Applicazione dell’immunologia ai trattamenti di ovodonazione


Una delle caratteristiche della razza umana, più di ogni altra, è la sua capacità di adattarsi. L’evoluzione, il miglioramento della specie e la lotta contro le avversità … tutti questi fattori contribuiscono alla nostra resistenza nel tempo e nell’universo. Quante volte abbiamo sentito la frase “il corpo umano è molto intelligente”? Oggi, attraverso l’immunologia, attualmente uno dei campi più all’avanguardia della medicina, IVI ha la possibilità di confermare ulteriormente questa antica affermazione.

Il fallimento dell’impianto, i ripetuti aborti e la gestosi sono alcune delle complicanze – talvolta senza soluzione – nei trattamenti di ovodonazione, la cui causa, in molti casi, è immunologica. Dopo più di due anni di ricerca, IVI ha presentato per la prima volta uno studio esclusivo nell’ambito del 7mo Congresso Internazionale IVI sulla Medicina Riproduttiva, Bilbao 11-13 maggio 2017.

La ricerca, condotta tra l’altro da Diana Alecsandru, immunologo presso l’IVI di Madrid, consiste in uno studio, con un campione di 204 pazienti, in cui tutti i fattori immunologici che possono interferire in un trattamento di ovodonazione (madre, padre, donatrice, nascite precedenti, tessuto abortivo se applicabile, ecc.) sono stati identificati e classificati.

A livello uterino, tutte le donne hanno alcune cellule con un recettore chiamato KIR che presenta tre grandi gruppi genetici: KIR AA, KIR AB e KIR BB. Questi recettori sono responsabili di riconoscere la parte estranea dell’embrione. Nella riproduzione assistita con ovociti propri della donna e nella riproduzione naturale, questi recettori identificano solo un elemento estraneo: l’elemento paterno. Invece, nei trattamenti di ovodonazione sono riconosciuti due elementi estranei, quello paterno e quello della donatrice. Il numero di elementi non riconosciuti può aumentare ulteriormente nel caso di trasferimento di più embrioni.

Come esseri umani, abbiamo tutti alcuni antigeni nelle nostre cellule noti come HLA-C, che sono suddivisi nei due grandi gruppi HLA-C1 e HLA-C2. Questa è una distinzione genetica simile a quella che può essere applicata, ad esempio, ai diversi gruppi sanguigni, ma è stata scoperta solo recentemente. Lo studio condotto da Diana Alecsandru rivela, tra l’altro, che l’unione tra i recettori KIR AA e gli antigeni HLA-C2 rappresenta una combinazione di rischio per la razza umana in tutto il mondo.

È qui che ancora una volta riprendiamo la frase “il corpo umano è molto intelligente”. È stato dimostrato che nei trattamenti di ovodonazione, quando a una donna con recettori KIR AA (tra il 30 e il 40% delle donne europee presenta questo tipo di recettore specifico) viene trasferito un embrione con antigeni HLA-C2, le probabilità di aborto spontaneo, fallimento dell’impianto e altre complicazioni aumentano notevolmente. In altre parole, l’utero della donna che riceve l’embrione reagisce negativamente quando rileva che ci sono cellule estranee nell’embrione trasferito e che, inoltre, non sono compatibili con le sue caratteristiche genetiche.

La rilevanza dello studio della Dott.ssa Diana Alecsandru e le sue conclusioni si basano principalmente su due punti. In primo luogo, l’importanza di eseguire una classificazione dei KIR e degli HLA-C, sia per la madre che per il padre e la donatrice; un semplice esame del sangue mostrerà le caratteristiche genetiche di ciascuno dei protagonisti. Questa classificazione permetterà di scoprire la compatibilità o meno tra di loro, in modo da poter sempre selezionare il donatore più adatto e far coincidere le caratteristiche immunologiche di tutte le persone coinvolte.

In secondo luogo, lo studio nei trattamenti di ovodonazione mostra l’importanza di affidarsi al trasferimento di un singolo embrione, in modo che l’utero della madre debba riconoscere il minor numero possibile di elementi estranei e ci sia una maggiore probabilità di aumentare il tasso di gravidanza e di avere un bambino sano. Anche se i risultati dello studio arrivano da Madrid, IVI sta implementando gradualmente queste conclusioni in tutti i suoi centri (solo per i pazienti con patologie legate alla gravidanza, come l’aborto ricorrente, il ripetuto fallimento dell’impianto, la gestosi ecc.) per continuare a fornire ai propri pazienti le migliori tecniche e le maggiori probabilità di avere una gravidanza sicura e un bambino sano.

Attraverso questi studi dimostriamo l’importanza di testare nella donatrice le sue caratteristiche immunologiche. È molto importante non trasferire ovuli da qualsiasi donatrice, ma selezionare la donna in modo adeguato, non solo per la compatibilità in aspetti quali il colore degli occhi o il gruppo sanguigno, che sono alcuni dei fattori cui si fa caso oggi, ma anche per le loro caratteristiche immunologiche. L’obiettivo finale è quello di assicurarsi che la donatrice sia compatibile con il destinatario, in modo che la gravidanza sia portata a termine nel miglior modo possibile. Inoltre, è consigliabile trasferire un unico embrione, in modo che l’utero materno non sia costretto a riconoscere troppi elementi esterni” – afferma la Dottoressa Diana Alecsandru.

Dopo aver sviluppato la ricerca nei tanti aspetti della procreazione assistita i ricercatori IVI stanno andando avanti e lavorano costantemente con l’obiettivo di migliorare sempre di più i tassi di successo dei trattamenti e coronare il desiderio di genitorialità dei tanti pazienti che ogni anno afferiscono ai nostri Centri” – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.

 

 


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