Archivio per luglio 2018

La donna e la coppia dopo l’età fertile

La salute della donna e della coppia nel periodo dopo l’età fertile è il tema al centro della seconda edizione del Congresso nazionale Onda che si terrà a Milano all’Hotel Michelangelo il 19 e 20 settembre prossimi. Ci occuperemo quindi indicativamente di una fascia di età che spazia tra i 48 e i 65 anni, data quest’ultima a partire dalla quale inizia per convenzione la classificazione dei “giovani anziani”, con un focus sull’evoluzione della salute, della prevenzione e degli stili di vita” – spiega Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio Nazionale sulla salute della donna e di genere.

Secondo una recente indagine di Onda, la menopausa è percepita dalle donne italiane come una fase che genera grandi cambiamenti; ciò che maggiormente preoccupa le donne sono i cambiamenti fisici, come l’impatto sulla salute delle ossa e sul peso corporeo e le vampate di calore. Fra le preoccupazioni passa in secondo piano l’impatto sul benessere psicologico e su quello sessuale anche se tra le donne che sono già in menopausa, 3 su 4 riferiscono di avere incontrato difficoltà nella propria vita sessuale, legate prevalentemente al calo del desiderio e a problemi intimi.

Dopo l’età fertile si affronta in genere anche il distacco dal lavoro e la transizione verso il pensionamento che costituiscono una fase molto delicata della vita e spesso questo cambiamento può alterare anche gli equilibri di coppia.

Nell’arco dei due giorni del Congresso verranno affrontate le problematiche maggiormente impattanti in questa fascia di età legate alla salute sessuale, cardiometabolica, mentale e oncologica; particolare rilevanza sarà data ai disturbi del sonno e l’impatto che hanno sulla salute fisica e sulla stabilità della coppia. Le cronicità e le politerapie saranno trattate con uno sguardo sulle nuove tecnologie a disposizione per migliorare la qualità di vita dei pazienti, mentre il tema delle fragilità sarà declinato in funzione della loro maggior incidenza in questo periodo della vita. La novità è l’apertura al tema della “coppia”: non solo verranno affrontati alcuni problemi clinici dell’uomo, che si riverberano sul rapporto di coppia, ma si affronteranno tematiche legate agli aspetti psico-sociali. Abbiamo previsto inoltre una breve sessione dedicata ai take home message, in cui raccoglieremo e diffonderemo i 10 messaggi più importanti emersi e condivisi tra i relatori. Nell’ambito del Congresso, che anche quest’anno apriremo ai giovani nel reiterato tentativo di avvicinare la classe medica del futuro sempre più alla medicina genere-specifica, ci sarà una tavola rotonda sul futuro della ricerca femminile” – continua Merzagora.

 


Estate e gravidanza: consigli utili per la salute della mamma e del bambino

L’incalzare dell’estate e il grande caldo possono causare problemi alla salute, poiché alterano il sistema di regolazione della temperatura corporea. Normalmente il corpo si raffredda sudando, ma in certe condizioni fisiche e ambientali questo non è sufficiente, provocando seri rischi per la salute.

Tra le persone maggiormente a rischio troviamo neonati, bambini e donne in gravidanza. Per contrastare le temperature alte l’Istituto Valenciano di Infertilità (IVI) fornisce consigli pratici per affrontare al meglio i mesi più caldi della stagione.

I problemi di salute legati al caldo possono presentarsi con sintomi minori, come crampi, lipotimia ed edemi, o di maggiore gravità, come il colpo di calore, la congestione, la disidratazione.[1]

Crampi

I crampi muscolari si verificano più frequentemente quando si lavora nella stagione calda, perché il sudore drena i liquidi del corpo e con esso i sali minerali, come potassio, magnesio e calcio. La perdita di questi nutrienti può causare lo spasmo di un muscolo. “Bere più di due litri di acqua al giorno e mangiare cibi ricchi di vitamine e sali minerali come frutta e verdura aiutano a scongiurarne la comparsa” – spiega Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Lipotimia e edemi

L’edema è un ristagno di sangue nelle estremità inferiori. Tra i rimedi più semplici che anche le donne in gravidanza possono seguire c’è quello di fare docce fredde agli arti inferiori e tenere le gambe sollevate nelle ore di riposo, per aiutare a riattivare la circolazione. La lipotimia, o più comunemente svenimento, è caratterizzata da un’improvvisa perdita della coscienza. Si presenta come una sensazione di mancanza, di debolezza improvvisa. Nel momento in cui si manifestano i primi sintomi, bisogna portare il soggetto colpito in un luogo ben areato e rivolgere la testa verso il basso per facilitare l’afflusso del sangue” – prosegue la Daniela Galliano.

Colpi di calore

L’estate è il periodo migliore per stare di più all’aria aperta e godere della bella stagione. Ma è importante evitare di uscire nelle ore più calde della giornata e di passeggiare lungo le strade maggiormente trafficate, dove i livelli di inquinamento sono di gran lunga superiori alla media. Il colpo di calore è molto pericoloso e, soprattutto se colpisce neonati, richiede l’immediato ricovero in ospedale. Durante l’ondata di calore è consigliabile controllare la temperatura corporea del bambino e, se necessario, rinfrescarlo delicatamente con una doccia tiepida o con panni umidi” – continua l’esperta.

La congestione

Se è vero che bisogna bere molto, è altrettanto vero che bisogna stare attenti a non bere bevande ghiacciate. La congestione è dovuta all’introduzione di bevande ghiacciate in un organismo surriscaldato, durante o subito dopo i pasti. Questo provoca un eccessivo afflusso di sangue all’addome, che può rallentare o bloccare i processi digestivi.

Disidratazione

Con l’arrivo della stagione estiva e il caldo, attraverso la sudorazione il nostro corpo perde tanti liquidi e sali minerali preziosi. Reintegrare i liquidi persi bevendo acqua in abbondanza o assumendo alimenti leggeri e freschi è importante per assicurare un adeguato apporto di liquidi ed evitare che la disidratazione nuoccia alla futura mamma, aumentando anche il rischio di infezioni alle vie urinarie” – conclude la Daniela Galliano.

Alcuni dati emersi da una ricerca condotta dall’istituto Clinical Evaluative Sciences di Toronto, hanno inoltre dimostrato che ci può essere un aumento del rischio di diabete gestazionale del 6-9% per ogni aumento di temperatura di 10 gradi C°.

Infine, tra i rischi da non sottovalutare per le future mamme legati all’esposizione al caldo eccessivo nelle prime 7 settimane di gravidanza, c’è quello di un parto prematuro, prima delle 34esima settimana per l’11% e del 4% tra la 37esima e la 38esima settimana[2].

 

[1] Fonte Ministero della Salute

[2] Studio pubblicato su Environmental Health Perspectives di Rockville (Stati Uniti)


Al via iAMGENIUS: l’ascolto diretto dei pazienti oncologici, per umanizzare i percorsi di cura

Da una parte le esigenze dei pazienti oncologici, dall’altra il talento di giovani creativi. Queste sono le due realtà che si incontrano per dare vita a soluzioni innovative in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti nel loro percorso di cura. A creare questa sinergia è iAMGENIUS, un’iniziativa promossa da Amgen in collaborazione con AIL ed Europa Donna Italia, con il patrocinio di Fondazione AIOM.

Dal 9 luglio al 30 settembre le persone che convivono con un tumore solido o un tumore del sangue possono esprimere i loro suggerimenti su www.iamgenius.it.

In autunno, dopo che una giuria di esperti avrà selezionato le proposte più adatte ad essere tradotte in soluzioni digitali, una gara tra giovani creativi decreterà le due innovazioni – una per i pazienti con tumori solidi e una per i pazienti con tumori del sangue – che più di tutte potranno fare la differenza per i pazienti.

iAMGENIUS promuove in Italia un innovativo modello di advocacy partecipativa basata sull’ascolto diretto dei pazienti, che hanno l’opportunità di suggerire come rendere il percorso di cura sempre più adeguato ai loro bisogni.

La ricerca ha contribuito a prolungare l’aspettativa di vita di chi è affetto da tumore, aprendo in molti casi la prospettiva di una lunga convivenza con la malattia: nasce anche da qui, una maggiore attenzione a rendere i percorsi di cura sempre più a misura delle persone. iAMGENIUS rispecchia la vocazione di Amgen a coniugare l’innovazione terapeutica e la collaborazione con i principali operatori del sistema salute, con la novità del coinvolgimento dei giovani talenti, per contribuire a migliorare la qualità di vita dei pazienti” – afferma André Dahinden, Presidente e Amministratore Delegato Amgen Italia.

In Italia sono oltre 3 milioni e trecentomila le persone vive dopo una diagnosi di tumore. Nel 2016 la sopravvivenza a 5 anni ha raggiunto il 63% per le donne e il 54% per gli uomini, con un incremento complessivo del 24% rispetto al 2010. Le malattie oncologiche stanno diventando sempre più croniche grazie a armi efficaci come le terapie a bersaglio molecolare e l’immunoncologia, che si aggiungono a chirurgia, chemioterapia, ormonoterapia e radioterapia.

Umanizzazione significa non dimenticare che abbiamo di fronte non solo un paziente oncologico ma una persona malata di cancro. Questo concetto implica attenzione agli aspetti relazionali e informativi che si instaurano tra operatori sanitari e pazienti/familiari/caregiver. Umanizzazione significa anche ambienti a misura di persona, accoglienti, sereni e tempi di ascolto adeguati da parte degli operatori sanitari” – afferma Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica.

Anche la ricerca sulle malattie tumorali del sangue, in Italia diagnosticate a 31.700 persone nel corso del 2017, ha fatto registrare progressi straordinari, aumentando la sopravvivenza dei pazienti e la proporzione di quelli che guariscono.

Terapie sempre più efficaci hanno reso le leucemie, i linfomi e il mieloma sempre più curabili. Ma questo risultato non è ancora sufficiente: occorre aumentare ancora la percentuale di pazienti che guariscono e gli anni di vita guadagnati e migliorare la qualità di vita, superando alcune difficoltà che il paziente oncoematologico si trova a dover affrontare, legate principalmente a criticità organizzative e strutturali” – afferma Sergio Amadori, Presidente Nazionale AIL, Professore Onorario di Ematologia dell’Università di Roma Tor Vergata.

I nuovi bisogni legati all’aumento della sopravvivenza, impensabili fino a pochi anni fa, come il reinserimento nel mondo del lavoro e la conservazione della fertilità per i pazienti più giovani, si affiancano ai classici bisogni del percorso di cura, che accomunano tutti i pazienti con tumori solidi e del sangue.

Ogni paziente in trattamento vorrebbe sentirsi bene, mantenere la propria qualità di vita e non vederla stravolta, non avere limitazioni alla propria libertà, riuscire a mantenere un buon rapporto con i medici e gli infermieri, poter essere seguito da un caregiver in famiglia. A monte di tutto questo è fondamentale un percorso diagnostico-assistenziale ben delineato, all’interno del quale il paziente venga seguito nei momenti chiave e senta di avere l’attenzione del team specialistico” – afferma Paolo Corradini, Presidente della SIE – Società Italiana di Ematologia.

Altra esigenza emergente è quella legata al supporto psicologico.

In questi anni abbiamo cercato, come comunità oncologica, di migliorare la relazione e la comunicazione con il paziente, anche con corsi in collaborazione con la Società Italiana di Psiconcologia (SIPO). Inoltre, è aumentata la presenza di psiconcologi nelle varie oncologie italiane, presenza che tuttavia ancora non copre che la metà delle strutture e che, spesso, è legata al supporto economico di Associazioni di pazienti o di volontariato” – afferma Stefania Gori, Direttore Oncologia, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Negrar.

In prima fila da anni per promuovere l’umanizzazione dei percorsi di cura sono le Associazioni delle pazienti con tumore al seno, patologia che in Italia fa registrare oltre 50.000 nuovi casi l’anno.

Per una donna che riceve una diagnosi di tumore al seno, le difficoltà cominciano subito: il senso di smarrimento impedisce di comprendere appieno il messaggio del medico. A queste criticità seguono quelle legate all’impatto dell’intervento chirurgico e degli effetti collaterali delle terapie, le incombenze lavorative e famigliari, la difficoltà di organizzare visite e controlli. Le Breast Unit facilitano l’accesso delle pazienti alle strutture e alle terapie, favorendo la presa in carico di tutti loro bisogni fisici e psicologici” – afferma Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia.

Attraverso il progetto iAMGENIUS, Amgen consolida il proprio impegno per integrare il punto di vista dei pazienti nelle proprie strategie, dando voce alle loro esigenze e trasformandole in progetti, soluzioni e innovazioni in grado di umanizzare sempre di più il percorso di cura.

iAMGENIUS: quello che c’è da sapere

Fino al 30 settembre i pazienti potranno inviare i loro suggerimenti caricando un breve testo sulla piattaforma dell’iniziativa (www.iamgenius.it), senza necessità di registrazione.

Ottobre: la giuria analizzerà e valuterà le esigenze dei pazienti e metterà a punto il bando.

Novembre: attraverso il contest che coinvolgerà giovani creativi saranno scelte e premiate dalla giuria le due innovazioni, una per i tumori solidi e una per i tumori del sangue, in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti.

La giuria:

· Sergio Amadori, Presidente AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma onlus, Presidente Onorario di Ematologia dell’Università di Roma Tor Vergata 

· Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia

· André Dahinden, Presidente e Amministratore Delegato Amgen Italia

· Stefania Gori, Direttore Oncologia, IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Negrar

· Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica

· Innocenzo Sansone, Community Manager Italia di Codemotion e Co-Founder del Facebook Developer Circle Rome

· Alessandro Petrich, Chapter Director Startup Grind Roma

 


Focus sulla Vitamina D: dati di efficacia alla luce delle evidenze scientifiche attuali

Appena pubblicato su Nutrients (*) un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.

La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole. Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? – introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

I valori di Vitamina D, attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati” – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Abbiamo poi cercato di chiarire, che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici” – prosegue Roberto Cesareo.

Va però ricordato, che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l’invecchiamento l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani soprattutto quelli più esposti alle cadute, nei soggetti che per forza di cose non possono esporsi in maniera adeguata alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB. È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D” – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Inoltre, è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”  – continua Roberto Cesareo.

Infine, i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine” – conclude Roberto Cesareo.

(*) Nutrients 2018, 10, 546; doi:10.3390/nu10050546 – www.mdpi.com/journal/nutrients


Ridurre il numero degli Ictus in Europa del 10% e trattare oltre il 90% dei pazienti in una unità neurovascolare come primo livello di cura: questi gli obiettivi del piano di azione europeo per l’ictus 2018-2030

Prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus: questi i 7 campi che sono stati individuati dall’European Stroke Organization (ESO) e che sono stati inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030.

La Conferenza dell’ESO, presieduta dalla Professoressa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e Presidente uscente della Società Scientifica Europea ha visto la partecipazione di oltre 4.500 tra medici ed infermieri provenienti da più di 85 Paesi di tutti i continenti.

Obiettivi ambiziosi del Piano di Azione, comuni a tutti i campi individuati, sono la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa di ben il 10%, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti da ictus in Europa in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura, la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso che va dalla prevenzione primaria fino alla vita dopo l’ictus e, infine, l’implementazione di strategie nazionali che promuovano e facilitino uno stile di vita sano e, nello stesso tempo, riducano i fattori ambientali, socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere nella patologia.

7 i campi d’azione su cui lavorare al piano di implementazione che include uno studio epidemiologico dell’impatto dell’ictus in Europa e prevede, oltre al coinvolgimento delle società scientifiche, anche quello delle associazioni dei pazienti presenti in ciascuna delle nazioni che fanno parte della Stroke Alliance for Europe SAFE, con attivazione di registri di qualità ed inclusione degli organi governativi:

1. Prevenzione primaria

2. Organizzazione dei servizi dell’ictus

3. Gestione dell’ictus acuto

4. Prevenzione secondaria e follow-up organizzato

5. Riabilitazione

6. Valutazione degli esiti e della qualità dei servizi

7. La vita dopo l’ictus.

C’è inoltre da osservare che il peso economico e sociale complessivo dell’ictus cerebrale aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa dovranno quindi individuare il modo migliore per combatterlo e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono e per le loro famiglie.

I dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nell’ottobre del 2017, con traduzione in lingua italiana a cura dell’associazione) indicano che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, passando dai 613.148 casi verificatisi nel 2015 agli 819.771 previsti nel 2035. Aumenterà anche il numero delle persone che dovrà convivere con le conseguenze di una patologia che diventa cronica: si passerà dai 3.718.785 del 2015 ai ben 4.631.050 previsti per il 2035, con un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa.

Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 bilioni di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società intera. È dunque fondamentale che nella pianificazione di queste strategie comuni contro l’ictus in Europa siano coinvolti, oltre ad i rappresentanti di tutte le professioni che seguono il percorso di cura dei pazienti, anche i caregiver, le persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontariato di ciascun paese.

L’ictus cerebrale è una patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Circa 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 800.000, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe.

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni di volontariato senza scopo di lucro, diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia Onlus ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia di prevenzione e cura della patologia.

Nel mese di novembre 2017, grazie all’azione congiunta di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: un documento di straordinaria rilevanza, declinato in 19 punti, che impegna il Governo Italiano sulla patologia, sottolineando il peso economico e sociale a carico non soltanto del Servizio Sanitario Nazionale, ma soprattutto delle famiglie.

A.L.I.Ce. Italia Onlus, in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla sua definizione, ha adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche.

L’Osservatorio Ictus Italia può e deve essere uno strumento utilissimo nel sostenere l’azione delle Istituzioni in questa direzione.

 


Obesità infantile: le 10 regole d’oro per affrontare l’estate

Dieta e il paradosso del Mediterraneo: i Paesi che vi si affacciano hanno il più alto tasso di obesità infantile.

La maglia nera va all’Italia che con il 21% di bambini obesi o in sovrappeso si attesta il primo Paese in Europa per obesità infantile, superando così Grecia e Spagna.

A confermarlo, gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance Initiative (2015-17) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I bambini italiani risultano, quindi, tra i più cicciotti d’Europa: il 42% dei maschi è obeso o in sovrappeso, mentre tra le bambine il dato scende al 38%. E al sud la situazione peggiora: ne soffre ben il 35%.

La buona notizia è che, nonostante i tassi elevati di obesità, i bambini obesi e in sovrappeso nel nostro Paese sono diminuiti del 13% in meno di dieci anni, secondo quanto rilevato dal Sistema di Sorveglianza Okkio alla SALUTE, promosso dal Ministero della Salute/CCM (Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità.

L’obesità in età pediatrica è un campanello d’allarme che i genitori non dovrebbero mai sottovalutare. L’obesità, infatti, rappresenta un importante fattore di rischio di malattie croniche e, se presente in età pediatrica, si associa ad una più precoce insorgenza di patologie tipiche dell’età adulta come ipertensione, cardiopatie e diabete di tipo 2. La prevenzione è fondamentale per contrastare la diffusione del fenomeno. La diminuzione dei casi registrata negli ultimi anni è da ricondurre, infatti, all’enorme sforzo dei singoli Paesi, Italia compresa, nella prevenzione e nel controllo dell’obesità” – avverte Susanna Esposito, ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

L’obesità infantile è anche un fattore di rischio per l’insorgenza di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) ed è spesso associata al dilagante fenomeno del bullismo.

L’obesità in età pediatrica è spesso legata a episodi di bullismo, spauracchio di ogni genitore, che oggi si manifesta sempre più precocemente, anche dai 6 anni in poi: il peso e l’aspetto fisico sono il primo motivo per essere bullizzati. L’obesità nei primi anni di vita è anche un fattore di rischio per i disturbi del comportamento alimentare in adolescenza e anche prima. Chi da bambino, infatti, è stato obeso o in sovrappeso ha più probabilità in età adolescenziale e adulta di sviluppare l’anoressia o la bulimia. Non da ultimo, l’obesità in età pediatrica è un predittore certo dell’obesità da adulto; per questo motivo è importante prevenire sin dalla giovane età e, nei casi conclamati, intervenire sulla patologia con un trattamento integrato, basato su un approccio psiconutrizionale e familiare” – interviene Laura Dalla Ragione, psichiatra, direttore della rete DCA USL 1 Umbria.

E in estate, complici il relax e l’aria di vacanza, l’attenzione a cibi e bevande e alle relative quantità che bambini e ragazzi assumono può diminuire, con la conseguenza di peggiorare il problema, soprattutto in coloro che hanno la tendenza al sovrappeso.

L’estate dovrebbe essere il momento ideale per ridurre le calorie ai pasti e iniziare nuovi sport ma spesso si associa ad uno stravolgimento delle sane abitudini nell’alimentazione e nel ritmo sonno-veglia, soprattutto tra i bambini in età prescolare e scolare. Raccomandiamo, in generale, di ridurre al minimo le bevande zuccherate e gassate, gelati e merendine, aumentando invece il consumo di frutta e verdura e, naturalmente, di acqua” – sottolinea Susanna Esposito.

Per fare in modo che l’estate sia un periodo di riposo e divertimento, all’insegna del benessere, ecco da WAidid le 10 regole da ricordare:

1. Bere molta acqua: si raccomanda il consumo di 1 litro al giorno fino a 10 kg di peso del bambino, 1 litro e mezzo tra 10 e 20 kg e 2 litri e più dai 30 kg in su

2. Non abbandonare l’abitudine alla prima colazione (magari ritardandola un po’) e prediligere dolci fatti in casa o prodotti da forno, latte, yogurt, marmellata, macedonie o ghiaccioli di frutta fatti in casa e centrifugati

3. Rispettare il più possibile gli orari di pranzo, merenda e cena, limitando l’intermezzo di inutili e dannosi fuoripasto. Anche quando si pranza in spiaggia con i più grandicelli, mantenere il giusto e sano apporto di carboidrati o proteine senza esagerare con le quantità. Con i più piccolini evitare di farli mangiare sotto l’ombrellone e di tenerli in spiaggia nelle ore più calde (11-17) per evitare il rischio di colpi di sole e di calore

4. Dopo i pasti attendere 2 ore prima di fare il bagno

5. Mantenere un’alimentazione varia ricca di frutta di stagione e verdura. Limitare gli alimenti precotti o impanati e preferire alimenti freddi e leggeri. Un’alimentazione corretta prevede nell’arco di una settimana un consumo di: carne, pesce e legumi almeno 3-4 volte mentre formaggi, affettati e uova 1-2 volte

6. Lavare bene frutta e verdura: la scarsa igiene è spesso causa di salmonellosi, un’intossicazione caratterizzata da sintomi quali nausea, vomito, dolori addominali, diarrea e febbre

7. Fare attenzione al pesce e ai molluschi crudi: il pesce crudo può essere portatore di un parassita, l’Anisakis, nocivo per l’essere umano perché può causare manifestazioni gastrointestinali (simili a volte a quelle dell’ulcera peptica e a quelle dell’appendicite) o reazioni allergiche

8. Sì ai gelati artigianali, ma meglio consumarli in posti conosciuti: i derivati di uova crude come gelati e dolci alla crema sono alimenti responsabili delle intossicazioni da Staphylococcus aureus

9. Non consumare cibi avanzati, soprattutto precedentemente riscaldati al sole o rimasti a temperatura ambiente per più di 1 o 2 ore

10. Fare sport: l’attività fisica è fondamentale per prevenire il sovrappeso, l’obesità e le malattie cardiocircolatorie; approfittare dell’estate per ridurre il tempo della TV e dei videogiochi.

 

 


Il 25 luglio 1978 inizia ufficialmente l’era della Procreazione Medicalmente Assistita

25 luglio 1978: una data storica, rivoluzionaria, nel campo della Riproduzione Medicalmente Assistita. A Oldham, cittadina nel Nord dell’Inghilterra, nasce Louise Brown, la prima bambina concepita in provetta grazie alla fecondazione assistita, tecnica che risulterà fondamentale per affrontare con successo infertilità e sterilità.

Da quel giorno di tempo ne è trascorso davvero molto e in questi 40 anni la PMA ha sviluppato tecniche sempre più sicure, mettendo a disposizione delle pazienti opzioni sempre più sofisticate e raggiungendo risultati fino ad allora impensabili.

Basti pensare che oggi nel mondo, grazie alla fecondazione artificiale, sono nati più di cinque milioni di bambini. E in Europa, se nel 1995 si contavano 100mila cicli, nel 2014 questo numero ha raggiunto quota 700mila. Attualmente negli Stati Uniti e nel Vecchio Continente una percentuale compresa tra l’1 e il 3% delle nascite avviene in seguito ad una tecnica di PMA.

La Procreazione Medicalmente Assistita rappresenta la realizzazione di un sogno per le coppie infertili che desiderano avere un figlio. Nel futuro la ricerca scientifica si appresta ad affrontare nuove e affascinanti sfide: dal ringiovanimento ovarico alla preservazione della fertilità nei pazienti oncologici e, grazie agli studi su ovociti e spermatozoi, sarà possibile indagare sempre più a fondo sull’infertilità. Non solo: lo sviluppo della diagnosi pre-impianto aiuterà a contrastare gravi malattie genetiche” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

La Spagna è il Paese all’avanguardia ma anche in Italia, soprattutto negli ultimi anni, sono stati ottenuti risultati davvero eccezionali. A partire dall’inseminazione fino alla fecondazione in vitro e all’iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI): nel 2016 sono stati 97.656 i cicli effettuati; con 12.836 mila bambini nati vivi, pari al 2,6% del totale dei bimbi nati.

Ogni anno nel nostro Paese si registrano più di 22mila cicli di trattamento di I livello (inseminazione semplice) e oltre 55mila di PMA in vitro di II e III livello (FIVET, ICSI, e GIFT), mentre sono stati 2.800 i cicli effettuati con donazione di gameti: un numero che corrisponde al 2,9% di tutte le tecniche di PMA realizzate.

Secondo i dati di sintesi dell’attività di PMA per l’anno 20161, se si prendono in esame tutte le tecniche, omologa ed eterologa, sia di I livello (inseminazione), che di II e III livello (fecondazione in vitro), dal 2015 al 2106 aumentano le coppie trattate (da 74.292 a 77.522), i cicli effettuati (da 95.110 a 97.656) e i bambini nati vivi (da 12.836 a 13.582).

Resta costante l’età media delle donne che si sottopongono a tecniche omologhe a fresco: 36,8 anni. Si conferma l’aumento progressivo delle donne con più di 40 anni che accedono a queste tecniche: sono il 35,2% nel 2016, erano 20,7% del 2005. Nella fecondazione eterologa l’età della donna è maggiore se la donazione è di ovociti (41,4 anni) e minore se la donazione è di seme (35,2).

Dal 2014 in Italia è possibile fare ricorso alla fecondazione eterologa, anche se questa tecnica deve fare i conti con lo scarso numero di ovodonatrici e con la disomogeneità regionale nell’accesso ai servizi sanitari.

A 40 anni dalla nascita straordinaria di Louise Brown, oggi mamma di due bambini, gli esperti della PMA si trovano dunque ad affrontare sfide affascinanti. Le tecniche e le terapie sono ormai personalizzate, sono cioè ‘cucite’ su misura per ogni singolo paziente. Oggi, inoltre, si tende a trasferire un solo embrione nell’utero per evitare gravidanze multiple che possono risultare pericolose per le madri e per i figli.

1 Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sullo stato di attuazione della legge contenente norme in materia di procreazione medicalmente assistita (Legge 19 febbraio 2004, N. 40, Articolo 15)

 

 



leggi il Blog nella tua lingua

Follow HarDoctor News, il Blog di Carlo Cottone on WordPress.com
Visita il mio Sito Inviaci un articolo! Contattami via e-mail! buzzoole code
Twitter HarDoctor News su YouTube HarDoctor News su Tumblr Skype Pinterest

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Unisciti ad altri 2.636 follower

L’almanacco di oggi …

Almanacco di Oggi!
Farmacie di Turno
Il Meteo I Programmi in TV

Scarica le guide in pdf!

Scarica la Guida in Pdf Scarica il Booklet in Pdf

HarDoctor News | Archivi

HarDoctor News | Links Utili

Scegli Tu Guarda il Video su YouTube Pillola del giorno dopo Think Safe Medicina Estetica Obesità.it

HarDoctor News | Utilità

Calcola il BMI
Test di Laboratorio
Percentili di Crescita
Calcola da te la data del parto!

Leggi Blog Amico !!!

Leggi Blog Amico

HarDoctor News | Statistiche

  • 1.016.583 traffic rank

HarDoctor News | Advertising

Siti sito web

Le mie foto su Istagram


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: