Archivio per ottobre 2017

Congresso nazionale Associazione Medici Endocrinologi, Roma, 9-12 novembre 2017

Assistere con appropriatezza e portare benefici alle persone con malattie endocrinologiche favorendo la qualità di vita nel lavoro e nella vita sociale, anche con l’impiego di innovazioni tecnologiche, sono gli obiettivi di AME, Associazione Medici Endocrinologi, che si riflettono sui temi all’attenzione del congresso nazionale AME che aprirà i lavori il 9 novembre a Roma.

Gli specialisti endocrinologi, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre al maggior numero di malattie rare, sono responsabili della salute di milioni di italiani. Si tratta di malattie generalmente a carattere cronico per le quali non si riesce però a soddisfare al 100%, nei tempi stabiliti, le richieste di visita o di altre prestazioni correlate alle patologie stesse tanto è vero che abbiamo lunghe liste d’attesa: si calcola infatti che sono 84 i giorni d’attesa nel Lazio per una visita differibile, con tempo massimo di attesa previsto di 30 giorni, 67 a Caserta, 57 a Torino all’Ospedale Mauriziano, e 35 in Puglia, solo per citare alcuni casi. Le prestazioni endocrinologiche si collocano tra le maglie nere, con un terzo posto, dopo le liste d’attesa per prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare. L’assistenza endocrinologica omnicomprensiva, oltre alle prime visite per le quali sono ben codificate le tempistiche di erogazione, si fa carico dei controlli che in molti casi potrebbero essere gestiti dal medico di medicina generale, che dovrebbe diventare la figura di riferimento per la gestione delle cronicità in rapporto a un piano specifico che in tutta Italia sta trovando applicazione” – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME e Professore Ordinario di Endocrinologia alla Università La Sapienza di Roma.

In particolare sono le malattie della tiroide e il diabete ad affollare i reparti.

I disturbi funzionali della tiroide, sono patologie ad elevata prevalenza, ne è colpito il 5-7% della popolazione femminile; è facile comprendere come la condivisione di linee guida che evitino il ricorso ad esami superflui nei pazienti affetti da queste patologie possa avere un impatto favorevole sul contenimento della spesa sanitaria. Non è un caso che proprio alla gestione dell’iper e dell’ipotiroidismo sono dedicate diverse sessioni del Congresso con l’obiettivo di mettere a confronto esperienze italiane e internazionali e far emergere ciò che l’evidenza clinica più aggiornata raccomanda. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contenere l’eterogeneità dei comportamenti prescrittivi, naturalmente nel pieno rispetto di una medicina fondata sull’attenzione al singolo paziente ed alle sue specificità. Di qui lo spazio dedicato alla tireopatia in gravidanza e all’ipotiroidismo nel paziente anziano: scenari clinici di più elevata complessità e di frequente riscontro”, – afferma Andrea Frasoldati, Responsabile del Servizio di Endocrinologia – Arcispedale S. Maria Nuova – Reggio Emilia.

Quest’anno, con i nuovi LEA, è stato introdotto un importante capitolo sulla prevenzione delle malattie croniche attraverso l’adozione di corretti stili di vita, che si spera possa arginare anche l’incremento esponenziale della patologia diabetica. Nelle novità rientrano la prescrivibilità di innovazioni tecnologiche già in atto nell’assistenza alle persone con diabete (sensori e sistemi per il monitoraggio continuo della glicemia) o alla diagnostica avanzata per alcune complicanze come la retinopatia diabetica. Nel 2017 sono numerose le conferme che arrivano dalla conclusione di studi clinici e osservazionali, con inibitori dell’SGLT2 e analoghi del GLP 1, sulla prevenzione degli eventi cardiovascolari nel trattamento del diabete complicato o con comorbilità e sul rallentamento della progressione della nefropatia diabetica con la riduzione del ricorso alla dialisi ; come pure, non meno importante, è la conferma dell’efficacia dell’intervento delle strutture specialistiche ad indirizzo diabetologico sulla riduzione delle complicanze e sul mantenimento della qualità di vita del paziente con diabete. In questo scenario il medico di medicina generale è centrale nell’identificazione precoce del paziente ad elevato rischio cardio-metabolico e per il coordinamento delle attività di prevenzione delle patologie metaboliche sul territorio, nelle scuole e sui luoghi di lavoro. Resta da definire il ruolo del medico di medicina generale nella prescrizione, in affiancamento allo specialista endocrinologo/diabetologo, dei farmaci cosiddetti innovativi, alcuni ormai in uso da 10 anni con dimostrata sicurezza ed efficacia. L’allargamento della prescrizione delle incretine ai MMG, in osservanza delle regole prescrittive AIFA, potrebbe essere utile per garantire l’accesso a cure non gravate da ipoglicemie a pazienti che tuttora non giungono all’osservazione di strutture dedicate alla diagnosi e cura del diabete” – spiega Olga Disoteo, SSD Diabetologia, ASST “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda”.

Secondo le rilevazioni Health Search, piattaforma di ricerca di SIMG,  le malattie della tiroide sono uno dei più frequenti motivi di visita dell’ambulatorio del medico di famiglia insieme al diabete con una media di circa 7 visite/anno per paziente per tale patologia. Poter studiare insieme percorsi assistenziali articolati che permettano una presa in carico del paziente con un percorso di cura definito in termini di controlli, sia ambulatoriali che diagnostici, nei diversi set assistenziali dal territorio all’ospedale per acuti diventa essenziale. Il corretto approccio di presa in carico deve essere il presupposto per l’appropriatezza prescrittiva” – dichiara Claudio Cricelli, Presidente SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

Sono 4-5 milioni le persone colpite da osteoporosi, patologia severa ma scarsamente considerata come è testimoniato dal 60% di abbandono della terapia nei primi tre anni di cura. Il rischio osteoporosi è sottovalutato anche nelle Breast e Prostate Unit dove non è presente la figura dell’endocrinologo anche se è ormai noto il legame tra l’adozione di terapie oncologiche basate sulla deprivazione ormonale e l’impatto sulla salute dell’osso” – prosegue Fabio Vescini, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine.

AME, vuole essere propositiva anche con la promozione di progetti che vadano ad utilizzare nuove tecnologie di comunicazione fra ospedale e territorio di cui si parlerà in una sessione dedicata alla telemedicina insieme al responsabile della Telemedicina dell’ISS, Dr. Francesco Gabbrielli. Per fare questo però abbiamo bisogno dei giovani nati in epoca informatica e di qui l’X-FACTOR per scoprire i giovani endocrinologi più talentuosi che si dedichino a queste nuove modalità di comunicazione e entrino a far parte del Gruppo G-AME, costituito da endocrinologi under 40 e con la passione per digitale e nuove tecnologie che hanno voglia di mettersi in gioco e raccogliere la sfida che la tecnologia dei nostri tempi mette a disposizione” – aggiunge Vincenzo Toscano.

  

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Epatite C, congresso AASLD. Nuovi dati real life confermano efficacia di elbasvir/grazoprevir per il trattamento dell’HCV di genotipo 1 o 4

In occasione del meeting annuale dell’American Association for the Study of Liver Disease, AASLD, sono stati presentati i nuovi dati clinici su Zepatier® (elbasvir/grazoprevir), l’antivirale ad azione diretta da pochi mesi disponibile anche in Italia, per il trattamento dell’HCV nei pazienti adulti con patologia di genotipo (GT) 1 o 4.

Gli studi real life confermano il profilo di efficacia e tollerabilità di elbasvir/grazoprevir anche nei pazienti più fragili, come quelli con insufficienza renale, e nei pazienti anziani, che in Italia rappresentano la maggioranza delle persone con infezione da HCV (nel nostro Paese, si stima che il 60% dei pazienti con epatite C sia ultrasessantacinquenne)1,2.

Tra gli studi presentati al congresso, un trial real world (Abstract #1088) ha valutato l’efficacia e la sicurezza del farmaco nei pazienti con HCV di GT 1 e 4, con patologia renale avanzata (stadio 4/5) e/o sottoposti a emodialisi. L’infezione da HCV in questa categoria di pazienti è particolarmente complessa da gestire, poiché è associata a un aumentato rischio di mortalità; è inoltre necessaria una attenta valutazione delle comorbidità e delle eventuali interazioni farmacologiche che possono avere impatto sulla terapia antivirale per l’epatite C. Il 95,7% dei pazienti coinvolti nello studio ha raggiunto una risposta virologica (SVR) in 12 settimane di trattamento (SVR12). Nei pazienti sottoposti a emodialisi non è stata riscontrata differenza rilevante nella risposta virologica.

Il trattamento con elbasvir/grazoprevir in questa categoria di pazienti particolarmente fragili ha mostrato anche un profilo di sicurezza documentato, con eventi avversi rilevati nell’8% dei casi, nonostante la maggior parte dei pazienti seguisse anche altre terapie per diverse comorbidità.

Un altro ampio studio su pazienti con HCV affetti da insufficienza renale cronica è stato condotto negli Stati Uniti nell’ambito del sistema previdenziale dei Veterani dell’esercito (Abstract #1113). Lo studio ha coinvolto 2.436 pazienti con patologia renale, trattati con elbasvir/grazoprevir con o senza ribavirina, di età media 63,5 anni, in prevalenza con infezione da HCV GT1. La risposta virologica è stata raggiunta nel 96,7% dei pazienti con insufficienza renale di stadio 3 e nel 96,3% dei pazienti con insufficienza renale di stadio 4.

Il profilo di efficacia e tollerabilità di elbasvir/grazoprevir nel trattamento dei pazienti con HCV di GT1 e 4 di età superiore ai 65 anni è stato inoltre confermato dai risultati di un’analisi integrata su 12 trial clinici internazionali (Abstract #1589): l’analisi ha comparato i tassi di risposta virologica a 12 settimane (SVR12) in due coorti di pazienti, la prima con età media di circa 70 anni (339 pazienti), la seconda con età media di 49 anni (2.139 pazienti). I tassi di SVR12 sono simili nei due gruppi: 95,3% nel primo, 95,4% nel secondo.

Interessante la risposta dei due gruppi di pazienti in merito agli effetti avversi, che si sono riscontrati inferiori nel gruppo degli ultrasessantacinquenni: ad esempio il mal di testa (7,1% negli over 65 vs 13% negli under) e l’affaticamento (6,6% negli over 65 vs 11,3% negli under).

Questi dati confermano ulteriormente quanto già evidenziato negli studi registrativi, ovvero il profilo documentato di efficacia e tollerabilità del farmaco, che lo rende idoneo a rispondere alle esigenze di pazienti anche fragili e complessi.

Proprio la valutazione dei risultati del farmaco nella sua applicazione clinica, su pazienti con caratteristiche e necessità terapeutiche molto eterogenee, sta guidando l’impegno di MSD in HCV.

L’impegno di MSD nell’area dell’Epatite C si rinnova da oltre 30 anni. Anni nei quali la nostra azienda ha continuato a distinguersi per leadership e per la volontà di contribuire attivamente all’obiettivo eliminazione stabilito dall’OMS. Siamo convinti che, per raggiungere questo obiettivo, sia necessario studiare a fondo la risposta dei pazienti, nella pratica clinica, alle terapie come elbasvir/grazoprevir. L’analisi di questi dati può infatti fornire informazioni importanti sulle popolazioni più difficili da trattare e può essere utile a comprendere come rispondere a bisogni terapeutici ancora non soddisfatti” – ha dichiarato Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia.

1. Gower E, Estes C, Blach S, Razavi-Shearer K, Razavi H. Global epidemiology of the hepatitis C virus infection. J Hepatol. 2014

2. GLOBAL REPORT ON ACCESS TO HEPATITIS C TREATMENT FOCUS ON OVERCOMING BARRIERS – OCTOBER 2016


Tumori dell’ipofisi: a Bologna il primo Convegno regionale per rompere il silenzio

Pazienti con malattie dell’ipofisi, famiglie e medici specialisti fanno fronte comune in Emilia-Romagna per rompere il silenzio su malattie come la sindrome di Cushing, l’acromegalia, il diabete insipido e molte altre; patologie rare e croniche, fortemente debilitanti e invalidanti, che richiedono una complessa gestione assistenziale e terapeutica.

Ieri, sabato 28 ottobre dalle ore 9.00 la sezione dell’Emilia-Romagna di ANIPI – Associazione Nazionale Italiana Patologie Ipofisarie ha promosso a Bologna presso l’Aemilia Hotel (via Zaccherini Alvisi 16) l’incontro Malattie ipofisarie: capire, conoscere e curare, un confronto a tutto campo sulle patologie ipofisarie con la partecipazione di specialisti dell’Emilia-Romagna e di altre Regioni, pazienti e famigliari: obiettivo dell’incontro, aperto alla partecipazione del pubblico, è stato accendere l’attenzione delle Istituzioni su queste patologie, difficili da diagnosticare e che richiedono trattamenti globali in centri altamente specializzati.

ANIPI è un’associazione di volontariato che ha lo scopo di aiutare tutte le persone con malattie ipofisaria, il nostro obiettivo primario è la divulgazione e la conoscenza sulle patologie ipofisarie con le quali oggi si riesce a convivere se si instaura precocemente una terapia dopo una diagnosi tempestiva. I pazienti ipofisari hanno molti bisogni, in primis il diritto alla riabilitazione, all’istruzione e all’inserimento sociale e lavorativo, ma anche tanti timori, a cominciare dalla solitudine e dal sentirsi diverso dagli altri. È tempo che vengano ascoltati” – ha affermato Fabiola Pontello, Presidente ANIPI Italia.

L’incontro si è inserito nella tradizione dell’impegno di ANIPI Emilia-Romagna per i pazienti ipofisari, che dal 2002 a oggi si è concretizzato in iniziative come l’apertura di punti di ascolto presso alcune strutture di cura o la messa a punto di una guida sulle malattie ipofisarie per la Regione Emilia-Romagna. La sessione del mattino è stata centrata sulle principali patologie ipofisarie e ha introdotto le testimonianze dirette dei pazienti; nel pomeriggio i relatori hanno trattato il problema dei bisogni inespressi dei pazienti per trovare strategie condivise che possano essere sottoposte all’attenzione delle istituzioni.

Il Convegno vuole coinvolgere attivamente pazienti e famigliari e aiutarli a conoscere la propria malattia, gestire la terapia in modo competente e prevenire le complicanze evitabili attraverso comportamenti adeguati i pazienti avvertono l’esigenza di uno scambio reciproco di informazioni e di un confronto sulle condizioni di vita quotidiana e il percorso di cura. Questa iniziativa ci aiuta a dar voce ai bisogni inespressi dei malati e a sensibilizzare le Istituzioni e i decisori politici per trovare percorsi condivisi di cura affinché il malato ipofisario venga considerato nella globalità e complessità della sua persona” – ha dichiarato Valeria Urbinati, Responsabile di ANIPI Emilia-Romagna.

Complesso e molto frammentato lo scenario assistenziale e terapeutico dei pazienti ipofisari in Emilia-Romagna.

Lo scenario endocrinologico di diagnosi e cura delle malattie ipofisarie, in Emilia-Romagna, è molto variegato con circa venti unità operative distribuite sul territorio: il Convegno di ANIPI ER può contribuire a riunire attorno a un tavolo i pazienti e i medici di diversi centri per trovare strategie di trattamento comuni a tutti i pazienti e con standard di cura uguali per tutti”, ha spiegato Uberto Pagotto, Professore Ordinario di Endocrinologia del Policlinico Universitario S.Orsola Malpighi di Bologna.

In Emilia-Romagna la prevalenza è di 3.000-4.000 pazienti con tumori ipofisari. L’incidenza varia a seconda del tipo di tumore, i più frequenti sono i prolattinomi; in media i nuovi casi sono 180-200 all’anno. Poi ci sono i deficit ipofisari, la cui prevalenza è di circa 400 casi per milione di abitanti, quindi in totale 1.200 casi. Siamo ancora all’anno zero per l’epidemiologia ma nonostante i numeri contenuti si tratta di patologie estremamente invalidanti che necessitano di una gestione a 360 gradi.

La maggior parte di questi pazienti presenta una patologia che comporta controlli e visite per tutta la vita, a causa del rischio recidive, o per la non completa eradicazione del tumore oppure perché spesso a seguito della chirurgia e del tumore stesso l’ipofisi è danneggiata per tali motivi i pazienti devono assumere ormoni sostitutivi che vanno monitorati a vita, e necessitano di una presa in carico di lunga durata nel centro che li segue. Si tratta di una presa in carico molto complessa per le complicanze legate alla disfunzione ormonale ipofisaria, che avrebbe bisogno di precisi percorsi assistenziali terapeutici. È l’endocrinologo che prende in carico il paziente nella sua complessità, orientandolo a seconda dei bisogni ad altri specialisti” – ha sottolineato Vincenzo Rochira, Professore Associato di Endocrinologia all’Università di Modena, UOC di Endocrinologia Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Ospedale Civile di Baggiovara.

Oltre ad una storia secolare nel trattamento delle malattie ipofisarie, nata nella scuola bolognese, l’Emilia-Romagna vanta da sempre una neurochirurgia di eccellenza che si pone ai primissimi posti in Italia. Lo scorso aprile è stata inaugurata a Bologna la prima Pituarity Unit sorta a conclusione di un lungo percorso culturale iniziato tanti anni fa.

Negli ultimi 20 anni abbiamo capito che non può essere una sola figura a prendersi cura del paziente ipofisario ma un team multidisciplinare neurochirurgico dedicato la Pituarity Unit riunisce tanti specialisti: il neurochirurgo, il neuroftalmologo, il neuroradiologo, l’anatomo-patologo, il riabilitatore fino al palliativista, che lavorano in sinergia affinché il paziente venga curato nel miglior modo possibile. Abbiamo individuato un centro di riferimento regionale, con competenze di altissimo livello, dove convergono tutti i pazienti trattati neurochirurgicamente secondo elevati standard di qualità e sicurezza, e strutture endocrinologiche collegate al primo ma con competenze di eccellenza. La rete è cruciale per malattie rare e altamente complesse come quelle ipofisarie per le quali è necessaria un’assistenza di lungo periodo” – ha commentato Diego Mezzatenta, Professore Associato di Neurochirurgia all’Università di Bologna, Direttore della Scuola di Specializzazione e Direttore della Pituarity Unit dell’Istituto di Neuroscienze, IRCCS ISNB di Bologna.

 


Dolore toracico ischemico: cosa sapere

L’ischemia miocardica è una delle più frequenti cause di dolore toracico negli adulti ed è denominata angina. Nei pazienti in cui vi è un sospetto di ischemia miocardica l’accuratezza diagnostica e il tempismo nella diagnosi sono fondamentali per ridurre mortalità e morbilità soprattutto nei pazienti a rischio per sindrome coronarica acuta. La presentazione dell’ischemia miocardica può essere acuta; la sindrome coronarica acuta (SCA) comprende angina instabile, infarto miocardico senza elevazione del tratto ST (NSTEMI) e l’infarto miocardico con elevazione del tratto ST (STEMI) o presentarsi con un pattern di stabilità sotto forma di angina stabile (AS) che è un dolore prevedibile e riproducibile, ad es. con l’esercizio.

Tutti i pazienti con dolore toracico di recente insorgenza, episodi di dolore toracico a riposo, uno o più episodi di dolore toracico superiori ai 20’ devono generare il sospetto  di SCA ed essere valutati repentinamente!

L’angina si presenta più frequentemente come dolore tipico, in una minoranza di casi con dolore atipico, oppure può essere del tutto assente (ischemia silente); anamnesi, esame obiettivo ed ECG sono i tre cardini su cui si basa la diagnosi di dolore toracico ischemico.

QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DA RICERCARE PER FARE UNA BUONA ANAMNESI NEL SOSPETTO DI DOLORE TORACICO DA ISCHEMIA MIOCARDICA?

Il dolore toracico può presentarsi con caratteristiche tipiche o atipiche

Dolore toracico tipico:

1. qualità

  • sensazione riferita di fastidio, costrizione, senso di peso al centro del petto
  • dolore con graduale aumento e decremento
  • il dolore non si modifica con gli atti respiratori, con la postura ne con la palpazione del torace
  • il dolore viene riferito della stessa tipologia negli episodi ricorrenti

2. localizzazione e irradiazione

  • generalmente è un fastidio diffuso e non ben localizzabile dal paziente in un punto preciso
  • può essere irradiato alle spalle, al giugulo, al braccio sinistro, alle braccia bilateralmente (alta probabilità di IMA), polsi, dita, collo
  • il dolore viene riferito nelle stesse sedi durante gli episodi ricorrenti

3. fattori scatenanti

  • tutte le situazioni in cui c’è un incremento di richiesta di 02 da parte del miocardio: esercizio fisico, attività sessuale, pasti abbondanti.

4. durata

  • l’angina stabile si risolve al cessare dei fattori scatenanti e all’assunzione di nitrati, dura dai 2 ai 5’, in corso di sindrome coronarica acuta il dolore può durare oltre i 20-30’
  • la risposta ai nitrati non è tuttavia specifica per angina in quanto può avere risposta simile nel corso di spasmo esofageo o altre patologie gastrointestinali grazie al suo effetto miorilassante della muscolatura liscia

5. sintomi associati

  • dispnea
  • astenia
  • sensazione di testa vuota
  • nausea

Questi sintomi sono frequenti nei pazienti diabetici che solitamente presentano una disfunzione autonomica; essi possono presentare episodi di ischemia silente in cui sono presenti questi sintomi neurovegetativi in assenza della sintomatologia anginosa vera e propria.

6. anamnesi familiare

Dolore toracico atipico

  • dolore pleurico tipo coltellata associato agli atti respiratori o alla tosse
  • regione unica o principalmente interessata dal dolore situata nel basso addome
  • dolore o fastidio localizzabile dal paziente con un dito
  • dolore o fastidio riproducibile con il movimento o con la palpazione dell’area interessata
  • dolore costante della durata di giorni
  • dolore che dura pochi secondi
  • dolore con irradiazione alla mascella o alle estremità inferiori

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SEGNI DA RICERCARE PER FARE UN BUON ESAME OBBIETTIVO NEL SOSPETTO DI DOLORE TORACICO DA ISCHEMIA MIOCARDICA

1. aumento della frequenza cardiaca

2. aumento della pressione arteriosa

3. comparsa di nuovi soffi cardiaci (soprattutto mitralico)

4. comparsa di nuovi toni cardiaci (terzo tono)

5. pulsazione precordiale

L’IMPORTANZA DELL’ECG BASALE

La sua negatività non esclude comunque la presenza di ischemia miocardica, soprattutto nelle forme di angina stabile in cui l’ecg è significativo solo se effettuato durante l’episodio di dolore.

Quando farlo?

Nel paziente con dolore toracico l’ecg basale, qualora disponibile in ambulatorio o a domicilio e il paziente fosse emodinamicamente stabile e paucisintomatico, andrebbe sempre eseguito. Un ecg a riposo normale è frequente anche nei casi di angina severa e non esclude la diagnosi di ischemia miocardica. Tuttavia eseguire l’ecg a riposo può risultare utile come confronto per i successivi ECG, per individuare segni di coronaropatia pregressa (ad es. pregresso IMA, o alterazioni della ripolarizzazione). L’ecg a riposo inoltre è utile come accertamento successivo per la stratificazione del rischio.

L’ecg eseguito in presenza di dolore  permette di valutare dinamicamente l’andamento del tratto ST durante l’ischemia o di guidare la diagnosi differenziale qualora questo evidenzi altre condizioni (ad esempio la fibrillazione atriale può essere associata a dolore toracico in assenza di ischemia). Questo permette inoltre di personalizzare il percorso diagnostico ed eventuali terapie.

Cosa ricercare?

1. Alterazioni del ritmo

2. Alterazioni del tratto ST (sopra o sottoslivellamento)

3. Alterazioni dell’onda T (inversione)

In particolare:

1. NSTEMI

  • tratto ST sottoslivellato <0,5 mV, rettilineo o discendente
  • onde T iperacute
  • inversione dell’onda T

2. STEMI:

  • tratto ST sopraslivellato >0 0,1mV nelle derivazioni periferiche
  • alterazioni speculari nelle derivazioni precordiali dx (ST sottoslivellato >0,5 mV) depongono per un’estensione posteriore della lesione ischemica
  • Comparsa di blocco di branca sx non esistente in passato
  • Inversione dell’onda T

Tre cose importanti da tener presenti:

1. L’inversione delle onde T non è dirimente se è presente un blocco di branca sinistro noto!

2. Ricordarsi di valutare la presenza di tachiaritmie (ventricolari o sopraventricolari) o bradiaritmie

3. Un diffuso sopraslivellamento ST a concavità superiore (a scodella) è presente in caso di pericardite

ESISTONO DEI CRITERI PER INDIVIDUARE RAPIDAMENTE I PAZIENTI CON SOSPETTO DI DOLORE TORACICO ISCHEMICO?

I pazienti con dolore toracico ischemico sono spesso visti dal Medico di Medicina Generale il quale può utilizzare come strumento utile 5 criteri validati che contengono i determinanti dell’ischemia miocardica; in questo modo l’anamnesi arriva ad avere alte percentuali di sensibilità e specificità.

1. Età/sesso (M>=55anni, F>=65anni)

2. Coronaropatia nota

3. Sensazione del paziente che si tratti di dolore cardiaco

4. Dolore non riproducibile alla palpazione che peggiora con l’esercizio fisico

Va assegnato un punto per ogni determinante: l’anamnesi ha specificità 81% (<= 2 punti) e sensibilità 87% (3-5punti).


Non sottovalutate la naturale ingenuità dei vostri figli

I ragazzini e gli adolescenti sono sempre più iperconnessi. Lo dicono i dati dell’Osservatorio nazionale adolescenza, che testimoniano come, con il trascorrere degli anni e l’evolversi della tecnologia, si abbassa vertiginosamente l’età di utilizzo. Oggi il 98 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale. Il 30 per cento ha avuto modo di utilizzare uno smartphone già a partire dai 18/24 mesi di età e, tra i ragazzini della fascia 11-13 anni, l’età media di utilizzo della tecnologia informatica è scesa di un anno per quanto riguarda l’uso del primo cellulare, l’accesso a internet e l’apertura del primo profilo social che si aggira intorno ai 9 anni, rispetto a 4-5 anni fa.

Il fenomeno, di per sé non deve preoccupare, sta nella normale evoluzione delle cose. Certo è che deve cambiare l’attenzione che i genitori dedicano ai propri figli, circa l’accesso alle tecnologie. Infatti, l’evoluzione tecnologica porta con sé una serie di problematiche e pericoli che hanno come bersaglio i più giovani, facili prede per la naturale ingenuità di questa età. I genitori devono essere consapevoli che quando il proprio bambino o bambina usa un cellulare o un computer può andare su Internet, accedere alle chat, rischiare incontri potenzialmente pericolosi” – dice Rinaldo Missaglia, Segretario generale SiMPeF (Sindacato medici pediatri di famiglia).

Al di là dei chiari problemi di bambini e adolescenti che subiscono abusi, cresce il disagio psicologico e questo lo misuriamo nel crescente numero di casi che vediamo nei nostri ambulatori. Per questo, abbiamo deciso di dedicare una delle sessioni principali del nostro convegno nazionale al tema cyberbullismo e dipendenza dalla tecnologia. Con l’obiettivo, grazie al supporto dei colleghi psichiatri infantili e agli insegnamenti degli esperti del Compartimento Polizia postale e delle comunicazioni della Polizia di Stato, di inquadrare il fenomeno, conoscerlo meglio e poter sensibilizzare i genitori che troppo spesso mostrano scarsa consapevolezza di tutto ciò” – aggiunge Monica de Angelis, Direttore scientifico del Dipartimento formazione SiMPeF.

Anche il ruolo di educatori e consiglieri per i genitori, infatti, rientra tra le nostre competenze e le ricerche dimostrano che è molto apprezzato dalle famiglie”, – commenta Missaglia.

Secondo il Rapporto Istat sul bullismo tra i giovanissimi, pubblicato lo scorso anno, tra i ragazzi e gli adolescenti che usano il cellulare o navigano su Internet, il 5,9 per cento denuncia di avere subìto atti di cyberbullismo, con le ragazze vittime più frequenti: 7,1 per cento rispetto al 4,6 per cento dei ragazzi.

Il cyberbullismo è la forma di bullismo attuato attraverso la rete, con l’invio di messaggi offensivi, immagini umilianti diffuse via mail, chat o sui social network. Si differenzia dal bullismo tradizionale perché è una prepotenza indiretta, mai faccia a faccia tra vittima e bullo. Può, tuttavia, essere potenzialmente più dannoso per la rapidità di diffusione e la possibilità di raggiungere un numero molto più elevato di spettatori” – spiega Giordano Invernizzi, Professore Ordinario di Psichiatria Università degli Studi di Milano e Presidente Centro Mafalda OggiDomani for Children and Adolescents.

Questo fenomeno, come quello della dipendenza da tecnologia, è fortemente connaturato al fatto che quella dei millennials è la prima generazione che cresce in una società nella quale è naturale essere sempre connessi.

Senza entrare nel dettaglio delle singole forme di addiction tecnologica, che vanno dalla social network addiction, una dipendenza da connessione, aggiornamento e controllo del proprio profilo, alla friendship addiction, la spasmodica ricerca di nuove amicizie virtuali, alla dipendenza da videogioco, al vamping ossia il trascorrere numerose ore notturne sui social media a parlare e giocare con gli amici o la fidanzata/o, e a molte altre, si tratta di un problema che riguarda soprattutto gli adolescenti dai 13 sino ai 20 anni”, – dice Cinzia Bressi, Professore Associato di psichiatria Università degli studi di Milano e Vice-Presidente Centro Mafalda OggiDomani for Children and Adolescents.

L’effetto sulle età più precoci dell’uso e dipendenza dal cellulare e dal computer è sottovalutato dai genitori, che spesso inconsapevolmente lo avallano e sostengono. Non solo è dimostrato che non vi sono miglioramenti nelle performance con tali strumenti, ma al contrario esistono elevati rischi di disagio psicologico per una dipendenza che può divenire totale”, – aggiunge Bressi.

Inoltre, non vanno dimenticate altre insidie nascoste nel cyberspazio, tra quelle più significative, il rischio di fidarsi di sconosciuti, scaricare in modo non voluto materiale potenzialmente traumatico, oppure video pornografici, ricevere offerte sessuali, essere guidati verso siti che inneggiano all’autolesionismo o alla violenza e altro.

Secondo Telefono Azzurro i casi di adescamento online sono triplicati in 3 anni, passando dal 4,4 al 14,2 per cento delle segnalazioni ricevute al numero 114 di Emergenza infanzia tra il 2012 e il 2014”, – ricorda ancora Bressi.

Ma ciò che è peggio è la sottovalutazione di queste insidie da parte dei genitori; sempre per Telefono Azzurro, un genitore su 2 ritiene improbabile che il proprio bambino, chattando, possa incontrare un pedofilo e nuovamente uno su 2 considera impossibile possa essere esposto a immagini esplicite; addirittura l’88,9 per cento esclude completamente che il proprio figlio possa spogliarsi e mettere propri video o immagini esplicite online” – conclude Bressi.

Detto tutto questo, non è certamente nostra intenzione demonizzare la rete e il rapporto dei giovanissimi con le nuove tecnologie di comunicazione. A fronte di alcune ombre, infatti, esistono importanti luci. Al nostro congresso che si apre domani, infatti, presenteremo il caso di un ragazzo autistico, oggi sedicenne, che proprio grazie a Facebook è riuscito a stabilire un contatto e un rapporto con il mondo esterno. Un fatto di grandissima importanza per aiutare questi ragazzi a un inserimento sociale efficace e positivo” – conclude Missaglia.


Effetti vitrificazione ovocitaria su qualità degli embrioni

A ottobre, mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, dall’Istituto Valenciano di Infertilità (IVI) arriva una buona notizie per le donne con gravi problemi di salute e costrette a rimandare la maternità.

IVI ha infatti partecipato ad uno studio che si sofferma sugli effetti della vitrificazione ovocitaria e sulla qualità degli embrioni.  

Lo studio, condotto da IVI e da INCLIVAUniversità di Valencia, mette in luce come la qualità degli embrioni ottenuti a partire dagli ovociti vitrificati non risulti alterata, visto che la classificazione morfocinetica degli stessi è simile a quella osservata negli embrioni derivanti da ovociti freschi. 

La vitrificazione degli ovociti rappresenta sempre di più una grande speranza per quelle donne che sono costrette a rimandare la maternità a causa di un problema di salute o per questioni personali. La possibilità di preservare la propria fertilità costituisce motivo per guardare al proprio futuro con maggiore speranza di diventare genitore: le donne costrette ad affrontare gravi patologie, come quelle del tumore al seno, hanno dunque una prospettiva di vita futura diversa” – spiega il Professor Antonio Pellicer, Presidente IVI e condirettore di Fertility and Sterility.

 

Secondo il rapporto Aiom-Airtum 2017 sui numeri del cancro in Italia, non considerando i carcinomi cutanei, il carcinoma mammario è la neoplasia più diagnosticata nelle donne e i tumori della mammella rappresentano il tumore più frequentemente diagnosticato tra le donne sia nella fascia d’eta 0-49 anni (41%), sia nella classe d’età 50-69 anni (35%), sia in quella più anziana +70 anni (22%)”.

Realizzato mediante time lapse sulla qualità degli embrioni ottenuti da ovociti vitrificati appena pubblicato da Fertility and Sterility, lo studio ha rivelato informazioni di grande interesse, sconosciute finora, circa i parametri della divisione embrionaria.

I risultati rappresentano una conferma circa l’efficacia della consolidata tecnica di vitrificazione ormai ampiamente diffusa in tutti gli ambiti clinici della procreazione medicalmente assistita. 

Sono stati presi in esame cicli di ovodonazione realizzati con l’uso della vitrificazione (631 cicli; 3794 embrioni) o con l’impiego di ovociti freschi (1359 cicli; 9935 embrioni) in oltre 2 anni. 

Lo sviluppo embrionario è stato analizzato in un incubatore time-lapse, che ha permesso di monitorare costantemente l’evoluzione dell’embrione, grazie a immagini fornite in real time, dalla prima divisione cellulare fino al raggiungimento dello stadio di blastocisti e di valutare i tempi in cui lo sviluppo è avvenuto. 

Noi di IVI siamo stati tra i primi a credere nella vitrificazione e a capirne le grandi potenzialità: lo studio appena pubblicato dimostra come l’affinamento della tecnica abbia fatto registrare passi da gigante nella preservazione della fertilità”– conclude la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.

 

 


Mancardi alla guida della SIN

Il Professor Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova, è il nuovo Presidente della Società Italiana di Neurologia. Guiderà la SIN fino al 2019, prendendo il posto del Professor Leandro Provinciali, Direttore della Clinica Neurologica e del Dipartimento di Scienze Neurologiche degli Ospedali Riuniti di Ancona, alla guida e direzione della SIN nell’ultimo biennio.

La proclamazione è avvenuta a Napoli al termine dei lavori del 48° Congresso Nazionale SIN, l’appuntamento annuale più importante per il confronto scientifico e l’aggiornamento professionale degli specialisti italiani. Una quattro giorni che, sotto la guida del Presidente del Congresso partenopeo, il Professor Gioacchino Tedeschi – Direttore I Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia A.O.U Università della Campania “Luigi Vanvitelli” ha riunito presso il Centro Congressi Mostra d’Oltremare circa 2.000 neurologi provenienti da tutta Italia e oltre 300 delegati.

Voglio ringraziare i miei predecessori per il grande ed importante lavoro svolto fino ad oggi. E’ anche grazie al loro contributo se oggi la Società Italiana di Neurologia ha raggiunto importanti obiettivi e tagliato traguardi di grande valore e prestigio: non ultimo quello dell’assegnazione alla SIN del Congresso Mondiale di Neurologia 2021, che si terrà negli spazi della Nuvola di Fuksas del Roma Convention Center” – ha dichiarato il Professor Mancardi.

La neurologia italiana gode di ottima salute sia dal punto di vista dell’assistenza sia dal punto di vista della ricerca, che ha raggiunto risultati di primo piano non solo a livello europeo ma anche mondiale. Ci aspettano ora nuove e stimolanti sfide, che affronterò insieme a un nuovo Consiglio Direttivo composto da 15 neurologi provenienti dall’Università, dagli Ospedali e dal territorio , con una forte componente femminile. Vogliamo rendere operativa la Fondazione SIN che ha due obiettivi principali: da un lato la didattica quindi la formazione dei neurologi italiani, dall’altro la valutazione della ricerca scientifica prodotta dalla neurologia italiana. Compito della SIN sarà infatti quello di finanziare la formazione dei suoi componenti, dei giovani e meno giovani chiamati ad aggiornarsi costantemente” – ha spiegato il Prof. Mancardi.

Ci occuperemo poi delle diverse SIN regionali organizzando riunioni periodiche per comprendere le differenze tra le diverse Regioni italiane: in alcune realtà, infatti, le neurologie, soprattutto a livello di assistenza ed emergenza, funzionano bene, in altre meno. Per organizzare il territorio, in modo omogeneo, vorremmo applicare il sistema Hub and Spoke: un grande Centro che accolga tutte le grandi competenze (con neurologi dedicati a ictus, sclerosi multipla, Parkinson, demenze, etc.), con adeguate strumentazioni diagnostiche e interventistiche mentre i Centri più piccoli dovranno eventualmente specializzarsi in un determinato settore e collaborare con quelli più grandi. Anche i medici territoriali dovranno avere una stretta relazione e confronto con l’ospedale e con il Centro hub del loro territorio ” – ha aggiunto – il Prof. Mancardi.

Lavoreremo anche sulle urgenze neurologiche: non c’è dubbio che una buona parte delle patologie di cui ci occupiamo noi neurologi sono cerebro vascolari, bisognerà quindi lavorare sulla formazione di neurologi preparati nelle emergenze neurologiche, dall’ictus al trauma cranico” – ha infine sottolineato Mancardi.

La Società Italiana di Neurologia conta oltre 3.000 specialisti neurologi e ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.


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