Archivio per dicembre 2017

“Dott. Google” … il diabetologo più richiesto al Sud Italia

Il diabete si colloca ai primi posti tra i temi di salute più ricercati sul web in Italia, insieme all’Alzheimer, ai tumori e ai vaccini, che hanno riscosso notevole interesse in quest’ultimo periodo.

Il rapporto Web Observatory presentato a Roma il 6 dicembre scorso, analizzando più nel dettaglio questa tendenza fa emergere come “Dott. Google” sia il diabetologo più richiesto nel sud Italia. Infatti in Calabria il diabete è il termine più ricercato tra quelli di salute, mentre in Puglia, Basilicata, Molise, Abruzzo, Sicilia e Campania risulta nella top 3. Trend confermato anche dalla classifica delle città che vede al primo posto Catanzaro, al secondo Messina e al terzo l’outsider Pisa. Gli argomenti più ricercati riguardano l’alimentazione (38 per cento), le terapie (37 per cento), e ben il 13 per cento ricerca soluzioni definitive.

Questi alcuni dei dati illustrati all’Istituto Superiore di Sanità nel corso di un evento organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation in collaborazione con Università di Roma Tor Vergata, Health Web Observatory, WHIN-Web Health Information Network e Medi-Pragma, con il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Sono il risultato di due indagini che costituiscono da tempo un appuntamento annuale: il Diabetes Monitor, l’indagine, giunta alla settima edizione, che si propone come un osservatorio dell’evoluzione degli atteggiamenti delle persone con diabete riguardo alla gestione della propria malattia sia dal punti di vista clinico sia sociale, e il Diabetes Web Report, volto a studiare i comportamenti delle persone in rete in tema di salute, in particolare di coloro che hanno il diabete, caregiver e medici”, ha spiegato Lucio Corsaro, Direttore generale Medi-Pragma.

Secondo il Diabetes Monitor, al contrario di quanto si possa pensare, “Dott. Google” non è la fonte più utilizzata per raccogliere informazioni sul mondo del diabete. Già nella rilevazione dello scorso anno si affermavano in maniera preponderante “Dott. Social”, cioè i social media come mezzo di informazione e terreno di confronto con persone che hanno lo stesso problema. Quest’anno, prima di “Dott. Social” (42 per cento) e di “Dott. Google” (Internet, 65 per cento),

acquista maggiore rilevanza una terza voce, definita ‘altro’, che comprende l’utilizzo delle app (75 per cento), sia quelle utili per il monitoraggio della malattia sia quelle per la comunicazione con il medico”, ha proseguito Corsaro.

La tendenza delle persone a consultare e confrontarsi in rete e a utilizzare le app per quanto riguarda la propria malattia è confermata dagli stessi medici che sostengono per il 66 per cento che i propri pazienti riportano le informazioni ottenute da Internet regolarmente, sintomo del crescente bisogno di discutere di quanto appreso on line con una fonte autorevole. Degno di nota il fatto che questa tendenza è cresciuta del 50 per cento negli ultimi due anni.

Gli italiani si connettono sempre di più e lo fanno anche grazie alla ultima rivoluzione tecnologica rappresentata dagli smartphone: ormai i dati sul volume di traffico internet generato da diversi dispositivi testimoniano l’interconnessione continua degli italiani”, ha spiegato Ketty Vaccaro, Presidente del Health Web Observatory e responsabile Salute e Welfare del Censis.

Infatti, se la percentuale di persone che navigano da un computer è scesa dal 2015 al 2016 del 14 per cento, sale quella di chi si connette da altri device come lo smartphone (+44 per cento) o il tablet (+8 per cento). Cresce anche il ruolo di altri dispositivi come ad esempio console o smart TV (+24 per cento). Le App sono uno degli strumenti principali della disintermediazione digitale e spopolano sugli usi pratici della rete, dal prenotare un B&B ad un taxi all’ascolto della musica, ma 8,6% della popolazione le usa anche come mezzo di informazione. La possibilità di ottenere rapidamente informazioni in modo semplice, in qualsiasi luogo e momento, le migliaia di fonti consultabili e la dinamicità dell’attuale stile di vita rendono la rete uno dei media preferiti anche in tema di salute e fanno crescere il numero dei cosiddetti ‘health-nauti’. Tra questi si incrementa anche la quota delle persone con diabete e di coloro che cercano informazioni sulla malattia non solo per conoscerla ma anche per gestirla meglio. Gli ‘health-nauti’ navigano, trovano, riportano e discutono con il proprio medico curante le informazioni trovate in rete relative alla propria malattia”, ha proseguito Simona Frontoni, Presidente comitato scientifico IBDO Foundation.

Attraverso le App gli utenti non cercano solo informazioni, ma condividono opinioni, esperienze riguardo alla malattia, scambiano con il proprio medico dati che riguardano lo stato di salute e non solo. Questo è corretto. Infatti non dovrebbe essere perso di vista il ruolo fondamentale del medico e del team diabetologico: l’educazione terapeutica e in particolare il dialogo con il team sono necessari per gestire al meglio il diabete. Il Diabetes Monitor e il Diabetes Web Report sono sostenuti da IBDO Foundation, che ha tra i suoi obiettivi costitutivi la conoscenza, la misurazione dell’ampiezza e della portata e il monitoraggio del trend di tutti gli aspetti che riguardano la malattia diabetica, perché anche questo è uno strumento utile ad affrontare e cercare di vincere la sfida che questa malattia pone alla società”, ha dichiarato Renato Lauro, Presidente IBDO


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Le persone con diabete di tipo 2 sottovalutano il rischio cardiovascolare correlato alla malattia

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nelle persone con diabete di tipo 21: rispetto a una persona sana, chi ha il diabete ha rischio di morte doppio e quadruplo di infarto o ictus.

Nonostante ciò, chi soffre di diabete lo sottovaluta, secondo i risultati preliminari dell’indagine Taking Diabetes to Heart, presentati all’International Diabetes Federation (IDF) Congress.

Tra le persone con diabete di tipo 2, 1 persona su 3 si considera a basso rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari2, 1 persona su 4 non è mai venuta a conoscenza né ha ricevuto informazioni rispetto al rischio di malattie cardiovascolari, anche a distanza di anni dalla diagnosi di diabete di tipo 22 e 1 persona su 6 non ha mai parlato con il medico o il team diabetologico di questo rischio2.

Questi sono i risultati preliminari della prima indagine condotta online su scala mondiale su consapevolezza e conoscenza del rischio cardiovascolare tra le persone con diabete di tipo 2. L’indagine, promossa da IDF in collaborazione con Novo Nordisk, ha coinvolto sinora 943 partecipanti in 32 Paesi, e ha evidenziato non solo una scarsa consapevolezza, ma anche l’assenza di dialogo sul tema tra pazienti e operatori sanitari. La raccolta dei dati proseguirà fino a marzo 2018.

Attualmente sono 425 milioni gli adulti nel mondo che convivono con il diabete, la maggior parte con quello di tipo 2. Le malattie cardiovascolari, che includono infarto, cardiopatia coronarica e arteriopatia periferica3, rappresentano la principale causa di disabilità e morte nelle persone con diabete di tipo 21,4.

I risultati preliminari dell’indagine Taking Diabetes to Heart sottolineano l’importanza della sensibilizzazione riguardo alla correlazione tra diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari per promuovere prevenzione, diagnosi tempestiva e cure adeguate allo scopo di ridurre l’attuale impatto che le due condizioni comportano. Con l’aumento di pazienti di diabete di tipo 2 a livello mondiale, la miglior conoscenza del legame tra queste due condizioni è più che mai necessaria” – ha dichiarato Shaukat Sadikot, Presidente uscente di IDF.

Taking Diabetes to Heart è un’indagine online multi-lingue, tra cui arabo, bulgaro, cinese, danese, olandese, inglese, francese, filippino, finlandese, tedesco, hindi, italiano, portoghese, russo, spagnolo, swahili e vietnamita. È finalizzata a raccogliere informazioni sui comportamenti che aumentano il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari tra le persone con diabete di tipo 2, e a predisporre strategie di difesa e supporto dei pazienti, per migliorare la salute e il benessere della popolazione.

Le malattie cardiovascolari sono la maggior causa di disabilità e morte tra le persone con diabete di tipo 2. Ancora troppo poche persone con diabete vengono informate del rischio di poter sviluppare malattie cardiovascolari e dell’impatto che queste possono avere sulla loro aspettativa e qualità di vita. Noi esortiamo il maggior numero di persone con diabete  a completare l’indagine Taking Diabetes to Heart per avere più dati possibili a livello mondiale su cui basare gli sforzi futuri per contribuire a migliorare i risultati” – ha affermato Alan Moses, Senior Vice President e Chief Medical Officer di Novo Nordisk.

I dati raccolti con l’indagine Taking Diabetes to Heart serviranno a definire le azioni necessarie per migliorare le condizioni di salute delle persone con diabete di tipo 2. L’iniziativa culminerà in una relazione completa con risultati e risorse specifiche per paese a sostegno della conoscenza e consapevolezza delle malattie cardiovascolari tra le persone con il diabete di tipo 2 in tutto il mondo.

  1. International Diabetes Federation. IDF Diabetes Atlas, 8th Edition. Brussels, Belgium: International Diabetes Federation, 2017. Available at: www.diabetesatlas.org
  2. International Diabetes Federation, 2017. Taking Diabetes to Heart – Global IDF survey on CVD risk awareness among people with diabetes. Available at: www.idf.org/takingdiabetes2heart
  3. International Diabetes Federation. Diabetes and Cardiovascular Disease. Brussels, Belgium: International Diabetes Federation, 2016. Available at: www.idf.org/cvd
  4. World Health Organization, editor. Global health risks: mortality and burden of disease attributable to selected major risks. Geneva, Switzerland: World Health Organization; 2009. 62p.

 


Op2IMISE: Raccomandazioni per il miglior impiego della chirurgia mininvasiva colorettale

In Italia il ricorso alla laparoscopia rispetto alle “tradizionali” tecniche chirurgiche presenta un’alta variabilità sia in base alla branca chirurgica e alla tipologia di intervento sia su base regionale. Gli ostacoli alla diffusione di questa procedura vanno cercate in problematiche legate a retaggi culturali, scarsa richiesta da parte dei pazienti e le difficoltà nell’acquisizione della tecnica stessa da parte dei chirurghi.

Le due maggiori società scientifiche chirurgiche italiane, ACOIAssociazione Chirurghi Ospedalieri Italiani e SICSocietà Italiana di Chirurgia, hanno lavorato per promuovere le tecniche mininvasive e creato un documento di consenso che è stato presentato al Ministero della Salute nel corso degli “Stati Generali della Chirurgia Italiana”. La chirurgia mininvasiva ha ormai dimostrato di avere il miglior rapporto costo-efficacia e di poter garantire ai pazienti maggiori vantaggi: minore trauma degli accessi chirurgici, tempi di recupero e di ospedalizzazione più brevi; dolore post-operatorio inferiore alle tecniche tradizionali; minore incidenza di complicanze associate a minori rischi intraoperatori grazie allo sviluppo delle tecniche di imaging.

Per quanto riguarda la chirurgia colorettale i più recenti dati del Programma Nazionale Esiti (PNE) mostrano un aumento di interventi in laparoscopia seppur con un’elevata variabilità nelle singole Regioni. Se si considerano gli interventi per tumore al colon, la media italiana di ricorso alla laparoscopia è del 32%, con un massimo del 52% e un minimo del 18%. In modo simile, nel caso di interventi per tumori al retto, se la media nazionale mostra il 40% degli interventi fatti con laparoscopia, il valore massimo è pari al 78%, mentre il minimo solo il 22%. Per promuovere il più ampio e omogeneo utilizzo delle tecniche mininvasive in Italia, sono di primaria importanza la disponibilità di queste tecniche nelle strutture sanitarie ma anche la competenza del chirurgo nell’utilizzare queste procedure acquisite attraverso percorsi formativi” – ha spiegato Marco Montorsi, presidente SIC – Società Italiana di Chirurgia.

Proprio in questa direzione, ACOI e SIC in collaborazione con il Centro di ricerca e Studio della Sanità Pubblica (CESP) dell’Università di Milano-Bicocca e con il contributo incondizionato di Medtronic, hanno promosso il progetto Op2IMISE, con l’obiettivo di sviluppare e applicare una metodologia standardizzata a livello nazionale di formazione per ottimizzare la qualità ed efficienza della chirurgia laparoscopica colorettale. Il progetto Op2IMISE è stato lanciato nel 2016 proprio a partire dalla considerazione che in Italia l’uso della laparoscopia era tra i più bassi in Europa. Seppur ci siano diverse concause, uno dei fattori che ha portato a questo basso utilizzo della laparoscopia è rappresentato dagli scarsi investimenti economici sia in termini di formazione dei giovani chirurghi sia in termini di dotazione tecnologica nelle strutture sanitarie.

A partire da questo progetto è stato creato un Clinical Advisory Board, costituito da 16 chirurghi esperti nell’uso di tecniche mininvasive, per creare dei percorsi formativi altamente specializzati. Perché questo percorso possa garantire qualità, efficacia ed efficienza è necessario istituire centri di eccellenza a livello regionale con criteri e modelli organizzativi ben definiti che applichino un approccio multidisciplinare integrato. Per garantire un’equità di cura nelle diverse Regioni italiane è necessario definire un percorso diagnostico-terapeutico omogeneo condiviso da tutti i centri di eccellenza e che vi sia una centralizzazione a livello regionale degli investimenti come garanzia di qualità e di uso razionale. Da sottolineare è inoltre l’obiettivo di questi percorsi formativi: non soltanto permettere ai chirurghi una preparazione di eccellenza e sulle tecniche più innovative, ma anche di promuovere e garantire ai pazienti un accesso maggiore e, soprattutto, più uniforme sull’intero territorio nazionale alla chirurgia mininvasiva, che rappresenta ad oggi l’opzione chirurgica con i migliori risultati” – ha continuato Pierluigi Marini, presidente ACOI – Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani.

Per poter garantire ai paziente i migliori trattamenti possibili in un regime di sostenibilità economica, è importante il coinvolgimento di tutti gli interlocutori che operano nel mondo della Sanità, ivi incluse la Istituzioni, e del paziente stesso.

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A Torino record negativo per il diabete nel Nord Italia

Fa tappa a Torino il programma Cities Changing Diabetes®, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo di Novo Nordisk, che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di evidenziare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire la malattia.

L’occasione è data dalla seconda edizione del Forum “Sustainable cities promoting urban health”, organizzato dall’Ambasciata di Danimarca in collaborazione con la Città di Torino e con il patrocinio di Istituto superiore di sanità, SDU-National Institute of Public Health di Danimarca, ANCI-Associazione nazionale comuni italiani, la corrispondente associazione danese KL, Health City Institute, Danish Healthy Cities network, Municipalità e Università di Aalborg.

Nell’anno in cui Roma, capitale d’Italia, è entrata a far parte del programma Cities Changing Diabetes® insieme alle metropoli già coinvolte dal 2014 ad oggi – Houston, Copenhagen, Tianjin, Shanghai, Vancouver, Johannesburg e Città del Messico – per costituire un laboratorio di ricerca real world, volto a comprendere come l’ambiente urbano favorisca l’insorgenza del diabete di tipo 2 e le sue complicanze, Torino, prima capitale dello Stato italiano, ospita quest’importante conferenza sul più che attuale tema della salute nelle città e del rapporto tra urbanizzazione e malattie croniche non trasmissibili, come appunto diabete e obesità.

La scelta del capoluogo piemontese non è frutto del caso. Infatti, nell’area della città metropolitana di Torino risiedono, secondo le elaborazioni di Health City Institute su dati ISTAT, circa 121 mila persone con diabete. Torino occupa, in termini assoluti, la quarta piazza nella graduatoria della città metropolitane italiane per popolazione residente colpita dalla malattia – dopo Roma, Napoli e Milano. Tuttavia è di gran lunga al primo posto tra quelle del Nord Italia in termini percentuali. Paragonandola, ad esempio, alla vicina Milano, che la precede nella classifica con poco più di 144 mila residenti con diabete su oltre 3,2 milioni di abitanti – 4,5 per cento della popolazione -, le persone con diabete dell’area metropolitana torinese corrispondono al 5,3 per cento dei quasi 2,3 milioni di residenti.

Nel 1960 un terzo della popolazione mondiale viveva nelle città. Oggi si tratta di più della metà e nel 2050 sarà il 70 per cento. Allo stesso tempo, circa 400 milioni di persone soffrono di diabete e si prevede un aumento fino a 600 milioni nel 2035.  Il compito è chiaro: per combattere il diabete è necessario aumentare l’attenzione sulla salute e sullo sviluppo urbano in modo da creare ‘città vivibili’. In breve, dobbiamo creare un ambiente urbano che promuova la salute come una parte fondamentale dell’infrastruttura e delle funzioni delle città. In Danimarca abbiamo una grande esperienza nel rendere le città più vivibili, grazie a un approccio multidisciplinare che coinvolge molti stakeholder: la società civile, l’ente di edilizia residenziale pubblica, la scuola, le associazioni di pazienti e tanti altri” – ha detto Erik Vilstrup Lorenzen, Ambasciatore di Danimarca.

La nostra città è lieta di ospitare la seconda edizione di questo forum internazionale dedicato alla promozione della salute in contesto urbano. Quello della tutela della salute, insieme alla salvaguardia dell’ambiente, rappresenta una priorità anche per le politiche di chi è chiamato ad amministrare le città, soprattutto quando si tratta di centri a dimensione di metropoli. Come amministratori pubblici dobbiamo sempre tener conto che ogni scelta, ogni intervento in tema di urbanistica, di viabilità, di welfare o in altri ambiti, deve essere attuato facendo in modo che qualunque sia lo scopo del provvedimento, esso si integri con l’obiettivo di garantire maggiore benessere alla comunità cittadina, anche dal punto di vista della tutela della salute” – ha dichiarato la Sindaca di Torino, Chiara Appendino.

Per la Sindaca Appendino è anche “molto importante che i Comuni assicurino collaborazione e sostegno a enti e istituzioni che investono in ricerca e svolgono attività di informazione e sensibilizzazione su cure, modalità di prevenzione e sulla promozione di stili di vita corretti, che possano contribuire a ridurre la possibilità di ammalarsi”.

Oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono oggi in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Nel 2030, 6 persone su 10 vivranno nei grandi agglomerati urbani, nel 2050 7 su 10.

È una tendenza che, di fatto, in questi ultimi 50 anni sta cambiando il volto del nostro pianeta e che va valutata in tutta la sua complessità. Grandi masse di persone si concentrano nelle grandi città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale cresce anno dopo anno. Le città stesse ed il loro modello di sviluppo devono essere quindi oggi in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al crescente inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza” – ha spiegato Roberto Pella, Vicepresidente vicario ANCI.

Un esempio concreto del ruolo attivo e positivo delle amministrazioni cittadine su questo versante viene dalla Danimarca.

“Gli sforzi destinati alla promozione della salute e della prevenzione delle malattie hanno subito un significativo miglioramento, se non altro dal punto di vista della professionalità, da quando sono diventate, a partire dal 2007, responsabilità delle municipalità. Oggi, gli interventi sono concentrati sui fattori di rischio che hanno il maggiore impatto sulla salute pubblica, come gli stili di vita, si basano sulle evidenze acquisite e sono implementati con grande qualità. Nelle nostre città, la salute pubblica costituisce una responsabilità condivisa da tutti e coinvolge la pianificazione urbana, ma anche gli asili nido, i programmi doposcuola e le aree sociali e dell’occupazione. Le politiche e le pianificazioni locali e nazionali su educazione, lavoro e ambiti residenziali, sono riconosciuti come elementi prioritari nella promozione della salute” – ha detto Tine Curtis, Direttore del centro di prevenzione di KL, l’associazione dei comuni danesi.

Un filo sottile ma evidente lega il fenomeno dell’inurbamento alla crescita di malattie come il diabete. Esiste infatti una suscettibilità genetica a sviluppare la malattia, cui si associano fattori ambientali legati allo stile di vita. Oggi, vive nelle città il 64 per cento delle persone con diabete, l’equivalente di circa 246 milioni di persone, ma il numero è destinato a crescere. La principale arma a disposizione per frenare questa avanzata è la prevenzione, attraverso la modifica di quei fattori ambientali, educativi e culturali che la favoriscono. Per questo motivo è nato Cities Changing Diabetes®.

Il programma non nasce con lo scopo di sostituirsi o di soppiantare il considerevole lavoro già in atto, in tutto il mondo, per affrontare il tema del diabete nelle città. Specialisti, accademici, istituzioni e comunità conoscono molto bene il problema. L’obiettivo è di dar vita a un movimento di collaborazione internazionale in grado di unire le forze per proporre e trovare attraverso l’analisi delle best practice soluzioni per affrontare il crescente numero di persone con diabete e obesità nel mondo, e il conseguente onere economico e sociale, partendo dal tessuto e dal vissuto urbano che tanta parte sembra avere in questo fenomeno” – ha chiarito Steffen Nielsen, Director Cities Changing Diabetes, Novo Nordisk A/S.

L’onda dell’innovazione in Oncologia

Anche senza l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), il cielo dell’innovazione farmaceutica è azzurro sopra Milano (e sul resto d’Italia). Attualmente sono oltre 300 i prodotti biotech in fase di sviluppo da parte di aziende farmaceutiche italiane. Tre terapie avanzate su 6 autorizzate in Europa sono di matrice italiana. Nel 2016 le aziende italiane hanno investito in Ricerca e Sviluppo 1.470 milioni di euro, con un incremento del 3,9% rispetto al 2015. Tra il 2000 e il 2015 in Italia sono stati condotti circa 10.700 studi clinici.

Una delle aree di maggior innovazione è l’oncologia: ogni giorno in Italia oltre 1.000 persone si ammalano di cancro e centinaia di ricercatori lavorano per mettere a punto terapie in grado di migliorare ulteriormente la sopravvivenza, passata dal 39% degli anni 1990-94 al 54% degli anni 2005-2009 per gli uomini e dal 55% al 63% per le donne. L’Italia è – in base al numero delle citazioni e all’H-Index (il criterio utilizzato a livello internazionale per valutare impatto scientifico di un autore e prolificità delle sue pubblicazioni) – tra i primi 5 Paesi al mondo per qualità delle pubblicazioni scientifiche e al quarto posto nella ricerca oncologica.

Le condizioni perché l’innovazione, anche in oncologia, sia garantita ci sono tutte: alta tecnologia, formazione e ricerca preclinica. Il vero punto debole, per l’Italia, sono i tempi dilatati nei quali l’innovazione arriva ai pazienti: un vero anacronismo, di fronte dell’accelerazione della ricerca, legata all’avvento delle terapie target e della medicina personalizzata. Intanto, però, il ciclo di vita dei farmaci si “allunga”: oggi la fase che segue l’immissione in commercio è considerata sempre più importante per capire se un farmaco può avere ulteriori indicazioni o come migliorarne la somministrazione e gli effetti collaterali.

Duplice, in questo nuovo scenario, il compito dei media: spiegare l’importanza di seguire il farmaco in tutte le fasi del suo lungo ciclo di vita, che va ben oltre i riflettori che accompagnano la fase del lancio. E mettere in evidenza il valore del “fattore tempo” per non perdere i vantaggi legati all’accelerazione dell’innovazione.

Come farlo è il tema del Corso di formazione Professionale “Il ruolo dei media nella divulgazione dell’innovazione in oncologia”, promosso dal Master di I livello “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Ipsen, Pfizer e Roche.

Se in passato per sviluppare un farmaco occorrevano quasi 15 anni, adesso una nuova molecola può arrivare nella pratica clinica in un tempo molto più breve, meno di 3-5 anni la rivoluzione della genomica è stata cruciale: la scoperta delle basi genetiche del cancro e la possibilità di identificare dei bersagli su cui costruire un farmaco ha reso possibile la personalizzazione delle terapie e ha moltiplicato le possibilità. Il numero dei farmaci sta crescendo esponenzialmente con l’aumentare delle nicchie di pazienti che potranno beneficiare di ogni singolo specifico farmaco innovativo” – afferma Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

L’accelerazione del ciclo di sviluppo e le aspettative che genera l’innovazione cambiano anche il rapporto dei pazienti con la ricerca. Oggi la ricerca intesa come innovazione è divenuta da parte dei pazienti una richiesta di assistenza.

L’efficacia dei nuovi farmaci fa sì che i pazienti considerino fondamentale partecipare già a studi clinici di Fase I, visti come un’opportunità per avere accesso ai farmaci nuovi prima che vengano immessi in commercio l’innovazione, insomma, sta diventando parte del care e come tale deve essere riconosciuta anche dalle istituzioni. D’altra parte, un farmaco innovativo che ha bersagli molecolari o è in grado di attivare l’immunità contro il tumore può realmente prolungare la vita del paziente. Tuttavia, quando i pazienti dipendono per la loro sopravvivenza da un farmaco spesso dipendono anche da quello che il farmaco rappresenta: accessi frequenti in ospedale, visite, esami, somministrazioni, e sono vincolati ad un rapporto continuativo con l’ospedale. Tutto questo ha risvolti positivi dal punto di vista medico ma ha un enorme impatto sulla qualità di vita dei malati e sull’organizzazione sanitaria” – dice Filippo de Braud, Direttore di Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano.

Mentre i pazienti chiedono di anticipare sempre di più l’accesso alle cure, a fronte della vorticosa accelerazione dello sviluppo di nuovi farmaci, in Italia fa da contrasto il collo di bottiglia, e il conseguente rallentamento, dei tempi di approvazione. Nel nostro Paese il tempo richiesto per l’accesso al mercato dopo l’autorizzazione EMA è vicino ai 12 mesi, con un divario rilevante rispetto ad altri importanti Paesi. A creare il gap è l’elevato numero di vincoli burocratici e duplicazioni di adempimenti regionali e locali compiuti affinché il nuovo farmaco diventi effettivamente prescrivibile e utilizzabile. I tempi necessari per le autorizzazioni regionali variano tra Regioni da 31 a 293 giorni in media. Inoltre per i farmaci innovativi si pone il problema della sostenibilità, che può comportare interventi per limitare l’accesso a determinate molecole. Come risultato, l’uso in terapia dei nuovi farmaci, misurato in termini di consumi pro-capite, resta più basso che nei maggiori Paesi dell’Unione Europea (19% in meno di farmaci lanciati tra il 2012 e il 2016).

Ma l’approvazione è solo l’inizio: una volta immesso sul mercato, il farmaco “giovane adulto” entra nella sua vita matura e nella fase chiamata “gestione del ciclo di vita”.

Il farmaco innovativo uscito dalla fase di sperimentazione controllata entra nel mondo reale, dove i pazienti sono assai più complessi in questa fase la cosa più importante è tener d’occhio il cambiamento di contesto perché potrebbero emergere rischi che non si sono manifestati chiaramente durante la sperimentazione. Questa fase di impiego controllato, di post-marketing del farmaco, può durare alcuni anni durante i quali il farmaco immesso in commercio continua ad essere osservato speciale anche grazie al meccanismo della farmacovigilanza che richiede segnalazioni spontanee, base per ulteriore studio del farmaco se diventano numerosi”– dichiara Carlo Alberto Tondini, Direttore dell’Unità di Oncologia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

La vita matura di un farmaco è altrettanto interessante di quella “giovane”. Accanto alla gestione del ciclo di vita si affiancano gli studi di Fase 4 che permettono ai ricercatori di affinare la loro conoscenza sul farmaco, di confrontarlo con altri prodotti già presenti sul mercato, di valutare i suoi effetti a lungo termine, e di determinare il rapporto costo-beneficio del farmaco rispetto ad altri in commercio. Molto importante è la farmacovigilanza per valutare in maniera continuativa tutte le informazioni relative alla sicurezza dei farmaci fino al passaggio, una volta scaduto il brevetto, allo standard di farmaco equivalente o a quello di biosimilare, che richiede evidenze di comparabilità sugli effetti clinici nell’uomo, soprattutto per quanto riguarda gli anticorpi monoclonali, di cui non si conoscono perfettamente i complessi meccanismi di azione.

Una fase particolarmente importante, quella della vita del farmaco “maturo”, anche perché può avvalersi su larga scala di un aspetto determinante: l’esperienza diretta dei pazienti.

Esiste, ormai da qualche tempo, una “scienza laica” i cui titolari sono i pazienti e gli ex pazienti. Una scienza che non si può studiare su alcun libro di testo, perché deriva dall’esperienza diretta di chi vive o ha vissuto sulla propria pelle la malattia il coinvolgimento dei pazienti, ex pazienti e loro rappresentanti, può contribuire significativamente a spostare la discussione su un piano più concreto e centrato sui reali bisogni delle persone, con particolare attenzione a effetti collaterali dei farmaci e qualità della vita”afferma Davide Petruzzelli, Presidente Associazione Lampada di Aladino Onlus – Assistenza malati oncologici.

L’invito rivolto ai media è quindi quello di seguire il farmaco lungo tutto il suo ciclo di vita: non solo la fase di lancio, con tutte le aspettative e i clamori che genera, ma anche quella “matura” in cui una molecola può avere ancora molto da dire ai ricercatori e molto da dare ai pazienti.

Bollini Rosa: 10 anni di attenzione alla medicina di genere

Assegnati i Bollini Rosa per il biennio 2018-2019, il riconoscimento che Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, da sempre impegnata sul fronte della promozione della medicina di genere, attribuisce dal 2007 agli ospedali attenti alla salute femminile e che si distinguono per l’offerta di servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali malattie delle donne.

Nell’anno del decennale, sono 306 le strutture ospedaliere premiate: 71 hanno ottenuto il massimo riconoscimento (tre bollini), 183 due bollini e 52 un bollino. Inoltre 13 ospedali hanno ricevuto una menzione speciale per la presenza al proprio interno di un percorso diagnostico-terapeutico dedicato alle donne nell’ambito della cardiologia. La cerimonia di premiazione si è svolta a Roma, al Ministero della Salute, il 5 dicembre scorso.

La valutazione delle strutture ospedaliere e l’assegnazione dei Bollini Rosa è avvenuta tramite un questionario di candidatura composto da oltre 300 domande suddivise in 16 aree specialistiche. Un’apposita commissione multidisciplinare, presieduta da Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, ha validato i bollini conseguiti dagli ospedali nella candidatura considerando gli elementi qualitativi di particolare rilevanza e il risultato ottenuto nelle diverse aree specialistiche presentate.

Tre i criteri di valutazione con cui sono stati giudicati gli ospedali candidati: la presenza di aree specialistiche di maggior rilievo clinico ed epidemiologico per la popolazione femminile, l’appropriatezza dei percorsi diagnostico-terapeutici e l’offerta di servizi rivolti all’accoglienza e presa in carico della paziente, come la telemedicina, la mediazione culturale, l’assistenza sociale.

Diverse le novità di questa edizione del Bando: sono state introdotte due nuove specialità, la geriatria e la pediatria, è stata valutata anche la presenza di percorsi “ospedale-territorio” soprattutto nelle aree specialistiche che riguardano patologie croniche come cardiologia e diabetologia e, nell’ambito dell’accoglienza in ospedale, da quest’anno è stato dato rilievo anche alla presenza del servizio di Pet-Therapy rivolto ai pazienti ricoverati.

Sul sito www.bollinirosa.it dall’8 gennaio 2018 è possibile consultare le schede degli ospedali premiati, suddivise per regione, con l’elenco dei servizi valutati. Tramite un apposito spazio riservato agli utenti è possibile lasciare un commento sulla base dell’esperienza personale che viene poi condiviso da Onda con gli ospedali interessati.

Come per le precedenti edizioni, anche per il prossimo biennio, grazie a un accordo con Federfarma, le 17mila farmacie distribuite su tutto il territorio nazionale forniranno alla clientela femminile indicazioni per trovare l’ospedale a “misura di donna” più vicino.

Celebriamo quest’anno con una medaglia a tutti gli ospedali premiati i 10 anni dei Bollini Rosa: siamo partiti con 44 ospedali nella I edizione e festeggiamo oggi il traguardo di 306 ospedali. In questi anni la rete degli ospedali ‘amici delle donne’ si è allargata e solo rispetto al biennio precedente quelli nuovi sono 86. In questo decennio sono stati fatti molti passi avanti nell’ambito della medicina di genere e la salute delle donne sta diventando un punto di attenzione per molte strutture, come dimostrano i nostri dati, ma c’è ancora molto da fare. Onda lavora a fianco di questi ospedali per promuovere un approccio ‘di genere’ nell’offerta dei servizi socio-sanitari, imprescindibile per poter garantire una corretta presa in carico della paziente in tutte le fasi della vita. La partecipazione dei Bollini Rosa alle iniziative promosse da Onda, in occasione di giornate dedicate a talune patologie femminili, mettendo a disposizione prestazioni cliniche e diagnostiche gratuite, consentono di avvicinare la popolazione a diagnosi e cure sempre più mirate e specifiche” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Una prestazione sanitaria di livello elevato, un’alta competenza specialistica coniugata all’attenzione alla paziente e al suo benessere complessivo declinata al femminile. È questa la filosofia con cui la Giuria ha assegnato anche questo anno i Bollini Rosa promossi da Onda. Sono un segno concreto dell’attenzione che medicina, sanità e assistenza rivolgono alle donne cercando di praticare una medicina moderna, consapevole della complessità che la specificità di genere richiede. Una differenza alla quale noi abbiamo dedicato un Centro con l’obiettivo di disegnare strategie di cura e di assistenza sempre più specifiche rispetto alle donne in modo che siano sempre più gli ospedali candidati a bollini come questo” – ha affermato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e Presidente Commissione Bollini Rosa.

La salute della donna è obiettivo strategico, ribadito anche nell’ultimo G7 salute, che fin dall’inizio del mio mandato ho sostenuto con determinazione, in particolare attraverso l’implementazione di azioni che riguardano la medicina di genere ed il benessere riproduttivo, l’appropriatezza dell’assistenza nel percorso nascita e la promozione della salute della mamma e del suo bambino, l’informazione delle donne relativamente ai rischi collegati al periodo post-fertile come quello osteoporotico e cardiovascolare, oltre a tutte le politiche di prevenzione dei tumori e delle patologie sessualmente trasmissibili, senza dimenticare l’istituzione della Giornata nazionale della salute della donna. I bisogni sanitari delle donne sono sempre maggiori e più complessi e il riuscire a far fronte a tali necessità è una sfida che se ben affrontata porta inevitabilmente ad un aumento dello stato di benessere dell’intero Paese, anche per il ruolo che le donne svolgono all’interno della famiglia e della società, come health-driver e caregiver. L’iniziativa ‘Bollini Rosa’, giunta oggi al suo decimo compleanno, rappresenta per questo uno stimolo all’implementazione e diffusione di modelli che garantiscano la dovuta attenzione ad una medicina attenta alle specificità di genere per una maggiore appropriatezza delle prestazioni e mi auguro che, nei prossimi anni, questo riconoscimento possa essere assegnato a sempre più strutture” – ha affermato Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute.

Auguri! I Bollini Rosa compiono 10 anni. Un traguardo importante per Onda che da sempre svolge un lavoro prezioso a favore delle donne che io seguo sempre con grande interesse. Non mi stancherò mai di farvi i miei complimenti. La salute della donna, le sue peculiarità e il differente approccio necessario nella ricerca, ma anche nella cura, sono delle priorità. Vorrei sottolineare un fatto che io ritengo importante e clamoroso: nel Disegno di legge sulla riorganizzazione della disciplina di nuove professioni sanitarie e riforma degli ordini professionali che auspico, e mi adopererò per questo con tutte le mie forze, verrà approvato definitivamente dal Senato, nell’articolo che riguarda la ricerca viene inserito per la prima volta nel diritto italiano il concetto della medicina di genere. La medicina di genere non è la medicina delle donne o la medicina degli uomini, sia chiaro, ma è piuttosto la medicina che ha rispetto della differenza che c’è tra donne e uomini dal punto di vista fisico e psichico. Si tratta di un approccio di genere, un metodo clinico che deve essere sviluppato ed innovato. Insomma, bisognerebbe dire dopo ‘in a different voice’ anche ‘in a different body’. Il mondo è fatto da uomini e donne e il corpo femminile è un corpo prezioso e, come tale, va preservato e tutelato perché una migliore salute della donna si riflette sull’intera società. La medicina di genere vive in un approccio diverso al mondo. Di nuovo complimenti e auguri. W i Bollini Rosa– ha esclamato Emilia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.

Come donna non posso che essere grata ad Onda che da anni rappresenta una realtà importante nel nostro Paese e che, grazie al suo impegno quotidiano, ha contribuito notevolmente alla sensibilizzazione e alla prevenzione a tutela della nostra salute. L’appuntamento di oggi è molto importante in quanto attraverso questi eventi potrà crescere la conoscenza sulle patologie ‘femminili’ e sull’importanza dei controlli periodici. Come rappresentante delle Istituzioni mi sento di dire che molto è stato fatto per il benessere psico-fisico delle donne, attraverso interventi normativi in diversi ambiti: lavoro, conciliazione, welfare aziendale, famiglia. Molto c’è ancora da fare, ma la forza delle donne, che credono nel futuro, ci traghetterà verso traguardi sempre nuovi” – ha affermato Franca Biondelli, Sottosegretario di Stato, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Anche quest’anno Onda premierà gli ospedali italiani ‘vicini alle donne’, strutture sanitarie che considerano la centralità della paziente il fondamento di un percorso diagnostico, terapeutico, assistenziale nelle unità operative per le patologie e la salute, anche riproduttiva, della donna. Dal 2007 Onda sta dando con questa iniziativa un concreto slancio alla Medicina di genere, arrivando prima delle Istituzioni a considerare un percorso che partendo dalla prevenzione, e tutti ricordiamo le sue importanti campagne informative, a prestazioni aggiuntive legate all’ accoglienza in ospedale, una presa in carico globale che arriva anche all’assistenza sociale. Questa cerimonia di premiazione è un grande stimolo per le strutture sanitarie ad adeguarsi e vediamo ogni anno aumentare anche tra i premiati molte strutture del sud Italia che all’inizio dimostravano in questo campo carenze importanti nella presa in carico della paziente donna. Tutelare la salute della donna significa tutelare la collettività, erogando prestazioni più appropriate. E sarà proprio l’appropriatezza delle cure uno dei pilastri e la sfida per la sostenibilità del nostro SSN, universalistico con presupposti altamente sociali” – ha affermato Maria Rizzotti, Vice Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.


I modi migliori per godersi i pasti di Natale durante la gravidanza

La celebrazione del Natale è legata a doppio filo alle riunioni familiari che prevedono innumerevoli e abbondanti pasti. E’ ormai consolidato che, arrivato questo momento, le donne incinte abbiano dubbi su cosa possano o non possano mangiare.

La prima raccomandazione di Paloma Ramos, nutrizionista dell’Instituto Valenciano di Infertilità (IVI), è “non cambiare eccessivamente la dieta e, soprattutto, non perdere di vista la massima di non mangiare per due”.

Qualsiasi alimento crudo fa parte della lista di quelli proibiti. All’interno di questo gruppo si trovano molluschi, crostacei, il foie, i pesci affumicati o quelli sotto sale. Il sushi può essere consumato solamente se è stato congelato previamente a meno 20º gradi per 24 – 48 ore. La carne va bene ma deve essere molto cotta. E’ importante evitare i formaggi non pastorizzati, bianchi o blu, perché potrebbero contenere listeria, mentre si raccomanda di non mangiare gli insaccati ed i salumi non cotti perché potrebbero essere portatori di toxoplasmosi.

Esistono studi recenti che affermano che il prosciutto stagionato da più di 20 mesi elimina la toxoplasmosi, “anche se è meglio non correre il rischio”, consiglia la nutrizionista.

D’altra parte è possibile mangiare carne, pesce e uova, sempre che questi alimenti siano ben cotti. “Sono eccellenti per lo sviluppo dell’embrione”, aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma. Alle donne incinte vegetariane si raccomanda l’assunzione di legumi durante la gravidanza, poiché i livelli di ferro risultano notevolmente inferiori alla norma (senza dimenticare che lo stesso deve essere integrato con le pasticche). Per un migliore assorbimento del ferro, sia sotto forma di alimenti sia sotto forma di pasticche, si raccomanda di evitare di assumere latticini un’ora prima e un’ora dopo, poiché è meglio accompagnarlo con la vitamina C (arancia, limone, pepe, ad esempio).

Sono inoltre raccomandati l’olio d’oliva, i formaggi stagionati e tutti gli alimenti che contengano acido folico come i broccoli, gli asparagi e le nocciole.

Gli specialisti di IVI ricordano che è sconsigliato bere bevande stimolanti e mangiare fegato per il suo elevato contenuto di vitamina A che, nelle prime settimane, può influenzare negativamente lo sviluppo del feto. E non si dovrebbe abusare del consumo di luccio, pesce spada e tonno rosso (per l’alto contenuto di mercurio e di metalli pesanti). Si possono invece mangiare pesci bianchi e salmone.

L’attenzione deve essere molto alta con le insalate o con le verdure crude che devono essere lavate accuratamente. “C’è più rischio di toxoplasmosi per frutta e verdura lavate male che per il prosciutto”, precisa Paloma Ramos, che raccomanda di “non mangiare insalate fuori casa, poiché non si conosce come siano state preparate. E in casa, lavarle molto bene, comprese quelle nelle buste di plastica”.

Rispetto al consumo di alcol, questo “deve essere pari a zero”, afferma con forza la nutrizionista. Unica eccezione, è possibile bere birra 0,0 (quella “senza” non va bene, poiché contiene quantità anche minime di alcol), per il suo apporto di vitamine, antiossidanti e minerali. Da questo punto di vista bisogna considerare gli apporti di vitamine e minerali presenti nei dolci come il torrone, dei quali non conviene “abusare”.

Concludiamo che, seguendo questi semplici consigli, si può godere appieno delle feste di Natale e affrontare i pasti di questi giorni pur mantenendo le linee guida sull’alimentazione prefissate dagli specialisti”- spiega Paloma Ramos.

 



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