Archivio per luglio 2017

La menopausa maschile esiste ed i suoi effetti possono essere tenuti sotto controllo

L’ipogonadismo ad insorgenza tardiva, o deficit androgenico, è caratterizzato da una diminuzione dei livelli di testosterone tra gli uomini a partire dai 40 anni. Questo processo, simile alla menopausa, non comporta una completa cessazione della fertilità come nella menopausa stessa, sebbene tra i vari sintomi possa provocare disfunzione erettile e perdita della libido.

Si tratta di un processo progressivo che porta gli uomini che raggiungono i 70 anni ad avere approssimativamente un 30% in meno di testosterone, l’ormone che ha il compito di mantenere il tono muscolare, la massa ossea e la funzione sessuale”, spiega il Dr. Carlos Balmori, urologo del Centro IVI di Madrid.

(A questo link il Dr. Balmori racconta cos’è l’andropausa).

Altri sintomi facilmente rilevabili sono la debolezza muscolare, la stanchezza, l’aumento di peso e la caduta dei capelli, anche se possono essere accompagnati da perdita di massa muscolare e da disturbi come l’osteoporosi e la osteopenia.

Il risultato che emerge consiste in una perdita complessiva della qualità di vita”, prosegue il Dr. Balmori.

Inoltre, molti uomini presentano la cosiddetta ”sindrome metabolica”, una malattia correlata all’ipogonadismo, caratterizzata da determinati sintomi quali obesità, iperglicemia, elevati livelli di acido urico, ipertensione ed ipercolesterolemia.

Come affrontare questa nuova fase della salute?

Anche se l’ipogonadismo colpisce tutti gli uomini di una certa età – anche quelli che hanno subito l’asportazione di uno o di entrambi i testicoli – esistono alcune sane abitudini che possono essere sviluppate per mitigare i suoi effetti.

In alcuni casi attraverso una dieta equilibrata, facendo esercizio in modo controllato e mantenendo una vita sessuale attiva, i livelli di testosterone possono tornare alla normalità” – aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

In questo senso, i controlli preventivi sono molto importanti per controllare i livelli ormonali, del glucosio, del colesterolo e dell’acido urico. Attraverso un esame dettagliato dei pazienti aumentiamo l’efficacia di qualsiasi trattamento medico” – sottolinea la Dottoressa Galliano.

Per quei pazienti che non possano ricostituire questo ormone in maniera naturale, esistono trattamenti a base di testosterone, sia iniettabili che in gel. Questa terapia ormonale sostitutiva non è nociva, sempre che venga realizzata sotto la supervisione medica e che non vengano superati i livelli stabiliti” – conclude il Dr. Balmori.


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“Generazione Argento”

La “generazione argento” nel 2017 è contraddistinta nel complesso da un buono stato fisico, psichico ed emotivo”, afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, in occasione della presentazione dell’indagine “Essere anziani nel 2017” avvenuta a Milano nell’ambito del convegno Il mondo invecchia: assistenza e gestione dell’anziano, il 15 giugno scorso. L’indagine, condotta su un campione di oltre 300 soggetti dai 70 anni in su, è volta a esplorare a livello nazionale il ruolo di questa generazione in ambito familiare e sociale, gli stili di vita, le necessità, i bisogni, le paure e le loro aspettative.

L’83% degli intervistati si dichiara autosufficiente, con uno stato di salute fisico e psichico buono anche se più della metà è affetto da una malattia cronica o un disturbo significativo di salute. Nella maggior parte dei casi conducono una vita attiva e quasi la metà si definisce molto attivo ed energico: esce spesso (76%), ha modo di incontrare parenti e amici (53%) e non di rado si occupa della cura dei propri nipoti (53%). La partecipazione sociale degli over 70 è molto incentrata sulla famiglia: essere circondato dai propri familiari e dagli affetti è il principale obiettivo per il futuro di 1 su 2, mentre sono meno aperti ad un contesto allargato, è infatti poco diffusa la frequentazione di centri ricreativi (11%) e attività di volontariato (9%). Il 43% dei soggetti si dichiara mediamente soddisfatto della propria vita e la metà si definisce felice anche se ritiene che la vecchiaia imponga molte rinunce (58%) e solo il 30% pensa che possa offrire nuove opportunità e stimoli.

Invecchiare fa paura (il 41% afferma di temerlo molto o moltissimo), non tanto per la fine della vita – a cui non si pensa così frequentemente – quanto più per gli ostacoli che l’invecchiamento comporta come perdita dell’autosufficienza (il 72% la teme molto), malattie (51%), limitazioni nel movimento (50%), dolore e sofferenza (49%), instabilità psichica (45%).

Seppure gli over 70 siano partecipi nella vita sociale e familiare e nel 61% dei casi si ritengano personalmente utili, affrontando tale tematica in termini più generali emerge pessimismo riguardo al loro ruolo sociale, infatti quasi la metà pensa che la società tenda ad emarginare le persone più avanti con gli anni e solo 1 su 5 è convinto che siano adeguatamente compresi e assistiti, percezione che si fa particolarmente critica fra chi ha delle condizioni di salute e di vita più compromesse e vive in prima persona tali difficoltà. Per la parte di intervistati più anziana e meno autosufficiente la percezione di sé e del proprio futuro è in generale più negativa.

Il principale canale informativo su tematiche inerenti la salute è il medico di medicina generale al quale si rivolge il 66% degli over 70, seguito dalla TV (41%) e dal medico specialista (32%), ma anche internet è consultato da 1 su 5. Per l’89% degli intervistati il medico in generale è una figura di riferimento nel quale si ripone fiducia e la metà vi si rivolge anche quando non ha problemi, ma solo per un controllo generale. Dai dati emerge anche che la “generazione argento” è molto attenta alla salute, infatti l’85% di loro la tiene periodicamente monitorata.

Tra gli intervistati erano presenti 8 over 70 che vivono in Residenze Sanitario-Assistenziali (RSA) di cui 7 donne, campione non statisticamente significativo ma che fa emergere una tendenza. Questo piccolo gruppo presenta un quadro di vita complesso dato dalla mancanza di autosufficienza e dal compromesso stato di salute. Complessivamente si definiscono infelici; pensano spesso alla fine della loro vita, ma non lo fanno con vissuti di angoscia e si mostrano critici anche nella visione dell’anziano all’interno della società. L’Osservatorio si è dimostrato sensibile alla tematica della terza età e si sta impegnando nel rispondere non solo ai crescenti bisogni della popolazione anziana in Italia – che conta oltre 13 milioni di over 65, di cui 7,5 milioni donne –  ma anche nel supportare le famiglie nella scelta della RSA più idonea alle esigenze dei non autosufficienti colpiti da demenze, disabilità e altre malattie. Per questo ha realizzato il progetto Bollini RosaArgento, volto ad attribuire un riconoscimento alle RSA in possesso dei requisiti necessari per garantire non solo una gestione efficace e sicura dell’ospite, ma anche un’assistenza umana e personalizzata” – ha continuato Merzagora.

La cura della singola malattia che ha permesso di allungare la sopravvivenza di molti pazienti è risultata inefficace nel ritardare, migliorare o prevenire la comorbilità durante l’invecchiamento. Per tale motivo le organizzazioni sanitarie internazionali auspicano la messa in atto di progetti trasversali di ricerca biogerontologica necessari per comprendere le differenze nel processo di invecchiamento tra le razze, tra i singoli individui e tra i sessi e per cosi attuare una efficace medicina preventiva nell’invecchiamento” – ha spiegato Luigi Bergamaschini, Direttore dell’Unità Operativa Complessa 2 dell’ASP IMMeS e Pio Albergo Trivulzio e Direttore della Scuola di Specializzazione in Geriatria dell’Università Statale di Milano.

Il tema che si conferma emergere dalla ricerca, è la necessità di un sostegno alla non autosufficienza. È necessario che tutte le istituzioni, a partire da Regione Lombardia, si impegnino a garantire interventi di sostegno, sia sociosanitari che sociali, in maniera continuativa e omogenea, a seconda delle diverse esigenze, prevedendo diverse soluzioni, dall’assistenza domiciliare agli alloggi protetti fino al ricovero nelle strutture” – ha concluso Sara Valmaggi, Vice Presidente Consiglio Regionale Lombardia.


Bambini con diabete, come assisterli (in salute) nell’età evolutiva

La lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo HIV e Tubercolosi.

Numeri impressionanti se si considera che secondo l’Oms sono 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo, di cui 52 milioni nella Regione europea.

Nel nostro Paese, dove attualmente vivono oltre 3 milioni di persone con diabete (dati del Ministero della Salute), è stato registrato un aumento dei casi di diabete mellito di tipo 1 con un’incidenza annua media di 8.1 su 100.000 bambini tra 0 e 14 anni, aumento in parte dovuto all’invecchiamento generale della popolazione ma principalmente alla diffusione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche.

Il diabete è una patologia complessa che investe il bambino, i suoi genitori e gli operatori sanitari che li assistono. Ciascuno di loro ha un compito difficile da assolvere. Poter portare la mia esperienza nelle malattie croniche e collaborare con il team della prof.ssa Grohmann e con le Associazioni dei Giovani con il diabete è per me un grande onore. La componente umana, insieme alle competenze tecniche richieste ad ogni medico sono un aspetto imprescindibile del nostro impegno quotidiano nell’assistenza dei piccoli pazienti e delle loro famiglie” – sottolinea la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

Sebbene le cause del diabete di tipo I siano ancora sconosciute all’origine (cause genetiche, ereditarie o fattori ambientali), ciò che invece appare chiaro agli esperti è il meccanismo che porta alla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina. In Italia, sono circa 20mila i bambini sotto i 14 anni con diabete di tipo 1, costretti a somministrarsi insulina a vita e a convivere con dispositivi per infonderla.

Nel corso degli ultimi decenni sono stati compiuti numerosi progressi volti a migliorare il trattamento del diabete mellito nel bambino, con l’obiettivo di garantire un controllo metabolico ottimale ed evitare complicanze a breve e lungo termine.

Tra le novità sulle terapie per la cura del diabete di tipo 1, è in corso uno studio che potrebbe aprire la strada a possibili terapie innovative.

Studi sul modello animale condotti nel nostro laboratorio hanno dimostrato che indolamina 2,3-diossigenasi o IDO, un particolare enzima che metabolizza l’amino-acido triptofano, rappresenta un importante controllore delle risposte immunitarie nel nostro organismo che tuttavia risulta difettivo in topi con diabete di tipo autoimmune (T1D). In tali topi, manovre terapeutiche atte a correggere questo difetto determinano un controllo efficace della risposta autoimmune, la rigenerazione di piccole insule pancreatiche secernenti insulina e la normalizzazione dei valori di glicemia. Studi attualmente in corso in pazienti pediatrici affetti da diabete mellito hanno evidenziato che IDO è difettivo anche nel diabete di tipo 1 umano, aprendo pertanto la strada a possibili terapie innovative basate sul ripristino del metabolismo fisiologico del triptofano e, quindi, a nuove speranze per i pazienti affetti da diabete” – afferma la prof.ssa Ursula Grohmann, professore ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia e membro dell’Accademia delle Scienze dell’Umbria.

Se la terapia insulinica ha come obiettivo primario quello di ristabilire un soddisfacente equilibrio glicemico, l’educazione alla gestione autonoma del diabete da parte delle famiglie dei bambini affetti è lo strumento fondamentale che consente di garantire una buona qualità di vita. L’approccio terapeutico all’interno delle strutture pediatriche è, infatti, fortemente centrato sulla famiglia, svolto in un’atmosfera informale e talora “protettiva”, attenta allo sviluppo psicofisico, all’inserimento nel mondo della scuola e dei coetanei.

E anche per i bambini con diabete, la prevenzione attraverso le vaccinazioni riveste un ruolo fondamentale, non solo per i piccoli pazienti ma anche per le loro famiglie e per gli operatori sanitari per i quali sono raccomandate tutte le vaccinazioni di routine.

Alcune infezioni favoriscono lo sviluppo di diabete di tipo 1 nei soggetti geneticamente predisposti. Ciò vale soprattutto per le infezioni respiratorie contratte precocemente. I vaccini sono efficaci anche nei bambini con diabete. Non solo efficaci, i vaccini sono anche sicuri e non associati allo sviluppo del diabete. Quindi, tutte le vaccinazioni considerate obbligatorie per l’ingresso a scuola nei bambini senza patologie di base devono essere eseguite anche nei bambini con diabete. In aggiunta, per i bambini con diabete è raccomandato il vaccino antinfluenzale annuale e il vaccino coniugato contro lo pneumococco anche dopo i 5 anni di età” – conclude Susanna Esposito.

 


Schizofrenia: novità nella terapia

Il loro grande sogno è la libertà. Libertà di organizzare il proprio tempo, di immaginare un futuro, di avviare nuovi progetti. Ma nella realtà quotidiana i pazienti con schizofrenia e malattia psicotica convivono soprattutto con il peso di una terapia da non saltare mai per evitare una ricaduta, un nuovo episodio psicotico che comporta il ricovero e fa crollare con un soffio il castello della vita faticosamente ricostruito.

In anni recenti, però, la cura delle psicosi è cambiata grazie all’avvento dei LAI – Long Acting Injectables, farmaci a lunga durata d’azione, che permettono intervalli di somministrazione più lunghi rispetto ai farmaci orali e grazie ai quali il paziente non è più condizionato dall’assunzione giornaliera della terapia. La novità, disponibile ora anche in Italia con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto di rimborsabilità, è paliperidone palmitato trimestrale, la prima terapia antipsicotica da 4 somministrazioni all’anno.

Oggi le prospettive e l’orizzonte dei pazienti si allargano significativamente con l’arrivo della prima terapia trimestrale di paliperidone palmitato una somministrazione limitata a sole 4 volte l’anno, un vero e proprio “respiro di aria fresca” per i pazienti e per gli stessi medici, sempre più liberi dal pensiero della terapia, della non aderenza e delle possibili ricadute. Con la nuova terapia trimestrale il periodo libero dall’obbligo di assumere il farmaco antipsicotico triplica rispetto ai LAI già disponibili e moltiplica di ben 90 volte rispetto alle terapie orali, pur garantendo una capacità almeno equivalente nel mantenere il paziente libero da ricadute e aprendo in questo modo un’opportunità maggiore per programmare, recuperare le dinamiche sociali e ricostruire i legami affettivi” – spiega Andrea Fagiolini, Professore Ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Siena.

La schizofrenia comporta un’enorme sofferenza: la distorsione della percezione compromette la capacità mentale e il senso di individualità della persona, la sua risposta affettiva e la capacità di riconoscere la realtà, di comunicare e di relazionarsi con gli altri.

La terapia trimestrale è un passo avanti non solo per la qualità di vita ma anche dal punto di vista clinico, perché l’aderenza al trattamento, favorita da una terapia di 4 somministrazioni all’anno, può diminuire il tasso di ricadute, come dimostrano gli studi clinici effettuati. E questo è vero soprattutto se il trattamento viene iniziato tempestivamente dopo la diagnosi ogni nuovo episodio psicotico infatti aumenta il rischio di episodi successivi e le ricadute rappresentano il problema principale nella gestione della malattia psicotica, verificandosi nella gran parte dei pazienti. Instaurare precocemente una terapia adeguata può migliorare la gestione della malattia e diminuire il tasso di ricadute: i sintomi della schizofrenia possono essere arginati fin dalla diagnosi grazie a terapie sempre più efficaci e maneggevoli come i LAI, che attualmente vengono utilizzati già all’inizio del percorso di trattamento per aumentare le chance di una vita normale per i pazienti” – dichiara Andrea Fagiolini.

Paliperidone palmitato trimestrale è ora disponibile anche in Italia, dopo essere stato approvato dalla Commissione Europea a maggio 2016 per il trattamento della schizofrenia nei pazienti adulti in condizioni clinicamente stabili con paliperidone palmitato a somministrazione mensile. Il modello farmaco-economico di costo-efficacia dimostra che paliperidone palmitato trimestrale determina un miglioramento della qualità di vita, in termini di ricadute, eventi avversi e preferenza del paziente.

Lo sviluppo di paliperidone palmitato trimestrale è solo l’ultimo passo dei 60 anni in psichiatria di Janssen, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson: una storia di ricerca & sviluppo per le malattie mentali che comincia nel 1953 quando il suo fondatore, il Dottor Paul Janssen, poi scomparso nel 2003, inizia a occuparsi di disturbi mentali e, nello specifico, di schizofrenia. Oggi, Janssen si afferma come una delle principali aziende attive in questo campo: nei suoi Centri di Ricerca, infatti, si lavora con l’obiettivo di identificare nuovi target per determinate patologie mentali come la depressione, l’insonnia e la schizofrenia.

Altra importante mission dell’azienda è unire l’efficacia terapeutica dei propri farmaci con la riabilitazione e il reinserimento nella società dei pazienti.

Questa nuova terapia è frutto di un impegno costante dell’azienda in ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di offrire soluzioni che rendano la vita migliore al paziente. Non ci siamo mai fermati, da 60 anni a questa parte, nel perseguire un progressivo miglioramento che, passo dopo passo e anno dopo anno, porti a risultati concreti. L’area salute mentale ne è un chiaro esempio: nel punto da cui siamo partiti c’era una situazione in cui questi malati venivano isolati e rinchiusi in manicomi, ora siamo arrivati a parlare di una terapia di 4 volte l’anno. Janssen ha avuto un ruolo centrale in questa rivoluzione. Paliperidone palmitato iniezione trimestrale ha la potenzialità per comportare un risparmio di costi per la struttura che lo utilizza. Questo perché il costo mensile della terapia rimane invariato: questa innovazione non determinerà alcun costo aggiuntivo per il Sistema Sanitario, con in più il vantaggio di poter generare un risparmio grazie alla riduzione dei costi correlati alla gestione del paziente, con un minor rischio di ricadute” – ha commentato Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen Italia.


La schizofrenia è uno dei disturbi psichiatrici più complessi e meno compresi, ed è in genere definita come una condizione cronica e debilitante, a causa del progressivo deterioramento funzionale, collegato alla malattia, che ha un forte impatto dal punto di vista cognitivo, affettivo e sociale; tuttavia alcune persone affette da schizofrenia riescono a mantenere un buon livello di funzionamento, a conservare il loro lavoro e ad avere delle buone relazioni familiari e sociali.

Secondo le stime dell’OMS, più di 21 milioni di persone al mondo soffrono di schizofrenia; in Italia sono circa 300.000, secondo uno studio condotto con la collaborazione dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Da tenere presente che le persone affette da schizofrenia hanno una mortalità più del doppio rispetto alla popolazione generale la schizofrenia nel nostro Paese ha un forte impatto economico: il costo totale generato da costi diretti e indiretti è pari a circa 2,7 miliardi di euro. Di questi circa il 50,5%, è costituito da costi indiretti, non direttamente imputabili alla patologia, mentre solo il restante 49,5% è generato da costi diretti, ovvero i costi di ospedalizzazione (compresa la residenzialità e l’assistenza domiciliare), della terapia farmacologica e degli altri trattamenti. È interessante notare che tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa solo per il 10%, mentre l’80% circa è dato dai costi di ospedalizzazione, residenzialità e assistenza domiciliare” – commenta Alberto Siracusano, Professore Ordinario di Psichiatria Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica Fondazione Policlinico Tor Vergata e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze Fondazione Policlinico Tor Vergata.


Gli studi

L’autorizzazione all’immissione in commercio di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale è basata su due studi di Fase III. Il primo è stato uno studio randomizzato, multicentrico, in doppio-cieco, controllato con placebo, per la prevenzione delle ricadute in più di 500 persone con schizofrenia. Il secondo è stato uno studio clinico randomizzato, multicentrico, in doppio-cieco che ha messo a confronto l’efficacia e la sicurezza di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale rispetto alla somministrazione mensile. Paliperidone palmitato a iniezione trimestrale ha dimostrato di essere altrettanto efficace della rispettiva formulazione mensile nella prevenzione delle ricadute e non è stato associato a nuovi o inattesi segnali di sicurezza.

Come con tutti gli altri farmaci, alcuni pazienti possono riportare degli effetti indesiderati. Gli effetti indesiderati osservati più frequentemente e riportati in ≥ 5% di pazienti nei due studi controllati in doppio-cieco di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale sono stati: aumento del peso, infezioni del tratto respiratorio, ansia, mal di testa, insonnia e reazione nella sede d’iniezione.

L’approvazione da parte della Commissione Europea risale a maggio 2016 ed è stata conseguente ad un parere positivo che ha raccomandato l’approvazione di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale da parte del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ad aprile 2016. Questa approvazione consente la commercializzazione di paliperidone palmitato a iniezione trimestrale in tutti i 28 Stati Membri dell’Unione Europea così come nei Paesi dello Spazio Economico Europeo (Norvegia, Islanda e Liechtenstein).


Una vita normale per i pazienti con acromegalia

L’endocrinologia si occupa di malattie dai numeri imponenti come il diabete ma anche di forme dai numeri esigui come le malattie rare o rarissime, talvolta complicate come quelle ipofisarie.

Durante i lavori del 39° Congresso Nazionale della Società Italiana di Endocrinologia (SIE) svoltosi a Roma, dal 21 al 24 giugno scorso, un ampio spazio è stato dedicato proprio a questo importante e delicato capitolo con due Simposi, di cui uno promosso da SIE insieme alla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica che ha visto riuniti esperti di patologie endocrine rare, l’altro che ha passato in rassegna tutti gli aspetti legati alla prescrizione dei nuovi farmaci utilizzati in anni recenti per il trattamento delle patologie ipofisarie, come l’acromegalia.

Malattia rara a lenta evoluzione e poco nota, l’acromegalia è dovuta ad un tumore benigno della ghiandola ipofisaria responsabile dell’eccessiva e prolungata secrezione di ormone della crescita GH . La sintomatologia, spesso trascurata in fase iniziale tanto che la diagnosi può essere molto tardiva, è caratterizzata da un ingrossamento, in lunghezza e larghezza, delle ossa delle mani, dei piedi e del volto e dall’aumento di volume di alcuni organi interni, a cui si associano importanti complicanze.

L’acromegalia è considerata una malattia rara sebbene in Italia, con un’incidenza di 5-6 nuovi casi all’anno e una prevalenza di 60-70 casi per milione di abitanti, colpisca alcune migliaia di persone, riducendo loro l’aspettativa e la qualità di vita.

Meno della metà (45%) dei pazienti acromegalici non raggiunge il controllo della malattia con le terapie tradizionali: di recente tuttavia si è registrata una vera e propria rivoluzione sia nel modo di valutare il paziente, consentendo una più tempestiva identificazione della patologia e un precoce intervento sui sintomi prima che si aggravino, sia per l’arrivo sulla scena di terapie molto avanzate con farmaci innovativi di nuovissima generazione, efficaci e assai ben tollerati, che permettono di tenere sotto controllo i sintomi e consentono ai pazienti di ritornare alla normale quotidianità.

Lo scenario delle opzioni terapeutiche per il trattamento delle patologie rare si sta ampliando e nuove importanti opportunità si aprono per i pazienti affetti da acromegalia, tutto questo grazie soprattutto all’enorme impulso dato dai nuovi farmaci che hanno fornito la possibilità di offrire ai pazienti affetti da acromegalia decisivi momenti di cura attualmente per questa patologia abbiamo 2-3 linee di farmaci che sono applicabili in successione o nei casi in cui vi sia resistenza ad uno di essi. Sono disponibili farmaci di prima linea, ormai ben conosciuti all’endocrinologo, e farmaci di seconda linea, che possono essere impiegati nei casi in cui il paziente diventa resistente a quelli di prima linea, o se il farmaco di prima linea non è adeguato o non sufficientemente flessibile. I farmaci di ultima generazione, in particolare, sono assai maneggevoli ed efficaci” – ha commentato Andrea Lenzi, Presidente SIE.


 

Ricerca internazionale sui disturbi della tiroide

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, ha presentato i risultati di un sondaggio internazionale, commissionato dall’Azienda in collaborazione con la Thyroid Federation International (TFI), che rivela come molte donne associno i sintomi quali il cambiamento di peso, l’irritabilità, l’ansia, l’insonnia e l’eccessiva stanchezza ai loro stili di vita frenetici, non rendendosi conto che un disturbo della tiroide potrebbe essere la causa sottostante.

I disturbi della tiroide interessano circa 200 milioni di persone in tutto il mondo e in alcuni paesi quasi il 50% delle persone non ricevono una diagnosi1. I disturbi della tiroide sono 10 volte più comuni nelle donne2, il 17% delle quali, all’età di 60 anni, potrebbe sviluppare l’ipotiroidismo, il più comune tipo di disturbo della tiroide3. Se gli squilibri dell’ormone tiroideo non sono diagnosticati e trattati, possono avere un effetto dannoso sulla salute e sul benessere di una persona4,5. È pertanto fondamentale che le persone siano a conoscenza dei sintomi che, se scoperti, non devono essere ignorati.

L’indagine ha coinvolto le donne di sette paesi differenti e ha evidenziato la tendenza ad associare le loro scelte di stile di vita a sintomi che potrebbero essere invece causati da un disturbo della tiroide6. Circa la metà (49%) delle intervistate ha dichiarato di aver attribuito la causa del proprio stato d’inquietudine o della difficoltà a dormire allo stile di vita scelto, mentre il 40% ha dato la colpa allo stile di vita per la sensazione di depressione, gli stati d’ansia e la sensazione di stanchezza6. In realtà, questi sono sintomi comuni di un disturbo della tiroide. Questa tendenza a dare la colpa allo stile di vita per i sintomi potrebbe essere ulteriormente evidenziata dal fatto che quasi un quarto (23%) delle intervistate ricorda di aver raccontato ad un amico o ad una persona cara di aver accettato la sensazione di essere depressa, ansiosa o irritabile come parte della vita, mentre il 19% delle intervistate avrebbe detto di accettare di sentirsi stanca o fiacca ogni giorno6 .

I risultati dell’indagine evidenziano un’importante ragione per la quale milioni di persone vivono la loro esistenza senza che sia loro diagnosticato o trattato un disturbo della tiroide, con conseguente scarsa qualità della vita. Ciò rivela che i disturbi della tiroide possono essere la causa che si nasconde dietro i sintomi che molti di noi attribuiscono al frenetico stile di vita di oggi. Speriamo che questo incoraggi più persone a parlare con il proprio medico piuttosto che accettare i sintomi come parte ordinaria della vita quotidiana “ – ha dichiarato, Ashok Bhaseen, presidente della TFI.

L’indagine ha sottolineato perché può essere molto difficile individuare un disturbo della tiroide. I sintomi come sensazione di incapacità di concentrazione (29,6%), difficoltà a rimanere incinta (30%), intestino pigro e costipazione (29%) non sono stati comunemente associati ai disturbi della tiroide dalle intervistate6. Una caratteristica dei disturbi della tiroide che li rende difficili da individuare è che gli ormoni prodotti dalla ghiandola tiroidea aiutano a regolare molte funzioni diverse nel corpo. I sintomi possono quindi essere diversi e non sono specifici o unici7.

 

In occasione della presentazione dell’indagine, inoltre, Merck lancia il sito “Non sei tu. È la tua tiroide” (www.thyroidaware.com/it) con l’obiettivo di aiutare le persone a non attribuire esclusivamente a se stessi e al proprio stile di vita alcuni sintomi delle patologie tiroidee, Nel sito sono disponibili una brochure e un quiz interattivo che mostrano le idee sbagliate sui sintomi dei disturbi della tiroide e fornisce informazioni per aiutare le persone a comprenderli meglio. Tra i sintomi più importanti della carenza di ormone tiroideo (ipotiroidismo) la stitichezza, la mancanza di motivazione, la mancanza di concentrazione, la depressione o l’aumento di peso8. I sintomi dell’eccesso di ormone tiroideo (ipertiroidismo) includono la perdita di peso e l’irritabilità9,10. Ipotiroidismo e ipertiroidismo possono anche portare ad ansia, disturbi mestruali e difficoltà a dormire8,9.

 

I disturbi della tiroide

Ci sono due tipi principali di disturbi della tiroide, con cause e sintomi diversi: ipotiroidismo e ipertiroidismo.

L’ipotiroidismo, quando la ghiandola tiroidea è poco attiva e non produce abbastanza ormoni tiroidei. Ciò significa che le cellule del corpo non possono ottenere sufficienti ormoni tiroidei per funzionare correttamente e il metabolismo del corpo rallenta.11

L’ipotiroidismo può avere molte cause, tra cui una malattia autoimmune, danni alla ghiandola tiroidea, troppo o troppo poco iodio e radioterapia11.

Non trattati, i sintomi dell’ipotiroidismo di solito si accentuano e possono causare complicazioni più gravi e addirittura diventare pericolosi per la vita4 .

L’ipertiroidismo, quando la ghiandola tiroidea è iperattiva e la tiroide libera troppo ormone tiroideo nel sangue, accelerando il metabolismo del corpo.10

L’ipertiroidismo tende a presentarsi in famiglia ed è più frequente nelle giovani donne.10

La maggior parte dei casi di ipertiroidismo è causata da una condizione chiamata “malattia di Graves10. In questa condizione, gli anticorpi nel sangue attivano la ghiandola tiroidea, causandone un aumento delle dimensioni e della secrezione dell’ormone tiroideo10. Un’altra forma di ipertiroidismo è caratterizzata da noduli o grumi nella ghiandola tiroidea, che aumentano i livelli di ormone tiroideo nel sangue.10 È importante che i sintomi dell’ipertiroidismo non siano trascurati in quanto possono verificarsi gravi complicazioni5.

Quanto sono comuni i disturbi della tiroide?

I disturbi della tiroide sono tra i più frequenti con circa 1,6 miliardi di persone a rischio in tutto il mondo12. All’età di 60 anni, il 17% delle donne e l’8% degli uomini soffrono di una tiroide poco attiva3.

La ghiandola tiroidea poco attiva è più comune nelle donne che negli uomini e diventa più frequente con l’aumento dell’età. Una ghiandola tiroidea iperattiva è 10 volte più comune nelle donne che negli uomini, soprattutto tra i 20 e i 40 anni, ma può verificarsi a qualsiasi età2.

Informazioni sull’indagine6

L’indagine globale è stata condotta da Censuswide, con interviste on-line effettuate dal 24 al 31 gennaio 2017 tra donne dai 18 anni in su.

Sono state intervistate 6.171 donne da sette paesi in tutto il mondo:

• Francia – 1.006 intervistate

• Italia – 1.004 intervistate

• Messico 1.002 intervistate

• Brasile – 1.003 intervistate

• Arabia Saudita – 151 intervistate

• Cile – 1.001 intervistate

• Indonesia – 1.004 intervistate

Le persone con una storia di disturbi della tiroide sono state sottoposte a screening.

I risultati dell’indagine hanno stabilito le risposte del rispondente a 10 problemi che sono associati a disturbi della tiroide.

1. Thyroid Foundation of Canada. About thyroid disease. Last accessed March 2017

2. NHS Choices. Overactive thyroid. Last accessed March 2017

3. All Thyroid. Thyroid Problems over 50. Last accessed March 2017

4. EndocrineWeb. Hypothyroidism: Too little thyroid hormone. Last accessed March 2017

5. American Thyroid Association. Clinical thyroidology for the public – Hyperthyroidism. Last accessed March 2017

6. Censuswide. Thyroid Disorder Awareness Survey – Commissioned by Merck. January 2017.

7. American Thyroid Association. Hyperthyroidism. Last accessed March 2017

8. Thyroid UK. Signs & Symptoms of Hypothyroidism. 2013.Last accessed March 2017

9. Thyroid UK. Signs and Symptoms of Hyperthyroidism. 2010. Last accessed March 2017

10. British Thyroid Foundation. Psychological Symptoms & Thyroid Disorders.
Last accessed March 2017

11. American Thyroid Association. Hypothyroidism. Last accessed March 2017

12. Khan A, Khan MM, Akhtar S. Thyroid disorders, etiology and prevalence. J Med Sci 2002;2:89–94. Last accessed March 2017

Stenosi aortica, la TAVI italiana compie 10 anni

Era il 4 giugno di esattamente 10 anni fa, Corrado Tamburino, oggi Professore di Cardiologia all’Università di Catania e Direttore Unità Cardiotoracovascolare, AO Policlinico-Vittorio Emanuele della  città etnea,  con la sua équipe, effettuava, per la prima volta in Italia, un intervento TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation o impianto di valvola aortica per via transcatetere), inserendo nel cuore di un’anziana donna una protesi valvolare biologica CoreValve di Medtronic.

L’intervento, avvenuto in contemporanea a Padova per mano del dottor Angelo Ramondo, allora rivoluzionario perché l’impianto della valvola sostitutiva avveniva per via mininvasiva attraverso l’inguine anziché aprendo il torace e il cuore, era stato messo a punto nel 2002 dal cardiologo francese Alain Cribier per curare la stenosi aortica – ossia il restringimento dell’omonima valvola che rende difficile il passaggio del sangue dal cuore all’aorta.

La metodica era stata da poco approvata e quindi non era più considerata come “sperimentale” con l’ottenimento, nel maggio 2007, del marchio CE da parte della valvola TAVI CoreValve di Medtronic.

Il decennale della TAVI, che oggi consente di inserire la valvola sostitutiva attraverso l’arteria femorale o altre arterie minori, è stato al centro del meeting “10 Years of Evolution” dedicato agli specialisti della TAVI, che Medtronic ha promosso a Catania nel giugno scorso.

La stenosi aortica è la malattia delle valvole cardiache più frequente nella popolazione occidentale oltre i 75 anni. La malattia colpisce infatti il 4-6% della popolazione oltre i 75 anni, più di 280.000 persone in Italia, un quinto delle quali – circa 50-60.000 – soffre di stenosi aortica definita grave e sintomatica, destinata a prognosi infausta nel giro di un paio d’anni” – ha spiegato Tamburino.

Dal 2007 al 2016, secondo i dati del Rapporto di attività di GISE-Società italiana di cardiologia interventistica, che raccoglie informazioni sugli interventi di diagnosi e cura effettuati nei centri di emodinamica italiani, le TAVI effettuate nel nostro Paese sono state oltre 20.000, al 31 dicembre dello scorso anno, la metà delle quali, effettuate con protesi valvolari CoreValve, nelle sue diverse evoluzioni.

Le persone che soffrono di stenosi aortica mostrano mancanza di respiro, svenimenti, dolori anginosi e possono presentare episodi di scompenso cardiaco e morte improvvisa. È fondamentale intervenire prima che il cuore risulti gravemente compromesso; trattandosi, tuttavia, prevalentemente di pazienti anziani e, come tali, portatori di diverse altre patologie, spesso fragili, il tradizionale intervento cardiochirurgico è spesso improponibile. La TAVI ha aperto nuove possibilità di cura proprio per questi pazienti. Secondo le linee guida internazionali, la TAVI è indicata nei pazienti inoperabili o a elevato rischio per intervento cardiochirurgico. Oggi, tuttavia, gli studi clinici hanno dimostrato come possa essere efficace anche nelle persone a rischio più basso. Di certo, rappresenta l’intervento più adeguato nei pazienti più anziani, indipendentemente dal loro grado di rischio valutato secondo SCORE chirurgici che poco si adattano a questa tipologia di pazienti. In ogni caso, la corretta indicazione deve essere condivisa all’interno di un ‘heart team’ cioè l’équipe formata da cardiochirurgo, cardiologo interventista e anestesista con il compito di scegliere la migliore opzione terapeutica, tenendo anche in conto la volontà del paziente” – ha aggiunto Francesco Bedogni, Direttore della Cardiologia dell’IRCCS Policlinico San Donato di Milano.

A fronte dei vantaggi della TAVI, di carattere clinico, grazie alla minore invasività, all’ospedalizzazione più breve, ad un più rapido recupero e ritorno alle normali attività quotidiane, la TAVI a 10 anni dalla sua introduzione risulta ancora sottoutilizzata, anche nelle sole indicazioni previste dalle linee guida”, ha sottolineato inoltre Bedogni, in quanto attualmente in Italia viene eseguito meno di un terzo degli interventi che sarebbero necessari.

Una delle ragioni è che a tutt’oggi non esiste un DRG per questo tipo di intervento e quindi una sua disponibilità uniforme sul territorio nazionale. In alcune Regioni la TAVI è rimborsata dal sistema sanitario, in altre ancora no. Tutto questo produce disparità tra i cittadini e soprattutto ingenera mobilità sanitaria verso le strutture e le regioni che la mettono a disposizione. Sarebbe fondamentale un cambio di mentalità da parte degli amministratori. Le Regioni dovrebbero organizzarsi per identificare un numero adeguato di centri, dotati di cardiochirurgia, destinati a eseguire la TAVI. In questo modo i centri opererebbero con alti volumi, garantendo efficacia ed efficienza. La TAVI rappresenta senza ombra di dubbio il futuro della cura della stenosi aortica, non si può non considerarlo” – interviene Tamburino.

Dopo i primi interventi realizzati in Italia con la TAVI a Catania e Padova seguì a stretto giro l’esperienza della Prof.ssa Anna Sonia Petronio, Direttore del Laboratorio di Emodinamica dell’Azienda ospedaliero universitaria Pisana. Oggi la TAVI viene eseguita in oltre 90 Centri in Italia.



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