Archivio per maggio 2019

Fumare può ridurre il successo di un trattamento di fecondazione assistita

Oggi si celebra la Giornata Mondiale Senza Tabacco, importante momento per riflettere sull’impatto nocivo che il fumo può avere sulla salute.

In occasione di questa iniziativa fortemente voluta dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), IVI (Istituto Valenciano di Infertilità) invita le donne che aspettano un bimbo e quelle che lo stanno cercando a spegnere subito la sigaretta e ad avere un corretto stile di vita per salvaguardare la propria fertilità.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno sono sei milioni le vittime dell’epidemia di tabagismo1. In Italia ci sono 11 milioni di fumatori, che corrispondono al 21% della popolazione. Gli uomini sono 6,3 milioni, le donne 4,6 milioni. Ogni anno nel nostro Paese muoiono fra le 73.000 e le 80.000 persone per malattie legate al fumo.

Il Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità informa che le donne che fumano sono meno fertili, hanno un indice di fecondabilità (possibilità di concepire per ciclo) ridotto, e impiegano più tempo a restare incinte (in media più di un anno). Il fumo, infatti, è dannoso per le ovaie femminili, perché le sostanze tossiche come la nicotina alterano la motilità tubarica ostacolando il trasporto degli ovociti e l’incontro con gli spermatozoi. Inoltre, provoca la diminuzione della produzione di progesterone con alterazione del ciclo mestruale e modifica dell’endometrio ostacolando l’annidamento dell’ovocita fecondato. Oltre a ciò si registra nelle donne fumatrici un anticipo della menopausa2.

Le coppie che hanno a che fare con problemi legati all’infertilità devono essere coscienti che accendere una sigaretta significa ridurre anche la possibilità di successo della procreazione medicalmente assistita. Le fumatrici infatti rischiano di rispondere poco alla stimolazione ormonale, oltre a avere già una bassa riserva ovarica a causa del fumo. Questo quindi comporterebbe il rischio di recuperare minori quantità di ovociti e, di conseguenza, di avere una bassa percentuale di tassi di gravidanza. A quante vogliono diventare mamme è fondamentale ripetere di eliminare la nicotina dalla propria vita. Anche se cercata per vie naturali, fumare può determinare un ritardo della gravidanza di un anno” – commenta Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

La gravità del danno dipende da quante sigarette e da quanto tempo una donna fuma: danni sono stati accertati con 20 o più sigarette al giorno, ma effetti negativi ci sono anche con 10. Il fumo, inoltre, è associato ad un aumento di aborti spontanei, al rischio di parti pretermine e di gravidanze extrauterine e alla nascita di bambini con peso più basso della norma2.

Inoltre non dobbiamo dimenticare il recente studio cinese che ha indagato i potenziali danni per le donne in gravidanza se il proprio compagno è un fumatore. Lo studio “Parental smoking and the risk of congenital heart defects in offspring: An updated meta-analysis of observational studies3 ha infatti messo in luce come il nascituro possa soffrire di difetti cardiaci qualora il papà accenda una sigaretta accanto alla propria compagna durante la gravidanza” . – conclude Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

 

1:https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/fumo-di-sigaretta-le-risposte-ai-dubbi-degli-studenti

2:http://old.iss.it/rpma/index.php?lang=1&id=138&tipo=22

3:https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/2047487319831367

 

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2 luglio: seconda giornata nazionale per la salute ed il benessere nelle città

Presentate il 7 maggio scorso, alla Camera dei Deputati, le iniziative della seconda Giornata Nazionale per la salute e il benessere nelle città, promossa da Health City Institute, Cittadinanzattiva, CIA-Agricoltori Italiani, Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, rete delle Città per il cammino e della salute e Bandiera Azzurra della FIDAL (Federazione Italiana Atletica Leggera), rete Cities Changing Diabetes, con il patrocinio di Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, ANCI (Associazione Nazionale Comuni d’Italia), Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle città”, Unione Provincie Italiane, Coni e Rete Città Sane dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Istituita nel 2018, la giornata rientra tra le diverse attività ideate da Health City Institute, con lo scopo di promuovere la salute nelle città come bene comune. Si svolge ogni anno il 2 luglio e nella settimana antecedente e successiva e ha tra gli obiettivi lo stimolo dell’azione dei Sindaci volta a contrastare la crescita, nei contesti urbani, delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, un fenomeno strettamente legato all’aumento della popolazione nelle città e che rappresenta oggi uno dei principali rischi per la salute e lo sviluppo dell’uomo” – ha detto Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute e del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del Consiglio dei ministri.

La Giornata nazionale per la salute e il benessere nelle città ha visto la partecipazione, lo scorso anno, di oltre 1.000 tra Province, Comuni, Enti e Associazioni, a testimonianza di un interesse generale crescente sui temi della salute e del benessere nelle nostre città. La giornata si prefigge di portare il messaggio per cui la salute sia messa al centro delle politiche nazionali, regionali e delle città durante tutto l’anno, individuando e proponendo ogni anno un tema specifico e avrà come tema per il 2019: ‘Dai benessere alla tua città’” – ha aggiunto Roberto Pella, Vicepresidente vicario ANCI delegato alla salute e coordinatore, insieme a Daniela Sbrollini, dell’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle città”.

Durante il periodo dell’iniziativa, i cittadini e gli amministratori sono chiamati ad essere parte attiva e città, Associazioni ed Istituzioni potranno organizzare autonomamente azioni di sensibilizzazione culturali, sociali, sportive, sanitarie collegate al tema della salute e del benessere nelle città, promuovendole sul proprio territorio nelle forme più idonee.

Nell’ultimo decennio, la popolazione mondiale risiedente negli ambiti urbani ha superato il 50 per cento e questo trend è in costante crescita, tanto che le stime dicono che rappresenterà circa il 70 per cento da qui a trent’anni. Questo imponente sviluppo urbano ha modificato profondamente lo stile di vita – ha proseguito – e trasforma il contesto sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute. Per contrastare questo fenomeno è necessario promuovere politiche che rendano i cittadini partecipi e consapevoli dell’importanza di avere comportamenti più virtuosi, come praticare attività fisica o seguire un’alimentazione corretta” – ha sottolineato Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

In occasione della presentazione della seconda Giornata Nazionale per la salute e il benessere nelle città, sono state illustrate alcune iniziative rivolte alle Istituzioni nazionali e internazionali.

Innanzitutto, l’Italia si farà parte attiva per portare la proposta di istituire la Giornata per la salute e il benessere nelle città a livello europeo presso il Comitato delle Regioni dell’UE” – ha annunciato Enzo Bianco, Vicepresidente del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea.

Inoltre, sarà realizzata una lettera aperta, contenente i messaggi della Giornata, da indirizzare al Governo, ai parlamentari, ai governatori e agli amministratori locali italiani.

Infine, durante l’incontro è stata avanzata la proposta di istituire una nuova figura professionale: l’Health City Manager.

Questo professionista avrà il compito, in sinergia e collaborazione con gli enti di competenza di salute pubblica e prevenzione e le professioni sanitarie del territorio, di promuovere la salute e il benessere nelle città” – ha chiarito il Segretario Generale ANCI Veronica Nicotra.

Nelle intenzioni dei promotori, l’Health City Manager sarà una professionalità che, al termine del percorso formativo, avrà maturato conoscenze trasversali e interdisciplinari in: promozione della salute e del benessere e prevenzione attraverso l’adozione di corretti stili di vita di malattie trasmissibili e non trasmissibili tipiche degli ambiti cittadini; valutazione dell’impatto sociale e psicologico della vita urbana sulla qualità di vita del cittadino; architettura della città, urbanistica e pianificazione territoriale, unitamente a capacità di lettura, integrazione e coordinamento dei piani di governo del territorio e di trasformazione dei contesti urbani; capacità di dialogo politico-amministrativo con i diversi livelli istituzionali.

Il core curriculum della nuova figura è stato elaborato da Health City Institute insieme a EUPHA, l’Associazione europea egli esperti di sanità pubblica, e insieme coordineranno il comitato scientifico del corso. Questo nuovo professionista dimostrerà capacità di gestione della sanità pubblica, di sociologia e psico-sociologia delle comunità, di architettura urbana e di controllo nella riduzione delle disuguaglianze sociali e di salute” – ha concluso Andrea Lenzi.

 


Proteggi le tue ossa, smetti di fumare!

Il fumo è ormai da tutti conosciuto come un fattore che aumenta il rischio di ammalarsi di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche. Ma non tutti sanno che smettere di fumare è fondamentale anche per evitare effetti dannosi a carico del sistema muscolo scheletrico.

In occasione della Giornata Mondiale Senza Tabacco del prossimo 31 maggio, la SIOT (Società italiana di Ortopedia e Traumatologia) ha deciso di lanciare un appello proprio per mettere in evidenza gli effetti negativi del fumo in ambito ortopedico. La nicotina e il monossido di carbonio sono sostanze che portano ad una minore ossigenazione del sangue con conseguenti danni anche sul sistema muscolo scheletrico, tra i quali invecchiamento più precoce e alterazione dei processi riparativi in caso di danno osseo o muscolo – tendineo.

Nel nostro Paese, secondo gli ultimi dati dell’ISTAT, circa una persona su cinque di età superiore ai 14 anni è fumatrice1; secondo Francesco Falez, Presidente SIOT: “risulta quindi fondamentale aumentare la consapevolezza di come il fumo comporti un netto aumento di complicanze in caso di patologie delle ossa e di ricorso alla chirurgia ortopedica. Queste complicanze possono manifestarsi nei fumatori, ma anche negli ex fumatori, con una percentuale tra il 40 e il 50% più alta rispetto ai non fumatori, percentuale che risulta molto più elevata nei forti fumatori”.

Tra le principali complicanze legate al fumo, la SIOT evidenzia:

  • Un maggiore rischio di osteoporosi e un conseguente aumento del numero di fratture;
  • Un maggiore rischio di infezioni in tutti gli interventi chirurgici ortopedici, in particolare dopo interventi di chirurgia protesica;
  • La riduzione dei processi di osteointegrazione delle protesi, con minore attaccamento della protesi all’osso e fallimenti precoci dell’impianto protesico (in altre parole, “la protesi si scolla dall’osso”);
  • Il rallentamento dei processi riparativi nelle fratture e di guarigione nei danni tendinei, legamentosi e muscolari;
  • Il rallentamento dei processi di guarigione delle ferite chirurgiche di tutti gli interventi ortopedici.

La SIOT intende sottolineare che il fumo in ambito ortopedico ha inevitabili risvolti socio – economici legati a risultati chirurgici peggiori e ad un incremento delle giornate di degenza, oltre ai rischi di una cosiddetta re-admision, cioè la necessità di un nuovo ricovero a breve distanza dall’intervento. Inoltre, spesso si rende necessario intervenire con prolungate e costose terapie antibiotiche e un conseguente aumento del ricorso ad un ulteriore intervento chirurgico.

In ortopedia, la dipendenza dal fumo dei pazienti comporta quindi un aumento dei costi ospedalieri legati a degenze più lunghe ed esiti chirurgici meno favorevoli, ma riveste anche conseguenze sociali con una riduzione delle giornate lavorative e della relativa produttività. Noi ortopedici dobbiamo essere quindi in prima linea nell’informare i nostri pazienti dei rischi legati al fumo ed invitarli caldamente a smettere, soprattutto in vista di un intervento per ridurre in modo significativo il rischio di questi eventi avversi” – conclude Francesco Falez, Presidente SIOT.

1. Istat, Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo, 2019.

 

“Seeing Multiple Sclerosis from the Inside Out” in concorso al Caorle Film Festival 2019

Il docufilm “Seeing MS from the Inside Out” realizzato con il contributo non condizionante di Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, e prodotto da Shift.MS, il primo social network per persone con Sclerosi Multipla, è stato in concorso alla seconda edizione del Caorle Film Festival 2019, festival internazionale di cinema indipendente, tenutasi nella città veneta dal 9 all’11 maggio scorso.

L’obiettivo del film scritto e diretto da Christoph Green è stato quello di presentare, in chiave artistica, esperienze e punti di vista di chi è affetto dalla Sclerosi Multipla. L’opera, presentata per la prima volta al congresso ECTRIMS di Berlino del 2018, è il primo docufilm mondiale a chiamare a raccolta artisti e persone con Sclerosi Multipla per raccontare gli aspetti meno conosciuti della patologia.

Al centro del racconto tre rappresentanti della comunità SM: una paziente, un medico neurologo e un caregiver. Le riprese si sono svolte tra Argentina, Italia e Stati Uniti e hanno coinvolto Maria Florencia, paziente argentina con SM, Luigi Lavorgna, neurologo Phd presso la I Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Napoli “Luigi Vanvitelli” e Jon Strum, caregiver statunitense. Queste persone sono state messe in contatto con altrettanti artisti, che hanno realizzato delle opere d’arte ispirate al vissuto dei protagonisti, rispecchiando nell’arte la natura della Sclerosi Multipla, spesso difficile da spiegare.

Il titolo del documentario rispecchia alla perfezione la mission di Merck in quest’area terapeutica. Guardare alla Sclerosi Multipla dall’interno (Seeing MS from the Inside Out) significa comprendere appieno i bisogni non soddisfatti dei pazienti con SM e di coloro che li assistono e, partendo da queste necessità, fare una concreta differenza nelle loro vite. La partecipazione del docufilm al Caorle Film Festival è stata importante per far conoscere al grande pubblico il vissuto di queste persone. Il contributo non condizionante di Merck a questo documentario è in linea con la nostra storia più che ventennale nella SM: oggi come 20 anni fa, siamo impegnati a comprendere al meglio questa patologia e il percorso delle persone che ne sono affette” –  ha dichiarato Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Per poter diffondere al maggior numero possibile di persone i messaggi al centro del docufilm, il 10 maggio, giorno della proiezione del documentario al Festival, Merck Biopharma Italia ha reso disponibile l’opera di Christoph Green, in una versione inedita con sottotitoli in italiano, sui propri canali digitali LinkedIn (http://www.linkedin.com/company/merck-italia) e YouTube (https://www.youtube.com/merckitaliachannel)

Terapia con cellule staminali nella sclerosi laterale amiotrofica e nelle malattie del motoneurone

Posizione della Società Italiana di Neurologia e del Gruppo di Studio sulle malattie del motoneurone relativamente alla terapia con cellule staminali nella sclerosi laterale amiotrofica e nelle malattie del motoneurone.

La ricerca sulle terapie cellulari per le malattie del motoneurone, di cui la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è la forma più frequente, è attiva da tempo, e gli studi conclusi hanno portato purtroppo a risultati negativi o non definitivi.

In particolare, la ricerca sulle cellule staminali mesenchimali, ematopoietiche e neurali nella SLA e nelle malattie del motoneurone è stata ed è molto attiva, nel mondo ed in particolare in Italia, ma fino ad oggi non è stato ottenuto alcun risultato clinico significativo. Purtroppo negli ultimi 15-20 anni sono stati numerosi i ‘tentativi’ terapeutici offerti ai pazienti con SLA, spesso a pagamento, che hanno provocato innumerevoli ‘viaggi della speranza’, in diversi Paesi del mondo, con vicende pseudoscientifiche e con risultati nulli, ma spesso con gravi conseguenze mediatiche ed illusorie nei confronti dei pazienti, delle loro famiglie e delle istituzioni, senza dimenticare gli enormi costi sostenuti.

Oggi, infatti, non vi sono risultati di efficacia clinica riportati in nessuna sperimentazione di fase 2 o 3 e quindi non sussistono indicazioni di efficacia di approcci terapeutici con cellule staminali nella SLA e nelle altre malattie del motoneurone.

Attualmente, nel mondo, sono attivi circa 20 trial, 17 dei quali sono registrati sul portale del National Institute of Health del Governo USA (www.clinicaltrials.gov ): 4 osservazionali e 13 di tipo interventistico, di fase 1, 2 o 3, con diversi approcci scientifici e diversi tipi di cellule studiate.

Per esempio alcuni di questi studi utilizzano le cellule mesenchimali (MSC), come lo studio di fase 3 su circa 200 pazienti in USA e Canada, che prevede la somministrazione di MSC differenziate dall’azienda Brainstorm in cellule (chiamate NeurOwn), in grado di produrre fattori neurotrofici. Lo studio prevede la somministrazione per via intratecale, cioè nel canale spinale, per tre volte ogni due mesi, e prevede la presenza di un gruppo di controllo con placebo.

Al momento non vi è alcuna pubblicazione scientifica dei risultati della fase 2 e pertanto non è possibile dare alcun giudizio sull’efficacia di questa procedura. I risultati definitivi della fase 3 sono previsti per luglio 2020.

Vi sono poi altri studi in corso, due dei quali di fase 1 e 2 svolti presso la Mayo Clinic di Rochester, USA, in cui i ricercatori stanno valutando la sicurezza e la tollerabilità di MSC derivate dal tessuto adiposo iniettate per via intratecale (nel liquor). Il primo studio è terminato nel 2018 ma non ci sono ancora risultati disponibili. Lo studio di fase 2 è in corso e il termine sarà a dicembre 2020.

In Spagna è invece in corso un progetto di fase 1/2 mirato a valutare la sicurezza in pazienti con SLA della somministrazione endovenosa di MSC derivate dal tessuto adiposo. Il termine dello studio è previsto per il 2021.

In Italia la ricerca sulle cellule staminali è sempre stata all’avanguardia e diversi progetti sono stati condotti o sono tuttora in corso: in particolare è stato recentemente concluso in 11 centri italiani, coordinati dal Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell’Università degli Studi di Genova, il protocollo Cy-HSCTALS002 che ha previsto la somministrazione endovenosa di Ciclofosfamide, associata alla somministrazione di Granulocyte Colony-Stimulating factor (G-CSF) e chemioterapia di condizionamento e successiva re-infusione di cellule staminali ematopoietiche autologhe.

È invece tuttora in corso lo studio STEMALS II, una sperimentazione di fase 2 che ha coinvolto 7 centri italiani, basato sul trattamento con Filgrastim (un potente ‘mobilizzatore’ di cellule staminali ematopoietiche) per via endovenosa nella sclerosi laterale amiotrofica. Lo studio è stato coordinato dal CRESLA di Torino e i risultati sono previsti per il gennaio 2020.

Per quanto riguarda le cellule staminali neurali (NSC) sono stati condotti alcuni studi sia in USA che in Italia, dove il Prof. Angelo Vescovi e la dott.ssa Letizia Mazzini hanno coordinato uno studio clinico di fase I (che ha coinvolto 4 centri clinici) utilizzando NSC derivate da tessuto cerebrale fetale con impianto intramidollare. La sperimentazione è stata effettuata su 18 pazienti con SLA ed i risultati hanno mostrato un discreto profilo di sicurezza nei casi trattati (dati pubblicati). È ora in corso il disegno di uno studio multicentrico di fase 2 che coinvolgerà 60-80 pazienti e un numero più ampio di centri clinici.


 

Neurofibromatosi: Giornata Internazionale

L’Italia si è illuminata di blu e verde il 17 maggio per esprimere vicinanza alle persone con neurofibromatosi e per richiamare l’attenzione su questa malattia genetica. I monumenti di tante città italiane, così come in Europa e in altre nazioni oltreoceano, si sono illuminati in occasione della Giornata Internazionale di sensibilizzazione sulle Neurofibromatosi.

L’invito, a tutte le amministrazioni locali, è arrivato dai pazienti e dalle tre Associazioni che li rappresentano: ANF Onlus, Ananas Onlus e Linfa Odv che svolgono attività di informazione e sono un riferimento per tutte le persone a cui viene diagnosticata la neurofibromatosi.

L’iniziativa è stata lanciata a livello globale dalla storica fondazione statunitense Children’s Tumor Foundation (CTF) e coinvolge molte associazioni che nel mondo si dedicano ai pazienti affetti da questa sindrome genetica.

Il mese di maggio è stato dedicato, a livello nazionale e internazionale, alla sensibilizzazione e alla diffusione di conoscenze sulle NEUROFIBROMATOSI, meglio conosciute come NF, sindromi genetiche rare che già a livello pediatrico si manifestano con tumori del sistema nervoso centrale e periferico, estremamente dolorosi e deturpanti talvolta associati a problemi ossei, cognitivi e vascolari e che ad oggi mancano di una terapia efficace. Sono oltre 20.000 in Italia le persone colpite da NF e circa 2 milioni nel mondo

E’ stato un mese per conoscere questa malattia attraverso iniziative che hanno coinvolto medici, ricercatori, associazioni dei pazienti e la società, le istituzioni e la comunità scientifica nella lotta per sconfiggere le neurofibromatosi.

Per maggiori informazioni su Shine a light on NF è possibile visitare la pagina dedicata all’iniziativa nel sito della Fondazione statunitense Children’s Tumor Foundation.

 

Incredibile scoperta americana: nuova forma di Demenza non-Alzheimer

Individuata una nuova forma di demenza tra gli anziani finora diagnosticata erroneamente come Malattia di Alzheimer, causata dall’accumulo di una proteina diversa dalla beta amiloide. La rivoluzionaria scoperta è emersa dallo studio pubblicato sulla rivista Brain e coordinato dall’Università del Kentucky.

I ricercatori americani hanno dimostrato che nella popolazione over 80 anni esiste una particolare forma di demenza caratterizzata da prevalenti disturbi della memoria e dall’accumulo intra-neuronale di una proteina che si chiama TDP-43, che ha molte e complesse funzioni nella espressione genica e nella sintesi proteica.

Fino ad oggi la TDP-43 veniva riconosciuta come quella proteina che si deposita all’interno delle cellule neuronali in alcune malattie degenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica e la demenza fronto-temporale, che si caratterizza per un esordio più giovanile e la presenza di disturbi del comportamento.

La nuova forma di demenza, denominata dai ricercatori Late (Limbic-predominant Age-related TDP-43 Encephalopathy), colpisce il lobo limbico, la parte mediale del lobo temporale e la corteccia frontale.

Si tratta di uno studio di grande rilevanza che avrà sicure ricadute su tutte le problematiche, diagnostiche, cliniche e terapeutiche delle demenze degenerative. Circa il 20% dei pazienti sopra gli 80 anni affetti da demenza sarebbero colpiti da questo tipo specifico di demenza. Si tratta ora di lavorare per sviluppare criteri diagnostici clinici e di laboratorio che ne permettano la diagnosi in vivo, come ad esempio la Risonanza Magnetica, la PET con marcatori specifici, ed eventualmente anche il dosaggio della proteina nel sangue e nel liquor, che tuttavia attualmente non è ancora a disposizione. La demenza risulta quindi composta da differenti malattie e non solo dalla malattia di Alzheimer, e una precisa diagnosi è un pre-requisito per potere sviluppare terapie mirate”– ha affermato Gianluigi Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN).

I ricercatori hanno analizzato i dati di ampie casistiche di autopsie di soggetti anziani, molti dei quali affetti da quadri di declino cognitivo ritenuti tipici della malattia di Alzheimer (con prevalente compromissione della memoria) dimostrando chiaramente l’accumulo della proteina TDP-43, e non della proteina beta amiloide, che è tipica del quadro patologico della malattia di Alzheimer.

Questo studio apre un nuovo scenario per la ricerca e per interpretare anche gli insuccessi di alcuni studi sulle terapie anti-amiloide. In molti casi, soprattutto nei soggetti anziani, tale proteina è spesso associata all’accumulo della proteina amiloide, per cui rimuovere la sola amiloide può non risultare efficace. Purtroppo, non sono ancora disponibili test da utilizzare nei pazienti per dimostrare l’accumulo di TDP-43 nel cervello nelle prime fasi di malattia, come invece avviene per la proteina beta-amiloide, ma la ricerca in tale campo è molto attiva e potrà portare a nuove possibilità terapeutiche” – ha commentato Carlo Ferrarese, Presidente dell’Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le Demenze (SINdem).

Limbic-predominant age-related TDP-43 encephalopathy (LATE): consensus working group report – Peter T Nelson Dennis W Dickson John Q Trojanowski Clifford R JackPatricia A Boyle Konstantinos Arfanakis Rosa Rademakers Irina AlafuzoffJohannes Attems Carol Brayne … – Brain, awz099, https://doi.org/10.1093/brain/awz099 – Published: 30 April 2019


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