Archivio per ottobre 2018

Salute mentale: l’(H)-Open day di Onda

Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere è tornato a parlare di salute mentale lanciando la quinta edizione dell’(H)-Open day dedicato alle donne che soffrono di disturbi psichici, neurologici e del comportamento, in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale che si è celebrata il 10 ottobre scorso.

Le 124 strutture aderenti al progetto su tutto il territorio nazionale hanno aperto le porte alla popolazione femminile con consulenze, colloqui, conferenze e info point dedicati alla salute mentale.

L’obiettivo è stato sensibilizzare la popolazione sull’importanza della diagnosi precoce e favorire l’accesso alle cure, aiutando a superare pregiudizio, stigma e paure legate alle malattie psichiche.

I servizi offerti sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it dove è possibile visualizzare l’elenco dei centri aderenti con indicazioni su date, orari e modalità di prenotazione.

L’(H)-Open day salute mentale gode del Patrocinio della Società Italiana di Psichiatria (SIP), della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia (SINPF) e della Società Italiana di Psichiatria Geriatrica (SIPG) ed è stato reso possibile anche grazie al contributo incondizionato di Janssen, Lundbeck e Neomesia.

Un recente studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, rileva che un dollaro investito per migliorare il trattamento delle più comuni patologie psichiche, quali ansia e depressione, porta un ritorno di 4 dollari in termini di salute e migliori capacità di lavoro. Onda, ha proposto la 5a edizione di un Open day legato alla salute mentale che ha coinvolto 124 ospedali italiani per sensibilizzare la popolazione sulle principali patologie legate alla mente e avvicinarla agli strumenti e ai servizi di cura presenti sul territorio. Visite specialistiche gratuite, consulti, conferenze, test di valutazione e info point presso gli ospedali aderenti all’iniziativa, offriranno lo spunto per affrontare le patologie mentali con minore stigma e paura nell’interesse del singolo e della collettività. L’obiettivo di questa iniziativa, che lo scorso anno ha consentito l’offerta di oltre 500 servizi gratuiti, è stato proprio avvicinare alle cure i pazienti” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente Onda.

I disturbi mentali sono in aumento nelle nuove generazioni: le trasformazioni sociali e l’ipertecnologizzazione, l’aumento degli stimoli, hanno un impatto forte nell’amplificare l’esposizione a stress emotivi e affettivi. Il cervello delle nuove generazioni, perennemente stimolato da immagini e informazioni, oltre a ricevere opportunità e apprendimenti, può anche sentirsi sotto attacco. Fondamentale l’attività di prevenzione per i giovani che hanno genitori o familiari con disturbi bipolari e depressione per un adeguato screening, monitoraggio e supporto a stili di vita sani durante il periodo dell’adolescenza e della transizione alla vita adulta. Bisogna che i giovani che mostrano segni di sofferenza psichica possano essere aiutati per tempo con competenza e passione” – ha continuato Claudio Mencacci, Presidente Comitato Tecnico Scientifico di Onda.

Inoltre, il 10 ottobre Onda ha organizzato insieme all’ASST Fatebenefratelli Sacco il convegno “Oscillazioni ormonali e tono dell’umore nei cicli vitali della donna” presso l’Ospedale Fatebenefratelli con l’obiettivo di esplorare i rapporti tra psiche e ormoni soprattutto in fasi così delicate come la gravidanza e i periodi premestruale e perimenopausale.

 

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HIV-1: disponibile in Italia la prima terapia combinata a base di darunavir in compressa singola

La terapia combinata di darunavir/cobicistat/emtricitabina/tenofovir alafenamide fumarato [D/C/F/TAF] in compressa singola (STR) a somministrazione unica giornaliera per il trattamento dell’infezione da virus dell’immunodeficienza umana di tipo 1 (HIV-1) è disponibile in Italia1.

Questa terapia è indicata per il trattamento dell’infezione da HIV-1 negli adulti e negli adolescenti, a partire dai 12 anni e con peso superiore ai 40 kg.

La grande novità di questa terapia è rappresentata dall’avere per la prima volta un inibitore delle proteasi, darunavir, in una co-formulazione in singola compressa. I vantaggi terapeutici derivano innanzitutto dall’efficacia delle singole componenti: il darunavir ha un’elevata efficacia che viene potenziata dalla sua associazione con booster cobicistat che ne aumenta l’assorbimento; inoltre, la combinazione dell’emtricitabina/tenofovir alafenamide fumarato (TAF), due inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa, rappresenta a sua volta un’innovazione. La novità è la presenza del TAF, un profarmaco che, rispetto al suo predecessore tenofovir disoproxil fumarato (TDF) usato nelle terapie combinate tradizionali, mostra una riduzione degli effetti collaterali a livello renale e di densità ossea, frequenti soprattutto in caso di co-somministrazione con gli inibitori delle proteasi. La combinazione di tre antiretrovirali rappresenta una terapia standard per le infezioni da HIV, ma la loro combinazione in una singola compressa permette di avere una maggiore aderenza terapeutica associata alla facilità di assunzione che ne aumenta l’efficacia. Grazie alla presenza dell’inibitore delle proteasi darunavir, che ha un’elevata barriera genetica, questa terapia rappresenta un’ottima opportunità come primo e immediato trattamento perché, non inducendo resistenze virali in caso di fallimento, garantisce la possibilità di usare le altre classi di farmaci nel corso della vita del paziente” – illustra Giovanni Di Perri, Direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Università di Torino.

Altre terapie STR sono già disponibili per trattare l’infezione da HIV-1 e sono quindi già noti i vantaggi in termini di aderenza al trattamento, soddisfazione del paziente e risultati virologici rispetto ai regimi che richiedono l’assunzione di più compresse.

Uno dei principali vantaggi per il paziente è rappresentato dalla facilità di assunzione della terapia in compressa singola, superando uno dei principali problemi delle tradizionali terapie antiretrovirali, ossia l’aderenza terapeutica. Inoltre, la presenza di darunavir, farmaco con una ‘elevata barriera genetica’ permette di utilizzare questa terapia ancor prima di ricevere l’esito dei test genotipici per la valutazione delle resistenze virali, permettendo così un intervento tempestivo nei casi in cui questo sia necessario. Questa caratteristica risulta fondamentale nei pazienti con infezione acuta, che necessitano un trattamento entro le prime 24 ore, o nei pazienti con diagnosi di AIDS, che vanno trattati il prima possibile. In questi ultimi, che già presentano un sistema immunitario compromesso e manifestazioni opportunistiche, e che rappresentano il 15% delle nuove diagnosi, iniziare la terapia immediatamente si associa ad un beneficio clinico. Va detto comunque che l’infezione da HIV è ancora un’emergenza: in Italia il numero delle nuove diagnosi è stabile negli ultimi 10 anni, con 3.500 nuove diagnosi all’anno. Recentemente si sta diffondendo, in casi selezionati, l’approccio ‘test and treat’, ossia il trattamento del paziente subito dopo la diagnosi. Questo approccio terapeutico si è dimostrato efficace, nei pazienti con alto rischio di perdita al follow-up, nel mantenere il paziente legato al percorso terapeutico, disincentivando l’abbandono delle cure che può seguire la diagnosi di HIV. Da dati epidemiologici, sappiamo che il 18% dei soggetti diagnosticati non è in trattamento. Tale ritardo si verifica anche perché diversi pazienti non si presentano alla visita successiva, interrompendo il passaggio dalla diagnosi al trattamento. Offrire un trattamento tempestivo consente di dare un riferimento immediato al paziente oltre che di abbattere rapidamente la carica virale, riducendo il rischio di trasmissione al partner. Per adottare la strategia del trattamento immediato servono farmaci che siano attivi anche in presenza di resistenza agli antivirali. Tale strategia non è comunque adottabile in tutta la popolazione, ma solo laddove vi siano rischi di perdita al follow-up o di insufficiente aderenza al percorso di cura” – spiega Andrea Antinori, Direttore del Dipartimento di Clinica e di Ricerca Clinica dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive L. Spallanzani di Roma.

Alla base dell’approvazione di questo nuovo trattamento farmacologico, ci sono stati due importanti studi registrativi.

Lo studio AMBER2, condotto su pazienti naïve a terapia antiretrovirale, ha mostrato un’efficacia confrontabile nella soppressione virale e una riduzione di effetti collaterali della terapia STR rispetto alla combinazione giornaliera di darunavir/cobicistat co-somministrato a emtricitabina/TDF. Lo studio EMERALD3 ha inoltre dimostrato che la terapia combinata STR ha fatto registrare un basso tasso di fallimento e un elevato successo virologico in adulti sieropositivi per HIV-1 in soppressione virologica passati alla terapia STR da un regime standard con inibitore di proteasi potenziato.

Janssen pone al centro della propria mission i pazienti e i loro bisogni e lo fa attraverso il costante impegno nello sviluppo di terapie efficaci e innovative. Grazie ai nuovi trattamenti antiretrovirali, l’HIV non è più una malattia mortale, ma una condizione cronica gestibile con una terapia che dura tutta la vita. L’aspettativa di vita di una persona con HIV è oggi molto più alta rispetto al passato quindi è sempre più importante sviluppare nuovi farmaci che ne migliorino la qualità di vita. Un ulteriore motivo di orgoglio è legato alla produzione ‘made in Italy’ di questa nuova terapia nel nostro stabilimento produttivo di Latina. Questo stabilimento è diventato negli ultimi anni un impianto strategico per la produzione mondiale di 100 brand specifici, prodotti innovativi ad alta specializzazione, tra cui la terapia combinata per l’infezione da HIV, che vengono da qui esportati in tutti i 5 continenti” – afferma Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato di Janssen Italia.

 

1 Agenzia Italiana del Farmaco. Gazzetta n. 219 del 20 settembre 2018.

2 Eron, Joseph J., et al. “A week-48 randomized phase-3 trial of darunavir/cobicistat/emtricitabine/tenofovir alafenamide in treatment-naive HIV-1 patients.” AIDS (London, England) 32.11 (2018): 1431.

3 Orkin, Chloe, et al. “Efficacy and safety of switching from boosted protease inhibitors plus emtricitabine and tenofovir disoproxil fumarate regimens to single-tablet darunavir, cobicistat, emtricitabine, and tenofovir alafenamide at 48 weeks in adults with virologically suppressed HIV-1 (EMERALD): a phase 3, randomised, non-inferiority trial.” The Lancet HIV 5.1 (2018): e23-e34.

 


Camminare in gravidanza? Utile per la salute e l’umore di mamma e bambino

Un’attività specifica di Fitwalking con l’ex campione olimpico Maurizio Damilano in qualità testimonial, in grado di aiutare le donne in gravidanza e le neo mamme a ritrovare il benessere sia in gravidanza sia nel post partum. Questa è stata la proposta di Natalben durante i Walking Day 2018 (Milano 21 ottobre), il primo evento italiano interamente dedicato al Walking.

Il Fitwalking è perfetto per le donne in gravidanza perché è fatto su misura di ogni persona e delle sue possibilità. È un’attività motorio-sportiva dove il benessere personale si fonde, attraverso “una tecnica precisa”, con l’attività sportiva raggiungendo importanti benefici fisici e psicologici. Il Fitwalking è lo sport ideale sia in gravidanza che dopo il parto perché non è traumatico, allena tutte le fasce muscolari, schiena compresa, è facilmente modulabile in base alle esigenze e, dopo il parto, con i debiti adattamenti, può essere praticato con il bambino. Il cammino va inoltre ad agire naturalmente sul pavimento pelvico con un’azione di rinforzo. I benefici a livello psico-fisico e lo scarico delle tensioni e dello stress provocate dall’attività fisica a passo di Fitwalking, aiutano nel dopo parto a prevenire e combattere i pericoli e problemi della depressione post partum” – ha spiegato Maurizio Damilano.

Più lo stile di vita dei genitori è sano, più si assicura al bambino un futuro migliore dal punto di vista della salute sia fisica sia psichica. Per questo oggi è giusto parlare di “progetto di salute” per mamma e bambino con dieta bilanciata e integrata, unita a sani stili di vita essenziali per ottimizzare la salute di entrambi durante e dopo la gravidanza. Il Fitwalking è sicuramente perfetto per la donna in gravidanza, ma non basta! Prima e durante il cammino per diventare genitori è indispensabile valutare le proprie condizioni fisiche e psichiche, fare un check up completo, integrare oligoelementi, vitamine, sali minerali, valutare le difficoltà del percorso, anche gestazionale, soprattutto se si hanno rischi particolari” – ha continuato Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati di Milano.

L’attività con il Fitwalking Italia è promossa da Natalben, l’integratore per la gravidanza di Italfarmaco, con le sue due specifiche formulazioni Natalben Supra e Natalben ORO, rispettivamente in capsule e bustine.

 


Percezione e gestione del dolore in emofilia

Sin dalla prima infanzia il dolore influisce fortemente sulla qualità di vita dei pazienti emofilici e su quella dei loro caregiver.

Nonostante questo, è stata dedicata poca attenzione alla valutazione clinica e alla terapia del dolore in questi pazienti, come dimostra anche la mancanza di Linee Guida nazionali ed internazionali.

In questo scenario si inserisce la prima indagine sul tema realizzata in Italia, con il supporto di Bayer, dal Centro di riferimento regionale per la cura dell’emofilia e delle malattie emorragiche congenite dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, in collaborazione con il Centro per la terapia antalgica.

L’indagine ha preso in considerazione: prevalenza e caratteristiche del dolore, valutazione clinica, trattamenti farmacologici e non, impatto sulla gestione della terapia dell’emofilia.

Il sondaggio, condotto su 119 pazienti (76% affetti da emofilia grave, 61% di età ≥18 anni) e 44 medici specialisti dei centri emofilia di tutta Italia, ha messo in luce come la percezione del dolore da parte dei pazienti sia molto diversa rispetto a quella dei loro medici.

Dalla ricerca risulta che il 61% dei pazienti riferisce dolore e, di questi, l’86% necessita di una terapia farmacologica; e tra quelli che non riferiscono dolore (39%), il 70% sono bambini in profilassi. Il dolore alle articolazioni viene localizzato prevalentemente alla caviglia (82%), al ginocchio (62%) e al gomito (59%). La maggior parte dei pazienti classifica il dolore come persistente/cronico (71%) o acuto (69%), mentre in alcuni è legato ad un intervento chirurgico (8%) o all’infusione (6%). Va sottolineato che oltre il 70% dichiara di provare dolore da più di 5 anni e circa un paziente su 5 da oltre 20 anni. Ancora, in una scala di intensità del dolore da 1 a 10, i 2/3 dei pazienti danno un punteggio maggiore o uguale a 6” – ha dichiarato Annarita Tagliaferri, Responsabile del Centro e coordinatrice dello studio.

Il trattamento farmacologico nella maggior parte dei pazienti non ha riportato benefici a lungo termine, inducendo tolleranza e convivenza con il dolore. Solo il 29% dei pazienti con dolore ha eseguito fisioterapia e il 23% ha preferito altri trattamenti non farmacologici, il 75% dei quali ha scelto il nuoto.

I dati raccolti indicano che i medici dei Centri emofilia hanno una percezione differente dell’impatto del dolore nella vita dei loro pazienti. I medici, infatti, riportano una prevalenza tra i loro pazienti più bassa del dolore sia in generale (46% a confronto del 61% dei pazienti intervistati), che del dolore cronico (58% contro 71%) e, in particolare, del dolore acuto (33% contro 69%). I medici riconoscono che in occasione delle visite di check-up nella maggioranza dei casi l’argomento dolore viene affrontato principalmente o in egual misura dai pazienti rispetto ai medici; inoltre solo la metà degli specialisti utilizza scale o strumenti validati per la valutazione del dolore”- ha spiegato Antonio Coppola, Dirigente medico al Centro Emofilia di Parma coinvolto nello studio.

Dall’indagine emerge dunque che il dolore viene sottovalutato e affrontato in maniera non soddisfacente dai medici dei Centri per il Trattamento dell’Emofilia (HTC).

E’ necessario che il tema del dolore venga affrontato in maniera sistematica e multidisciplinare, attraverso strumenti e procedure standardizzate. Come emerge anche da questa survey, il passaggio dal trattamento a domanda alla profilassi ha un impatto positivo sul dolore, ma la gestione del dolore rappresenta un esempio della necessità dell’approccio globale nella cura dell’emofilia. La collaborazione degli specialisti HTC con specialisti di altre discipline (ortopedici, fisiatri/fisioterapisti e, sempre di più, anche terapisti del dolore) deve condurre ad una più corretta valutazione e trattamento del dolore nel paziente affetto da questa rara patologia del sangue. Occorre inoltre formazione specifica sull’argomento: i medici dei centri emofilia hanno riconosciuto questo ’unmet need’ dei loro pazienti e manifestano un grande interesse a colmarlo, come dimostra il successo dei quattro eventi educazionali svoltisi qui a Parma alla luce dei risultati di questo studio” – ha concluso Annarita Tagliaferri, Responsabile del Centro e coordinatrice dello studio.

A proposito di Emofilia A

L’emofilia colpisce circa 400.000 persone nel mondo ed è una patologia principalmente ereditaria in cui una delle proteine necessarie per la coagulazione del sangue è mancante o carente. L’emofilia A è il più comune tipo di emofilia; in questo caso è assente o presente in quantità ridotta il fattore VIII. L’emofilia A, che colpisce 1 persona su 10.000, per un totale di più di 30.000 persone in Europa, può portare a quadri di artropatia invalidanti a causa di versamenti ematici ripetuti nelle articolazioni.

Concorso letterario: “Dai voce alla tua storia”

Vulnerabilità, perdita di autosufficienza e disabilità sono condizioni di salute e di vita che riguardano sempre di più gli anziani e le loro famiglie per il continuo invecchiamento della popolazione. Questa situazione comporta un aumento della fragilità della persona dal punto di vista fisico ed emotivo e spesso una conseguente solitudine. Per questo Onda, credendo fortemente nel valore terapeutico della scrittura, promuove la II edizione del Concorso Letterario ‘Dai voce alla tua storia’ con il tema della solitudine e la fragilità dell’anziano” – afferma Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

Il concorso è aperto a tutta la popolazione e a chiunque desideri raccontare la propria esperienza diretta o indiretta, compilando il modulo di partecipazione scaricabile dal sito www.ondaosservatorio.it e presentando uno scritto sul tema scegliendo tra prosa e poesia.

I contributi dovranno pervenire entro il 14 dicembre 2018 all’indirizzo e-mail comunicazione@ondaosservatorio.it. Un’apposita giuria valuterà i testi pervenuti e selezionerà i tre classificati che saranno premiati con un riconoscimento a febbraio 2019 durante una cerimonia dedicata.

Ci auguriamo che questa iniziativa contribuisca a favorire una riflessione su questi temi e incoraggi le persone a parlare della propria storia liberando sentimenti ed emozioni”, conclude Francesca Merzagora.

Il Concorso Letterario “Dai voce alla tua storia” è promosso da Onda con il patrocinio di Senior Italia-Federanziani e Sottovoce, Associazione Volontari IEO-CCM ed è reso possibile anche grazie al contributo non condizionato di Korian e Publitalia ’80.

Questa iniziativa fa parte dei progetti di Onda dedicati alla promozione del benessere degli anziani insieme ai Bollini RosaArgento, riconoscimento attribuito dal 2016 alle Residenze Sanitarie Assistenziali italiane più attente alla gestione degli ospiti e delle loro famiglie nell’ottica di fornire uno strumento di orientamento per le famiglie nella selezione della struttura più idonea per il proprio caro, così da poter compiere una scelta consapevole.

Per scaricare il regolamento completo e il modulo di partecipazione cliccare qui

 


Il trasferimento posticipato dell’embrione aumenta le possibilità di gravidanza nelle donne obese

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), nel 2016 il 40 % della popolazione mondiale femminile adulta era in sovrappeso e circa il 15 % soffriva di obesità. Gli effetti negativi di queste alterazioni endocrine riguardo la fertilità sono noti, ragion per cui gli specialisti consigliano sempre di cercare una gravidanza quando si ha un peso normale per essere in grado di affrontare meno rischi e dunque non avere un impatto negativo sulla salute del bambino.

Come hanno presentato i ricercatori di IVI durante il 74º Congresso dell’American Society for Reproductive Medicine (ASRM), le donne affette da obesità potrebbero beneficiare del trasferimento differito dell’embrione che, secondo uno studio prospettico, elimina la correlazione tra le percentuali di impianto, aborto e neonati e gli indici di obesità e grasso corporeo.

Invece di trasferire l’embrione solo pochi giorni dopo aver stimolato la crescita degli ovuli e averli estratti, il trasferimento sarebbe posticipato ad un ciclo successivo, evitando così un possibile effetto negativo sull’endometrio senza che la qualità degli embrioni diminuisca” – ha spiegato Antonio Requena, Direttore Medico di IVI.

Questo posticipo è praticabile grazie alla tecnica della vitrificazione, il congelamento ultra rapido nel nitrogeno liquido a -196°C, al cui sviluppo IVI ha partecipato e che viene utilizzato quotidianamente nelle oltre 70 cliniche del gruppo.

Questi risultati derivano dallo studio “ABC Trial: Appraisal of body content. Frozen embryo cycles are not impacted by the negative effects of obesity seen in fresh cycles”, guidato da Kim JG e supervisionato da Richard T. Scott, CEO di IVIRMA Global, in cui sono stati studiati i casi di oltre 1.200 pazienti del gruppo di riproduzione assistita (giugno 2016 – aprile 2018).

L’obesità, fattore di rischio di infertilità

Pertanto, il trasferimento di un embrione vitrificato potrebbe mitigare gli effetti negativi dell’obesità, osservati in cicli a fresco. E sono anni che IVI porta avanti la ricerca sulla correlazione esistente tra l’obesità e la diminuzione della fertilità delle pazienti. Di fatto, è frequente che le donne obese necessitino di più tempo per ottenere una gravidanza spontanea e, inoltre, hanno tre volte in più la possibilità di incorrere in problemi di infertilità rispetto alle donne con un peso nella norma.

Questo si deve a diversi fattori che influenzano la loro prognosi riproduttiva, come la bassa recettività endometriale. Le percentuali di impianto e di gravidanze diminuiscono significativamente con l’aumento del BMI femminile. Inoltre, nelle donne obese il rischio di complicanze durante il parto è tre volte superiore rispetto alle donne con peso normale, le percentuali di aborto aumentano e il rischio di morte fetale e di parto prematuro raddoppiano” – ha indicato Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

D’altro canto, l’obesità colpisce non solo la donna, ma nell’adolescenza e nell’età adulta dei bambini è un importante fattore di rischio per le malattie croniche, come la malattia cardiovascolare, la sindrome metabolica ed il diabete di tipo II.

Pertanto, anche se sembra che con l’uso del trasferimento differito, la prognosi riproduttiva di queste pazienti potrebbe essere migliorata, gli specialisti di IVI consigliano sempre alle donne di affrontare la gestazione con un peso il più vicino possibile alla normalità. Per ottenerlo, i ginecologi consigliano un piano di dimagrimento e di cambiamento delle cattive abitudini alimentari. E’ importante consultare uno specialista della nutrizione e fare esercizio sotto la supervisione di un preparatore fisico, poiché è dimostrato che l’esercizio moderato sia nell’uomo che nella donna migliora i risultati nei trattamenti di Riproduzione Assistita.

 

Come migliorare la qualità della vita degli ospiti di una Residenza Sanitaria Assistita

La corretta alimentazione è un elemento basilare nella cura degli anziani, così come saper diversificare in modo equilibrato i cibi e somministrare le giuste grammature delle porzioni.

È stato questo l’obiettivo del corso di formazione, dedicato agli infermieri e operatori socio-sanitari, che si è tenuto il 28 settembre alla Residenza Borromea di Mediglia (MI).

Gemeaz, società del Gruppo Elior che ogni giorno prepara 150 pasti per gli ospiti della struttura, ha spiegato ai 50 partecipanti anche le problematiche alimentari come la disfagia, ovvero la difficoltà a deglutire, la malnutrizione e la sarcopenia, cioè la perdita di massa muscolare, così da offrire una preparazione a 360 gradi.

L’iniziativa è stata organizzata per accrescere le conoscenze del personale operativo relative all’alimentazione e alla nutrizione degli anziani presenti nella Residenza: una corretta alimentazione ha effetti benefici sia nei soggetti sani, mantenendo e promuovendo ogni aspetto salutare, sia nei soggetti affetti da patologie, dove l’intervento nutrizionale ha finalità terapeutiche specifiche e di prevenzione delle complicanze.

Per Elior, specialista nella ristorazione per la terza età con più di 300 strutture sanitarie gestite in Italia e più di 21 milioni di pasti l’anno serviti, il momento della pausa è vissuto quale unica opportunità di condivisione e socializzazione e può migliorare sensibilmente lo stato psicofisico generale degli ospiti, rendendo la permanenza nelle strutture più dolce e meno problematica per gli anziani stessi, le loro famiglie nonché gli operatori sanitari.

In questo corso di formazione gli esperti di Elior hanno offerto ai nostri operatori la possibilità di specializzarsi in tutti gli aspetti della nutrizione degli ospiti: dalla procedura per la somministrazione, alla porzionatura e grammatura dei pasti, dal fabbisogno calorico a quello proteico. L’aggiornamento professionale delle figure assistenziali e sanitarie rappresenta la prima possibilità per prevenire le malattie” – sottolineano Goran Novkovic e Maria Paola Bareggi, rispettivamente Direttore Sanitario ed Amministrativo della Residenza Borromea.

Il gruppo Elior è leader in Italia nella Ristorazione Collettiva, serve nel nostro Paese oltre 108 milioni di clienti l’anno in più di 2.200 ristoranti e punti vendita attraverso 14.000 collaboratori. Elior opera in molteplici settori quali le aziende, le scuole, il socio-sanitario, le forze armate, i musei, e la ristorazione a bordo delle Frecce di Trenitalia. In particolare nell’ambito della sanità lavora con strutture di ogni dimensione, pubbliche e private, su tutto il territorio nazionale: aziende ospedaliere e IRCCS, cliniche riabilitative, case di riposo, case di cura e RSA. Gli esperti Elior studiano soluzioni in base alle esigenze mediche, nutrizionali ed emotive di ciascuno, inclusi il personale medico, gli operatori e i visitatori. Quando il pasto rappresenta soprattutto un momento di svago e socializzazione come nella terza età, Elior li vivacizza con animazioni ed eventi, in un clima familiare e positivo. La mission di Elior è rendere ogni pausa un momento da assaporare attraverso ingredienti freschi, di qualità, locali, per piatti bilanciati e sempre contemporanei. La qualità è per Elior un impegno quotidiano reso concreto e tangibile non solo dalla scelta degli ingredienti del territorio e dall’attenzione offerta dal personale, ma anche dalle certificazioni che sono costantemente rinnovate e dall’adesione a protocolli di sostenibilità, come il Global Compact, il programma delle Nazioni Unite sulla Responsabilità Sociale d’Impresa. Sulla base di queste premesse è stata elaborata la strategia di Responsabilità Sociale d’Impresa di Elior, Positive Foodprint Plan, attraverso la quale si vuole creare un circolo virtuoso nel mondo della ristorazione, dal campo coltivato alla tavola, lavorando in sinergia con fornitori, clienti, utenti finali e dipendenti.

 



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