Archivio per agosto 2018

Chiusi per ferie dal 15 al 31 agosto!

Informiamo i nostri lettori che la Redazione sarà chiusa per ferie dal

15 al 31 agosto incluso.

Buone vacanze a tutti!

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L’estate e le infezioni della pelle in età pediatrica

Estate ed infezioni pediatriche

La pelle dei bambini, si sa, è molto delicata e richiede, spesso, ai genitori uno sguardo attento e un intervento tempestivo.

Le infezioni cutanee in età pediatrica sono molto frequenti e, in particolare durante l’estate, complici il clima caldo-umido e i giochi al parco o in spiaggia, sono tra le cause più comuni che spingono mamme e papà, spesso in preda al panico, a rivolgersi al pediatra di famiglia.

Sebbene la pelle possa sembrare un organo così facilmente esplorabile dal punto di vista clinico, in realtà è una struttura molto complessa e l’aspetto delle lesioni cutanee può variare a seconda della localizzazione delle stesse nella parte più superficiale (epidermide) o nella parte più profonda (derma) della cute.

Quando si formano lesioni sulla pelle di un bambino, per esempio per una piccola ferita, un graffio o una puntura d’insetto – osserva la prof.ssa Susanna Esposito, Direttore della UOC Pediatria 1 Clinica, Fondazione IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – i batteri possono trovarvi un facile accesso per insediarsi all’interno e dare l’infezione che successivamente potrà diffondersi in altre zone della cute, anche sana, a causa del grattarsi del bambino stesso”.

Di fronte ad una lesione della pelle del bambino, bisognerebbe porsi alcune domande:

• Quando è insorta la lesione?

• Da quanto tempo è presente e come si è modificata?

• Ci sono sintomi associati, come per esempio febbre, dolore e prurito?

• Ci sono stati fattori predisponenti, quali l’assunzione di farmaci, l’esposizione alla luce solare, il contatto con allergeni o animali?

Le infezioni cutanee più comuni in età pediatrica sono:

L’impetigine

Cos’è: rappresenta circa il 10% di tutti i problemi cutanei pediatrici e, in estate, è favorita dai giochi sulla sabbia; esistono due forme di impetigine, la forma non bollosa e la forma bollosa.

I sintomi: La forma non bollosa, provocata da Staphylococcus aureus e, più raramente dallo Streptococcus beta-emolitico di gruppo A, esordisce sulla cute del volto o delle estremità, spesso in seguito a punture d’insetto, abrasioni, bruciature o infezioni come la varicella; presenta piccole vescicole o pustole che evolvono rapidamente in croste color miele. Tipicamente, tali lesioni non sono dolorose sebbene circondate da una zona di eritema; raramente provocano prurito e, più frequentemente, un aumento dimensionale dei linfonodi. La forma bollosa, invece, causata sempre da Staphylococcus aureus, è caratterizzata dalla comparsa di bolle flaccide e trasparenti, spesso localizzate nell’area del pannolino o sul volto; le bolle tendono poi, nel tempo, a rompersi.

Come si cura: nella forma non bollosa, le lesioni scompaiono spontaneamente nell’arco di due settimane, senza lasciare cicatrici residue; nei casi di forma bollosa, invece, il trattamento indicato può essere topico, con pomate antibiotiche (mupirocina) da spalmare sulle lesioni oppure con un antibiotico per via orale se la zona interessata è molto estesa o quando le creme verrebbero facilmente rimosse, come intorno alla bocca.

Le infezioni micotiche

Cosa sono: si tratta di infezioni cutanee causate dai miceti o, più banalmente, detti funghi.

I sintomi: i funghi possono diffondersi in molte zone del corpo quali il cuoio capelluto o la cute glabra. Nel primo caso (tinea capitis), la lesione è inizialmente costituita da piccole papule localizzate alla base del follicolo e, successivamente, si forma una placca circolare eritematosa e squamosa, al cui centro il capello diventa fragile e si spezza. Diventano così evidenti zone prive di capelli (alopecia) e il bambino può lamentare prurito. Nel secondo caso, le infezioni della cute (tinea corporis) si presentano come placche squamose, lievemente sopraelevate ed eritematose, che si diffondono in senso centrifugo lasciando una tipica lesione ad anello.

Come si curano: sia nelle infezioni del cuoio capelluto che in quelle della cute, le lesioni micotiche richiedono il trattamento con un farmaco antifungino e spariscono spontaneamente nel giro di qualche mese.

La Candidiasi orale o mughetto

Cos’è: è un’infezione che colpisce circa il 2-5% dei neonati, che contraggono tale infezione durante il passaggio attraverso il canale del parto. L’infezione si può riscontrare anche in bambini più grandi durante trattamenti antibiotici o immunodepressori.

I sintomi: si presenta con piccole chiazze biancastre distribuite sulla mucosa del cavo orale, in particolare sulla lingua, e la mucosa sottostante è lievemente arrossata.

Come si cura: il trattamento, generalmente, prevede l’utilizzo di sospensioni orali antimicotiche.

Le verruche cutanee

Cosa sono: sono le lesioni caratteristiche delle infezioni virali da Papillomavirus e riguardano il 5-10% dei bambini; la loro trasmissione è più frequente in quelli che frequentano piscine o docce pubbliche.

I sintomi: le verruche comuni (verruca vulgaris) si riscontrano più frequentemente sulle dita, sul dorso delle mani, sul volto, sulle ginocchia e sui gomiti. Si tratta di papule ben circoscritte, con superficie irregolare e rugosa. Le verruche piane (verruca plana) sono caratterizzate da papule lievemente rilevate, di dimensioni generalmente inferiori ai 3 mm e di colore variabile dal rosa al marrone. La distribuzione è simile a quella delle verruche comuni, in alcuni casi però possono essere multiple e distribuirsi lungo una linea di trauma cutaneo, per esempio dal margine dei capelli al cuoio capelluto a causa dell’utilizzo del pettine.

Come si curano: nel 50% dei casi le verruche scompaiono spontaneamente entro due anni; il mancato trattamento può, però, provocare la diffusione ad altre sedi del corpo. Le verruche sono lesioni che interessano la parte superficiale della cute, quindi non cicatrizzano a meno che vengano trattate in modo aggressivo; generalmente si consiglia l’applicazione di pomate all’acido salicilico, mentre più discusso è l’utilizzo dell’azoto liquido.

Tra le insidie estive per la salute dei bambini, infine, meritano un’attenzione particolare le reazioni da contatto causate dalle punture di meduse e tracine.

Cosa sono: la Pelagia Nucticola, è una medusa abbastanza velenosa ed è la più diffusa nel Mediterraneo; le tracine sono pesci che si trovano sotto la sabbia, vicino alla riva.

I sintomi: le punture da medusa provocano dolore bruciante e poi prurito intenso, mentre sulla pelle rimane una zona eritematosa ed edematosa con possibile formazione di una bolla; le punture da tracina causano un dolore intenso che può persistere per alcune ore e la sede dell’inoculazione del veleno si presenta arrossato e gonfio.

Come si curano: dopo una puntura di medusa, è necessario disinfettare con acqua di mare e poi con bicarbonato, medicando, poi la parte con un gel a base di Cloruro Alluminio; nel caso di puntura da tracina, mettere subito il piedino del bambino sotto la sabbia calda o tamponare con acqua bollente, perché il calore lenisce il dolore provocato dalle tossine velenose.

La pelle del bambino è altamente sensibile e certamente più soggetta di quella di un adulto alle infezioni – conclude Susanna Esposito – per questo motivo raccomandiamo sempre ai genitori alcuni accorgimenti preventivi quali l’igiene, perché una pelle pulita e ben detersa, è anche una pelle ben difesa dai batteri e dai funghi; inoltre, una moderata esposizione al sole, importante nei primi anni di vita perché favorisce la sintesi della vitamina D, non dovrebbe mai avvenire nelle ore più calde né essere troppo prolungata durante la giornata.

Quando il bambino presenta un’infezione della pelle è necessario rivolgersi prima di tutto al pediatra, specialmente quando i bambini sono piccoli: a seconda del caso e della gravità, il pediatra consiglierà l’eventuale necessità di una visita dermatologica”.

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Buon Ferragosto 2012

CRISI EPILETTICA: COME COMPORTARSI?

Cosa fare:

  • Prevenire la caduta a terra
  • Se possibile, porre un oggetto morbido, come un cuscino, sotto la testa della persona
  • Per facilitare la respirazione, allentare gli abiti come, ad esempio, il collo della camicia o il nodo della cravatta
  • Allontanare la persona da luoghi potenzialmente pericolosi (es. scale), afferrandola per il busto/torace
  • Se tra le mani, rimuovere delicatamente oggetti potenzialmente pericolosi come coltelli, forbici.
  • Nell’eventualità, toglierle gli occhiali
  • Allontanare i curiosi per evitare di stressare ulteriormente il diretto interessato
  • Controllare l’orario per misurare la durata dell’attacco
  • Solo dopo la cessazione delle scosse tonico-cloniche (‘‘convulsioni‘‘), mettere la persona nella ‘‘posizione laterale di sicurezza‘‘ che facilita la pervietà delle vie respiratorie

Cosa evitare:

  • NON tentare di aprire la bocca
  • NON cercare di inserire alcun oggetto in bocca
  • NON cercare di tenere ferme braccia e gambe, di aprire le mani durante le convulsioni o di “rianimare” la persona colpita
  • NON cercare di bloccare la crisi gridando, scuotendo la persona o avvicinando al naso sostanze odorose
  • NON tentare di far deglutire farmaci durante la crisi (si rischia il soffocamento)
  • NON posizionare la persona nella posizione laterale di sicurezza durante le convulsioni
  • NON tirare la persona per le braccia
  • NON cercare di mettere seduta la persona durante la crisi
  • NON cercare di svegliare ad ogni costo la persona se si trova nella fase di sonno dopo l’attacco
  • NON somministrare liquidi immediatamente dopo la crisi (si rischia il soffocamento)

Fonte | www.brainzone.it

Talco nei cosmetici e cancro. SITOX fa chiarezza

Recenti allarmi sono stati sollevati negli scorsi mesi sulla presunta cancerogenicità del talco.

In particolare, ha avuto grande risonanza la recente sentenza di un tribunale statunitense che ha condannato la Johnson&Johnson a risarcire per 4,7 miliardi di dollari 22 donne ammalate di cancro all’ovaio la cui causa è stata associata dal tribunale all’uso di cosmetici in polvere contenenti talco che, secondo il tribunale, era stato contaminato da amianto.

La condanna si basa sulla combinazione di due conclusioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) che ha ritenuto l’amianto un cancerogeno certo (Gruppo 1) per alcuni organi, fra cui l’ovaio e che aveva in precedenza ritenuto possibilmente cancerogeno (Gruppo 2B) per l’ovaio l’uso nella zona perineale di cosmetici in polvere contenenti del talco, senza specificare se o meno contaminato da amianto.

Di seguito l’analisi della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Per quanto riguarda il tumore dell’ovaio e l’esposizione ad amianto, i dati epidemiologici su cui si basa la valutazione IARC indicano chiaramente che vi è un probabile modesto eccesso di rischio nella popolazione femminile esposta per inalazione a elevate concentrazioni per motivi lavorativi. Infatti, l’eccesso non si è osservato in popolazioni con esposizione ambientale o con bassa esposizione lavorativa.

I dati relativi all’esposizione a talco, e in particolare all’uso, da parte delle donne, nella zona perineale, di cosmetici in polvere contenenti del talco, sono ancora meno convincenti. Infatti, da una parte, IARC conclude che l’inalazione di talco non contenente asbesto o fibre asbestiformi non è classificabile per cancerogenicità. Dall’altra, sulla base di 20 studi epidemiologici di cui uno studio di coorte e 19 studi caso-controllo, soltanto pochi davano indicazione di un modesto eccesso di rischio per tumore dell’ovaio in donne che hanno fatto uso perineale di cosmetici in polvere contenenti talco.

Pertanto, l’evidenza che l’uso nella zona perineale di cosmetici in polvere contenenti del talco sia associato ad aumentato rischio di cancro dell’ovaio è molto debole. In ogni caso, è importante sottolineare che tutti questi studi si riferiscono a esposizioni risalenti agli anni ’50-’70 del secolo scorso e che sicuramente il controllo di qualità dei prodotti cosmetici in uso attualmente è certamente molto maggiore che in passato.

Sulla base di questi dati, SITOX ribadisce come gli allarmi sollevati sull’uso di cosmetici a base di talco non siano sostenuti dai dati scientifici disponibili. Questo perché solamente il dato quantitativo della relazione dose/concentrazione-risposta confrontata con l’entità dell’esposizione permette di trarre conclusioni coerenti sulla causalità di un effetto tossico. In questo caso, i dati indicano che il rischio cancerogeno attuale derivante dall’uso di polveri cosmetiche a base di talco non è sostenibile sulla base della metodologia attuata giornalmente nel mondo basata sulla caratterizzazione del rischio.

SITOX ribadisce che per procedere ad un’adeguata e scientificamente fondata valutazione del rischio è necessario procedere alla caratterizzazione della relazione dose/risposta e dell’esposizione e che l’uso della classificazione basata sul “solo” pericolo intrinseco è fuorviante e può causare inutile ansia nella popolazione.

 

FONTE| pharmastar.it

Patata geneticamente modificata fa bene alla salute

Il dipartimento dell’agricoltura degli USA ha approvato alcuni nuovi tipi di patata geneticamente modificata per la coltivazione ed il commercio.

Quando vengono fritte, queste nuove patate producono una minore quantità di acrilamide, una sostanza che si trova in diversi cibi cotti ad alte temperature, come le patatine fritte, ma anche nel fumo di tabacco: essa aumenta il rischio di alcuni tumori, ma non si sa in che misura, e quindi non si sa neanche in che misura queste nuove patate lo riducano.

Esse comunque fanno parte di una nuova generazione di coltivazioni geneticamente modificate create tramite una nuova tecnica chiamata interferenza genetica, e che possiedono tratti desiderabili per i consumatori, e non solo per coltivatori e commercianti.

Prossime all’approvazione in questa famiglia di alimenti sono anche le cosiddette mele artiche, una qualità di mela che dopo essere affettata rimane bianca più a lungo.

Sia le nuove patate che le mele artiche traggono le loro qualità da geni che derivano da altre varietà della loro specie, a differenza degli alimenti geneticamente modificati più comuni che invece le traggono da specie diverse, come i batteri.

La speranza è che questa impostazione renda i prodotti geneticamente modificati più accattivanti, ma la resistenza nei confronti di questi alimenti è stata sinora elevata.

(The New York Times online 2014, pubblicato il 7/11)

Frequenza cardiaca: anche lievi incrementi portano ad aumento del rischio

I cambiamenti relativamente limitati nella frequenza cardiaca nel tempo, anche all’interno del range di normalità, sono associati ad un incremento del rischio di esiti negativi cardiovascolari e non cardiovascolari nella popolazione generale.

Questa è la conclusione a cui è giunto uno studio condotto su 15.680 pazienti da Ali Vazir del Brigham and Women’s Hospital di Boston, secondo cui anche nei pazienti comunitari relativamente sani questo particolare biomarcatore, che è sia semplice che essenzialmente gratuito da misurare, rappresenta un fattore predittivi estremamente potente.

Questi dati sono in linea con quelli degli studi longitudinali condotti su soggetti senza patologie cardiovascolari note, e con i risultati dello studio TOPCAT, in cui una maggiore frequenza cardiaca a riposo e variazioni temporali nella frequenza cardiaca stessa sono risultati associati ad esiti peggiori nei pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione preservata.

E’ stata osservata anche una correlazione quasi lineare fra cambiamenti nella frequenza cardiaca, mortalità complessiva ed insufficienza cardiaca incidente. Per quanto la frequenza cardiaca sia parte integrante dell’esame obiettivo, spesso si tende a non prestarvi una grande attenzione, a meno che essa non ricada enormemente al di fuori dei canoni di normalità.

Gli incrementi nella frequenza cardiaca nel tempo potrebbero riflettere un incremento dell’attività del simpatico, mentre una sua riduzione potrebbe riflettere un miglioramento della funzionalità cardiaca, della forma fisica o del tono simpatico.

In alcuni casi anche la riduzione della frequenza cardiaca potrebbe rivelare stati patologici, come problemi del sistema di conduzione cardiaco che in casi estremi potrebbero richiedere un pacemaker.

L’uso di beta-bloccanti nel corso dello studio ha attenuato la correlazione fra cambiamenti nella frequenza cardiaca e mortalità complessiva in modo da renderla non significativa.

Questo dato non è stato spiegato, e non è coerente con i risultati di precedenti analisi in pazienti con insufficienza cardiaca e frazione di eiezione preservata o ridotta. Come in ogni studio epidemiologico, la presente analisi non può determinare rapporti di causalità, ma suggerisce comunque di migliorare lo stato di forma cardiovascolare tramite l’esercizio e tenere traccia dei risultati mediante dispositivi indossabili.

Questi dispositivi stanno divenendo sempre più economici ed accurati, e possono controllare la frequenza cardiaca nel tempo ed in relazione all’attività.

Association of Resting Heart Rate and Temporal Changes in Heart Rate With Outcomes in Participants of the Atherosclerosis Risk in Communities Study. – Vazir A, Claggett B, Cheng S, Skali H, Shah A, Agulair D, Ballantyne CM, Vardeny O, Solomon SD. – JAMA Cardiol. 2018 Mar 1;3(3):200-206. doi: 10.1001/jamacardio.2017.4974.

Test viscoelastici nelle epatopatie

I pazienti cirrotici, che per lungo tempo sono stati ritenuti ipocoagulabili, presentano invece secondo le più recenti evidenze una situazione di coagulabilità “ribilanciata” nel contesto di una riduzione della sintesi sia dei fattori procoagulanti che di quelli anticoagulanti.

I test tradizionali come PT/INR riflettono soltanto la riduzione della sintesi dei fattori procoagulanti, e quindi non sono rivelatori del rischio trombotico o emorragico di questa popolazione.

Una recente revisione della letteratura ha discusso l’applicazione dei test viscoelastici (VET) ai pazienti cirrotici sia trapiantati che non trapiantati. I VET sono largamente correlati con i test tradizionali come la conta piastrinica ed i livelli di fibrinogeno, ma sono potenzialmente meno accurati nei pazienti con bassi livelli di fibrinogeno.

Questi test possono risultare utili nell’identificare i pazienti a maggior rischio di complicazioni da ipercoagulabilità post-trapianto, e riflettono cambiamenti nell’emostasi nei pazienti compensati.

Per quanto i VET siano stati associati ad una riduzione del supporto trasfusionale in diversi studi, l’assenza di emorragie nei pazienti che evitano le trasfusioni profilattiche potrebbe risultare ideale, e sono necessari ulteriori studi in proposito su pazienti in situazioni d’emergenza.

I prossimi studi sui VET, comunque, dovranno includere esiti clinicamente rilevanti su emorragie e trombosi.

Viscoelastic Testing in Liver Disease – Jessica P.E. Davis, Patrick G. Northup, Stephen H. Caldwell, Nicolas M. Intagliata – Annals of Hepatology – March – April, 2018 – Vol. 17 Issue 2 – pagg. 205-213


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