Archivio per gennaio 2018

Nasce “MonnaLisa Care”: il progetto gratuito che aiuta le donne che lottano contro il tumore al seno a risolvere i problemi della menopausa indotta

Riportare un po’ di serenità nella vita delle donne che stanno lottando contro il tumore al seno. È con questo scopo che viene lanciato il progetto “MonnaLisa Care”, sostenuto dalla Onlus Associazione Angela Serra per la Ricerca sul Cancro, dall’equipe del prof. Giovanni Tazzioli del Percorso Senologico del Policlinico di Modena e dal dottor Ezio Bergamini (Segretario Regionale AOGOI Emilia Romagna) per offrire gratuitamente alle donne in menopausa indotta, in seguito a terapia oncologica, il trattamento laser MonnaLisa Touch, la soluzione non chirurgica e non farmacologica più efficace per prevenire e trattare l’atrofia vaginale e le sue conseguenze.

Nella prima fase del progetto, la Onlus Associazione Angela Serra ha organizzato il reclutamento delle pazienti in cura dall’equipe del prof. Giovanni Tazzioli del Policlinico di Modena. Nella seconda fase, la dott.ssa specialista in Ostetricia e Ginecologia Carla Bertani, supportata dalla dott.ssa Giulia Pedrielli, si è occupata di colloquio, pre-trattamento e controllo delle analisi delle pazienti selezionate a cui effettuerà gratuitamente le tre sedute del trattamento MonnaLisa Touch. Le visite si svolgeranno nello studio del dott. Bergamini che offrirà l’impiego di locali, personale e attrezzature.

Come Segretario Regionale dell’AOGOI e con l’approvazione della Dirigenza, sono orgoglioso di poter realizzare questo progetto. Da sempre l’Associazione si impegna per il benessere femminile con iniziative e pratiche di prevenzione. Questo è sicuramente un buon esempio di attività a favore delle donne, in particolare colpite da una patologia importante che oltre a creare problemi di salute, colpisce anche la sfera sessuale e di relazione”- ha commentato il dott. Ezio Bergamini, Segretario Regionale AOGOI Emilia Romagna.

La Onlus Associazione Angela Serra si occupa da sempre di promuovere la prevenzione e di sostenere studi e ricerche in ambito oncologico. Da alcuni anni l’Associazione promuove il progetto “Dalla Cura al Prendersi cura”, con servizi assistenziali diretti ai pazienti oncologici per contribuire ad alleviare segni e sintomi che si verificano durante la malattia e la terapia, offrendo percorsi in piscina in acqua salata riscaldata, sedute di riflessologia plantare, yoga e ginnastica dolce ed incontri con esperti estetisti e parrucchieri.

Questa collaborazione, con il Centro Oncologico Modenese e con l’equipe del Dott. Bergamini a favore delle donne affette da tumore al seno, rappresenta per noi una nuova possibilità per promuovere e sostenere l’importanza del benessere psico-fisico per le pazienti che lottano contro il tumore” – ha dichiarato il Consiglio Direttivo della Onlus Associazione Angela Serra.

È proprio nelle pazienti in cura con terapie oncologiche, oltre che nelle donne in menopausa o in allattamento, che si registra un importante calo di estrogeni. Questo può causare vaginite atrofica: una mancanza di nutrimento ed idratazione delle cellule della mucosa vaginale che comporta secchezza vaginale, bruciore, fastidi continui e dolore durante i rapporti sessuali, andando a incrinare relazioni e sicurezza delle pazienti.

In Italia la procedura laser MonnaLisa Touch™, che deve essere sempre eseguita da personale medico specializzato o dal ginecologo, è stata approvata dall’Aogoi (Associazione dei Ginecologi Italiani) così come dalla comunità scientifica internazionale: a livello mondiale sono 30 le pubblicazioni tra le più autorevoli che hanno convalidato il trattamento. In particolare, uno studio condotto dal reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Careggi di Firenze e pubblicato su “Archives of Obstetrics and Gynecology”¹, ha evidenziato che il 76% delle pazienti che hanno superato un cancro al seno è soddisfatto o molto soddisfatto dei risultati ottenuti dall’utilizzo del laser a CO₂ nel trattare la dispareunia. Anche l’Università di Napoli Federico II attesta, con uno studio pubblicato sulla rivista “Menopause”², l’efficacia del laser microablativo a CO₂ nel migliorare i sintomi dell’atrofia vulvovaginale nelle donne affette da cancro al seno. La procedura infatti ha il vantaggio di alleviare i sintomi senza ricorrere a preparazioni estrogene controindicate.

 

1. Arch Gynecol Obstet. 2016 May 12 – Fractional CO₂ laser for vulvovaginal atrophy (VVA) dyspareunia relief in breast cancer survivors. Pieralli A1,2, Fallani MG3, Becorpi A3, Bianchi C3, Corioni S3, Longinotti M3, Tredici Z3, Guaschino S3.

2. Menopause. 2016 – Fractional microablative CO2 laser for vulvovaginal atrophy in women treated with chemotherapy and/or hormonal therapy for breast cancer: a retrospective study. Pagano T1, De Rosa P, Vallone R, Schettini F, Arpino G, De Placido S, Nazzaro G, Locci M, De Placido G.

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Farmaci biosimilari in Endocrinologia

Il consumo di farmaci biosimilari continua ad aumentare: secondo i più recenti dati pubblicati dall’Italian Biosimilars Group, il consumo di biosimilari è arrivato al 21% nel primo semestre 2017, contro il 13% registrato nel 2016. Se si considerano i farmaci biosimilari più utilizzati in endocrinologia, una delle aree terapeutiche che da più tempo utilizza farmaci biologici e biotecnologici, i consumi a volume di insulina glargine biosimilare sono passati dal 7.5% al 15% mentre quelli dell’ormone della crescita sono aumentati dal 6.5% del 2016 al 27% registrato nel primo semestre 2017.

Le malattie croniche, quali ad esempio il diabete o il deficit dell’ormone della crescita, richiedono cure continuative che hanno ricadute gravose sul nostro sistema sanitario. Alla luce del progressivo aumento dell’invecchiamento della popolazione e della prevalenza di malattie croniche appare evidente che il sistema sanitario debba affrontare una sfida per fornire un’assistenza appropriata e di qualità a costi sostenibili per la spesa pubblica. In questo contesto, i farmaci biosimilari sembrano rappresentare un’opportunità” – spiega Edoardo Guastamacchia, presidente eletto AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Il recente grande interesse per i farmaci biosimilari deriva dalla possibilità di trattare un maggior numero di pazienti con farmaci innovativi, dato il costo contenuto rispetto ai farmaci biologici e biotecnologici di riferimento.

A partire dal 2006, in Europa hanno iniziato a scadere i brevetti che proteggevano farmaci biologici e biotecnologici, consentendo ad altre aziende di produrre i relativi i farmaci biosimilari. I farmaci biologici sono di norma molto costosi a causa dei notevoli investimenti necessari al loro sviluppo. La perdita di copertura brevettuale rappresenta così la possibilità di avere farmaci innovativi a costi ridotti” – spiega Pierluigi Navarra, farmacologo, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Il primo farmaco biosimilare è stato proprio impiegato in endocrinologia: l’ormone della crescita o somatropina.

L’esperienza italiana con l’ormone della crescita biosimilare, è ormai di lunga data considerando che la sua copertura brevettuale è scaduta in Europa nel 2006. I dati ad oggi indicano con sufficiente chiarezza la pari efficacia del biosimilare per la terapia a breve e medio termine. Riguardo la safety, specie a lungo termine e specie riguardo il rischio oncologico, i dati non sono ancora sufficienti ma va sottolineato come anche riguardo l’uso dell’originator i dati riguardanti la safety a lungo termine siano incompleti. Sicuramente, in considerazione della cronicità della terapia con l’ormone della crescita e degli elevati costi che ne derivano, è necessario tenere conto della possibilità di utilizzare il farmaco biosimilare nei pazienti naive (che non hanno mai avuto il trattamento) e, sempre nel rispetto dell’appropriatezza prescrittiva, valutare la possibilità dello shift terapeutico nei già trattati. Questo purché sia fatta una attenta caratterizzazione del paziente e si inserisca l’eventuale shift originator-biosimilare in un programma che comprenda una attenta informazione e condivisione del piano terapeutico con il paziente e, nel caso dei pazienti pediatrici, con la famiglia” – dice Maurizio Poggi, endocrinologo, UOC Endocrinologia, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma.

Un altro farmaco biotecnologico di cui si dispone della versione biosimilare è l’insulina che rappresenta la terapia nel diabete mellito.

Le insuline biosimilari, sono abbastanza recenti: il brevetto dell’insulina glargine è scaduto nel 2014 mentre solo a luglio 2017 l’EMA ha approvato il primo biosimilare dell’insulina a rapida azione lispro. Così come per tutti i farmaci biosimilari, anche per l’insulina esistono diversi studi che confermano una paragonabile efficacia, sicurezza ed immunogenicità rispetto al farmaco originale. Un altro aspetto da considerare, che differenzia questi farmaci, non è solo il farmaco stesso ma anche i dispositivi iniettivi. È quindi importante informare il paziente anche sulla diversità del dispositivo per l’iniezione e sulle modalità di utilizzo” – illustra Alessandra Fusco, endocrinologa, Ambulatorio di Diabetologia Acismom di Napoli.

La particolare cautela che viene riservata ai farmaci biosimilari, deriva dalla complessità dei farmaci biologici e biotecnologici.

I farmaci biologici e biotecnologici, sono farmaci che vengono estratti da materiale biologico (come ad esempio le gonadotropine urinarie) o che vengono prodotti da cellule batteriche o di mammifero (in questo caso si parla più propriamente di farmaci biotecnologici) e sono di regola delle molecole molto più grandi e complesse dei farmaci di sintesi chimica. Il processo produttivo, facendo affidamento su esseri viventi, è quindi molto più complesso e risulta fondamentale nel determinare il farmaco stesso. Di conseguenza, modificando anche solo ciclo produttivo o stabilimento di produzione, il prodotto finale non sarà uguale a quello del farmaco biologico di riferimento, ossia l’originator, a differenza di quanto accade per i farmaci equivalenti che sono copie esatte del farmaco di riferimento. Proprio per questo, sono necessari studi per confrontar l’efficacia, la sicurezza e la qualità del farmaco biosimilare rispetto al suo originator attraverso il cosiddetto “comparability exercise” (test di comparazione). Quello che pochi sanno però è che, in caso di modifica del processo produttivo o del sito di produzione deve essere eseguito il “comparability exercise” anche per il farmaco biologico originator per dimostrare che il farmaco, è simile, si badi non uguale, a sé stesso” – continua Pierluigi Navarra, farmacologo, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Aborto ricorrente, pubblicate le nuove linee-guida

Concepire e poi abortire, più volte. Una condizione che ha spesso pesanti ripercussioni nella sfera psicologica delle coppie colpite.

Ma qual è la migliore condotta che deve avere un operatore sanitario alle prese con l’aborto ricorrente?

Le ultime linee guida che orientano il mondo medico sul tema risalgono a più di 10 anni fa.

Ora però l’European Society of Human Reproduction and Embryology (ESHRE), associazione medica con sede a Bruxelles, ha deciso di riproporne una nuova edizione aggiornata.

Le linee guida sono state stilate da gruppo europeo di ginecologi insieme ad un rappresentante della Miscarriage Association del Regno Unito, associazione di persone che hanno vissuto in prima persona la ripetitività di una interruzione di gravidanza.

Il documento è stato poi pubblicato in forma di bozza sul portale ESHRE per più di un mese (dal 30 giugno al 15 agosto 2017) per essere criticato e migliorato.

Ciò è avvenuto grazie a 23 revisori volontari provenienti da 15 paesi diversi e ad alcune importanti realtà scientifiche, come il britannico Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, il suo omologo italiano – la SIGO, Società Italiana di Ginecologia e Ostreticia operante insieme all’Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani e all’Associazione Ginecologi Universitari Italiani – nonché un importante gruppo internazionale di ricercatori, provenienti dall’ESHRE, dall’European Society for Gynaecological Endoscopy e dal CONUTA, gruppo di lavoro operante sulle anomalie uterine congenite. Si è trattato dunque di un processo partecipato di alto livello che ha migliorato di molto il testo: dei 307 commenti, l’83% di questi era infatti dedicato ai contenuti con la richiesta di correzioni, modifiche o per aggiungere ulteriori informazioni. Alla fine, il 30 novembre del 2017, le linee guida sono state finalmente pubblicate in forma definitiva.

L’obiettivo generale di queste linee guida è fornire agli operatori sanitari le migliori prove disponibili per l’indagine e il trattamento delle donne con interruzione ricorrente di gravidanza, definita come l’interruzione di due o più gravidanze” – ha detto la coordinatrice dei lavori Mariëtte Goddijn, del Center for Reproductive Medicine all’Academic Medical Center di Amsterdam.

La prima parte del documento è dedicata alle giuste terminologie e definizioni, spesso non univoche anche su territori che parlano la medesima lingua. Successivamente le linee guida fanno una panoramica dei trattamenti, delle indagini necessarie per identificare le cause degli aborti ripetuti e dell’organizzazione dell’assistenza alle coppie.

Tra le novità, vi è un’attenzione maggiore sull’emotività dell’uomo rispetto al passato in cui ci si soffermava maggiormente sul disagio emotivo della donna. Inoltre, è ribadita la necessità di una corretta informazione sui fattori – come peso, età, fumo, alcol – che aumentano il rischio di aborti ripetuti.

L’innovazione passa dai biosimilari

Come noto, l’uso dei farmaci biosimilari in Italia è tutt’altro che omogeneo.

Oltre alla diversità tra Regioni esiste una variabilità anche all’interno della stessa Regione, non solo per struttura ospedaliera, ma anche in base al farmaco biosimilare stesso. Ad esempio, la Toscana ha un uso di epoietine, farmaci che stimolano la crescita dei globuli rossi, filgrastim, usato per stimolare la crescita dei neutrofili e somatropina, l’ormone della crescita, superiore alla media nazionale, ma con aumenti di utilizzo nell’ultimo anno molto diversi: l’uso dell’ormone della crescita è aumentato del 15% mentre ad esempio quello delle epoietine solo del 5%”1spiega Fabrizio Condorelli, Farmacologo, Università degli Studi del Piemonte Orientale “A. Avogadro”, Novara.

Dell’attuale impiego dei farmaci biosimilari e dell’opportunità nel contribuire alla sostenibilità economica del Servizio Sanitario Nazionale, si è parlato al convegno Biosimilari: un’opportunità e una sfida per la sostenibilità dei nuovi farmaci biotecnologici che si è svolto a Firenze, con il contributo incondizionato di Sandoz, il 20 dicembre scorso.

Nonostante le numerose evidenze scientifiche che confermano sicurezza ed efficacia di questi farmaci, c’è ancora un bisogno di ulteriore informazione affinché possa essere colta a pieno l’opportunità offerta dai biosimilari.

I farmaci biologici sono farmaci che vengono estratti da materiale biologico (come ad esempio le gonadotropine urinarie) o che vengono prodotti da cellule batteriche o di mammifero (in questo caso si parla più propriamente di farmaci biotecnologici). I farmaci biotecnologici sono di regola delle molecole molto più grandi e complesse dei farmaci di sintesi chimica. Alla categoria dei farmaci biologici appartengono ad esempio gli ormoni, alcuni enzimi, gli emoderivati e i farmaci immunologici come sieri, anticorpi e i vaccini, e possono quindi trovare applicazione per un gran numero di malattie. Per i farmaci biologici, il processo di produzione è fondamentale nel determinare il farmaco finale. Ad esempio, produrre lo stesso farmaco (originator) in un diverso stabilimento fa sì che il farmaco finale non sia esattamente lo stesso; la variabilità ricade comunque in un intervallo predefinito tale da garantire la stessa efficacia e sicurezza del farmaco originatore. Nel caso dei farmaci biosimilari, attraverso il cosiddetto “comparability exercise” (test di comparazione), vengono confrontate l’efficacia, la sicurezza e la qualità rispetto al farmaco biologico di riferimento. Ma, quello che pochi sanno, è che, in caso di modifica del processo produttivo o del sito di produzione deve essere eseguito il “comparability exercise” anche per il farmaco biologico originator per dimostrare che il farmaco, è simile, si badi non uguale, a sé stesso (stessa molecola)” – chiarisce Condorelli.

La legge di stabilità del 2017 ha introdotto un metodo chiaro per l’acquisto dei farmaci biosimilari in Italia. La norma chiarisce il ruolo chiave dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), come punto di partenza non solo per l’immissione in commercio sul territorio italiano e comunitario, ma anche per determinare il momento in cui un farmaco biosimilare può essere acquistato dalle Amministrazioni Pubbliche. Nel testo di legge è anche cristallizzato il principio della non sostituibilità automatica tra i farmaci biosimilari e l’obbligo di istituire confronti competitivi per principi attivi e non per indicazione terapeutica. A questi importanti principi regolatori si affianca una specifica procedura di approvvigionamento prevista dalla modifica legislativa: quando sono presenti contemporaneamente sul mercato farmaci biologici a brevetto scaduto e biosimilari in numero superiore a tre, aventi il medesimo principio attivo, vi è l’obbligo per le Amministrazioni Pubbliche di approvvigionarsi esclusivamente attraverso lo strumento dell’accordo quadro. In questo modo il Servizio Sanitario Nazionale garantisce l’utilizzo dei primi tre farmaci presenti in graduatoria, fermo restando la possibilità per il medico curante di poter attingere dalla graduatoria per consentire la continuità terapeutica. Grazie a questa modifica normativa il legislatore consente al SSN di portare un risparmio alla finanza pubblica e, al contempo, di garantire sempre le cure più appropriate” – spiega Riccardo Bond, Studio Legale AVV. Vittorio Miniero, Bologna.

Una conoscenza parziale e imprecisa, da parte dei pazienti rispetto alle biotecnologie, è una questione che emerge da una serie di indagini condotte negli ultimi anni. Alla base di una corretta informazione c’è il ruolo fondamentale del medico e il rapporto di fiducia che si instaura con il paziente.

Sandoz, leader globale nella produzione e commercializzazione di farmaci equivalenti e biosimilari, è impegnata a favorire una corretta informazione sui farmaci biologici e biosimilari per aiutare medici, pazienti e tutti gli stakeholders coinvolti, a fare una scelta consapevole e chiarire come i farmaci biosimilari rappresentino un’importante opportunità per la sostenibilità del servizio sanitario nazionale e per l’innovazione.

1. Elaborazione interna Sandoz su dati di mercato IMS


FIBROSI POLMONARE IDIOPATICA – Guida diagnostico terapeutica

La Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) è una forma di interstiziopatia polmonare cronica, progressiva ad andamento fibrosante. La malattia è tipica dell’età adulta con maggiore prevalenza nella sesta e settima decade. È una patologia limitata ai polmoni, che provoca progressivo peggioramento clinico (dispnea) e funzionale, con prognosi altamente negativa. Elemento chiave della diagnosi è un correlato istologico/radiologico di UIP (usual interstitial pneumonia).

SEGNI CLINICI

  • tosse secca
  • rantoli bibasali teleinspiratori
  • ippocratismo digitalico
  • dispnea (dapprima da sforzo e poi a riposo)

EPIDEMIOLOGIA

  • L’incidenza di IPF con l’età
  • La malattia è rara in soggetti con meno di 50 anni, in questo caso spesso hanno segni di CTD (connective tissue disease) concomitante o ancora subclinica.
  • La malattia ha una prevalenza maggiore nel sesso maschile
  • Colpisce soprattutto i fumatori

FATTORI DI RISCHIO

  • Fumo di sigaretta: soprattutto in pazienti con >20 p/Y (numero di sigarette fumate al giorno x gli anni di fumo /20)
  • Esposizione a polveri: metalliche (Pb, acciaio) e non (legno, proteine animali, lacche, polveri vegetali) Vedi tabelle
  • Agenti Microbici: sono stati condotti studi sul ruolo di diversi virus (HCV, EBV, CMV, HHV7 e HHV8. Allo stato non ci sono molte evidenze sulla patogenesi.
  • Proteine e DNA di EBV sono stati identificati nelle cellule alveolari epiteliali dei pazienti con IPF + mutazioni genomiche associate ad aumentata replicazione virale, ma il DNA di EBV ha un’elevata prevalenza nella popolazione generale, inoltre i pazienti, al momento del riscontro dei segni di infezione, stavano assumendo terapia immunosoppressiva con potenziale sovrainfezione.
  • Reflusso gastro-esofageo: possibile microaspirazione di materiale spesso anacido e talora alcalino (non sempre sintomatico), ma il reflusso potrebbe essere successivo e non precedente la fibrosi
  • Fattori genetici: rappresentano meno del 5% delle forme di IPF. Il gene più coinvolto: ELMOD2 (cromosoma 4q31)
  • Le forme familiari si definiscono tali quando colpiscono almeno 2 componenti della stessa famiglia ma sono clinicamente ed istopatologicamente indistinguibili dalla IPF sporadica anche se colpiscono in età più giovanile.
  • Fattori genetici nei casi sporadici: mutazione geni per citochine: IL1a, TNFa, IL4, IL6, IL8, IL10 e IL12. Mutazione enzimi: ACE, a1-AT, TGFbeta1, fattori della coagulazione, proteine surfattante A e B, immunomodulatori e MMP1.

DIAGNOSI DI IPF

Vanno escluse cause note di altre forme di interstiziopatia polmonare (ILD). All’esame HRCT (Tac ad alta risoluzione) è presente un pattern radiologico tipico di polmonite interstiziale usuale (UIP). Se il pattern radiologico non è sufficientemente chiaro occorre aggiungere la biopsia polmonare. L’accuratezza della diagnosi aumenta grazie al consulto fra pneumologi/radiologi e patologi esperti. La multidisciplinarità è necessaria soprattutto in caso di radiologia ed istopatologia discordanti (pattern UIP non specifico al 100% per IPF).

DIAGNOSI DIFFERENZIALE

UIP in altri setting di malattia: CTD, AEE, pneumoconiosi (es.: asbestosi)

Forme fibrotiche che non rispettano tutti i criteri di UIP (fibrosi non classificabile se non vi sono caratteristiche di altre ILD)

Possibile diagnosi di IPF se si ha adeguato setting clinico/radiologico con istologia poco specifica ma solo dopo valutazione multidisciplinare.

ALGORITMO DIAGNOSTICO

 

STORIA NATURALE DELLA MALATTIA

La IPF è una malattia fatale con andamento variabile ed imprevedibile:

  • Nella maggior parte dei casi vi è un declino graduale della funzione respiratoria negli anni (3-5 anni)
  • Altri casi sono caratterizzati da stabilità della malattia con fasi di declino acuto
  • In altri casi vi è un rapido deterioramento della funzionalità respiratoria
  • Non si conoscono fattori che influenzino l’andamento. Comorbità come enfisema ed ipertensione polmonare possono impattare sull’andamento della malattia.

Segni di progressione della malattia sono:

  • peggioramento dei sintomi respiratori
  • riduzione della funzionalità polmonare alle prove di funzionalità respiratoria
  • progressivo aumento della fibrosi all’esame HRCT.

TERAPIA: PUNTI CHIAVE

  • La IPF non trattata porta ad una riduzione media di FVC tra 150 e 200 ml/anno.
  • L’andamento della malattia è imprevedibile.
  • Il peggioramento è spesso associate alle complicanze (pazienti generalmente > 55 anni).
  • Fino a non molto tempo fa l’obiettivo principale della terapia era quello di RIDURRE L’INFIAMMAZIONE alveolare.
  • Secondo studi più recenti alla base della IPF sembrano esserci insulti a carico delle cellule epiteliali alveolari (di origine non nota). I fibroblasti, però, non vanno incontro ad apoptosi (disregolazione epitelio/fibroblastica) per cui il problema non è INFIAMMATORIO ma sembra essere legato alla perdita dello stimolo apoptotico da parte del fibroblasto.

STEPS DELLA TERAPIA

ACCERTARE LA CORRETTEZZA DELLA DIAGNOSI

ASSESSMENT DELLA GRAVITA’ DEL PAZIENTE

TERAPIA FARMACOLOGICA E TRAPIANTO
  • Allo stato attuale nessuna terapia è risolutiva: è fondamentale l’inserimento dei pazienti papabili in trial clinici di valutazione di nuovi farmaci.
  • La risposta alle terapie va monitorata ad intervalli di 3-6 mesi con esame clinico, spirometria e 6MWT

Terapie approvate

Pirfenidone (inibisce la produzione di collagene e la proliferazione dei fibroblasti)

Effetti collaterali

  • rash,
  • fotosensibilità
  • effetti gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea) ridotti se il farmaco è assunto ai pasti.

Nintedanib (inibitore di tirosin-chinasi (TKI)

Effetti collaterali

  • Diarrea
  • rari eventi emorragici/tromboembolici.
  • Controindicato in caso di gravi epatopatie

Trapianto di polmone

Criteri

  • DLCO (test di diffusione alveolo capillare del monossido di carbonio) < 39% del predetto
  • Declino FVC > 10% negli ultimi 6 mesi
  • Desaturazione < 88% in aria ambiente
  • Honeycombing a HRCT con fibrosis score > 2

Terapie di supporto

  • Terapia antiacida con PPI (inibitori della pompa protonica). Gli studi dimostrano una diminuzione della mortalità nei pazienti trattati per reflusso
  • Ossigeno-terapia
  • Supporto psicologico ed educazionale
  • Riabilitazione respiratoria
  • Vaccinazione antinfluenzale ed antipneumococcica
RIACUTIZZAZIONI

Criteri per definire una riacutizzazione:

  • Peggioramento inspiegato della dispnea in un mese
  • Ipossiemia con alterati/peggiorati scambi respiratori
  • Nuovi infiltrati alveolari a HRCT
  • Nessuna causa sottostante (TEP (tromboembolia polmonare), PNX (pneumotorace), infezione, scompenso)
  • Si possono verificare in qualsiasi momento e la malattia può presentarsi subito come evento acuto (tosse, febbre e/o espettorazione)
PROGNOSI

La mortalità nel 70% dei casi è a 5 anni (maggiore di molte neoplasie)

  • La mortalità Aumenta con l’età e con la frequenza delle riacutizzazioni
  • Principale causa: insufficienza respiratoria, (altre cause tromboembolia polmonare (TEP), PNX (pneumotorace), meno frequentemente ADK

Sono fattori associati a un aumentato rischio di mortalità:

  • Aumento dispnea
  • Riduzione FVC maggiore del 10% rispetto al baseline
  • Riduzione DLCO maggiore del 15% rispetto al baseline
  • Peggioramento della fibrosi a HRCT

Fattori prognostici da valutare sul lungo periodo

  • DEMOGRAFICI: età avanzata e sesso maschile
  • FUMO: dubbio associato sia ad aumentato che a ridotto rischio di mortalità
  • DISPNEA: correla con sopravvivenza e qualità di vita. Esistono molti scores (MRC, QoL, BORG) ma è poco chiaro quanto influenzino l’outcome. È importante valutare i cambiamenti nel tempo
  • Calo FVC del 5-10% in 6/12 mesi è predittivo di mortalità
  • Calo DLCO nel tempo meno legato a mortalità
  • Aumento delta Aa > 15 in 1 anno: predittivo di morte
  • ISTOPATOLOGIA: aumento foci fibroblastici maggiore mortalità e associazione con declino di FVC e DLCO a 6 e 12 mesi
  • IPERTENSIONE POLMONARE: PAM > 17 mmHg (cut off da validare). Ecocardio non concorda con RHC. La presenza di HP peggiora la prognosi.
  • ENFISEMA: se coesiste con Ipf peggiora la prognosi, serve terapia che curi entrambe le condizioni. Condiziona HP più severa e anticipa la necessità di ossigenoterapia
  • BIOMARKER su siero e BAL: KL6 (MUC1) GP ad alto PM prodotta dagli pneumoniti di tipo 2. Alti livelli in IPF correlazione con mortalità?
  • Alti livelli di proteina A e D del surfattante su siero sembrano essere predittivi di mortalità

 

FONTE | http://www.pneumotool.net

Una capsula ingeribile che traccia i gas intestinali

Capsule ingeribili in grado di tracciare l’andamento dei processi digestivi in tutto il tratto gastrointestinale sono state messe a punto da un gruppo di ricercatori del Royal Melbourne Institute of Technology e della Monash University a Melbourne, che descrivono i risultati della prima sperimentazione sull’essere umano suNature Electronics“.

La nuova tecnologia rappresenta un potenziale strumento diagnostico per un’ampia gamma di disturbi dell’intestino, come le patologie legate al cattivo assorbimento dei nutrienti, che potrebbe sostituire, almeno in alcuni casi, procedure più invasive come la colonscopia.

L’apparato sviluppato da Kourosh Kalantar-Zadeh e colleghi è formato da una batteria, da una serie di sensori per i gas, la temperatura e il pH, da un piccolo microprocessore e un trasmettitore a radiofrequenza che comunica con un ricevitore tascabile.

I profili di concentrazione dei gas rilevati riflettono in particolare il tipo di gas prodotti dalla comunità microbica dell’intestino durante la fermentazione alimentare e, come hanno osservato i ricercatori, permettono di distinguere i soggetti che seguono diete ad alto e a basso contenuto di fibre.

Grazie ai dati forniti dalla capsula, i ricercatori hanno fatto due scoperte: la prima, che lo stomaco rilascia sostanze chimiche ossidanti per disgregare composti e batteri che rimangono nello stomaco più a lungo del normale; e la seconda che in alcuni tratti dell’intestino, e in particolare del colon, di chi segue una dieta particolarmente ricca di fibre possono esserci concentrazioni elevate di ossigeno, contraddicendo l’idea che l’intestino sia un ambiente assolutamente anaerobico.

Non solo: attraverso un sistema di telemetria, è anche possibile seguire il transito della capsula in tutto il suo tragitto nello stomaco e lungo tutto l’intestino ottenendo una precisa mappa dei processi di fermentazione che indica i punti in cui potrebbe essere anomala.

La prima e più semplice applicazione di questo piccolo apparato è la possibilità di creare diete estremamente personalizzate per chi soffre di problemi gastrointestinali, ma in prospettiva i dati raccolti potrebbero aiutare a comprendere meglio i processi che portano allo sviluppo di patologie più gravi come il cancro del colon.

Screening tumori colorettali e biomarcatori proteici fecali

Diversi biomarcatori proteici fecali risultano più sensibili rispetto al test FIT per il rilevamento dei tumori colorettali e degli adenomi avanzati, il che consentirebbe un incremento sostanziale dei rilevamenti di adenomi avanzati e tumori senza incrementare in numero di falsi positivi, e permettendo di rimuovere un maggior numero di queste lesioni mediante l’endoscopia piuttosto che la chirurgia a cielo aperto.

Come affermato da Gerrit Meijer del Netherlands Cancer Institute di Amsterdam, autore di un recente studio in materia, il test FIT, che è stato in larga misura rimpiazzato dal test del sangue occulto nelle feci per lo screening dei tumori colorettali, è sensibile soltanto al 79% per il rilevamento di questi tumori, ed al 31% per gli adenomi colici avanzati.

I test proposti nello studio sono incentrati su HBA1 e sei proteine con una sensibilità significativamente superiore ad HB1, ossia C3, alfa-2 macroglobulina, aptoglobina, C5, fibronectina 1 e ceruloplasmina.

Questi nuovi biomarcatori possono sfruttare lo stesso sistema di raccolta dei campioni usato per il test FIT, e dopo una convalida clinica sarebbe quindi semplice migrare dai programmi di screening basati sul FIT a quelli con i nuovi biomarcatori, il che rafforza il potenziale della vera e propria implementazione dei nuovi test.

Novel Stool-Based Protein Biomarkers for Improved Colorectal Cancer Screening: A Case–Control Study – Linda J.W. Bosch, PhD; Meike de Wit, PhD; Thang V. Pham, PhD; Veerle M.H. Coupé, PhD; Annemieke C. Hiemstra, MSc; Sander R. Piersma, PhD; Gideon Oudgenoeg, PhD; George L. Scheffer, PhD; Sandra Mongera, MSc; Jochim Terhaar Sive Droste, MD, PhD; Frank A. Oort, MD, PhD; Sietze T. van Turenhout, MD, PhD; Ilhame Ben Larbi, MD; Joost Louwagie, PhD; Wim van Criekinge, PhD; Rene W.M. van der Hulst, MD, PhD; Chris J.J. Mulder, MD, PhD; Beatriz Carvalho, PhD; Remond J.A. Fijneman, PhD; Connie R. Jimenez, PhD; Gerrit A. Meijer, MD, PhD – Ann Intern Med. 2017;167(12):855-866. DOI: 10.7326/M17-1068


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