Archivio per maggio 2018

Il fumo ritarda il concepimento ed il successo delle terapie dell’infertilità

Istituto Valenciano di Infertilità in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco che si celebra il 31 maggio lancia un monito sui gravi rischi che il fumo provoca sulla fertilità e sulla salute del nascituro.

In Italia, le donne che fumano sono poco meno della metà e il 38% fuma ogni giorno. Rispetto a 10 anni fa, in cui il 46% delle intervistate dichiarava di vivere con pochissimi fumatori accanto (uomini e donne), oggi più di un quinto delle italiane afferma di vivere con fumatori in casa1.

Numerose ricerche condotte negli ultimi anni hanno inoltre mostrato una correlazione tra il fumo in gravidanza e le difficoltà economiche: si è evidenziato infatti che le donne esposte a difficoltà economiche riescono più difficilmente a smettere di fumare anche in gravidanza, con gravi rischi di salute per se stesse e per il nascituro1.

Sono 14 su 100 le donne in gravidanza che in Italia fumano (23 su 100 le fumatrici in generale) e in allattamento la percentuale arriva a 11 su 100 (dati raccolti tra il 2014 e il 2016 dal sistema di sorveglianza Passi).

Molti gli effetti del consumo di nicotina sulla fertilità femminile: da problemi di ovulazione e danni a ovaie e a ovociti, fino a menopausa precoce e aumento del rischio di cancro e di aborto spontaneo. Inoltre, la percentuale di donne con un ritardo di concepimento di oltre 12 mesi risulta essere più alta del 54% per le fumatrici rispetto alle non fumatrici.

Riduzione del numero degli spermatozoi, della loro motilità e morfologia, invece, le conseguenze tra i fumatori.

Il fumo impatta negativamente anche sulle coppie con problemi di infertilità che si sottopongono a trattamenti di procreazione medicalmente assistita poiché può far diminuire il tasso di successo dei trattamenti fino al 34%. In particolare, nelle fumatrici si assiste alla diminuzione della riserva ovarica, minore risposta ovarica alla stimolazione, ridotto numero di ovociti recuperati e fecondati e tassi più bassi di gravidanza rispetto alle donne che non fumano” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Infine, gli effetti del fumo sono molto pesanti anche sulla gravidanza e sul benessere del neonato: numerosi studi dimostrano come il fumo sia associato ad un aumento delle percentuali di aborti spontanei, nascite premature, rischio di gravidanza multipla, e basso peso del nascituro, che può andare incontro più facilmente al rischio di morbilità e mortalità correlate.

1 Fondazione Umberto Veronesi / Astra Ricerche

 


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Incontinenza femminile e cistiti in menopausa

A cinque anni dal lancio del trattamento MonnaLisa Touch™, il laser che cura i disturbi legati alla menopausa e alla sessualità femminile, si conferma l’efficacia della metodica nel risolvere le problematiche legate all’incontinenza urinaria di grado lieve e alle cistiti.

La sindrome genito-urinaria della menopausa (GSM), in precedenza chiamata atrofia vulvovaginale, si manifesta con cambiamenti morfologici della mucosa vaginale (assottigliamento dell’epitelio, perdita delle pieghe vaginali e riduzione del flusso sanguigno e delle secrezioni vaginali, condizioni che alterano la flora batterica vaginale) e dell’apparato urinario. Durante il processo di sperimentazione del trattamento laser MonnaLisa Touch™, non era stata presa inizialmente in considerazione la sintomatologia legata all’apparato urinario. L’esperienza clinica ha però dimostrato un notevole miglioramento delle condizioni delle pazienti, sia per quanto riguarda l’incontinenza da sforzo sia per quella da iperattività vescicale, oltre che una significativa riduzione del numero di minzioni e del numero di episodi di urgenza da infiammazione” – spiega Maurizio Filippini, Responsabile del Modulo Funzionale di Endoscopia Ginecologia dell’Ospedale di Stato della Repubblica di San Marino.

Come avviene nel tessuto vaginale, il progressivo declino degli estrogeni durante il climaterio porta all’atrofia dell’uroepitelio e alla riduzione del contenuto di collagene, condizioni importanti che incidono sull’incontinenza urinaria.

L’incontinenza legata alla componente da sforzo, così come quella legata all’urgenza minzionale, può causare una significativa disabilità nelle donne, con riduzione della qualità della vita, ripercussioni sulle relazioni sociali e sulla sfera sessuale. Ad oggi, la metodica è stata applicata su 365 pazienti, pari 858 trattamenti totali, che hanno registrato un immediato beneficio nella risoluzione di questi disturbi.

Il sistema laser CO2 frazionato, irradiando gli strati più profondi della parete vaginale, riattivando la matrice extracellulare e la sintesi del collagene, ha effetti benefici nei tre strati della parete vaginale (al contrario degli estrogeni o di altre terapie che trattano solo l’epitelio). In questo modo, l’effetto di “rigenerazione” originato dal trattamento coinvolge anche il basso tratto urinario (uretra e vescica), con un significativo miglioramento dei sintomi dell’invecchiamento urogenitale.

Generalmente un approccio precoce al problema comporta misure conservative legate a azioni personali (svuotare periodicamente la vescica, cercando di urinare ogni due o tre ore può aiutare a prevenire le infezioni), approcci dietetici (l’uso di prodotti a base di mirtillo sembra diminuire la capacità dei batteri di aderire al rivestimento dell’uretra e della vescica), controllo dell’idratazione (aumentare l’assunzione di acqua di uno o due bicchieri al giorno può aiutare a limitare la durata dei sintomi e a ridurre le infezioni), igiene personale (una corretta cura dell’area uretrale limita la quantità o il tipo di batteri che possono essere veicolati nell’uretra) e riabilitazione pelvica, ma i risultati sul lungo periodo sono spesso scarsi” – spiega Maurizio Filippini, Responsabile del Modulo Funzionale di Endoscopia Ginecologia dell’Ospedale di Stato della Repubblica di San Marino.

In Italia la procedura laser MonnaLisa Touch™, che deve essere sempre eseguita da personale medico specializzato (urologo o ginecologo), è stata approvata dalla AOGOI (Associazione dei Ginecologi Italiani), così come dalla comunità scientifica internazionale: a livello mondiale sono più di 30 le pubblicazioni tra le più autorevoli che hanno convalidato il trattamento.

 

Eur J Obstet Gynecol Reprod Biol. 2017 Jun – Safety and long-term efficacy of fractional CO2 laser treatment in women suffering from genitourinary syndrome of menopause – Behnia-Willison F, Sarraf S, Miller J, Mohamadi B, Care AS, Lam A, Willison N, Behnia L, Salvatore S.

Maturitas. 2017 Sep – Laser therapy for the genitourinary syndrome of menopause. A systematic review and meta-analysis – Pitsouni E, Grigoriadis T, Falagas ME, Salvatore S, Athanasiou S.


Diabesità: la mappa dell’Italia

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la diffusione del diabete di tipo 2 è quasi raddoppiata negli ultimi trent’anni, così come la mortalità legata alla malattia o alle complicazioni. Le previsioni dicono che, entro il 2030, rappresenterà in Europa la quarta causa di morte, contribuendo così alla mortalità della popolazione più di quanto non facciano collettivamente Aids, malaria e tubercolosi.

In Italia, secondo i dati Istat del 2016, sono oltre 3 milioni e 200 mila le persone che dichiarano di avere il diabete, passando così negli ultimi trent’anni dal 2,9 per cento al 5,6 per cento dell’intera popolazione. Questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, all’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete e all’anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia. Ad esempio, rispetto al 2000, la percentuale di uomini 55-64enni con diagnosi di diabete è passata da 6,8 per cento a 8,8 per cento, mentre tra i 75-79enni dal 14,9 per cento al 20,4 per cento. Invece, per le donne fino ai 79 anni le differenze nel tempo sono molto meno rilevanti, acuendosi solo tra le ultraottantenni, con un picco di 21,9 per cento nel 2016 a fronte del 14,9 per cento nel 2000.

L’obesità è uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”.

Si stima infatti che il 44 per cento dei casi di diabete tipo 2 siano attribuibili all’obesità/sovrappeso; tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9 per cento per gli uomini e al 32,8 per cento per le donne, portando complessivamente a un totale di circa 2 milioni di “diabesi”. Questo dato è molto preoccupante se si considera che il rischio complessivo di morte prematura raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea: una persona con diabete e sovrappeso ha quindi un rischio raddoppiato di morire entro 10 anni, rispetto a una persona con diabete di peso normale e una persona con diabete e obesa addirittura un rischio quadruplicato.

Possiamo ormai considerare diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi un’emergenza sanitaria che necessita di un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno” – ha spiegato Renato Lauro, Presidente Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation.

Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che queste malattie rappresentano e potranno rappresentare. Per questo motivo IBDO Foundation pubblica annualmente un report in grado di offrire una fotografia non parziale della situazione del diabete e dell’obesità a livello mondiale, nazionale e regionale” – ha aggiunto Lauro, in occasione della presentazione a Roma, il 17 aprile scorso, dell’undicesima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report da parte di IBDO Foundation  e Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, con il patrocinio di Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), Istituto superiore di Sanità ed Health City Institute.

In particolare, l’edizione di quest’anno ha l’obiettivo di evidenziare l’impatto che queste condizioni hanno a livello delle singole regioni italiane.

Il Barometer Report, coordinato da Domenico Cucinotta e che vede per il secondo anno la sinergia con l’Istituto Nazionale di Statistica – Istat, vuole attivare il confronto e le riflessioni Istituzionali sui grandi temi che riguardano il diabete e l’obesità nel nostro Paese, come testimoniato anche dal Presidente dell’Istat Giorgio Alleva nell’introduzione al volume.

Nello specifico, parlando di caratterizzazione regionale del diabete, valori più elevati della media Italia si evidenziano in Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, ma anche in alcune regioni del Centro come il Lazio; quelli più bassi nelle province autonome di Trento e Bolzano e Liguria. Anche per la mortalità la geografia resta simile, con una maggiore penalizzazione del Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Nelle regioni del Mezzogiorno peraltro si riscontrano anche livelli più elevati di obesità. Un’attenzione particolare merita l’obesità infantile, che presenta marcate differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Sud, dove un minore su tre è in eccesso di peso: le percentuali più elevate in Campania (36,1 per cento), Molise (31,9 per cento), Puglia (31,4 per cento), Basilicata (30,3 per cento) e Calabria (30 per cento) a fronte del valore minimo osservato nelle province autonome di Trento e Bolzano (15,4 per cento)” – ha detto Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, Istat.

Il quadro nazionale, ampiamente sviluppato dall’Istat, ci fornisce una fotografia estremamente eterogenea a livello delle varie regioni italiane, evidenziando la differenza di prevalenza tra nord, centro e sud del nostro Paese. Un’analisi che abbiamo ritenuto di sviluppare in maniera puntale in ogni singola regione, per consentire ai decisori istituzionali e a chi si occupa di governance sanitaria a livello regionale e nazionale di avere dati di riferimento con i quali confrontarsi nella ricerca di soluzioni in grado di ridurre questa evidente eterogeneità presente in Italia” – ha detto Domenico Cucinotta, Coordinatore Italian Barometer Diabetes Report  e Direttore del dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina.

Oltre alla differenza di diffusione del diabete tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani. In Italia il 36 per cento della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città Metropolitane. L’urban diabetes è un problema emergente di sanità pubblica. Nel mondo, oggi due terzi delle persone affette da diabete vivono nelle grandi città. Infatti, secondo i dati dell’International Diabetes Federation (IDF), sono 246 milioni (65 per cento) coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali. I cambiamenti demografici in corso, che includono l’urbanizzazione, il peggioramento degli stili di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’isolamento sociale si riflettono in una crescita costante della prevalenza di diabete. Questi fattori influenzano anche la maggior diffusione di obesità che, oltre che dell’aumentato rischio di diabete, è causa di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore e compromette gravemente la qualità di vita. Per far fronte a questo problema di rilevanza clinica, sociale, ma anche economico e politico-sanitario il 19 maggio in tutta Europa si celebrerà l’European Obesity Day per sensibilizzare su una piaga sociale in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito” – ha detto Andrea Lenzi, Coordinatore di Health City Institute e Presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri.


Precarietà nell’assistenza. Ri-partiamo dall’accordo Stato-Regioni

Precarietà nell’assistenza. Ri-partiamo dall’accordo Stato-Regioni”: questo l’appello lanciato dalla Federazione delle Associazioni Emofilici (FedEmo) in occasione dell’incontro “d’ACCORDO con MEC. Trattamenti omogeni, rilanciamo il dialogo” che si è svolto a Roma, il 16 aprile scorso, per celebrare la XIV Giornata Mondiale dell’Emofilia. Obiettivo dell’evento quello di portare all’attenzione delle Istituzioni la mancata attuazione, a 5 anni dalla sua firma, dell’accordo per lassistenza sanitaria ai pazienti affetti da Malattie Emorragiche Congenite (MEC).

In Italia sono oltre 11.000 le persone affette da Malattie Emorragiche Congenite. Tra loro, poco più di 5.000 quelle con Emofilia A o B. Ad oggi siamo purtroppo costretti a registrare un’inerzia sostanziale da parte delle Istituzioni locali che non hanno dato seguito pratico a quanto contenuto nel documento. Questo è causa di un livello disomogeneo di assistenza interregionale che comporta non solo significativi costi socio-sanitari, ma anche forti disagi nella vita personale e lavorativa di pazienti e famiglie” – ha dichiarato l’Avv. Cristina Cassone, Presidente FedEmo.

Poche, infatti, le Regioni che al di là di un recepimento dell’Accordo hanno dato qualche seguito concreto al documento, tra cui Piemonte, Liguria, Lazio ed Emilia Romagna.

Conoscere l’emofilia significa conoscere i diritti dei pazienti e garantire loro non solo le migliori cure possibili, sulla base di un aggiornamento scientifico accurato; significa anche intervenire con politiche sociali che facilitino un loro inserimento professionale adeguato alle loro capacità e competenze” – ha proseguito la Senatrice Paola Binetti.

Attraverso l’accordo MEC, raggiunto su istanza presentata da FedEmo, il Governo, le Regioni e le Province Autonome di Trento e Bolzano si erano impegnati a definire il percorso assistenziale per le persone affette da MEC, al fine di garantire loro qualità, sicurezza ed efficienza nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza Sanitaria (LEA) in riferimento alla formulazione della diagnosi, al processo di cura, alla gestione delle emergenze emorragiche, alla prevenzione e al trattamento delle complicanze dirette ed indirette della patologia.

L’impegno assunto con l’Accordo Stato-Regioni del 13 marzo 2013 non può e non deve essere disatteso. Definire un percorso assistenziale di qualità per le persone affette da MEC è un dovere al quale nessuna Regione può sottrarsi. Mi auguro che tutte le regioni rispettino l’impegno preso” – ha aggiunto la Senatrice Elena Fattori.

Ad emergere nell’accordo MEC la necessità di assicurare la presa in carico del paziente con MEC in tutto il territorio nazionale, riducendo differenze ed iniquità di accesso alla diagnosi, alle cure e ai trattamenti ottimali in base alle evidenze scientifiche, tenendo conto degli indirizzi per la definizione di percorsi regionali o interregionali di assistenza per le persone affette da MEC. Garantire tutto ciò, attuando quanto di fatto è contenuto nell’accordo, oltre ad una ottimale presa in carico del paziente condurrebbe a una sicura razionalizzazione e a un più efficace controllo dei costi.

I traguardi terapeutici raggiunti hanno portato l’aspettativa di vita del paziente con emofilia ad essere paragonabile a quella della popolazione generale. Pertanto, oggi con l’invecchiamento della popolazione emofilica dobbiamo far fronte alla gestione degli esiti cronici legati alla coagulopatia persistente (artropatia degenerativa e rischio emorragico pluridistrettuale), oltre che alla comparsa di comorbidità tipiche dell’età avanzata quali le malattie cardiovascolari, tumorali e metaboliche che hanno un importante impatto sulla gestione clinica globale. Per potere rispondere a questi bisogni, in continua evoluzione, i Centri per la cura dell’emofilia devono avvalersi di specifiche competenze cliniche specialistiche ed organizzarsi per rispondere in maniera efficace ed efficiente a tali sfide” – ha affermato la Elena Santagostino, Presidente Associazione Italiana Centri Emofilia (AICE), Responsabile Unità Emofilia, Centro Angelo Bianchi Bonomi, IRCCS Fondazione Ca’ Granda, Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

L’emofilia attualmente, grazie alle opzioni terapeutiche disponibili, è sostanzialmente comparabile ad una condizione di cronicità con risorse, cure e professionalità dedicate. Cercheremo di sviluppare questo tema per immaginare come potrebbe configurarsi in futuro il sistema emofilia nel nostro Paese. La Giornata Mondiale dell’Emofilia è un momento importante per dare voce ai bisogni insoddisfatti dei nostri pazienti, ma vuole essere anche un momento costruttivo, di confronto e di reale collaborazione con le Istituzioni affinché la qualità di vita delle persone con Malattie Emorragiche Congenite possa migliorare in maniera concreta” – ha concluso l’Avv. Cristina Cassone, Presidente FedEmo.

 


SIPPS: tre nuovi documenti scientifici 2018

Alimentazione, oculistica e ginecologia pediatrica: si concentrano su queste tre macro aree i nuovi documenti scientifici 2018 sui quali sta lavorando la SIPPS.

I testi saranno presentati nel corso del XXX Congresso Nazionale, che dal 7 al 10 giugno prossimi sarà di scena a Siracusa, nominata per l’occasione “Capitale dell’infanzia”.

Nella città siciliana, nota in tutto il mondo per il suo magnifico teatro greco e nominata dall’Unesco nel 2005 patrimonio dell’umanità, gli esperti della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale esporranno le raccomandazioni della Consensus sull’alimentazione complementare e di due Guide pratiche per la prevenzione e lo screening, in ambito ginecologico e oculistico.

Oltre 160 autori hanno partecipato alla stesura dei testi – con specialisti di varie branche della pediatria -, dieci le società scientifiche del mondo pediatrico coinvolte.

Sono orgoglioso di portare avanti questi tre lavori scientifici tutti accomunati dal tema della prevenzione. E’ importante, e allo stesso tempo assume grande valore, che questi argomenti verranno discussi nel nostro XXX Congresso Nazionale in terra siciliana: abbiamo fatto tanta strada in questi anni ma siamo convinti che molta dobbiamo ancora farne per garantire un futuro migliore, e soprattutto sano, ai nostri bambini, gli adulti di domani” – ha dichiarato Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

 

La Consensus “Alimentazione Complementare”, realizzata in collaborazione con FIMP, SICuPP, SIGENP e SINUPE, è uno strumento per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili e per la riduzione delle ineguaglianze sociali.

Nel testo trovano spazio numerosi argomenti rivolti al pediatra generalista: dall’avvezzamento all’alimentazione complementare fino agli effetti positivi/negativi di un’introduzione precoce/tardiva di alimenti; dai fabbisogni di proteine, grassi, carboidrati, fibre, ferro, acqua e vitamina B12 all’obesità, l’ipertensione, il diabete mellito e le carie dentali. Nelle pagine si parla anche di latte vaccino, malattie infettive, glutine e allergeni, senza dimenticare i contaminanti negli alimenti, le relazioni affettive e gli strumenti di educazione parentali” – ha spiegato Margherita Caroli, uno dei coordinatori.

Due, dunque, le nuove Guide pratiche della SIPPS per la prevenzione e lo screening.

La prima è quella di “Oculistica in età evolutiva”, che nasce con il contributo di FIMP, SICuPP e SIOP.

Il testo si propone di fare prevenzione e screening e di analizzare le principali patologie di interesse ambulatoriale. Vogliamo lanciare ai nostri pediatri un messaggio molto chiaro: un semplice controllo della vista può evitare ai giovani pazienti problemi futuri ben più gravi” – informa Valter Spanevello, uno dei coordinatori.

Il Documento contiene sessioni dedicate ai principali quadri clinici dell’età neonatale, come cataratta, malformazioni, anomalie dell’apparato lacrimale; ma anche difetti refrattivi, strabismo, congiuntiviti e dermatiti perioculari. Nella Guida si affrontano altre tematiche: dal glaucoma alle patologie dell’orbita, dalla genetica delle malattie dell’occhio alle patologie oculari in bambini di etnie diverse fino ai segnali d’allarme per l’invio ai Centri di 2° e 3° livello.

Molto importante il capitolo “Cosa deve saper fare il Pediatra di Famiglia”, in cui si analizzano il riflesso di ammiccamento e pupillare, il Test di Hirschberg e quello del Riflesso Rosso, la capacità di fissazione, di inseguimento e divergenza e l’utilizzo delle tavole ottotipiche.

La seconda Guida SIPPS è dedicata alla ginecologia pediatrica ed è realizzata in collaborazione con FIMP, SIMP, SIGIA e SIMA. Il volume “Ginecologia in età evolutiva”. Prevenzione, diagnosi e terapia, si sofferma, tra l’altro, su crescita, differenziazione e sviluppo sessuale, con focus su precocità dello sviluppo sessuale, ritardo puberale e rapporto tra obesità e sviluppo sessuale.

Sfogliando le pagine del documento si possono trovare tematiche di grande interesse: dallo sviluppo psicosessuale all’esame clinico fino alle malformazioni dell’apparato genitale. Ci siamo inoltre concentrati sulle anomalie presenti alla nascita e nell’infanzia e su quelle diagnosticabili nella pubertà. Abbiamo poi lavorato sulle patologie vulvo-vaginali, soffermandoci su valutazione e terapia delle alterazioni del ciclo mestruale in età adolescenziale, senza dimenticare argomenti come dismenorrea, sindrome premestruale e malattie a trasmissione sessuale” – ha affermato Metella Dei, una delle coordinatrici dell’iniziativa.

A completare la Guida, temi legati alla patologia delle mammella in infanzia e adolescenza, alla preservazione della fertilità femminile, a maltrattamento e abuso e alle mutilazioni genitali.

Il testo si arricchisce infine di capitoli sulla contraccezione e gravidanza in adolescenza, educazione alla sessualità, autoerotismo e primi rapporti sessuali.


Tiroide è energia: centralina dell’organismo

La tiroide è una ghiandola molto piccola che produce però un ormone importantissimo per tutto il corpo, la tiroxina. Possiamo dire che la tiroide è la ‘centralina’ che regola l’energia di tutto il nostro organismo svolgendo una serie di funzioni vitali come la regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro. Quest’anno il tema della Settimana Mondiale della Tiroide, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità e presentata oggi al Ministero della Salute è “TIROIDE È ENERGIA” e ha l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione in merito ai problemi connessi alle malattie della tiroide e alla loro prevenzione: sono infatti oltre 6 milioni gli italiani con un problema a questa ghiandola che, quando non funziona correttamente, si riflette sul funzionamento di tutto il corpo e, per tale motivo, occorre non trascurare alcuni campanelli d’allarme rivolgendosi al proprio medico in ogni caso di dubbio” – ha spiegato Paolo Vitti, Presidente SIE, Società Italiana di Endocrinologia, coordinatore e responsabile scientifico della Settimana Mondiale della Tiroide.

Se la tiroide è energia, le malattie della tiroide hanno un importante impatto su tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. La malattia della tiroide più frequente è la tiroidite di Hashimoto, infiammazione cronica autoimmune, che può presentarsi a tutte le età. Molto subdola è la forma post-partum che, condizionando l’umore e il benessere della neo-mamma, viene frequentemente scambiata per depressione e non trattata. Il campanello d’allarme della ridotta funzione della tiroide è proprio il facile affaticamento, il tono depresso dell’umore, l’anemia e la caduta dei capelli. Tuttavia questi sintomi sono comuni a molte altre patologie ed è quindi importante creare cultura e sensibilità su questa ghiandola per poter fare diagnosi precoci. Esiste anche una malattia della tiroide da eccesso di funzione, l’ipertiroidismo, che sprigiona il massimo dell’energia dal nostro organismo spingendo sull’acceleratore della funzione di tutti gli organi con un bilancio spesso negativo a discapito del peso e perdita di massa muscolare” – ha affermato Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Una volta scoperte, le malattie della tiroide, sono in genere molto ben curabili col ripristino di una normale qualità della vita. Le terapie si possono avvalere dell’ormone tiroideo sintetico nel caso dell’ipotiroidismo, di farmaci tireostatici nel caso dell’ipertiroidismo e della terapia chirurgica nel caso di noduli tiroidei o del cancro” – ha continuato Furio Pacini, Presidente AIT, Associazione Italiana della Tiroide.

Il modo più efficace per prevenire le malattie della tiroide è assumere iodio in quantità adeguate, poiché questo elemento è il costituente essenziale degli ormoni tiroidei. Il fabbisogno quotidiano stimato di iodio è di 150 microgrammi per gli adulti, 90 per i bambini fino a 6 anni, 120 per i bambini in età scolare e 250 per le donne in gravidanza e durante l’allattamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda, quindi, l’utilizzo di sale iodato e, se necessario, una quantità supplementare di iodio tramite l’assunzione di integratori, in special modo durante la gravidanza e l’allattamento” – ha spiegato Massimo Tonacchera, Segretario AIT, Associazione Italiana della Tiroide.

A 13 anni dall’approvazione della legge 55/2005, che ha introdotto il programma nazionale di iodoprofilassi, lo stato nutrizionale iodico degli italiani è sicuramente migliorato. I dati più incoraggianti riguardano il TSH neonatale, ovvero il marcatore che viene utilizzato nello screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito che indica lo stato nutrizionale iodico della popolazione dei neonati e, indirettamente, delle loro madri. Grazie alla collaborazione dei centri di screening neonatale regionali e interregionali sul territorio, oggi sappiamo che, nonostante si sia ancora lontani dagli obiettivi fissati dall’OMS che indicano nella soglia massima del 3% di valori elevati di TSH neonatale (> 5,0 mU/L) l’indice di iodosufficienza, il trend è molto positivo, con una diminuzione del 10% negli ultimi due anni e del 17,2% dal 2004 ad oggi (6,4% nel 2004; 5,9% nel 2015; 5,3% nel 2017). Questi dati, anche se incoraggianti, suggeriscono che ulteriori sforzi devono essere fatti per garantire la corretta assunzione di iodio in gravidanza, al fine di scongiurare gli effetti negativi sullo sviluppo neuropsichico dei neonati che possono essere causati anche da una carenza iodica lieve” – ha affermato Antonella Olivieri, Responsabile Scientifico OSNAMI, Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia.

Una normale funzione tiroidea, importante in tutte le età della vita, diventa fondamentale in età pediatrica per assicurare un adeguato sviluppo psico-fisico dall’epoca prenatale fino all’adolescenza. Anche una carenza iodica di grado moderato può portare al mancato raggiungimento del potenziale intellettivo del bambino con una riduzione di 10-15 punti di quoziente intellettivo; per questo è in atto un progetto formativo sul tema della iodoprofilassi indirizzato agli insegnanti ella Scuola Primaria e Secondaria. Inoltre, lo screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito rappresenta oggi un successo consolidato nella prevenzione della disabilità mentale attraverso una diagnostica precoce di questa patologia” – ha continuato Ivana Rabbone, Vicepresidente SIEDP, Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica.

Le patologie endocrine risultano tra le più frequenti malattie croniche nell’anziano e in particolare l’ipertiroidismo può risultare difficile da diagnosticare perché i sintomi come palpitazioni, cadute accidentali e fratture possono essere facilmente confusi con altre patologie legate all’età. Rispetto al giovane adulto, l’anziano risulta più vulnerabile alle complicanze cardiovascolari e metaboliche dell’eccesso di ormoni tiroidei e pertanto il trattamento va intrapreso tempestivamente” – ha precisato Fabio Monzani, SIGG, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria.

L’asportazione della tiroide è un intervento sicuro ed efficace ma è un intervento delicato in quanto la ghiandola da asportare è vicina a strutture che controllano importanti funzioni come la voce e l’equilibrio del calcio nel sangue e nei tessuti. Le complicazioni sono molto rare ma quando si verificano sono molto serie. Ne deriva che la scelta della tiroidectomia deve essere attenta e ponderata. Le nuove conoscenze derivate dalla clinica e dagli studi stanno determinando un cambiamento nell’atteggiamento chirurgico che nei prossimi anni sarà meno aggressivo e nei casi di basso rischio sarà anche solo un atteggiamento ‘osservazionale’ evitando l’intervento. Negli ultimi anni la chirurgia tiroidea è diventata da un lato sempre più conservativa e dall’altro sempre più personalizzata per il singolo paziente, basandosi sui fattori di rischio clinico e genetico” – ha continuato Luciano Pezzullo, SIUEC, Società Italiana Unitaria di Endocrinochirurgia.

Attualmente, la medicina personalizzata sta assumendo un’importanza sostanziale nella clinica per aumentare l’efficacia delle terapie ed evitare trattamenti non necessari e dispendiosi. La cosiddetta ‘teranostica’ (dalle parole ‘terapia’ e ‘diagnostica’) rappresenta una nuova frontiera della medicina che, facendo uso delle informazioni ottenute dalle immagini mediche, è in grado di indirizzare e personalizzare uno specifico approccio terapeutico nel singolo paziente. A questo scopo, la medicina nucleare prevede l’uso di molecole, come il radioiodio, per il ‘targeting’ molecolare che possono essere usate sia per la diagnosi che per la terapia di diverse patologie come i carcinomi tiroidei” – ha affermato Maria Cristina Marzola, Consigliere AIMN, Associazione Italiana di Medicina Nucleare.

La nuova medicina di precisione o personalizzata basata sulle differenze individuali, sulla variabilità genetica, su quella dovuta all’ambiente, dallo stile di vita e addirittura dalla personalità dei singoli individui consente oggi al paziente di partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico collaborando con tutti i professionisti coinvolti. In questo contesto è sempre più importante l’attività di informazione su stili di vita corretti e percorsi di prevenzione svolta dalle associazioni dei pazienti. Per la prevenzione delle malattie della tiroide non è necessario attuare programmi di screening ecografico generalizzato che portano a sovra-trattamento e costi non necessari, ma puntare su una corretta e capillare attività di informazione sulla popolazione ‘sana’” – ha concluso Luisa La Colla, Presidente CAPE, Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini.

La Settimana Mondiale della Tiroide, che si svolgerà dal 21 al 27 maggio, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è promossa da Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia (SIUEC), Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) e il supporto della European Thyroid Association (ETA).

La Settimana Mondiale della Tiroide è sostenuta con un contributo incondizionato da Eisai, Esaote, IBSA Farmaceutici Italia, Merck Serono e Sanofi Genzyme.

In Italia saranno organizzate diverse iniziative di screening e incontri informativi sulle patologie tiroidee; per informazioni è possibile consultare il sito www.settimanamondialedellatiroide.it e la pagina Facebook dedicata “Settimana Mondiale della Tiroide”. 

 



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