Resveratrolo e sindrome dell’ovaio policistico


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Il resveratrolo, un comune principio attivo che si trova nell’uva rossa, nel cioccolato fondente, in noci, pistacchi e altri alimenti può aiutare ad affrontare lo squilibrio ormonale nelle donne con sindrome dell’ovaio policistico (PCOS).

La PCOS è una condizione dalla eziologia ancora non chiara, interessa una donna su dieci ed è caratterizzata da una maggiore produzione di testosterone e androgeni rispetto alla media femminile. Lo squilibrio ormonale, oltre ad una visibile peluria e all’acne, è associato ad irregolarità nei periodi mestruali, aumento di peso, infertilità e persino diabete.

Per affrontare la sindrome, la ricerca scientifica ha individuato e sintetizzato alcune molecole (antiandrogeni e contraccettivi estroprogestinici), che però provocano spesso pesanti effetti collaterali.

Un recente studio – effettuato in Polonia da un equipe di medici polacchi e americani e i cui risultati sono stati pubblicati su The Journal of Clinical Endrocrinolgy and Metabolism – ha quindi provato a verificare l’efficacia di un altro principio attivo, un polifenolo di origine naturale dalle note proprietà anti-ossidanti, il resveratrolo.

Lo studio ha coinvolto 30 donne (età media: 26,8 anni) con la sindrome endocrina, divise casualmente in due gruppi a cui non stati dati farmaci convenzionali. In un gruppo sono state fornite pillole di resveratrolo (1500 mg al giorno, equivalente alla quantità presente in circa 100 bicchieri di vino rosso), nell’altro placebi per tre mesi. L’analisi del sangue ha rivelato che le pazienti curate con la sostanza anti-ossidante hanno avuto il 23,1 % in meno di testosterone e il 22,2 % in meno di deidroepiandrosterone solfato (DHEAS), un altro ormone che il corpo può convertire in testosterone, senza incappare in significativi effetti collaterali. Nel gruppo placebo invece i due ormoni sono aumentati ulteriormente: il testosterone del 2,9% e il DHEAS del 10,5%. Inoltre il resveratrolo sembra ridurre considerevolmente il rischio di diabete, inducendo il corpo ad utilizzare meglio l’insulina: i livelli di questo ormone a digiuno sono diminuiti infatti del 31,8% nei tre mesi dello studio. Nel gruppo placebo invece non vi è stata alcuna diminuzione.

Lo studio ha coinvolto un numero troppo piccolo di pazienti per produrre una nuova evidenza scientifica e una raccomandazione per la pratica clinica, ma apre una nuova e promettente linea di ricerca per affrontare una dei più comuni squilibri ormonali nelle donne in età fertile.

BIBLIOGRAFIA

http://press.endocrine.org/doi/10.1210/jc.2016-1858


FAROMED

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