Archivio per febbraio 2018

Peptidi natriuretici: quando e come utilizzarli

La gestione dello scompenso cardiaco sarebbe notevolmente semplificata se vi fosse un marker biochimico, determinabile in modo accurato e riproducibile, dotato di elevata sensibilità e specificità nei confronti della diagnosi di scompenso e strettamente correlato con la severità della malattia e della prognosi.

Un tale marcatore consentirebbe di porre con sicurezza la diagnosi di scompenso, di seguirne nel tempo l’evoluzione guidando la terapia farmacologica, di esprimere un giudizio prognostico accurato e sarebbe particolarmente utile nell’ambito delle cure primarie.

Ancora oggi non disponiamo di un marcatore con tutte queste caratteristiche ma il dosaggio dei cosiddetti “peptidi natriuretici” (PN) è diventata una procedura consolidata nella gestione del paziente con scompenso cardiaco.

Vengono indicati come “peptidi natriuretici” una famiglia di peptidi prodotti dalle cellule miocardiche prevalentemente in risposta ad uno stimolo meccanico, la distensione delle fibre muscolari, e capaci di determinare, con vari meccanismi, un effetto di vasodilatazione ed un potente effetto diuretico e natriuretico. Si configurano, pertanto, come dei veri e propri mediatori ormonali che caratterizzano la funzione endocrina del cuore.

In condizioni fisiologiche la loro increzione costituisce un efficace sistema di regolazione del volume plasmatico.

In condizioni patologiche la distensione delle camere cardiache determinata dalle alterazioni emodinamiche che caratterizzano lo scompenso, determinano un significativo aumento delle concentrazioni plasmatiche dei PN che può essere utilizzato a scopo diagnostico o prognostico.

Nella pratica clinica vengono attualmente correntemente utilizzati il BNP (brain natriuretic peptide), detto così perché inizialmente identificato nel sistema nervoso centrale, e l’NT-proBNP (N-terminal pro-brain natriuretic peptide). Quest’ultimo si caratterizza per  maggiore stabilità biochimica, minore variabilità biologica, più elevata concentrazione plasmatica.

Diagnosi di scompenso

Il riscontro di valori normali dei PN in un paziente sintomatico è dotato di un elevato potere predittivo negativo ed è considerato, insieme alla normalità dell’ECG, un criterio diagnostico che ci consente di escludere con sufficiente certezza la diagnosi di scompenso (LINK alla flow chart diagnostica).

Le soglie diagnostiche differiscono per il BNP e per l’NT-proBNP ma anche in funzione della tipologia di esordio dei sintomi, essendo più elevate quando il paziente si presenta con sintomi severi rapidamente ingravescenti.

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Questo criterio è valido solo in fase di approccio diagnostico ed in assenza di terapia in quanto il trattamento farmacologico dello scompenso determina abitualmente una riduzione delle concentrazioni plasmatiche dei peptidi natriuretici. Bisogna inoltre considerare che i pazienti obesi tendono ad avere più basse concentrazioni plasmatiche dei PN. Pertanto, in questi pazienti, la diagnosi di scompenso cardiaco non può essere esclusa solo per la presenza di valori normali di PN. Il riscontro di valori elevati (al di sopra delle soglie diagnostiche) deve essere interpretato con cautela, essendo questa condizione caratterizzata da scarsa specificità. Sono molte, infatti, le patologie cardiache ed extracardiache che possono determinare un aumento delle concentrazioni dei PN.

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Infine, è opportuno ricordare che il dosaggio dei PN non consente di distinguere tra scompenso con frazione di eiezione compromessa o preservata anche se nei pazienti con frazione di eiezione ridotta le concentrazioni plasmatiche dei PN sono mediamente più elevate.

Per questo, la presenza di valori elevati dei PN in un soggetto con contrattilità normale del ventricolo sinistro all’ecocardiogramma deve far porre il sospetto di scompenso cardiaco con frazione di eiezione preservata.

Monitoraggio della terapia

Il dosaggio seriato dei peptidi natriuretici è stato proposto come criterio guida per gestire la terapia farmacologica. La loro concentrazione plasmatica, infatti, aumenta con il peggiorare delle condizioni emodinamiche mentre si riduce quando queste migliorano per effetto della terapia. Gli studi fin qui condotti, però, non hanno dimostrato particolari vantaggi di questo approccio rispetto alla ottimizzazione della terapia guidato da sintomi e segni con i criteri previsti dalle linee guida.  (LINK all’articolo di asco numero 34)

Valutazione della prognosi

La concentrazione plasmatica dei PN è un predittore indipendente di mortalità nello scompenso cardiaco. Un incremento dei valori o il persistere di valori elevati nonostante il trattamento suggeriscono la progressione della malattia o la resistenza alla terapia.

Screening della disfunzione asintomatica del ventricolo sinistro

Sebbene vi siano evidenze relative all’utilizzo dei PN nei pazienti con disfunzione asintomatica del ventricolo sinistro (LINK), attualmente questo tipo di procedura non è raccomandata dalle linee guida.


 

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#conlaricercasipuò: parte la seconda edizione della campagna social Uniamo

 

Al via la seconda edizione di #ConLaRicercaSiPuò, la campagna di sensibilizzazione realizzata da UNIAMO FIMR Onlus (Federazione Italiana Malattie Rare) in occasione della undicesima edizione della Giornata delle Malattie Rare che si celebrerà domani, 28 febbraio e promossa sui canali social della Federazione con l’obiettivo di coinvolgere pazienti, caregiver e addetti ai lavori con un messaggio sempre positivo e di speranza.

L’iniziativa, realizzata anche quest’anno grazie al supporto incondizionato di Shire e veicolata attraverso l’#ConLaRicercaSiPuò, pone l’accento sulle piccole e grandi azioni che i pazienti affetti da malattie rare possono tornare a compiere, come crescere, giocare e studiare. La campagna conferma il ruolo fondamentale del paziente nella ricerca scientifica e ha come obiettivo quello di far riflettere l’opinione pubblica, invitata a partecipare, attraverso la condivisione dei contenuti di campagna e con il proprio pensiero, su come la ricerca possa migliorare la vita di tutti.

La Giornata 2018 vuole sottolineare il ruolo fondamentale della ricerca scientifica nel fornire ai pazienti le risposte e le soluzioni di cui hanno bisogno, che si tratti di una cura o di una migliore assistenza.

Arrivata quest’anno alla undicesima edizione, la Giornata delle Malattie Rare si celebra domani, 28 febbraio. La Giornata si concentra sul tema della Ricerca e sul ruolo proattivo dei pazienti in questo campo. La ricerca scientifica, infatti, è fondamentale per migliorare la vita delle persone, fornendo loro risposte e soluzioni, sia dal punto di vista delle cure disponibili sia da quello di una migliore assistenza. La comunità dei pazienti ha bisogno dei ricercatori, ma chi fa ricerca ha bisogno della partecipazione dei pazienti per far sì che i risultati siano realmente significativi per la comunità dei rari.

La campagna di sensibilizzazione internazionale che si attiva ogni anno con la Giornata delle Malattie Rare è lo strumento migliore in assoluto per far conoscere all’opinione pubblica l’esistenza delle malattie rare e le necessità di chi ne è colpito. Dall’anno della sua istituzione, il 2008, molti risultati sono stati raggiunti. Fino a pochi anni fa, infatti, non esistevano attività, né scientifiche né politiche, finalizzate alla ricerca in ambito di malattie rare.

Oggi lo scenario sta cambiando, ma ancora le conoscenze sulla complessità delle malattie rare sono insufficienti.  La Giornata è il momento di maggiore attenzione voluto dai pazienti per lanciare un appello globale a decisori politici, ricercatori, operatori sanitari e all’opinione pubblica affinché si impegnino per migliorare le condizioni di vita delle persone e delle famiglie che si trovano ad affrontare una malattia rara. Ognuno per il proprio campo di competenza. In particolare, la campagna di quest’anno chiede all’opinione pubblica di mobilitarsi a fianco della comunità dei Rari. “Show your Rare, Show you care” è lo slogan 2018 che vuol dire “Mostra che ci sei, al fianco di chi è Raro!”

Per chi vive con una patologia rara, ogni giorno è una sfida fatta di piccole e grandi preoccupazioni. Avere il supporto della propria comunità può allievare molto il senso di isolamento delle famiglie che le devono fronteggiare.

Attraverso la Penisola saranno oltre 100 eventi di sensibilizzazione che si svolgeranno in diverse città. Come ogni anno la Federazione distribuisce il materiale promozionale per dare un impatto di unità e forza anche visivo. Nel mese di febbraio si sono svolte iniziative in oltre 70 città italiane. Il programma completo degli eventi si può consultare sul sito della Federazione, uniamo.org e sulla pagina Facebook dedicata alla giornata delle malattie rare. A livello mondiale, la Giornata si celebrata in oltre 94 Paesi e la mappa dei paesi coinvolti con i relativi programmi possono essere consultati sul sito rarediseaseday.org

Cosa sono le malattie rare

Fibrosi cistica, ipoparatiroidismo, epidermolisi bollosa, fibrosi polmonare idiopatica, immunodeficienze primitive, amiotrofia spinale infantile, malattia di Stargardt, talassemia: sono solo alcuni dei nomi delle oltre 6 mila malattie rare ad oggi conosciute. Si definisce rara una malattia che colpisce non più di 5 persone ogni 10.000. All’interno di queste patologie rientrano anche quelle definite ultra-rare o rarissime perché colpiscono meno di 1 persona ogni milione. In Italia, il 25% dei pazienti rari attende da 5 a 30 anni per ricevere conferma di una diagnosi, uno su tre deve spostarsi in un’altra Regione per averne una esatta. Ben l’80% delle malattie rare ha un’origine genetica, sono causate quindi da alterazioni del Dna e si trasmettono per via ereditaria. Si stima che in Europa circa il 4% dei bambini sia affetto da una malattia rara e che circa 30 milioni le persone colpite da una malattia genetica, quasi 1 milione nel nostro paese. Quasi tutte le malattie genetiche sono malattie rare, ma non si può dire, al contrario, che tutte le malattie rare abbiano un’origine genetica.

Cos’è la Giornata delle Malattie Rare

Istituita nel 2008 per volontà di EURORDIS, European Organisation for Rare Disease, l’organizzazione europea che raggruppa oltre 700 organizzazioni di malati di 60 paesi in rappresentanza di oltre 30 milioni di pazienti, la Giornata delle Malattie Rare è oggi un evento di caratura mondiale che coinvolge oltre 85 paesi nel mondo. In Italia la Giornata è coordinata da UNIAMO Federazione Italiana Malattie Rare Onlus.


Storie da leggere, ascoltare, guardare. Al via la seconda edizione di “Voltati. Guarda. Ascolta.” la campagna che dà voce alle donne con tumore al seno metastatico

Migliaia di donne con tumore al seno metastatico hanno nuovamente l’opportunità di far ascoltare la loro voce: è partita il 7 febbraio scorso, la seconda edizione di “Voltati. Guarda. Ascolta. Le donne con tumore al seno metastatico” la campagna nazionale di sensibilizzazione che nel corso del 2017 ha raccolto e fatto conoscere attraverso il web, la radio, i canali social ed eventi di piazza le storie delle donne che ogni giorno combattono con grande coraggio contro questa malattia, portando in primo piano i loro sentimenti, le loro emozioni e le loro speranze.

La campagna è promossa da Pfizer in collaborazione con Europa Donna Italia e Susan G. Komen Italia, con l’obiettivo di rompere il silenzio che circonda il tumore al seno metastatico e ribadire l’importanza di garantire a tutte le pazienti il diritto alla migliore qualità di vita possibile, l’accesso alle migliori terapie innovative oggi disponibili, la continuità o il reinserimento lavorativo.

Il successo registrato dalla campagna “Voltati. Guarda. Ascolta.” e la grande partecipazione delle pazienti dimostrano che si tratta di uno strumento efficace che aiuta le donne a uscire dall’isolamento e offre loro l’opportunità di esprimersi, di essere ascoltate, di raccontare la loro esperienza di vita. Possiamo dire con soddisfazione che sta finalmente cominciando a crearsi quella solidarietà e consenso sociale che rappresentano una leva importante per la nostra richiesta dell’istituzione di una Giornata Nazionale dedicata alle donne con tumore al seno metastatico” – – ha affermato Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia.

Fino al 31 marzo tutte le pazienti potranno inviare le loro storie al sito www.voltatiguardaascolta.it: oltre alla diffusione di tutte le storie attraverso lo stesso sito, come nella prima edizione tre racconti delle pazienti saranno selezionati da una giuria per essere diffusi attraverso libretti formato millelire e audioracconti letti da attrici professioniste. Inoltre, una delle storie sarà selezionata per la trasposizione in un cortometraggio, che sarà veicolato attraverso i canali social e Festival cinematografici.

Nella prima edizione della campagna, le storie delle donne protagoniste degli eventi di piazza organizzati intorno all’installazione La Folla Immobile che ha coinvolto tre città – Napoli, Torino e Bologna – alle quali si aggiungono quest’anno Verona, Bari e Catania. A maggio, Voltati. Guarda. Ascolta parteciperà con un proprio stand al villaggio della Race for The Cure 2018 nell’edizione di Roma (17-20 maggio) e di Bari (25-27 maggio).

Per noi della Komen Italia aderire con il Patrocinio e partecipare a questo importante progetto, rivolto alle donne che si trovano ad affrontare una malattia metastatica, è una scelta naturale, in linea con la nostra mission. Da anni infatti cerchiamo di garantire alle donne che si trovano a vivere questa non facile condizione, ascolto attento dei loro bisogni e necessità e anche servizi gratuiti personalizzati che aiutino a mantenere la migliore qualità di vita possibile. Nelle Race for the Cure di Roma e Bari in programma a maggio, la campagna “Voltati. Guarda. Ascolta.” troverà momenti di promozione e condivisione e sono certo che dall’unione delle voci e delle forze di diverse associazioni intorno a questo meritorio progetto nasceranno risultati concreti in favore di queste donne” – ha affermato Riccardo Masetti, Presidente Susan G. Komen Italia e Direttore Centro Integrato di Senologia, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

In Italia si presume siano circa 30.000 le donne con tumore al seno in forma avanzata o metastatica, caratterizzata dalla diffusione del tumore dal seno ad altre zone del corpo, come ossa, fegato, polmone o cervello. Circa il 5-10% dei 50.000 nuovi casi annui di tumore al seno si presenta metastatico alla diagnosi; ma circa il 30% delle donne con diagnosi iniziale di tumore al seno in stadio precoce potrà sviluppare un tumore al seno metastatico nella sua vita. Le terapie mirate di ultima generazione sono oggi in grado di bloccare o rallentare la progressione della malattia garantendo al contempo una buona qualità di vita.

Siamo davvero orgogliosi di promuovere per il secondo anno “Voltati. Guarda. Ascolta.”, campagna che abbiamo voluto e ideato, insieme ai nostri partner, per promuovere una maggiore conoscenza sul tumore al seno metastatico e soprattutto dare voce alle pazienti, raccogliendo le loro storie, i risultati del primo anno, la risposta delle pazienti, le storie dense e toccanti che hanno inviato, ci confortano nell’idea che solo dall’ascolto diretto delle pazienti sia possibile comprenderne veramente le esigenze e poter quindi offrire loro risposte concrete al bisogno di salute e qualità di vita di cui hanno diritto” – ha affermato Alberto Stanzione, Direttore Oncologia di Pfizer in Italia.


 

Ictus: curare e prendersi cura 2.0

Lo scorso 10 febbraio, Roberto Maroni, Presidente uscente della Regione Lombardia, ha aperto i lavori di “Ictus: curare e prendersi cura 2.0”, convegno organizzato da A.L.I.Ce. Lombardia Onlus, che ha visto operatori sanitari, caregiver e associazioni di pazienti confrontarsi sulle problematiche assistenziali dell’ictus cerebrale a livello regionale.

Di alto livello le figure istituzionali che hanno presenziato all’incontro: Giulio Gallera (Assessore del Welfare della Regione Lombardia), Aldo Bellini (Direttore U.O. Polo Ospedaliero Regione Lombardia) e Alberto Zoli (Direttore Generale Azienda Regionale Emergenza Urgenza di Milano).

Il programma ha previsto tre sezioni: si è aperto con una panoramica sui diversi aspetti dell’ictus (dall’epidemiologia alle terapie della fase acuta, dalle terapie di prevenzione dei principali fattori di rischio come i nuovi anticoagulanti orali per la Fibrillazione Atriale alle complicanze a lungo termine e all’ictus nei giovani), si è continuato illustrando i modelli assistenziali che la Regione Lombardia ha messo in atto per fronteggiare le implicazioni di questa patologia e si è chiuso con le esperienze delle varie Associazioni locali lombarde afferenti alla Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus.

Per quanto rappresenti ancora oggi la prima causa di disabilità, l’ictus cerebrale ha presentato nel corso degli ultimi venti anni una significativa riduzione della sua incidenza, standardizzata per età, quantificabile nell’ordine del 12% e della mortalità, che si è ridotta del 37%. Il numero dei ricoveri in regione Lombardia, ad esempio, dal 2012 al 2016 si è ridotto dai 18.000 ai circa 13.000. Tale riduzione è largamente attribuita ad una adeguata gestione dei fattori di rischio modificabili (sedentarietà, cattiva alimentazione, fumo ed eccesso di alcolici) oltre che al trattamento delle condizioni predisponenti (come ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale e ipercolesterolemia). I soggetti che vivono con le conseguenze di un ictus sono addirittura aumentati (il 35% ha una disabilità grave) e vanno incontro al decesso per patologie conseguenti all’ictus. Va notato, inoltre, come più del 62% dei nuovi ictus si sia verificato in persone di età superiore ai 75 anni.

Classe medica, popolazione e, in generale, le persone che si occupano di assistenza al paziente con ictus nella fase ospedaliera, in quella ambulatoriale e infine nella dimensione sociale, devono essere pienamente coscienti dei dati e delle problematiche collegate all’ictus cerebrale.  Solo attraverso una migliore identificazione del problema si potranno infatti esplorare ed individuare strategie e terapie volte al trattamento sintomatico e alla prevenzione delle conseguenze che ne scaturiscono” – ha dichiarato il Professor Giuseppe Micieli, Direttore del Dipartimento di Neurologia d’Urgenza, IRCCS Fondazione Istituto Neurologico Nazionale Mondino di Pavia e Presidente di A.L.I.Ce. Lombardia Onlus.    

 Il trattamento dell’ictus è tempo-dipendente: tanto prima viene effettuato, tanto più è efficace. Questo vale sia per la trombolisi endovenosa (che consiste nell’uso di un farmaco in grado di sciogliere i coaguli che ostruiscono i vasi cerebrali) che per il trattamento endovascolare, che offre la possibilità di trattare anche i coaguli di dimensioni maggiori, meno facilmente dissolvibili col solo farmaco trombolitico.

Con la sola trombolisi endovenosa, il 55% dei pazienti trattati recupera in modo completo o quasi completo dal deficit neurologico; con l’aggiunta della terapia endovascolare, un ulteriore 30% di casi ha un beneficio analogo, quindi nel complesso le due terapie consentono un buon recupero all’85% degli ictus ischemici.

Il trattamento endovascolare, però, richiede una sala angiografica e del personale addestrato e queste strutture sono presenti solo in pochi ospedali. Pertanto la complessità dell’intervento, la scarsità delle neuroradiologie interventistiche e il fatto che l’intervento sia tempo dipendente richiedono una solida struttura organizzativa.

In Lombardia, dove vivono 10 milioni di persone, esistono almeno 10 Centri in grado di effettuare interventi endovascolari cerebrali (l’ideale sarebbe proprio un’unità di questo tipo ogni milione di abitanti) e 35 stroke unit, ovvero reparti dedicati alla cura dell’ictus in grado, fra l’altro, di effettuare trombolisi endovenosa. L’obiettivo è quello di mettere in rete i vari ospedali in modo che il paziente con ictus arrivi ad effettuare la trombolisi endovenosa e la terapia endovascolare nel più breve tempo possibile.

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Lo scorso 8 novembre, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia Onlus e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

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Il mesotelioma

Rara forma di tumore che si localizza nel sottile strato di tessuto (mesotelio) che ricopre la maggior parte degli organi interni [Mayo Clinic, 2007]. Più spesso causato dall’esposizione all’amianto, il mesotelioma è una malattia mortale in cui le cellule mutano per formare tumori nel mesotelio (più spesso nei polmoni).

SINTOMI

Possono anche essere modesti o quasi inesistenti, spesso negli stadi iniziali della malattia. Quando presenti possono includere tosse secca che non va via, difficoltà di respiro, respiro corto, stanchezza e dolori addominali.

I sintomi possono essere diversi a seconda del tipo di amianto che lo causa e possono essere vaghi e miti anche quando la malattia progredisce in una fase successiva. I primi sintomi del mesotelioma possono essere così miti che sono confusi con dolori o altri segni di comuni malattie, in modo che il cancro è correlato all’amianto è difficile da rilevare.

Sintomi del mesotelioma avanzato

Possono essere dolore al petto, perdita di peso, sudorazione, disagio e complicanze respiratorie. Questi sintomi compaiono quando il tumore cresce nei tessuti e negli organi circostanti o vi è un accumulo di liquido intorno ai polmoni (versamento pleurico) o nell’addome (ascite).

Generalmente, quando vengono identificati i segnali di allarme, il mesotelioma si è già diffuso, rendendo difficile il trattamento. Da qui l’importanza di riconoscere precocemente i sintomi e informare il medico di qualsiasi storia di esposizione all’amianto.

Alcuni segnali di allarme del mesotelioma corrispondono a quelli di altri tumori, come perdita di appetito e perdita di peso. Ma i sintomi dei vari tipi di cancro correlati all’amianto sono molto più specifici.

Poiché i primi segni sono molto vaghi, potrebbero essere necessari dai 20 ai 50 anni dopo l’esposizione all’amianto affinché una persona ne noti i sintomi. La maggior parte delle persone che contraggono il mesotelioma (di qualsiasi sottotipo) sono in stadio avanzato (III o IV).

I sintomi sono spesso erroneamente diagnosticati. Essendo una malattia rara, i medici non specializzati per affrontare queste malattie non collegano i sintomi con il mesotelioma.

Pertanto, i pazienti possono essere erroneamente diagnosticati e i loro sintomi confusi con polmonite, infezione bronchiale e BPCO.

Non tutti i segnali di allarme provengono dal sito in cui il cancro ha origine.

I sintomi che possono indicare un’estensione oltre il sito originale sono: disfagia (difficoltà a deglutire), la vena cava superiore (ostruzione della vena che restituisce il sangue dalla parte superiore del corpo al cuore), nervo laringeo paralisi (raucedine), la Sindrome di Bernard-Horner (sindrome da danni ai nervi faccia), ipoglicemia (basso livello di zucchero nel sangue) e coinvolgimento dei nervi del braccio.

TIPI DI MESOTELIOMA

Esistono diversi tipi di mesoteliomi a seconda della loro posizione all’interno del corpo.

Mesotelioma pleurico

I sintomi del mesotelioma pleurico sono: dolore al torace, respiro affannoso, ridotta espansione del torace, suoni respiratori deboli o forti, tosse secca, respiro sibilante e versamento pleurico. La pleura è il mesotelio che protegge e ammortizza i polmoni. Lo strato interno (pleura viscerale) copre i polmoni. Lo strato esterno (pleura parietale) allinea la parete interna del torace. C’è una piccola quantità di fluido (liquido pleurico) nello spazio tra i due strati (chiamato spazio pleurico). Il fluido pleurico aiuta gli strati a scivolare uno sull’altro quando respiriamo.

Il mesotelioma pleurico inizia nella pleura. Man mano che le cellule tumorali crescono, le membrane più spesse comprimono il polmone. A volte si accumula troppo fluido tra i due strati della pleura. Questo è chiamato un versamento pleurico. I cambiamenti nella pleura o nel liquido pleurico possono rendere difficile la respirazione. La maggior parte dei pazienti non viene diagnosticata fino a quando il mesotelioma non si trova nella fase III o IV, poiché i sintomi possono rimanere nascosti. Prima viene rilevato il cancro, migliore è la prognosi. A volte questo tipo di mesotelioma è erroneamente considerato un cancro ai polmoni.

Mesotelioma peritoneale

Si sviluppa nel rivestimento attorno alla cavità addominale, rappresenta il 20% dei casi, ed è associato a perdita di appetito spesso conseguente perdita di peso, gonfiore, massa pelvica e ernie addominali. Il peritoneo è il mesotelio che protegge e ammortizza gli organi nell’addome, come il fegato, lo stomaco e l’intestino. Lo strato interno copre gli organi addominali. Lo strato esterno copre la parete dell’addome. C’è una piccola quantità di fluido (fluido peritoneale) nello spazio tra i due strati. Il liquido peritoneale aiuta gli organi a muoversi agevolmente nell’addome. Altri segni di mesotelioma peritoneale possono includere dolore allo stomaco, gonfiore addominale, dolore, sensazione di sazietà e stanchezza.

Uno studio recente ha dimostrato che il 77% delle persone con questo tipo di cancro sviluppa un accumulo di liquido addominale (ascite). L’ostruzione intestinale è un altro segnale di avvertimento che può indicare la progressione dei tumori al di là della posizione originale.

Mesotelio pericardico

Questa forma di cancro è legata all’amianto e si sviluppa nel rivestimento intorno al cuore ed è il tipo più raro della malattia. I sintomi sono simili a quelli del mesotelioma pleurico e comprendono mancanza di respiro e dolore al petto. Derivano dall’ispessimento del pericardio, la membrana che copre il cuore.

Mesotelioma testicolare

Un nodulo nei testicoli è l’unico segno coerente di questo tipo di mesotelioma, che è il più raro di tutti i tipi, rappresentando meno dell’1% di tutti i mesoteliomi.

FATTORI DI RISCIO DEL MESOTELIOMA

Il principale fattore di rischio per la contrazione del mesotelioma è l’esposizione all’amianto. Il mesotelioma colpisce gli uomini 5 volte di più delle donne. Questo è probabilmente perché gli uomini hanno maggiori probabilità di essere esposti all’amianto durante il lavoro. Il mesotelioma è raro nelle persone di età inferiore ai 50 anni. L’incidenza aumenta con l’età, perché è un cancro che si sviluppa molti anni dopo l’esposizione a fattori di rischio.

Amianto
Il più grande e comune fattore di rischio per il mesotelioma è esposizione all’amianto, una sostanza che è stata ampiamente utilizzata nei materiali da costruzione e in molte industrie. L’amianto è il nome di un tipo di minerale che si verificano naturalmente e che possono essere separati in fibre sottili lunghi. Le fibre di amianto sono molto sottili. Quando vengono inalati, possono raggiungere le più piccole vie aeree dei polmoni e il mesotelio. Le fibre entrano nei polmoni e si depositano nella pleura, dove possono eventualmente causare il mesotelioma pleurico. Quando si tossisce e si deglutisce, le fibre di amianto possono anche essere impiantate nel peritoneo. Questa è probabilmente la causa del mesotelioma peritoneale.

La relazione tra amianto e mesotelioma è stata scoperta molti anni fa. La maggior parte delle persone con mesotelioma ha storia di esposizione all’amianto. Il mesotelioma ha un lungo periodo di latenza, il che significa che di solito non si sviluppa da 15 a 40 o più anni dopo l’esposizione all’amianto.

Esistono 2 tipi di esposizione all’amianto: diretti e indiretti.

L’esposizione diretta all’amianto colpisce le persone che entrano in contatto con l’amianto direttamente. Essi includono: i lavoratori delle miniere di amianto, i produttori di amianto o di prodotti a base di amianto, lavoratori edili, carpentieri, pittori, lavoratori dei cantieri navali, produttori di cemento, i lavoratori isolamento, elettricisti e commercianti riscaldamento, idraulici, lavoratori di demolizione, i lavoratori del settore automobilistico (compresi i lavoratori riparazione di freni e frizioni), le persone che vivono nei pressi di una fabbrica di amianto, e le persone che lavorano negli edifici in cui era presente l’amianto.

L’esposizione indiretta all’amianto colpisce le persone che entrano in contatto con l’amianto in altri modi. Possono essere: i familiari dei lavoratori che sono tornati a casa con i vestiti pieni di fibre di amianto, persone che vivono vicino a una miniera esposta all’asbesto nella polvere, ecc.

Più amianto viene inalato oppure più tempo di esposizione ad esso, maggiore è la probabilità che questo tipo di cancro si presenti. Pertanto, se si sospetta che questo materiale possa essere trovato nella tua casa, bisogna contattare degli esperti per eliminarlo. Se si lavora con amianto, è opportuno prendere le precauzioni di sicurezza prescritte per limitarsi alla sua esposizione. Occasionalmente, il mesotelioma si sviluppa in persone che non sono mai state esposte all’amianto.

Erionite

E’ un cancerogeno umano collegato allo sviluppo del mesotelioma pleurico e peritoneale. È un minerale di origine naturale che appartiene a un gruppo di minerali chiamati zeoliti. Le zeoliti sono chimicamente legate all’amianto e le fibre di erionite sono simili all’amianto.

L’erionite è comune nel suolo di alcune parti della Turchia, quindi i materiali realizzati con erionite vengono utilizzati nella costruzione di queste regioni. In queste aree l’incidenza di questo tipo di cancro è molto più alta.

Radiazioni ionizzanti

Il rischio di mesotelioma aumenta nelle persone che sono state esposte alle radiazioni. Ma anche nelle persone che con esse sono stati trattati. La radioterapia al torace o all’addome per il trattamento di un linfoma, cancro al seno, cancro del polmone o di altri tipi di tumore hanno un aumentato rischio di mesotelioma. Sebbene il rischio di mesotelioma è più elevato nelle persone che sono stati trattati con la radioterapia, il mesotelioma è probabile che si verifichi solo in un numero molto limitato di queste persone.

Altri fattori di rischio

Sono stati segnalati casi in cui il mesotelioma è correlato al diossido di torio, un mezzo di contrasto che era utilizzato per i test di imaging ma ormai abolito.

I ricercatori stanno studiando il virus simian 40 (SV40) come possibile fattore di rischio per il mesotelioma. Alcuni studi suggeriscono che l’ infezione da SV40 può aumentare il rischio di sviluppare il mesotelioma. Tra il 1955 e il 1963, alcuni vaccini contro la poliomielite sono stati contaminati da questo virus, che potrebbe aver contribuito ad alcuni casi di mesotelioma. Si ritiene che SV40 possa agire come co-fattore con l’amianto per causare il mesotelioma. Non è noto se esiste una predisposizione genetica (un aumento ereditato del rischio di sviluppare la malattia). Tuttavia, è noto che il fumo non è un fattore di rischio per il mesotelioma.

DIAGNOSI e TEST PER il MESOTELIOMA

La diagnosi è il processo per trovare la causa di un problema di salute.

I test diagnostici per il mesotelioma vengono eseguite quando i sintomi del mesotelioma sono presenti o medico sospetta si può avere questa malattia. Molti dei test utilizzati per diagnosticare il cancro sono anche inizialmente utilizzati per determinare lo stadio del cancro (fino a che punto il cancro è progredito). Prove possono essere le seguenti: anamnesi e l’esame fisico, radiografie, ecografie, tomografia computerizzata (CT), risonanza magnetica, biopsia, procedure endoscopiche, emocromo, esami chimici del sangue, esame dei marcatori tumorali, test di funzionalità polmonare e tomografia ad emissione di positroni (PET).

Storia clinica

La storia medica è una registrazione dei sintomi attuali, dei fattori di rischio e di tutti gli eventi e i problemi medici che hai avuto in passato. L’anamnesi familiare può anche aiutare il medico a diagnosticare il mesotelioma.

Nella storia medica, il medico chiederà sia la storia personale di esposizione professionale all’amianto, che quella dei familiari, se ha ricevuto radioterapia prima al torace o all’addome, e se vi sono segni e sintomi che possono suggerire il mesotelioma.

Esame fisico

Durante un esame fisico, il medico può esaminare i polmoni con uno stetoscopio, osservare il movimento del torace durante la respirazione, controllare il viso e il collo per vedere se c’è gonfiore, palpare l’addome per rilevare masse tumorali, e palpare i linfonodi per vedere se c’è adenopatia (cioè se sono infiammati).

Diagnostica
Una radiografia del torace può mostrare problemi con i polmoni, come l’ispessimento pleurico o liquido intorno ai polmoni (versamento pleurico), a causa di mesotelioma pleurico. Una radiografia dell’addome può trovare la causa dei sintomi addominali.

Con un’ecografia addominale è possibile controllare se vi è del liquido nell’addome, nel caso in cui il medico sospetti che ci sia un mesotelioma peritoneale. La tomografia computerizzata è il test di imaging principale utilizzato per valutare sia il mesotelioma pleurico che quello peritoneale, aiuta a guidare il medico quando viene effettuata una biopsia, valuta il grado di mesotelioma e controlla se si è diffuso e aiuta a prendere decisioni sul trattamento. La risonanza magnetica è usata per localizzare il tumore, determinare il suo grado di progresso e aiutare a determinare il trattamento (specialmente se si sta per fare un intervento chirurgico).

Le biopsie che potrebbero essere utilizzate per la diagnosi di mesotelioma sono:

  1. Toracentesi. Un ago cavo (o piccolo tubo) viene inserito attraverso la pelle e tra le costole nello spazio pleurico per estrarre il fluido, che può essere esaminato al microscopio. Si fa anche per ridurre l’accumulo di liquido nella cavità pleurica (versamento pleurico), a causa del mesotelioma pleurico.
  2. Paracentesi. Un ago cavo (o tubicino) viene inserito attraverso la pelle nella cavità addominale per rimuovere il liquido, in modo che esso possa essere esaminato al microscopio. La paracentesi è anche fatto per ridurre l’accumulo di liquido nella cavità addominale (ascite) per mesotelioma peritoneale.
  3. Biopsia endoscopica. Si possono eseguire varie procedure endoscopiche per campionare fluidi o tessuti al fine di rilevare un mesotelioma pleurico o peritoneale. A volte i medici devono eseguire una procedura più invasiva, una biopsia chirurgica, per ottenere un campione sufficientemente grande di tessuto per fare una diagnosi.
  4. Toracotomia. È un intervento chirurgico per aprire la cavità toracica che consente al chirurgo di rimuovere un campione più ampio di tessuto o un tumore al seno.
  5. Laparotomia. È un intervento chirurgico per aprire la cavità addominale che consente al chirurgo di rimuovere un campione più ampio di tessuto o un tumore dall’addome.

Endoscopia, consente al medico di vedere l’interno delle cavità del corpo usando un tubo flessibile con una luce e una lente all’estremità (endoscopio).

Le procedure endoscopiche che possono essere fatte per diagnosticare il mesotelioma sono:

  1. Toracoscopia. Può essere eseguito per esaminare la cavità toracica, compresa la pleura, e per prelevare campioni di tessuto per diagnosticare e stadiare il mesotelioma pleurico. Questa procedura può anche coinvolgere la chirurgia toracica video-assistita per ottenere campioni di biopsia.
  2. Mediastinoscopia. È possibile eseguire una mediastinoscopia per esaminare il mediastino nel torace e prelevare campioni di tessuto dai linfonodi del torace. I campioni possono essere esaminati al microscopio per vedere il mesotelioma pleurico e decidere se la chirurgia è un’opzione.
  3. Ultrasuoni endobronchiali. Usando gli ultrasuoni, un campione di biopsia può essere prelevato dai linfonodi nel mediastino.
  4. Broncoscopia. Viene eseguita con una sonda ad ultrasuoni collegata al broncoscopio. Essa consente di guardare dentro i bronchi e polmoni, per vedere se i linfonodi sono sospetti ed estrarre campioni bioptici di linfonodi.
  5. Laparoscopia. È una procedura che consente al medico di osservare l’interno dell’addome e prelevare campioni di biopsia. Il chirurgo esegue una piccola incisione nell’addome e inserisce un endoscopio chiamato laparoscopio. Questa procedura può essere eseguita per esaminare la cavità addominale e prelevare campioni di tessuto o liquido all’interno dell’addome per diagnosticare lo stadio in cui è presente il mesotelioma peritoneale. La laparoscopia può anche essere eseguita per osservare il mesotelioma pleurico e verificare se il cancro si è diffuso al diaframma.

Emocromo completo. Misura il numero e la qualità dei globuli bianchi, dei globuli rossi e delle piastrine. È fatto per verificare problemi con piastrine e globuli bianchi. Le persone con mesotelioma possono avere un livello anormalmente alto di piastrine (trombocitosi) e un alto livello di globuli bianchi (leucocitosi).

Test di chimica clinica del sangue. Questi test misurano determinate sostanze chimiche nel sangue. Mostrano come funzionano gli organi e possono essere utilizzati anche per rilevare anomalie. Le persone con mesotelioma possono avere un aumento della latticodeidrogenasi (LDH), che è un enzima che può aumentare nel sangue quando c’è un danno ai tessuti o se sono presenti cellule tumorali.

Esame dei marcatori tumorali. I marcatori tumorali sono sostanze (solitamente proteine ) presenti nel sangue che possono indicare la presenza di mesotelioma. Questi test sono utilizzati per verificare la risposta di una persona al trattamento del cancro. I marcatori tumorali non sono usati per diagnosticare il mesotelioma, ma un aumento dei loro livelli può aiutare a confermare la diagnosi di mesotelioma maligno. I marcatori tumorali che possono essere misurati nelle persone affette da mesotelioma sono l’osteopontina dei peptidi correlati alla mesotelina sierica.

Questi marcatori sembrano essere sensibili al mesotelioma, ma sono in corso studi per determinare meglio il loro ruolo nella diagnosi e valutare la risposta al trattamento. 

Test di funzionalità polmonare. Questi test osservano come funzionano i polmoni. Misurano quanta aria può contenere i polmoni e la capacità della persona di far uscire l’aria dai polmoni. Questo tipo di test è importante se la chirurgia è considerata un trattamento per il mesotelioma.

Tomografia ad emissione di positroni (PET). Sono utilizzati i radiofarmaci per rilevare i cambiamenti nell’attività metabolica dei tessuti corporei. Un computer analizza i modelli radioattivi e forma immagini a colori tridimensionali. È usato per vedere se il mesotelioma si è diffuso in siti distanti nel corpo, se altri esami di imaging sono inconcludenti o se si sta valutando la chirurgia. A volte è combinato con una tomografia computerizzata.

ANATOMIA PATOLOGICA e FASI DEL MESOTELIOMA

Si riferisce all’esame del tessuto al microscopio per determinare se è cancerogeno o non cancerogeno e per determinare il tipo di tumore che è.

Esistono diversi tipi di tumori che possono interessare il mesotelio :

  • Tumori benigni. Sono tumori non cancerosi che non si diffondono ad altre parti del corpo e, in generale, non sono pericolosi per la vita. Sono il tumore fibroso della pleura , il mesotelioma multicistico e il mesotelioma adenomatoide.
  • Tumori maligni. Sono tumori cancerosi che hanno il potenziale di metastatizzare (diffondersi ad altre parti del corpo). Questi tipi di mesotelioma sono maligni: tunica vaginale pleurica, peritoneale, pericardica e testicolare.

Una volta diagnosticato il tipo di tumore, il medico terrà conto anche:

– dello stadio del tumore, incluso se si è diffuso (metastasi) e dove si è diffuso;

– fattori prognostici (caratteristiche speciali che possono influenzare il decorso della malattia);

– statistiche di sopravvivenza per il tipo e la particolare fase del cancro.

Tutte queste informazioni aiutano il medico a fare un piano di trattamento.

La classificazione del mesotelioma maligno non è comunemente inclusa nei referti patologici e non influenza la prognosi o il trattamento.

TRATTAMENTO del MESOTELIOMA

Il trattamento per il mesotelioma è fornito da specialisti del cancro (oncologi), specializzati in chirurgia, radioterapia o chemioterapia (farmaci). Questi medici lavorano con la persona con cancro per decidere un piano di trattamento. I trattamenti sono progettati per soddisfare le esigenze uniche di ogni persona con il cancro. Le decisioni di trattamento per il mesotelioma si basano sui seguenti fattori: posizione del mesotelioma, stadio del tumore, se il tumore può essere completamente rimosso dalla chirurgia sintomi (non resecabile), la salute generale della persona e la loro età. Il mesotelioma è difficile da trattare perché molte persone non vengono diagnosticate fino a quando la loro malattia non è avanzata e si è già diffusa. Spesso viene utilizzata una combinazione di trattamenti.

  • Chirurgia del mesotelioma

La chirurgia per rimuovere completamente il cancro è un’opzione per un piccolo numero di persone affette da mesotelioma. In altri casi, la chirurgia può essere eseguita per alleviare i sintomi causati dal cancro. 

Esistono diversi tipi di intervento chirurgico:

  1. Pleurectomia e decorticazione. Elimina la pleura. Potrebbe essere un’opzione per le persone con mesotelioma pleurico.
  2. Pneumonectomia extrapleurica. È un’operazione importante che rimuove la pleura, l’intero polmone, una parte del diaframma e il rivestimento del sacco che circonda il cuore (pericardio). Potrebbe essere un’opzione per alcune persone con mesotelioma pleurico.
  3. Peritonectomia. Rimuove il rivestimento intorno agli organi addominali (peritoneo). Potrebbe essere un’opzione per alcune persone con mesotelioma peritoneale.
  4. Debulking chirurgico (o chirurgia citoriduttiva). È fatto per rimuovere il più tumore possibile. Comprende una pleurectomia e decorticazione, una pneumonectomia extrapleurica e una peritonectomia. 

Sono anche comuni le procedure chirurgiche per drenare il fluido che si è accumulato nel torace o nell’addome a causa del mesotelioma.

  • Chemioterapia per il mesotelioma

La chemioterapia può essere somministrata dopo l’intervento chirurgico per ridurre il rischio di ritorno del mesotelioma. La chemioterapia può essere un’opzione per le persone il cui mesotelioma non può essere rimosso con un intervento chirurgico (non resecabile). È usato per alleviare i sintomi causati dal cancro avanzato. 

  • Radioterapia per il mesotelioma

La radioterapia esterna può essere somministrata dopo l’intervento chirurgico, in alcuni casi, per ridurre il rischio di recidiva del mesotelioma. È usata nei mesoteliomi che non possono essere rimossi con procedure chirurgiche o per alleviare i sintomi. Dopo aver completato il trattamento è importante avere visite di follow-up regolari.

Nuove terapie e speranze

Per altre novità segui:

  1. https://www.osservatoriomalattierare.it/mesotelioma 

  2. https://mesothelioma.net/mesothelioma

  3. https://www.cancer.org

FONTE | https://cancersintomas.com

Fibromialgia, mai più invisibile: dall’Emilia Romagna le prime linee di indirizzo pubbliche per la gestione della patologia

Un passo in avanti importante per tutti i pazienti affetti da fibromialgia, malattia reumatica difficile da riconoscere e diagnosticare: per la prima volta in Italia un ente pubblico, la Regione Emilia-Romagna, ha emanato un documento di ampio respiro sulla patologia, le linee di indirizzo per “Diagnosi e trattamento della fibromialgia”, messo a punto con l’obiettivo di dare una definizione e inquadramento della malattia e indicare percorsi di intervento definiti e appropriati.

Il Documento, primo e unico in Italia, è il frutto di oltre un anno e mezzo di intenso lavoro del Gruppo tecnico regionale costituito nel 2016 e composto da ben 25 esperti tra reumatologi, terapisti antalgici, medici di medicina generale, riabilitatori, nutrizionisti, psichiatri e componenti delle istituzioni sanitarie regionali e associazione pazienti, che hanno analizzato la letteratura disponibile a livello nazionale e internazionale sulla fibromialgia.

Il documento, la cui realizzazione è stata promossa e coordinata dall’Assessorato alle Politiche per la Salute della Regione Emilia Romagna, colma un vuoto in quanto non esistevano fino ad oggi linee di indirizzo rivolte ai medici su questa importante malattia. Questo documento consentirà di sviluppare percorsi formativi con i medici di Medicina Generale e gli specialisti che si occupano di fibromialgia e diventerà un caposaldo per la diagnosi e per la presa in carico dei pazienti. Inoltre, il documento offre indicazioni di carattere terapeutico, in particolare non farmacologico, basate su studi scientifici che riguardano l’efficacia delle terapie in acqua. Le linee di indirizzo sono il primo passo per arrivare, ci auguriamo, a un riconoscimento formale della fibromialgia quale patologia cronica all’interno dei LEA a livello nazionale. Il documento regionale è in questo momento all’attenzione del Consiglio Superiore di Sanità. Lavoreremo per favorire un allargamento nazionale di queste importanti linee di indirizzo regionale” – dichiara l’assessore Sergio Venturi.

La fibromialgia fino ad oggi è stata considerata “malattia invisibile” proprio a causa dell’impossibilità di diagnosticarla con esami strumentali specifici. Inoltre, gli specialisti non dispongono di terapie specifiche, non esiste una terapia precisa per questa patologia, ma fino ad oggi tanti approcci diversi quanti sono i pazienti.

La fibromialgia è la seconda forma di reumatismo più comune ed è una condizione molto frequente negli ambulatori di medicina generale (2.%-5,7% dei pazienti) e di reumatologia (14% dei pazienti), la sua prevalenza è compresa tra il 2-3% fino all’ 8%, l’incidenza è di circa 7-11 nuovi casi per anno su 1.000 persone in Emilia Romagna sono oltre 89.000 i pazienti con fibromialgia di vario grado e gravità. L’impatto di questa malattia sulla qualità di vita del paziente è molto pesante dal momento che il sintomo principale che la caratterizza è il dolore, cronico e diffuso a tutto il corpo, associato a stanchezza, disturbo del sonno (sonno non ristoratore), problemi cognitivi (di attenzione e memoria), psichici (in particolare depressione) e ad un ampio spettro di sintomi somatici e neurovegetativi. L’approccio terapeutico più appropriato è di tipo multidisciplinare, basato su programmi personalizzati che includono interventi educativi, non farmacologici e farmacologici. La presa in carico spetta in primis al medico di medicina generale e, in seconda battuta, al reumatologo” – spiega Carlo Salvarani, Professore Ordinario di Reumatologia all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Il documento di indirizzo regionale non si limita a definire un percorso sanitario ‘tipo’, ma attraverso l’analisi di quanto validato in letteratura dalle esperienze internazionali e nazionali, come quelle maturate nelle provincie di Trento e Bolzano, offre un orientamento su come gestire il paziente con fibromialgia in Emilia Romagna.

Il documento fa chiarezza sullo stato dell’arte e l’approccio più appropriato alla fibromialgia, il lavoro si compone di vari capitoli: dalla definizione della patologia all’epidemiologia; una parte significativa riguarda le modalità di presa in carico del paziente, che spetta al medico di medicina generale, nell’ambito di un team multidisciplinare, quale filtro iniziale e professionista competente per la identificazione e gestione di questi pazienti, e l’invio al reumatologo nei casi refrattari alla terapia o quando la diagnosi è incerta. Inoltre, il documento fa chiarezza sulla diagnosi differenziale, che è prettamente clinica, e affronta la parte dei trattamenti; in particolare si sofferma prima sull’intervento educazionale del paziente, che deve essere adeguatamente informato sulla patologia, e in secondo luogo sui trattamenti non farmacologici, che prevedono una serie di interventi volti a migliorare la motricità e la postura attraverso programmi di attività fisica adattata (AFA) sia a secco che in acqua, basata su protocolli scientificamente definiti che hanno prodotto incoraggianti risultati in questi pazienti. Da ultimo, il documento prende in esame i trattamenti farmacologici e fornisce indicazioni basate sull’evidenza, con una parte dedicata anche all’alimentazione. Si tratta dunque di uno strumento molto articolato, basato sulla revisione delle migliori evidenze scientifiche anche per contrastare tanta letteratura ‘grigia’ che ruota attorno a questa patologia e che si presta, spesso, ad interventi terapeutici di dubbia efficacia” – afferma Marcello Govoni, Direttore dell’Unità Operativa di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e Professore Associato di Reumatologia.

Le linee di indirizzo regionale offrono per la prima volta in Italia gli strumenti pratici per attuare i vari livelli di intervento, identificati in 3 step: educazione del paziente, trattamento non farmacologico, trattamento farmacologico se i primi due non risultano efficaci.

Siamo soddisfatti del lavoro portato a termine dal Gruppo tecnico regionale e siamo certi che questo documento di indirizzo sia il primo passo verso il riconoscimento sostanziale dei diritti e dei bisogni dei pazienti con fibromialgia. Il documento getta fondamenta concrete per dare risposte al bisogno del paziente di oggi e di domani. Grazie ad esso già dalla primavera sarà possibile rendere accessibili ai pazienti strutture attrezzate, competenti e dotate delle necessarie professionalità dove fruire di percorsi di AFA, sia in acqua che a secco, omogenei su tutto il territorio regionale. Da subito sarà possibile anche attivare percorsi educazionali per i pazienti sulla patologia e mettere in agenda la formazione sanitaria per i medici di medicina generale, grazie all’impulso dato al documento dalla Regione a livello di tutte le Aziende Sanitarie Locali. Verso il futuro lo sguardo che il Gruppo di lavoro vuole proporre con il documento è rivolto a promuovere e incentivare la ricerca, in particolare sui cannabinoidi e sulle interazioni con l’alimentazione; unico modo concreto per rispondere adeguatamente ai bisogni dei pazienti, contrastando l’estrema proliferazione di ‘fantomatiche’ cure che danneggiano la salute e il portafoglio delle persone con fibromialgia. Un ultimo aspetto, su cui è importante accendere un riflettore, è rappresentato dall’utilizzo di queste linee guida per il riconoscimento dei diritti legati all’impatto della fibromialgia in termini di invalidità civile e handicap, su questo fondamentale diritto, noi di AMRER siamo pronti da subito ad agire con forza” – sottolinea Daniele Conti, Direttore di AMRER.

In particolare, rispetto al trattamento non farmacologico, AMRER, l’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, si è impegnata in concreto attivando un accordo con COTER, il Consorzio che riunisce le terme dell’Emilia Romagna, che con le sue 24 strutture distribuite sul territorio regionale favorirà l’accesso a piscine e palestre attrezzate per realizzare percorsi omogenei di AFA, attività fisica adattata, sul territorio regionale in coerenza con gli indirizzi riportati nel documento regionale. L’impegno prevenderà ‘pacchetti terapeutici termali’ per i pazienti ogni tre mesi con 24 accessi due volte a settimana, una seduta in acqua e una a secco, con costi calmierati e convenzionati.


Quanto valgono le alternative a base vegetale rispetto al latte vaccino?

Latte vegetale o latte di soia? Questo è il problema. Quale potrebbe essere l’alternativa migliore al latte animale?

Per capire quale tra latte vegetale e latte di soia sia più equilibrato, un gruppo di ricercatori dell’Università McGill (Canada) ha analizzato il latte di mandorla e quelli di soia, riso e cocco. Dallo studio, pubblicato sul Journal of Food Science Technology, sembra aver vinto il latte di soia.

Ma andiamo con ordine. Gli studiosi canadesi hanno confrontato le “versioni” non zuccherate dei diversi tipi di latte su una porzione da 240 ml.

Il latte di soia si è rivelato essere quello dal profilo nutrizionale più equilibrato con notevoli proprietà anti-cancerogene fornite dagli isoflavoni. Tra i contro, però, il retrogusto di fagiolo e la presenza di sostanze che riducono l’assunzione di nutrienti e la digestione.

Il latte di riso ha un sapore dolce e pochi elementi nutritivi, può essere un’alternativa per i pazienti con problemi di allergia causati dai semi di soia o dalle mandorle. Di contro è ad elevato contenuto di carboidrati e un suo alto consumo può portare a malnutrizione.

Il latte di cocco, invece (ampiamente consumato in Asia e Sud America) non ha proteine e contiene poche calorie (la maggior parte di grassi). Può aiutare a ridurre i livelli del colesterolo cattivo, ma i suoi valori nutrizionali vengono ridotti se il prodotto viene conservato per più di due mesi.

Il latte di mandorla, invece, ha un alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi che consentono di ridurre e gestire il peso in eccesso.

How well do plant based alternatives fare nutritionally compared to cow’s milk? – Sai Kranthi Vanga, Vijaya Raghavan – Journal of Food Science and Technology, January 2018, Volume 55, Issue 1, pp 10–20

FONTE | http://www.nutrieprevieni.it


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