Archivio per novembre 2017

Tumore al seno e linfoma: qualità e organizzazione “a misura di paziente”

Quando la tecnologia si mette al servizio della salute il risultato è innovazione, sicurezza, efficienza e risparmio.

Questo è precisamente ciò che sta avvenendo nel trattamento del carcinoma mammario e del linfoma non Hodgkin, patologie largamente diffuse e ad alto impatto sociale che hanno visto cambiare la loro storia grazie all’avvento di innovazioni terapeutiche come gli anticorpi monoclonali, che attraverso le nuove tecnologie di somministrazione sottocute sono oggi ancora più a misura di paziente.

I risultati che sono stati raggiunti oggi grazie alla ricerca scientifica erano impensabili fino a pochi anni fa e questo ha permesso a milioni di persone in tutto il mondo di portare avanti progetti di vita, guardando con speranza al futuro oltre la malattia. Tuttavia è fondamentale che le innovazioni anche tecnologiche siano rese note ai pazienti, disponibili nelle strutture ospedaliere e recepite nell’organizzazione del percorso di cura, altrimenti affermare la centralità del paziente rischia di diventare un semplice slogan” – ha affermato Davide Petruzzelli, Presidente de “La Lampada di Aladino Onlus”. 

Oggi più che mai è necessario valutare ogni innovazione, sia essa terapeutica o tecnologica, in un’ottica multidimensionale che comprenda tutti gli aspetti ad essa correlati nel breve e lungo periodo: assistenziali, economici, sociali ed etici. Questo obiettivo è raggiungibile attraverso l’Health Technology Assessment che consente di analizzare le variabili con il valore aggiunto della partecipazione di tutti gli stakeholder coinvolti nel processo (dalle Istituzioni, al clinico, fino al paziente).

Con questo approccio è stato realizzato il Report HTA prodotto da ALTEMS – Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – con il sostegno di Roche, dai cui dati emerge con evidenza che le terapie sottocute o “terapie brevi” consentono di salvaguardare la qualità di vita del paziente e contemporaneamente di rendere più efficiente il sistema da un punto di vista organizzativo, economico e sociale.

Il Report si caratterizza per la solida e robusta base di dati real-life fotografati negli oltre 3.000 questionari compilati dai pazienti e da più di 60 centri ospedalieri coinvolti in tutta Italia. La visione d’insieme ottenuta dallo studio evidenzia che l’adozione di terapie brevi consente di ottenere efficienza organizzativa e operativa dei day-hospital, con dimezzamento del tempo impiegato da infermieri e farmacisti, e risparmi economici che si concretizzano in costi sociali evitati pari a oltre 60 milioni di euro complessivi (31,5 milioni di euro in oncoematologia e 30 milioni di euro in oncologia).

La formulazione sottocute “patient friendly” ha un impatto concreto sulla qualità del tempo del paziente, che è prima di tutto una persona, con un lavoro, una famiglia e un impegno sociale che devono essere rispettati anche nell’impostazione del percorso di cura.

Offrire una riduzione dei tempi di attesa in ospedale del 34% e in generale del 50% la permanenza nel day-hospital significa riconsegnare alla persona e alla società un tempo di qualità.

Il cambiamento delle vie di somministrazione dei due anticorpi monoclonali non modifica i livelli di efficacia e sicurezza già molto elevati in questi farmaci ma il passaggio dalla somministrazione endovena a quella sottocute rappresenta una vera e propria rivoluzione sotto il profilo organizzativo e riduce i costi dell’assistenza. Ma a beneficiare di più sono proprio i pazienti con un significativo miglioramento della loro qualità di vita” – ha dichiarato Americo Cicchetti, Direttore ALTEMS e Docente di Organizzazione Aziendale Facoltà di Economia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

L’impatto delle terapie utilizzate in oncoematologia, è sicuramente importante specie dal punto di vista economico anche perché in quest’area terapeutica sono molti i farmaci innovativi. Ma non si può fermare l’innovazione, occorre semmai eliminare sprechi e inappropriatezza da questo punto di vista, nella nostra realtà metteremo in atto tutti gli strumenti necessari per superare la somministrazione per endovena di rituximab e trastuzumab che dura ore ed è correlata a rischi. È la scienza che ci indirizza verso l’innovazione, l’appropriatezza, l’uso delle terapie basato su evidenze scientifiche” – ha affermato Angelo Muraglia, Responsabile Dipartimento per la Salute e Welfare Regione Abruzzo.

La somministrazione endovena oltre a tempi sensibilmente più lunghi, richiede la presenza di un accompagnatore e comporta il rallentamento dei flussi lavorativi dello staff medico (inserimento di cateteri, rischio di reazioni avverse all’infusione) e in generale maggiori costi. La somministrazione sottocute nel carcinoma della mammella supera molte di queste problematiche a beneficio sia del paziente e del suo caregiver (migliorando l’autonomia e la produttività di entrambi e l’aderenza al trattamento) sia dell’organizzazione ospedaliera che ne guadagna in efficienza temporale ed economica.

Da oncologa e da donna, ritengo che poter offrire alle pazienti una soluzione di cura che permette loro di conciliare il momento della cura con l’attività lavorativa e la routine quotidiana sia un valore clinico e sociale cui possiamo e dobbiamo tendere tutti senza dimenticare che la somministrazione sottocutanea di trastuzumab è maneggevole e di breve durata e permette di ridurre i costi di somministrazione e di ottimizzare il tempo del personale dedicato” – ha affermato Alessandra Cassano, Dirigente Medico UOC di Oncologia Medica, Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

I costi economici e organizzativi legati alla somministrazione dei farmaci impattano in modo rilevante sulla gestione delle strutture ospedaliere dedicate al trattamento delle malattie oncologiche ed onco-ematologiche.

Quello che cambia in modo clamoroso è il tempo che impiegano gli operatori sanitari a preparare il farmaco prima e ad assistere il paziente poi una somministrazione sottocutanea che dura 5 minuti si traduce in 5 ore in meno di lavoro per infermieri, medici e farmacisti per ciascuno paziente, tempo che può essere dedicato all’ottimizzazione delle risorse. La breve permanenza in ospedale comporta minor impegno per il paziente e il suo accompagnatore. A questo si aggiunge la maggior compliance del paziente al trattamento” – ha commentato Vito Antonio Delvino, Direttore Generale Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” IRCCS di Bari.

I risultati del Report HTA 2017 confermano la validità della formulazione sottocute per il linfoma non-Hodgkin, come alternativa alla formulazione endovenosa non solo in termini di migliore gestione dei tempi ma anche di minori possibili complicanze legate alla somministrazione endovena.

I benefici della somministrazione sottocute di rituximab sono molteplici intanto, minor tempo di permanenza in ospedale da parte del paziente e del suo accompagnatore, poi ridotto tempo di impegno per il personale sanitario, liberando risorse umane per altri compiti; quanto all’efficacia e sicurezza di rituximab per via sottocutanea, sono state dimostrate in molteplici studi e sono risultate equivalenti alla somministrazione endovena” – ha commentato Stefan Hohaus, Dirigente Medico UOC di Ematologia, Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

Dagli oltre 3.000 questionari compilati dai pazienti e valutati all’interno del processo di HTA emerge la significativamente maggiore soddisfazione del percorso di cura per coloro che sono stati trattati con formulazione sottocutanea. Una percezione positiva dell’ospedale e dei trattamenti che non solo migliora l’aderenza agli stessi ma comporta un significativo miglioramento della qualità di vita.

Poter mettere a disposizione dei pazienti una terapia che garantisca un duplice vantaggio in termini di efficacia ed efficienza, come quella sottocutanea, rappresenta un concreto contributo nel favorire il processo di umanizzazione della cura questa evidenza trova conferma anche in diversi studi condotti da Onda su pazienti con tumore alla mammella da cui emerge il forte impatto della terapia sul loro vissuto quotidiano e su quello dei loro familiari, con conseguenti limitazioni a livello personale, sociale e lavorativo. Rispetto a quest’ultimo punto, uno dei maggiori problemi riscontrati dalle pazienti consiste proprio nel dispendio di tempo nell’attesa di ricevere le terapie in ospedale. Si evidenzia, quindi, la necessità per queste donne di poter disporre di una cura che garantisca loro di “vivere bene” nonostante la malattia” – ha commentato Francesca Merzagora, Presidente ONDA, Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna.

La formulazione sottocute raggiunge questo obiettivo, a condizione che i pazienti vengano correttamente informati riguardo alla opportunità di accedere alla nuova tecnologia.


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L’esercizio fisico nel paziente con arteriopatia obliterante cronica

L’approccio al paziente affetto da arteriopatia degli arti inferiori (LEAD, lower extremty arterial disease) è multidisciplinare e tiene conto della gestione del rischio cardiovascolare, includendo l’esercizio fisico.

Nei pazienti con Claudicatio Intermittens (IC) la terapia basata sull’esercizio fisico è efficace nel migliorare i sintomi e aumentare la massima distanza percorribile.

In una recente revisione Cochrane1, che ha analizzato più di 30 studi randomizzati controllati, l’esercizio-terapia (variando il tipo di esercizio) ha migliorato significativamente la distanza massima di cammino nonché la distanza percorribile senza provare dolore. L’effetto benefico è durato fino a due anni. L’esercizio non ha mostrato di migliorare i parametri vascolari come l’indice caviglia-braccio (Ankle Brachial Index). Tuttavia, è stato dimostrato che la qualità della vita migliora.

Gli studi che hanno confrontato diverse modalità di esercizio hanno mostrato che un programma supervisionato è più efficace, essendo in grado di migliorare ulteriormente la distanza massima di cammino rispetto ai programmi non supervisionati (generalmente +180 m)2.

L’allenamento di solito dura 3 mesi e comprende 3 sessioni di allenamento settimanali. Sebbene l’esercizio abbia dimostrato di essere utile, e le linee guida internazionali lo raccomandino vivamente, non tutti i pazienti se ne avvantaggiano e i programmi non sono disponibili in tutto il mondo3. Inoltre, in diversi Paesi, esistono problemi di rimborso.

1. Lane R, Ellis B, Watson L, et al. Exercise for intermittent claudication. Cochrane Database 3404 Syst Rev 2014:18;7

2. Fokkenrood HJ, Bendermacher BL, Lauret GJ, et al. Supervised exercise therapy versus non-supervised exercise therapy for intermittent claudication. Cochrane 3407 Database Syst Rev

3. Aboyans V, Ricco J-B, Bartelink MEL et al. 2017 ESC Guidelines on the Diagnosis and Treatment of Peripheral Arterial Diseases, in collaboration with the European Society for Vascular Surgery (ESVS): Document covering atherosclerotic disease of extracranial carotid and vertebral, mesenteric, renal, upper and lower extremity arteries. Endorsed by: the European Stroke Organization (ESO), The Task Force for the Diagnosis and Treatment of Peripheral Arterial Diseases of the European Society of Cardiology (ESC) and of the European Society for Vascular Surgery (ESVS). Eur Heart J. 2017 Aug 26

Contributo originale presentato al Simposio SIAPAV – D.SSA LUCIA MAZZOLAI – Servizio d’Angiologia, Ospedale Universitario di Losanna, Svizzera

A rischio l’emendamento tassa sul fumo per le cure sul cancro

 

L’emendamento sottoscritto dalla Commissione Sanità che istituiva una tassa sul fumo di circa 600 milioni per finanziare la classe dei farmaci oncologici innovativi e le cure palliative è a rischio” – così ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna onlus e coordinatrice del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere.

Secondo alcune fonti infatti il Ministero dell’Economia e delle Finanze potrebbe essere contrario a nuove accise sul tabacco o, nella migliore delle ipotesi, quei proventi andrebbero a finanziare altre voci della spesa sanitaria, quali quella sul superticket.

Nello spirito della Commissione Sanità, che ha votato all’unanimità l’emendamento, la tassa sul fumo era una tassa di scopo destinata ai malati di cancro. Negarla o destinare le risorse ad altri bisogni vorrebbe dire, a questo punto, annullare la sovranità del Parlamento e l’ampio dibattito durato anni su questa soluzione, che è moralmente giusta e che potrà aiutare anche la prevenzione, riducendo il consumo di sigarette. Nel nostro Forum del 29 novembre discuteremo di tutto questo. Nel frattempo lanciamo un appello al Ministro Padoan di rispettare la volontà del Parlamento e di non stravolgere lo spirito della norma votata all’unanimità dalla Commissione Sanità del Senato”, – ha aggiunto Annamaria Mancuso.


Premio “Castello d’Oro Valdengo” al Team Novo Nordisk

Il team Novo Nordisk, prima squadra al mondo di ciclisti professionisti con diabete, riceve il “Premio Castello d’Oro Valdengo ‘meriti etico-sportivi’ – Memorial Michele Scarponi”.

La cerimonia alla prima edizione del Gran Galà del Ciclismo, l’evento internazionale dedicato al mondo delle due ruote che si è tenuta a Valdengo (Biella), il 24 novembre scorso, per celebrare ciclisti professionisti, del passato e del presente, enti e organizzazioni che si sono particolarmente distinti per fini sociali in ambito sportivo, avendo come obiettivo la salute dei cittadini.

Tra i premiati anche celebri personaggi del mondo del ciclismo come il “Cannibale” Eddy Merckx, vincitore di cinque edizioni del Giro d’Italia e del Tour de France e vera icona dello sport mondiale e il campione d’Italia 2017 Fabio Aru.

Un premio al merito e alla tenacia ad un gruppo sportivo votato alla sensibilizzazione e alla lotta contro il diabete, una malattia terribilmente comune e debilitante. Un Team capace di infrangere il muro dell’indifferenza, tesserando solo atleti afflitti dalla succitata patologia. Una squadra vincente comunque a prescindere dai risultati. Straordinari nel portare il messaggio che con il diabete si può convivere senza infrangere i sogni queste le motivazioni ufficiali del riconoscimento assegnato al team Novo Nordisk.

Il prestigioso Premio “Castello d’Oro di Valdengo – Gran Galà del Ciclismo” nasce dalla sinergia tra il Comune di Valdengo, le sue Associazioni e l’Unione Ciclo Alpina Biellese. Fin dalla sua prima edizione presente una giuria di grande prestigio. Al tavolo d’onore infatti tra gli altri, Roberto Pella, Sindaco di Valdengo e Vice Presidente Vicario Nazionale Anci, Renato Di Rocco, Presidente della Federazione Ciclistica Nazionale, Giovanni Malagò, Presidente del CONI e Mauro Vegni, Direttore del Giro d’Italia.

Dal suo esordio nel dicembre 2012, il Team Novo Nordisk ha corso decine di migliaia di chilometri attraverso più di 30 paesi, incontrando e ispirando milioni di persone con diabete in tutto il mondo per dimostrare che è possibile convivere con il diabete e allo stesso tempo perseguire e realizzare i propri sogni. È davvero un privilegio ricevere questo prestigioso premio. Tutto questo è reso possibile grazie al prezioso supporto di Novo Nordisk Italia e alla stretta collaborazione con il Team che ha l’obiettivo di ‘cambiare il diabete’ in tutto il mondo” – ha affermato Phil Southerland, cofondatore e CEO del Team Novo Nordisk.

Come parte del programma Changing Diabetes®, il Team Novo Nordisk ricopre un ruolo fondamentale nell’incoraggiare le persone con diabete. Changing Diabetes® è un progetto internazionale che vuole creare consapevolezza del diabete e favorire la lotta a questa pandemia, che colpisce oggi 415 milioni di persone nel mondo, tre milioni solo in Italia. Il nostro obiettivo è quello di migliorare la loro condizione e dimostrare che è possibile vivere bene con il diabete” – ha detto Federico Serra, Government Affairs & External Relations Director di Novo Nordisk.


Roma: 39mo Congresso SIAPAV

A Roma si è svolto dal 23 al 25 novembre il 39° Congresso Nazionale della Società di Angiologia e Patologia Vascolare (SIAPAV).

Una società clinica che in Italia che si occupa delle malattie vascolari “a tutto tondo”, ovverosia si occupa di arteriopatie, tromboembolismo venoso, malattie arteriose infiammatorie e malattie dei linfatici, oltre a considerare gli aspetti metabolici e tutti i fattori di rischio per le malattie vascolari.

Inoltre la SIAPAV ha la specificità di intendere la medicina vascolare come una disciplina che si occupa non soltanto di diagnosi e terapia ma soprattutto della presa in carico in termini assistenziale.

Uno degli argomenti di punta del convegno è stato l’arteriopatia ostruttiva periferica (AOP), una patologia molto comune che può diventare molto invalidante. E’ una manifestazione di aterosclerosi sistemica ed è generalmente è causata da un’ostruzione aterosclerotica delle arterie degli arti inferiori.

Studi epidemiologici sulla popolazione dell’Unione Europea hanno dimostrato un’incidenza dell’AOP di oltre il 17% negli anziani. È una patologia che aumenta con l’età e con l’esposizione a fattori di rischio noti come: diabete, ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, etc.

La manifestazione clinica più comune è la Claudicatio Intermittens (difficoltà a camminare con frequenti pause) che condiziona fortemente la qualità della vita dei pazienti e la loro capacità funzionale. Inoltre gli individui con AOP soffrono di un rischio relativo di infarto del miocardio aumentato di 5 volte e di 2-3 volte del rischio di ictus o di mortalità totale rispetto a individui senza AOP.

L’aspetto forse più grave, è che nonostante la sua alta prevalenza e gravità esiste una scarsa consapevolezza della AOP, che infatti è una patologia sotto-diagnostica e sotto-trattata. Eppure, numerosi studi hanno documentato come la prevenzione e il controllo dei fattori di rischio migliori la prognosi della malattia stessa. Inoltre, nel caso dell’AOP esistono metodiche diagnostiche facili da usare, poco costose e scevre da rischi – come per esempio l’indice caviglia/braccio (ABI Index) – che permette di diagnosticare l’AOP in modo semplice e di smascherare anche le forme asintomatiche. Tuttavia nonostante gli sforzi il livello di consapevolezza rimane scarso.

Secondo il prof. Gianfranco Lessiani, Consigliere Nazionale SIAPAV, l’obiettivo di una campagna sulla consapevolezza della AOP dovrebbe coinvolgere istituzioni pubbliche e private con un duplice obiettivo:

da un lato aumentare la consapevolezza sulla rilevanza clinica/prognostica della malattia non solo nella comunità medica ma anche sulla popolazione, dall’altro stimolare l’uso sistematico dell’indice ABI da parte dei Medici di Medicina Generale oltre che dagli Specialisti (Angiologi-Cardiologi-Chirurghi Vascolari)”.

 

Statine ed epatopatie: che fare?

Il bersaglio delle statine é rappresentato dalla sintesi di colesterolo a livello epatico. Non meraviglia, quindi, che in corso di trattamento con questi farmaci si possa riscontrare un aumento delle transaminasi.

Nella maggior parte dei casi si tratta di un aumento modesto ed asintomatico che regredisce riducendo la posologia della statina senza doverla sospendere del tutto.

Le linee guida consigliano di proseguire la terapia monitorando il valore delle transaminasi e di prendere in considerazione la sospensione del farmaco solo se l’aumento supera di oltre 3 volte i valori normali.

Diversa é la situazione in cui la necessità di prescrivere una statina, in relazione ad un profilo cardiovascolare elevato, emerge in un paziente con una epatopatia pre-esistente.

Vi é unanime consenso sul fatto che la somministrazione delle statine debba essere evitata in corso di epatopatia acuta (ad esempio epatite virale acuta, epatite alcolica).

Nelle epatopatie croniche, ed in particolare nella epatite cronica HCV correlata, le statine non sono generalmente controindicate, anzi, vi sono evidenze relative alla possibilità che possano favorire l’eliminazione del virus e ridurre l’incidenza di epatocarcinoma, In questi casi gli esperti consigliano di monitorare più frequentemente ALT/AST (ogni mese per i primi 3 mesi e ogni 3 mesi successivamente) e di interrompere la terapia solo se ALT/AST aumentano più di due volte rispetto ai valori basali. Dopo il ritorno ai valori pre-trattamento si suggerisce di provare con un’altra statina per verificare se il paziente é realmente intollerante.

Nei pazienti con steatosi epatica non alcolica (NAFLD) il trattamento con statine non solo non é controindicato ma é generalmente molto utile. La NAFLD, infatti, é espressione di uno stato metabolico che correla con un aumentato rischio cardiovascolare. Questi pazienti generalmente hanno valori elevati di trigliceridi, bassi livelli di HDL-c e presentano lipoproteine particolarmente aterogene. Nei pazienti con NAFLD le statine, oltre a ridurre molto efficacemente il rischio cardiovascolare, possono determinare una riduzione del livello di transaminasi e migliorare il quadro ecografico.

In conclusione, nella maggior parte dei casi in cui é indicata, la terapia con statine può essere continuata anche se si associa ad un aumento moderato dei valori di transaminasi. Bisogna infatti considerare che l’incidenza di epatopatia grave correlabile all’uso di statine é un evento molto raro (un caso su un milione di pazienti trattati) mentre i benefici nei pazienti con rischio cardiovascolare elevato sono molto consistenti, quantificabile in una riduzione di circa 1/3 degli eventi cardiovascolari.

Statin intolerance – an attempt at a unifed definition. Position paper from an International Lipid Expert Panel. Arch Med Sci 2015; 11, 1: 1–23

Il futuro della Procreazione Medicalmente Assistita

Preservazione della fertilità con crio-conservazione della corteccia ovarica o vitrificazione degli ovociti, ringiovanimento ovarico e test genetici sempre più predittivi. Questo lo scenario che si apre in riferimento alla PMA, che vede la ricerca scientifica impegnata su diversi fronti con il duplice obiettivo di favorire la nascita di bambini sani e aumentare il tasso di successo per ogni ciclo di PMA, grazie a trattamenti sicuri che possano garantire minori complicanze possibili alla donna.

Tracciare e conoscere il cariotipo completo dell’embrione, utilizzare le cellule staminali nella creazione di gameti e per la rigenerazione dell’endometrio sono alcuni dei nodi nevralgici che saranno sciolti in futuro.

Negli ultimi anni i progressi nel campo della fecondazione assistita hanno raggiunto risultati davvero sorprendenti e il futuro fa ben sperare. Noi di IVI da oltre 26 anni siamo impegnati in prima linea nella ricerca scientifica in collaborazione con enti universitari di primaria importanza come l’Università di Valencia e l’Università di Yale e attualmente siamo concentrati su diversi ambiti: dal ringiovanimento ovarico alla preservazione della fertilità fino allo studio sull’impiego delle cellule staminali nella medicina della riproduzione per rispondere sempre meglio alle problematiche delle nostre pazienti. Siamo inoltre molto attivi nell’ambito della ovodonazione per la quale abbiamo realizzato in Spagna la Banca Centrale di Ovociti più grande d’Europa che solo nel 2016 ha registrato 7.000 cicli di donazione” – ha sottolineato il Professor Antonio Pellicer, Presidente IVI.

In Spagna le donatrici di IVI hanno un’età compresa tra i 18 ed i 35 anni, come da disposizioni legislative in materia e devono seguire un iter di controlli molto rigido. L’essere idonee alla donazione viene stabilito in una prima fase attraverso un’intervista personale e un colloquio con lo psicologo. Chi supera questo primo ‘screening’ viene sottoposto ad accertamenti clinici: ecografia, visita ginecologica ed esami del sangue. Solo il 30% delle candidate a essere ovodonatrice passa alla fase successiva, quella dei controlli sul cariotipo e il Test di Compatibilità Genetica (TCG) per verificare se siano presenti alterazioni cromosomiche che potrebbero portare a malattie genetiche nei nascituri.

Questo l’identikit dell’ovodonatrice di IVI al termine del processo: una ragazza tra i 25 e i 26 anni, per la metà con figli; un terzo studia all’università, un terzo frequenta il liceo, circa il 40% è sposata o convive.

Molte le donne italiane che si rivolgono a IVI per ricorrere alla fecondazione eterologa. Nonostante dal 2014 la legge consenta di ricorrere a questa tecnica nel nostro Paese, a causa della scarsità di donatrici di ovociti e per le procedure complicate di importazione dall’estero, le coppie sono ancora costrette a spostarsi dall’Italia.

Dal 2012 al 2016 i cicli di trattamento con ovodonazione a cui si sono sottoposte pazienti italiane presso i Centri IVI in Spagna sono stati più di 7.000 versus i quasi 3.000 per la fecondazione omologa che rappresenta, comunque, un numero importante.

Le coppie italiane arrivano ai Centri IVI in Spagna cariche di domande e dubbi soprattutto nel caso della donazione per la quale vogliono sapere chi è la donatrice, perché ha donato, se possono avere più informazioni, a quali controlli viene sottoposta. Un approccio molto diverso rispetto alle coppie scandinave, per esempio, che sono più dirette, pensano al risultato e hanno pochi dubbi.

Le pazienti italiane sanno che non è possibile incontrare la donatrice né sapere chi sia ma sembra addirittura che la cosa non dispiaccia: preferiscono avere informazioni attraverso il Centro, piuttosto che avere un contatto diretto Inoltre, per loro è importante capire perché in Spagna si dona e in Italia no.

Quali sono le caratteristiche della donatrice richieste più frequentemente dalle pazienti che contattano i centri IVI?

La risposta a questa domanda cambia a seconda della nazionalità: le italiane chiedono che siano giovani, in salute, belle e simili a loro, specie per il colore degli occhi. Le inglesi si informano su educazione, intelligenza, caratteristiche fisiche (altezza) e livello di studi. Le francesi si preoccupano della taglia della donatrice, così come di educazione e intelligenza, requisiti richiesti anche dalle spagnole, cui si aggiungono doti artistiche, somiglianza e livello sociale.

Le coppie si rivolgono a IVI perché ne conoscono la competenza, il livello professionale e il tasso di successo dei trattamenti che è pari al 90%: 9 coppie su 10 che si sono rivolte all’Istituto Valenciano di Infertilità hanno realizzato il sogno di diventare genitori. Il 20% è rappresentato da donne di altra nazionalità; di queste, il 31% sono italiane, la più alta percentuale tra le straniere. Per il 10% circa si tratta di donne single o omosessuali, mentre il restante 90% è rappresentato da donne eterosessuali, con un’età che varia dai 37,53 anni per la fecondazione omologa ai 42,75 di chi si rivolge al Centro per i cicli di ovodonazione” – ha sottolineato la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Con oltre 26 anni di esperienza, 50.000 trattamenti ogni anno, 160.000 bambini nati, 2.000 professionisti e 70 cliniche in 13 Paesi, IVI, dopo la fusione con l’americana RMNJ, rappresenta la più grande realtà mondiale nel campo della Procreazione Medicalmente Assistita.


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