberto Volpe, Ricercatore del CNR di Roma, Presidente della SISA Lazio (Società Italiana per lo Studio della Arteriosclerosi).

Attualmente sono in commercio diverse preparazioni di integratori alimentari contenenti Omega-3, tuttavia non vi sono studi che dimostrino l’efficacia degli integratori nel ridurre il rischio cardiovascolare. Gli integratori contengono una quantità inferiore di Omega-3 e si propongono generalmente solo come alternativa ad una dieta bilanciata, seppure i benefici nella prevenzione cardiovascolare derivanti da una dieta sana e da uno stile di vita corretto non possono essere sostituiti dalla sola assunzione di integratori. Ma sono solo i farmaci, il cui contenuto di Omega-3 è superiore all’85%, (gli integratori hanno una concentrazione inferiore) ad aver dimostrato proprietà terapeutiche che hanno portato gli enti regolatori a raccomandarlo con alcune indicazioni”, – ha spiegato Pierluigi Navarra, Professore Ordinario Farmacologia Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Un farmaco Omega-3 equivalente è stato approvato da AIFA e dispensato in fascia A, a carico del SSN per la prevenzione secondaria nel post infarto e per l’ipertrigliceridemia (note 13 e 94 dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco). Lo stesso farmaco è oggi disponibile anche in fascia C, con una confezione da 30 cps più conveniente, per chi ha bisogno di fare prevenzione con tutte le garanzie che solo il farmaco può dare ad un costo più contenuto di alcuni integratori alimentari.

Nonostante nel nostro Paese le malattie ischemiche del cuore siano responsabili di oltre 71 mila morti ogni anno e rappresentino una delle principali cause di morte, in Italia solo il 4,2 % della Spesa Sanitaria totale è destinato alle attività di prevenzione. I risultati di questa politica trovano riscontro in alcuni dati assai preoccupanti: più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso, solo il 23% della popolazione si dedica allo sport in modo continuativo, peggiorano anche le abitudini alimentari: si rileva un decremento del consumo di 5 porzioni al giorno di ortaggi, frutta e verdura dal 5,3% del 2005 al 4,9% del 2014. L’attività di prevenzione è fondamentale per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, sulle quali influiscono una molteplicità di fattori dei quali alcuni evitabili” – ha spiegato Alessandro Solipaca, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

La prevenzione e l’aderenza alla terapia sono un nodo critico per le patologie cardiovascolari, così come per tutte le patologie croniche.

Più di ogni altro organo il cuore ha una doppia vita: organica e metaforica, alimentata dai significati molteplici che assume nell’immaginario collettivo e personale. Questo influenza la percezione del rischio e il modo in cui i pazienti vivono e raccontano i problemi cardiaci e le terapie. Spesso nella percezione dei pazienti i farmaci hanno un impatto negativo sulla qualità della vita: curano il cuore organico ma non facilitano il recupero di un benessere più globale della persona. Sono ricorrenti comportamenti di autoriduzione della posologia o di vera e propria sospensione della cura. La prevenzione e l’aderenza terapeutica, soprattutto nelle patologie croniche, richiedono un processo decisionale condiviso tra il curante e il paziente, che abbia come obiettivo la cura di una persona e non di un organo. La medicina narrativa offre le metodologie e le competenze per questa co-costruzione di un percorso di cura su misura, a partire da tutte le opzioni terapeutiche disponibili: stili di vita e alimentari, farmaci, prodotti naturali per i quali è stata dimostrata l’efficacia. Per potenziare prevenzione e aderenza, occorre una medicina personalizzata che integri linee guida, esperienza clinica e preferenze del paziente” – ha precisato Cristina Cenci, antropologa del Center for Digital Health Humanities.

BIBLIOGRAFIA

1 Annamaria Martino, Emilia Goanta, Roberta Magnano, Sabrina Bencivenga, Laura Pezzi, Angelo Acitelli, Adelaide Piccarozzi, Maria Penco, Leonardo Calo “Diets and heart disease. Myths and reality”Symbiosis Received: May 01, 2016; Accepted: May 26, 2016; Published: June 12, 2016

2 Ying Bao, M.D., Sc.D., Jiali Han, Ph.D., Frank B. Hu, M.D., Ph.D., Edward L. Giovannucci, M.D., Sc.D., Meir J. Stampfer, M.D., Dr.P.H., Walter C. Willett, M.D., Dr.P.H., and Charles S. Fuchs, M.D., M.P.H. Association of Nut Consumption with Total and Cause-Specific Mortality. New England Journal of Medicine N Engl J Med 2013; 369:2001-11.

3 Akesson A, Larrson SC, Discacciati A, Wolk A. Low-risk diet and lifestyle habits in the primary prevention of myocardial infarction in man: a population-based prospective cohort study. J Am Coll Cardiol 2014;64(13):1299-306.

4 Gissi-HF Investigators, Tavazzi L, Maggioni AP, Marchioli R, et al. Effect of n-3 polyunsaturated fatty acids in patients with chronic heart failure (the GISSI-HF trial): a randomised, double-blind, placebo-controlled trial. Lancet 2008;372(9645):1223-30.

5 Li Y, Jiang L, Jia Z, Xin W, Yang S, Yang Q, Wang L. PLoS One. 2014 Jun 4;9(6):e98611.
Lu Z, Kou W, Du B, Wu Y, Zhao S, Brusco OA, Morgan JM, Capuzzi DM; Chinese Coronary Secondary Prevention Study Group, Li S. Am J Cardiol. 2008 Jun 15;101(12):1689-93.

 


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Il diabete nei bambini angoscia i genitori

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La principale preoccupazione per i genitori di un bambino con diabete? La riduzione del livello di zuccheri nel sangue e le crisi di ipoglicemia.

È questo il vero incubo per 7 genitori italiani su 10, secondo l’indagine internazionale DAWN Youth promossa da International Diabetes Federation (IDF) e International Society for Pediatric and Adolescent Diabetes (ISPAD), con il contributo di Novo Nordisk, e condotta su circa 7mila bambini e ragazzi con diabete, sui loro genitori e sugli operatori sanitari.

Genitori che, in 6 casi su 10, si sentono in qualche modo “oppressi” dalla malattia del figlio; in 1 caso su 2 (47%) dichiarano di avere avuto per questo motivo ripercussioni negative sul lavoro; e per il 33% denunciano un impatto economico da moderato a forte sul proprio bilancio familiare. Più positivi, invece, i diretti interessati, ossia i bambini e gli adolescenti con diabete, che nella stragrande maggioranza dei casi (93%) dichiarano che la malattia non ha mai causato, se non di rado, imbarazzo, e che nel 95% dei casi pensano di non sentirsi mai, o solo qualche volta, discriminati o limitati nelle proprie relazioni sociali e godono complessivamente di una buona qualità di vita. Anche se 3 giovani su 4 confessano che raramente il loro diabete è sotto controllo.

Che la paura di episodi di ipoglicemia, in particolare quelli notturni, nei propri figli preoccupi oltremodo i genitori non stupisce. Questo dato, che si riscontra in tutti i Paesi, deriva essenzialmente dalla paura delle conseguenze nell’immediato; dalle possibili manifestazioni della crisi ipoglicemica: palpitazioni, tremore, sino alle convulsioni e alla perdita di conoscenza, che in un bambino assumono caratteristiche ancora più drammatiche”, dice Fortunato Lombardo, coordinatore del Gruppo di studio sul diabete della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica (Siedp).

Il diabete infatti ha un forte impatto emotivo e psicologico sui genitori. La nostra attenzione di pediatri diabetologi è indirizzata pertanto non solo alla cura della malattia ma al prendersi cura, nel complesso, del bambino e dei familiari: grande impegno è messo nell’educazione terapeutica, negli aspetti informativi, educativi e di sostegno ai familiari. Un grande aiuto, peraltro, viene dalle tecnologie innovative, sotto forma di nuovi microinfusori e nuove insuline, le cui caratteristiche producono minori effetti indesiderati, quali appunto le ipoglicemie”, conclude Fortunato Lombardo, coordinatore del Gruppo di studio sul diabete della Società italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica (Siedp).

Sono 18mila, secondo i dati della Siedp, i bambini e gli adolescenti colpiti in Italia dal diabete tipo 1, la forma più grave della malattia che richiede la somministrazione dell’insulina, attraverso iniezioni da quattro a sei volte al giorno oppure l’impiego del microinfusore. Questi giovani sono assistiti da una rete di oltre 60 centri di diabetologia pediatrica, uniformemente distribuiti sul territorio nazionale. Nel complesso sono circa 300mila, per il Ministero della salute, gli Italiani, giovani e adulti, con diabete tipo 1.

Il numero di giovani e bambini con diabete tipo 1 è in crescita, particolarmente nella fascia di età inferiore ai 6 anni. Soprattutto, esiste un’importante percentuale di giovani, circa il 30%, a cui la malattia viene diagnosticata solo quando si manifesta la chetoacidosi, una grave crisi dovuta all’impossibilità dell’organismo di utilizzare il glucosio come fonte energetica – per mancanza di insulina – che viene quindi sostituito con i grassi. Infatti, frequentemente i sintomi iniziali del diabete in un bambino sono spesso confusi con altre malattie”, dice Franco Cerutti, Presidente Siedp.

Il diabete tipo 1 in età evolutiva, pur costituendo una minima parte della totalità delle persone che soffrono di questa malattia, è una delle endocrinopatie più frequenti in età pediatrico-adolescenziale, oltre ad essere una malattia cronica che, se non affrontata adeguatamente, può provocare un impatto familiare e sociale negativo. La presa in cura del bambino o adolescente diabetico rappresenta una sfida il cui obiettivo è di investire sulla loro salute, in modo da assicurare un’adeguata qualità di vita futura, riducendo il più possibile l’età di insorgenza delle complicanze. A questo proposito giova dire che, mediamente, il compenso glicometabolico dei bambini con diabete italiani è tra i migliori”, conclude Franco Cerutti, Presidente Siedp.

E proprio ai bambini tra i 3 e gli 8 anni con diabete tipo 1 è dedicata una nuova app – Pancry Life – ideata da AGDI ItaliaCoordinamento tra le associazioni italiane giovani con diabete, patrocinata da SIEDPSocietà italiana di endocrinologia e diabetologia pediatrica e realizzata con il supporto non condizionato di Novo Nordisk.

Pancry Life è la prima applicazione di tale genere progettata per iOS e Android (già disponibile per l’installazione su Apple Store e Google Play) e si pone a metà strada tra il gioco elettronico e lo strumento educativo.

Attraverso il gioco il bambino costruisce il proprio “avatar” e inizia l’avventura interattiva con l’aiuto di un simpatico personaggio parlante: Pancry, che lo aiuta e affianca in tutti  i momenti cruciali del gioco, prettamente incentrato sull’esecuzione delle gestualità giornaliere atte a tenere sotto controllo e trattare il diabete.

Pancry Life è stata sviluppata grazie alla consulenza medico-scientifica di Stefano Tumini, Responsabile Servizio di Diabetologia Pediatrica, Ospedale di Chieti.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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