Archivio per giugno 2019

Giornata mondiale dell’ambiente: Novo Nordisk, obiettivo impatto ambientale zero

In occasione della Giornata mondiale dell’ambiente che si è celebrata il 5 giugno scorso, Novo Nordisk ha annunciato due importanti iniziative in tema di riduzione dell’impatto ambientale e in favore dello sviluppo sostenibile. L’azienda farmaceutica danese ha previsto di raggiungere l’obiettivo di utilizzare nei propri stabilimenti energia elettrica prodotta esclusivamente da fonti rinnovabili entro il 2020 e di azzerare le emissioni di CO2 imputabili alle attività operative e di trasporto entro il 2030.

Recentemente, Novo Nordisk ha compiuto un significativo investimento per installare un impianto a pannelli solari per una superficie di 672 acri, più o meno l’area coperta da 500 campi da calcio, in Nord Carolina. Dall’inizio del 2020, l’impianto fotovoltaico fornirà energia agli stabilimenti dell’azienda negli Stati Uniti. Novo Nordisk è la prima azienda farmaceutica del network RE100 (aziende impegnate all’utilizzo per il 100% di energia da fonti rinnovabili – www.there100.org) a impiegare nelle attività produttive solo energia elettrica da fonti rinnovabili.

Gli impianti produttivi Novo Nordisk di Tianjin in China utilizzano al 100% energia eolica, lo stesso vale per gli impianti situati in Europa. Lo stabilimento di Montes Claros in Brasile è alimentato al 100% a energia idroelettrica. In Danimarca, i siti produttivi e gli uffici dell’azienda sono alimentati interamente con energie rinnovabili.

Questi impegni sono parte di una nuova ambiziosa strategia, che va sotto il nome ‘Circular for Zero’. Ha lo scopo di rendere Novo Nordisk un’azienda a impatto ambientale zero, grazie alla riduzione dei consumi, al riciclo dei rifiuti, allo studio e allo sviluppo di prodotti riutilizzabili, in un ciclo virtuoso ‘circolare’ della catena di fornitura.

Sono oltre 29 milioni le persone che utilizzano i nostri farmaci. Dal prossimo anno, sappiano che li produciamo esclusivamente grazie a energia rinnovabile. Ci stiamo impegnando, inoltre, per abbattere le emissioni e per un business circolare, affinché si possa affermare, un giorno, che Novo Nordisk è a impatto zero” – ha dichiarato il CEO di Novo Nordisk, Lars Fruergaard Jørgensen.

Il progetto strategico Circular for Zero di Novo Nordisk prevede tre grandi aree di intervento:

  1. ‘Azienda circolare’: riduzione dell’impatto ambientale delle produzioni, eliminando il conferimento di rifiuti in discarica e lo spreco di acqua, energia e risorse.
  2. ‘Catena circolare’: riduzione dell’impatto ambientale della catena di fornitura lavorando con partner che aderiscano alle pratiche dell’economia circolare e aumentando l’approvvigionamento di materiali e risorse riciclate e non dipendenti da carbone.
  3. ‘Prodotti circolari’: studio e sviluppo di nuovi prodotti, e adeguamento di quelli esistenti, in base ai principi dell’economia circolare, indirizzandosi verso soluzioni sostenibili e che privilegino il riciclo e il riutilizzo.

Per perseguire questi obiettivi, Novo Nordisk ha stretto una partnership con la Ellen MacArthur Foundation, organizzazione la cui missione è favorire la transizione verso l’economia circolare. É, infatti, diventata la prima azienda farmaceutica a far parte del network CE100, promosso dalla Fondazione, che riunisce aziende, governi, amministrazioni e istituzioni accademiche, in un’unica piattaforma dedicata allo scopo.

 


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Ictus cerebrale: si allunga fino a 9 ore la finestra temporale per la somministrazione della trombolisi

Avere più tempo per somministrare il trattamento che può salvare dall’ictus cerebrale: il Congresso dell’European Stroke Organisation evidenzia un notevole passo avanti in questa direzione.

Aumentare le possibilità di recupero e limitare le conseguenze disabilitanti causate dall’ictus cerebrale intervenendo con la trombolisi, cioè con la somministrazione di un farmaco capace di disostruire l’arteria cerebrale occlusa, entro le prime 4,5 ore dalla comparsa dei sintomi o con la trombectomia meccanica (utilizzando cioè device meccanici per via endovascolare) entro le prime 6.

Queste le finestre temporali entro le quali oggi si può intervenire per limitare i danni dell’ictus cerebrale, patologia che, nel nostro Paese, colpisce circa 150.000 persone ogni anno. Quella cerebrovascolare è, infatti, una patologia tempo-dipendente: indipendentemente dalla gravità del quadro clinico, è fondamentale che, in presenza dei sintomi dell’ictus, la persona venga trasportata dall’ambulanza del 112 al Pronto Soccorso dell’Ospedale dotato di Unità Neurovascolare (Stroke Unit) più vicino.

Dal Congresso ESOC arriva invece la notizia che il trattamento trombolitico può essere somministrato, con buoni risultati, entro una finestra temporale più lunga – che può arrivare fino alle 9 ore dopo la comparsa dei sintomi – in pazienti selezionati con l’utilizzo delle più recenti tecniche di neuroimaging.

L’efficacia della terapia dipende dal tempo. È stato dimostrato che la mortalità, il rischio di emorragie intracraniche e le disabilità permanenti diminuiscono in maniera significativa ogni 15 minuti giocati in anticipo sull’ictus” – ha confermato Danilo Toni, Presidente dell’Italian Stroke Organization e Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma.

Nel corso del Congresso è stata ribadita l’importanza dei 7 campi inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030: prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus.

Il Piano di Azione, al quale hanno aderito tutti i Paesi Europei, ha sicuramente degli obiettivi ambiziosi, come la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa del 10%, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura e la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso, dalla prevenzione primaria fino alla vita post ictus. Dobbiamo considerare che, in base ai dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nel 2017), si stima che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea e che, conseguentemente, salirà anche il numero delle persone che dovrà convivere con gli esiti di una patologia che diventa cronica” – ha dichiarato Francesca Romana Pezzella, neurologo presso la Stroke Unit dell’Ospedale San Camillo di Roma e delegata A.L.I.Ce. Italia per S.A.F.E., E.S.O. e W.S.O e selezionata dal Direttivo ESO come co-chair (cioè co-Presidente) per la implementazione dell’ACTION PLAN IN EUROPE nel triennio 2018-2021.

Questi obiettivi sono pienamente condivisi, nel nostro Paese, dall’Osservatorio Ictus Italia, costituito nel 2016 dall’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus e da A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), in collaborazione con ISO (Italian Stroke Organization), ESO, Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

Riteniamo necessario favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di questa devastante malattia. Obiettivo condiviso dell’Osservatorio è quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia, mettendo in atto politiche dedicate sia a livello nazionale che regionale, da una parte coinvolgendo gli operatori sanitari affinché vengano adottati modelli organizzativi efficaci, e dall’altra, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di adottare uno stile di vita sano per prevenire e contrastare le malattie cerebrovascolari e quelle cardiovascolari” – ha concluso Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

Un aspetto particolarmente sentito anche dall’Osservatorio Ictus Italia è quello del ruolo delle donne. Dati recenti pubblicati nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno evidenziato, infatti, come solo un terzo dei ricercatori in tutto il mondo e il 12% dei membri delle accademie scientifiche nazionali appartengano al sesso femminile. Non solo: questa diseguaglianza tra i sessi peggiora nel corso della carriera: il 70% delle donne in accademia è Assegnista di Ricerca o Ricercatrice e solo il 10% è Professore Ordinario.

Nel 2014, l’European Stroke Organisation ha eletto la prima Presidente donna della sua storia, la Prof.ssa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Misericordia di Perugia che, come primo obiettivo, si è prefissata quello di aumentare il numero delle donne iscritte e di farle partecipare attivamente nell’ambito della società scientifica: in soli tre anni, dal 2014 al 2017, la percentuale di donne aderenti all’ESO è passata dal 31% al 40%.

Questa inversione di tendenza, con l’aumento della presenza delle donne nell’ambito della Neurologia si è potuto notarla già nel corso della quinta edizione della Conferenza Annuale dell’European Stroke Organisation, che si è appena conclusa a Milano con la partecipazione di oltre 5.600 specialisti: ben il 40% dei relatori era composto da donne” – ha dichiarato Valeria Caso, Past President ESO.

Nel caso specifico dell’ictus cerebrale, le disuguaglianze si registrano, anche per quanto riguarda l’accesso alle cure (tra i fattori determinati di questa disparità si segnalano, oltre al genere, il basso status socio-economico e l’età anziana) e la dimensione organizzativa nel post ictus. Si calcola che 1 donna su 5 avrà un ictus nell’arco della sua vita (per gli uomini il rapporto è di 1 su 6) e, considerando che le donne vivono più a lungo degli uomini, aumenta la probabilità di esserne colpite.

L’ictus uccide il doppio del tumore mammario, ma notizie non troppo rassicuranti arrivano anche dal punto di vista dei fattori di rischio: fumo e diabete sono pericolosi più per le donne che per gli uomini. Una sola sigaretta in una donna provoca un danno uguale a quello prodotto, in un uomo, da 5 sigarette mentre il diabete moltiplica il rischio di malattie cardiovascolari da 3 a 5 volte nella donna.

Alla luce di questi dati risulta sempre più fondamentale diffondere messaggi precisi e maggiori informazioni sulla prevenzione, sui fattori di rischio modificabili e sulle cure appropriate più specifiche per il genere femminile ma, contemporaneamente, vanno portate avanti tutte le azioni necessarie per sensibilizzare e tenere alta l’attenzione della popolazione, affinché sappia che questa malattia è temibile ma, oggi, si può prevenire e curare con risultati apprezzabili.


Tumore al seno: analisi secondaria dei risultati del trial TAILORx

I risultati di una nuova analisi dello studio TAILORx – Trial Assigning IndividuaLised Options for Treatment (Rx) – confermano le conclusioni iniziali e definitive già emerse l’anno scorso, aggiungendo approfondimenti sul rischio clinico relativo alle pazienti con tumore al seno in stadio precoce di 50 o meno anni d’età. I risultati, pubblicati in The New England Journal of Medicine1 e presentati al Meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO 2019), hanno mostrato che la stratificazione delle pazienti secondo il parametro del rischio clinico (volume della massa tumorale e grado istologico) non è in grado da sola di prevedere i benefici della chemioterapia. I fattori di rischio clinico forniscono informazioni prognostiche complementari al test Oncotype DX Breast Recurrence Score e possono essere di ausilio per identificare le donne più giovani che riceveranno benefici da una terapia più efficace.

Siamo lieti che autorità scientifiche del calibro di The New England Journal of Medicine e ASCO continuino a riconoscere l’importante risultato e l’impatto di TAILORx un anno dopo aver stabilito che il test Oncotype DX identifica con certezza sia l’ampia maggioranza di donne con tumore al seno in stadio precoce che non riceverebbe alcun beneficio dalla chemioterapia, sia quella significativa minoranza di donne alle quali la chemioterapia potrebbe salvare la vita le ulteriori informazioni scaturite da questa nuova analisi confermano che le giovani donne con tumore al seno non sono tutte uguali e indicano che dovrebbero essere trattate individualmente, in base alla specifica biologia del loro tumore, così come determinato dal test Oncotype DX e dalla valutazione del loro rischio clinico” – ha dichiarato Steven Shak, Direttore scientifico di Genomic Health.

Un obiettivo secondario dello studio TAILORx – il trial clinico più esteso mai condotto sul trattamento del tumore al seno, sostenuto dal National Cancer Institute (NCI) e condotto dall’ECOG-ACRIN Cancer Research Group – era quello di valutare se il fattore del rischio clinico fornisse informazioni aggiuntive di carattere prognostico o predittivo ai risultati del Recurrence Score®. Delle 9.427 donne arruolate in TAILORx provviste del risultato del Recurrence Score e dei parametri del rischio clinico, al 70% è stato individuato un rischio clinico basso (tumore ≤3 cm e grado basso, ≤2 cm e grado intermedio o ≤1 cm e grado alto), e al 30% un rischio clinico alto (perché non conformi ai criteri di basso rischio clinico). Anche se il rischio clinico ha fornito informazioni prognostiche aggiuntive in tutti i gruppi del Recurrence Score, le percentuali di sopravvivenza senza malattia e d’intervallo libero da recidive metastatiche sono state simili in tutti i gruppi con Recurrence Score 11-25, con o senza chemioterapia e a prescindere dal rischio clinico.

Lo scorso anno TAILORx ha stabilito un livello massimo di evidenza e una precisione ineguagliata, validando l’utilizzo del test Oncotype DX Breast Recurrence Score per orientare il trattamento chemioterapico adiuvante nelle donne con tumore al seno in stadio precoce. Alla luce di questa nuova analisi, è evidente che le donne di 50 o meno anni d’età con un risultato del Recurrence Score tra 16 e 20 e basso rischio clinico non hanno necessità di sottoporsi alla chemioterapia. Inoltre, il test Oncotype DX, abbinato ai fattori di rischio clinico, sarebbe in grado di individuare le donne in pre-menopausa con rischio clinico più elevato che potrebbero trarre beneficio dalla soppressione della funzione ovarica e da una terapia anti-estrogenica più aggressiva” – ha affermato Joseph A. Sparano, Direttore associato per la Ricerca Clinica presso l’Albert Einstein Cancer Center and Montefiore Health System a New York, e Vice presidente del ECOG-ACRIN Cancer Research Group.

I rivoluzionari risultati di TAILORx presentati durante la Sessione Plenaria di ASCO 2018 e contemporaneamente pubblicati in The New England Journal of Medicine 2 stanno avvalorando il test Oncotype DX come il nuovo standard globale di cura, che i medici di ogni parte del mondo, in modo sempre più diffuso e sistematico, stanno applicando alle pazienti clinicamente idonee. Inoltre, autorevoli linee guida su scala internazionale distinguono Oncotype DX dagli altri test esclusivamente prognostici basati sull’evidenza clinica, riconoscendo quanto sia fondamentale prevedere i benefici della chemioterapia. Fra queste, sulla base del solido e superiore livello di evidenza fornito da TAILORx, il recente aggiornamento delle linee guida ASCO (2019 Guidelines for Use of Biomarkers to Guide Decisions on Adjuvant Systemic Therapy), ha incrementato la proporzione delle donne che possono essere efficacemente trattate senza chemioterapia. Ma anche le linee guida del National Comprehensive Cancer Network (NCCN), aggiornate lo scorso autunno al fine di classificare Oncotype DX quale unico test “preferenziale” nella scelta del trattamento chemioterapico per le donne con tumore al seno in stadio precoce e senza compromissione linfonodale.

In Italia Agenas, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, attraverso un’analisi dei dati presenti in letteratura, ha rilevato che l’uso dei test genomici nelle pazienti con tumore alla mammella in stadio precoce, consente di identificare le pazienti che potrebbero evitare la chemioterapia3 e che il mancato rimborso genera un problema di accessibilità3.

Dalla analisi comparativa di quattro test genomici, Agenas ha inoltre sottolineato che “l’unico studio RCT che riporta, con un follow up a 9 anni, una non inferiorità della terapia ormonale rispetto alla terapia chemioterapica adiuvante e ormonale è lo studio TAILORx che ha utilizzato il test Oncotype DX Breast Recurrence Score4.

Inoltre, l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori ha evidenziato che in Italia, su un totale di circa 52.000 casi di tumore al seno diagnosticati nel 2018, sono più di 18.000 le pazienti con tumore al seno che potrebbero soddisfare i criteri d’inclusione dello studio TAILORx: di queste, il gruppo con un rischio intermedio (risultati Recurrence Score 11-25), circa 12.000 donne, potrebbe trarre beneficio da una terapia meno aggressiva5. Gli studiosi rilevano inoltre che, per tali donne, la mancata inclusione dei test nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e quindi la non rimborsabilità da parte del Sistema Sanitario nazionale mette seriamente a rischio l’equità di accesso a cure appropriate, evidenziando la necessità di ovviare a questa carenza attraverso un’azione congiunta tra oncologi, autorità sanitarie e Associazioni pazienti.

I risultati di TAILORx stanno infatti influendo positivamente anche sulle politiche di rimborso del test Oncotype DX. In Germania, alla luce della valutazione positiva del German Institute for Quality and Efficiency in Health Care (IQWiG), il Comitato Congiunto Federale Tedesco (German Federal Joint Committee, G-BA) si è pronunciato il 20 giugno in sessione plenaria in merito al rimborso del test.

Il cancro al seno in stadio precoce e il test Oncotype DX

Oncotype DX è l’unico test genomico validato per la sua capacità di previsione sia dei probabili vantaggi della chemioterapia sia del rischio di recidiva del tumore alla mammella in stadio precoce. Il cancro al seno è la malattia oncologica più comune tra le donne europee6 e colpisce molte di loro negli anni che le vedono impegnate nel lavoro e nel formare una famiglia. Pur essendo la chemioterapia prescritta di routine, la ricerca mostra che solo una minoranza di pazienti con cancro al seno in stadio precoce può trarne effettivo giovamento7,8. Fornendo informazioni sulla specifica e individuale biologia del cancro mammario, il test Oncotype DX è stato progettato per facilitare le decisioni cliniche finalizzate alla personalizzazione del trattamento, con potenziali e importanti vantaggi economici per i sistemi assistenziali.

Per saperne di più sul test Oncotype DX, visitare il sito www.OncotypeIQ.com

  1. Sparano JA, Gray RJ, Ravdin PM, et al, Clinical and Genomic Risk to Guide the Use of Adjuvant Therapy for Breast Cancer. N Engl J Med, 2019.
  2. Sparano JA, Gray RJ, Makower DF, et al, Adjuvant chemotherapy guided by a 21-gene expression assay in breast cancer. N Engl J Med 379: 111-121, 2018.
  3. Paone S, Amicosante AMV, Di Maria E, Gillespie F, Lo Scalzo A, Migliore A, Pronzato P, Sapino A, Jefferson T, Test prognostici multigenici (TPM) per guidare la decisione sulla chemioterapia adiuvante nel trattamento del tumore al seno in stadio precoce. Agenas, Roma, 2019, p. 23.
  4. Paone S., op. cit, pag. 76.
  5. Crocetti E, Ravaioli A, Amadori D, Mancini S, Vattiato R, Giuliani O., Baldacchini F, Falcini F. Female breast cancers (T1-2, N0, M0, HR+, HER2−) with an intermediate genetic-based recurrence risk: a real-world estimate in Italy. Tumori Journal 2019, May 15: pp. 1-5. doi: 10.1177/0300891619849291.
  6. Ferlaj J et al. Cancer incidence and mortality patterns in Europe: estimates for 40 countries in 2018. Eur J Cancer 2018 Nov; 103:356-387.
  7. Paik et al. Gene expression and benefit of chemotherapy in women with node-negative, estrogen receptor-positive breast cancer. J Clin Oncol 2006 Aug 10;24(23):3726-34.
  8. Early Breast Cancer Trialists’ Collaborative Group (EBCTCG) et al. Comparisons between different polychemotherapy regimens for early breast cancer: meta-analyses of long-term outcome among 100.000 women in 123 randomised trials. The Lancet 2012 Feb, Vol. 379, Issue 9814: 432-444.


Genitori più attenti all’igiene orale dei propri figli e alle regole dell’ortodontista

Chiuse le scuole, finalmente i genitori posso prendersi cura più correttamente dell’igiene orale dei propri piccoli, una pratica fondamentale per scongiurare i pericoli in agguato della carie, patologia che affligge da sempre grandi e piccini.

In Italia oltre il 40% dei piccoli fino ai 12 anni presenta carie dentale. Un dato allarmante, quello del Ministero della Salute, su cui si sofferma l’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia (ASIO) che lancia alcune raccomandazioni per il periodo estivo.

La carie è una malattia infettiva multifattoriale degenerativa che colpisce i tessuti duri del dente estendendosi in profondità, provocando una progressiva demineralizzazione e proteolisi. Se non curata, con il tempo, può portare allo sviluppo di infezioni e, nei casi più gravi, a perdita di denti.

Lavare i denti dei bambini non è sempre facile, e ancora meno semplice se si portano apparecchi ortodontici fissi: la mancata collaborazione dei più piccoli e l’assenza da casa porta a saltare troppo spesso questa importante pratica quotidiana. È da tenere ben presente però che una corretta igiene orale sin dall’infanzia, riduce notevolmente i problemi di salute orale da adulti a partire da una valida prevenzione delle carie.

Con la fine delle scuole il controllo da parte dei genitori sull’igiene orale, deve farsi più stretto, soprattutto in caso di apparecchio ortodontico, che necessita cure e attenzioni particolari.

Ma quali sono gli accorgimenti che i genitori possono usare durante il periodo di pausa estiva dalla scuola?

Spazzolino, dentifricio e filo interdentale sono solo una parte fondamentale della routine ottimale della salute dei denti, che si basa su tre pilastri: attenzione all’igiene orale, una dieta adeguata e seguire le indicazioni dello Specialista in Ortodonzia.

Le ultime linee guida del Ministero della Salute in tema di prevenzione della carie consigliano l’uso di un dentifricio con 1.000 ppm (parti per milione) di fluoro già a partire dai 6 mesi, o comunque da quando spuntano i primi dentini da latte. Dai 6 ai 12 anni si passa a 1.400 ppm, e dai 12 anni in su a 1.450 ppm. Salvo casi particolari, le stesse linee guida non consigliano la somministrazione delle gocce o pastiglie di fluoro, come avveniva in passato.

Anche l’alimentazione riveste un ruolo molto importante. Educare i bambini ad un ridotto consumo di zuccheri, evitando l’assunzione eccessiva di carboidrati raffinati in favore di frutta e verdura, stimolando una corretta e frequente igiene orale, è un compito a cui assolve l’odontoiatra Specialista in Ortodonzia che si occupa del benessere strutturale di denti e gengive, in particolar modo laddove si utilizzi un apparecchio ortodontico di tipo fisso, incollato ai denti decidui e/o permanenti. Sempre più spesso noi ortodontisti, infatti, siamo chiamati a svolgere nelle scuole giornate di informazione e formazione per i piccoli” – sottolinea il Dott. Cesare Luzi, Specialista in Ortognatodonzia e Presidente dell’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia (ASIO).

Allo sviluppo della carie, però, concorrono anche altri fattori principali come: la predisposizione familiare, lo streptococco mutans, l’anatomia dei denti, la loro parziale eruzione o l’affollamento che rendono più difficile la pulizia, il flusso salivare, il tipo di PH della saliva e il fluido crevicolare oltre al tipo di alimentazione. Tra questi spesso si ignora l’importanza del PH salivare che è la cartina di tornasole della nostra salute orale, e monitorarlo infatti significa poter prevenire alcune patologie. La presenza di PH acido può anche essere la conseguenza di un’alimentazione scorretta. Dolci, alcool, bevande gassate contribuiscono ad esempio ad alterarlo, rendendolo acido. Quando il PH della saliva scende sotto il valore di 5,2, la saliva si impoverisce di calcio e fosfati e questo ambiente favorisce lo sviluppo di processi cariosi. Più scende il PH e più i batteri riescono a proliferare.

Solitamente con la fine dell’anno scolastico la maggior parte dei genitori porta volentieri i propri figli a fare un controllo totale prima di partire per le vacanze. Questa è una occasione importantissima per noi ortodontisti per rinforzare tutte le istruzioni di igiene orale e le raccomandazioni per il corretto funzionamento di apparecchi fissi e rimovibili! Finita la scuola tutti i piccoli pazienti che portano gli apparecchi mobili hanno la possibilità di portarli per più ore al giorno, fattore indispensabile per il successo delle nostre terapie” – spiega Cesare Luzi, Presidente dell’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia (ASIO).

L’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia è un’associazione sindacale che opera per la tutela ed il progresso della specialità medica ed odontoiatrica dell’Ortognatodonzia e la difesa e tutela professionale dei Medici e degli odontoiatri Specialisti in Ortognatodonzia. Fondata nel 1994 da un gruppo di Medici laureati in Medicina e Chirurgia e/o Odontoiatria, specializzati in Ortodonzia, risponde alla esigenza di promuovere e di diffondere il concetto di una ortodonzia di qualità. ASIO fa parte dell’EFOSA (La Federazione Europea delle Associazioni Specialisti in Ortognatodonzia) dal 1999, in quanto Associazione Europea che rispetta i requisiti di qualità, professionalità e rispetto del codice etico della Federazione. L’EFOSA a sua volta aderisce al WFO (World Federation of Orthodontists, la Federazione Mondiale degli ortodontisti) che ha tra i suoi obiettivi primari la diffusione e promozione dell’arte e della scienza ortodontica nel mondo. Tutti gli sforzi di ASIO sono protesi a raggiungere l’eccellenza in ortodonzia: un’eccellenza strutturale, organizzativa e pratico-terapeutica dei suoi associati al servizio dei cittadini. Tutti i soci appartenenti a ASIO sono solo Specialisti Ortodontisti.


Doppio riconoscimento per il Virtual Lab di Takeda

Entrare in un laboratorio solitamente off-limits e vivere la preparazione della prima terapia a base di cellule staminali approvata in Europa per il trattamento delle fistole perianali complesse nella malattia di Crohn, è l’esperienza resa possibile dal Virtual Lab di Takeda che, per il suo valore innovativo, si è aggiudicato due prestigiosi riconoscimenti: il premio innovazione Smau R2B e le Fonti Awards.

Giunto alla 14esima edizione, il Premio Innovazione SMAU rappresenta l’evento di riferimento in Italia dedicato all’offerta multisettoriale di nuove tecnologie e competenze, ricerca e innovazione. Quasi stessa longevità per Le Fonti Awards che da 15 edizioni riunisce i più importanti rappresentanti della business community a livello globale, esempi di innovazione e leadership nel loro ambito di riferimento e che ha premiato Takeda nella categoria “Eccellenza dell’anno – Innovazione digitale nel settore farmaceutico”.

Meritevole di entrambi i riconoscimenti, il Virtual Lab è il progetto di realtà esperienziale ideato in collaborazione con Experenti in ottica scientific gaming, che permette ai medici di partecipare alla lavorazione di cellule staminali mesenchimali allogeniche, accedendo alle camere di coltura e di preparazione a cui solo il personale specializzato può avere accesso. Questo consente una totale immersione dell’utente in una realtà parallela dove può interagire liberamente, raggiungendo un coinvolgimento totale, prima d’ora impossibile, ed apprezzare l’evoluzione rappresentata dalla nuova terapia.

La terapia con cellule staminali mesenchimali allogeniche rappresenta una svolta epocale per i pazienti che soffrono di una importante complicanza della malattia di Crohn. Grazie al Virtual Lab, i medici hanno la possibilità di comprendere come funziona una Cell Factory nella quale viene prodotto un farmaco così innovativo, basato su cellule viventi che agiscono modulando il sistema immunitario e, utilizzando le potenzialità della realtà immersiva, il Virtual Lab permette di vivere un’esperienza a cui non è facile accedere nel normale percorso di formazione di laboratorio” – ha dichiarato Rachele Ciccocioppo, Professore di Gastroenterologia, Università degli Studi di Verona.

Il Virtual Lab rappresenta una nuova frontiera dell’educazione in campo scientifico: un’applicazione fruibile anche durante meeting e congressi con la quale Takeda apre le porte dei suoi laboratori ai medici che utilizzano le terapie innovative per i loro pazienti.

Riuscire a portare migliaia di clinici e biologi nella nostra Cell Factory di Madrid per far loro apprezzare e comprendere il processo manifatturiero delle cellule staminali per uso terapeutico era praticamente irrealizzabile anche per le condizioni di assoluta sterilità in cui si svolgono tali processi. Ci siamo riusciti grazie alla tecnologia innovativa della realtà esperienziale che oggi consente, indossando uno speciale visore ed utilizzando degli appositi joystick, di potersi “immergere” in un laboratorio virtuale, perfetta replica di quello reale, muoversi al suo interno e, utilizzando le apparecchiature presenti, rivivere in prima persona le fasi di coltura e sviluppo delle colonie di cellule staminali” – ha commentato Davide Bottalico Digital Healthcare & Innovation Director Takeda Italia.


Gli epilettologi raccontano l’epilessia

91 storie di cura dell’epilessia scritte da 25 epilettologi di tutta Italia. Al centro le esperienze delle persone e dei loro familiari, il lavoro, il tempo libero, le paure nel vissuto quotidiano e nei progetti di vita; nella scelta delle cure e nel cambiamento. Insieme alle speranze e alle possibilità per un nuovo sguardo sulla malattia.

Questo in sintesi il Progetto “ERE – gli Epilettologi Raccontano le Epilessie”, la prima ricerca italiana di Medicina narrativa multicentrica che ha raccolto le narrazioni dei professionisti sulle esperienze di cura dell’epilessia, realizzato dall’Area Sanità e Salute della Fondazione ISTUD con il patrocinio della Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) e il supporto non condizionato di Bial Italia.

Con l’occasione del Congresso Nazionale della LICE svoltosi a Roma dal 5 al 7 giugno scorso, le 91 storie di cura sono state valorizzate non solo nella loro unicità, ma anche nei temi importanti portati alla luce, e ad oggi ancora taciuti:

  • Il 57% delle persone con epilessia raccontate vive una vita “immobile”, confinata entro le mura domestiche.
  • Anche il 61% dei loro famigliari e caregiver conduce una vita di autoreclusione e solitudine.
  • A fronte di un’età media di 37 anni, il 60% delle persone con epilessia raccontate non è occupato e riporta difficoltà di inserimento lavorativo, o mantenimento dell’occupazione.
  • La paura è l’emozione dominante nelle narrazioni, e trasversale a tutte le fasi di cura.
  • I curanti dimostrano di avere un forte coinvolgimento nelle relazioni di cura, non solo basate sulla clinica, ma ampliate alla sfera del vissuto quotidiano ed emotivo. Questo carico emotivo necessita di essere preservato, per il benessere dei professionisti.

Grande il desiderio dei medici esperti di epilessia di raccontare del proprio lavoro attraverso le storie complesse ed emozionanti delle persone con epilessia: non sono solo medici del corpo, ma anche curanti degli aspetti psicologici, sociali, come l’inclusione a scuola e al lavoro. Hanno sviluppato una straordinaria sensibilità, e dovrebbero avere più equipe multidisciplinari al proprio fianco, con psicologi, assistenti sociali e volontari. Sono troppo soli in molte occasioni” – ha spiegato Maria Giulia Marini, Direttore Scientifico e dell’Innovazione dell’Area Sanità e Salute di Fondazione ISTUD, a proposito di questo ultimo punto.

Le narrazioni scritte dai professionisti sono ricche, vere, colme di elementi concreti su cui basarsi per migliorare la qualità dei supporti, e quindi della vita con l’epilessiaha commentato Oriano Mecarelli, Presidente della LICE.

Le storie di cura sono state analizzate secondo le metodologie della Medicina Narrativa, e poi condivise in una Consensus Conference che ha visto parte degli epilettologi “narratori” coinvolti in un progetto di trasformazione dei testi in azioni concrete, da attuare su più livelli. La disinformazione crea discriminazione. Questo il principio di fondo da cui sono scaturite tutte le azioni elaborate e condivise dal gruppo di lavoro, che ruotano intorno alla necessità di “sdoganare” l’epilessia dallo stigma e dal taboo di cui è ancora permeata. Gli epilettologi coinvolti si sono impegnati a contribuire a rafforzare e canalizzare maggiormente l’informazione e la rassicurazione: bisogna sapere che le epilessie si possono gestire, nei diversi contesti di famiglia, lavoro, tempo libero, e bisogna sapere come. Hanno poi proposto l’istituzione di un gruppo di lavoro multidisciplinare che metta insieme epilettologi, medici legali, medici del lavoro, associazioni, per definire in maniera uniformata i livelli di malattia, e le sue corrispettive possibilità. Fondamentale riscoprire il ruolo originario delle associazioni, di supporto e sollievo per le famiglie che vivono l’esperienza dell’epilessia. E poi ci sono le tutele legali esistenti da far conoscere, per passare da pochi casi di best practices alla prassi di una reale inclusione organizzativa delle persone con epilessia nel mondo del lavoro. Infine, anche le parole hanno la loro importanza, e per questo si lavorerà alla diffusione di un nuovo linguaggio, per superare lo stigma e la paura: l’epilessia non è un “male!”.

I Caffè letterari

Tutti questi temi sono stati affrontati in maniera interattiva e partecipata durante le giornate di Congresso LICE, attraverso dei caffè letterari, ossia delle brevi sessioni ospitate nello stand di BIAL Italia nelle quali, insieme a referenti esperti, si parlerà di vita con l’epilessia. Con Mario Moroni, imprenditore digitale e testimonial della LICE, si è parlato di vita attiva con l’epilessia, e di come ridurre l’immobilismo e rendere possibili le passioni, i viaggi, le attività sportive. Con Luca Barbieri, giuslavorista esperto di diritto del lavoro, si è fatto chiarezza sui diritti per le persone con epilessia nel mondo del lavoro, e sulle possibilità di inclusione equilibrata tra sicurezza e soddisfazione lavorativa. E con la collaborazione della Federazione Italiana Epilessie, in particolare con Matteo Roccio, si è parlato anche di caregiver e delle loro necessità di supporti e sollievo, perché l’epilessia si vive dentro le case, quindi in famiglia.

L’intento di questi caffè letterari sull’epilessia è stato quello di discutere di possibilità e soluzioni, che ci sono, contro la paura, che ha fatto da sfondo a gran parte delle narrazioni raccolte e delle vite raccontate. Considerando che in Italia si stimano 600.000 persone con epilessia, con 36.000 nuovi casi l’anno, i temi emersi dal progetto ERE portano alla luce uno spaccato d’Italia e questioni sociali che non possono essere più tenute nascoste, ma vanno affrontate con azioni concrete e coordinate tra i tutti i portatori di interesse.

Bial in linea con il suo impegno nel migliorare la salute umana e la qualità di vita delle persone, si è fatta parte attiva di questo progetto per supportare un concetto di cura che vada oltre il puro aspetto farmacologico e venga ricondotto alla dimensione umana e al supporto psicologico che è parte fondamentale del rapporto medico-curante. Siamo felici di aver trovato, tra gli esperti di epilessia una elevata sensibilità al tema e saremo al fianco della LICE per ridurre lo stigma che ancora si associa a questa malattia” – ha affermato Pamela Scarlata, Direzione Medica BIAL Italia.

 

Carestream si conferma il partner di riferimento per i progetti regionali della radiologia italiana

Carestream ha da poco siglato tre importanti contratti pluriennali per implementare Vue Clinical Collaboration Platform (guarda il video) e alcune soluzioni di imaging diagnostico con tecnologia DR in Emilia Romagna, Liguria e Molise, per un totale di oltre 22 milioni di euro.

Con oltre 100 anni di leadership nel settore dell’imaging diagnostico e con la sua forte tradizione d’innovazione ed eccellenza, Carestream Health Italia si pone l’obiettivo di soddisfare al meglio le differenti esigenze delle strutture sanitarie, sviluppando soluzioni affidabili, efficaci e tecnologicamente all’avanguardia.

Il nostro obiettivo è quello di aiutare le strutture sanitarie ad offrire migliori servizi ai propri pazienti, attraverso l’introduzione di innovazione tecnologica e di processo. Questo è quello che si aspettano i nostri partner nonché il motivo per cui ci hanno scelto per il loro percorso di aggiornamento digitale” – ha spiegato Fabio Tigani, Country Sales Manager di Carestream Health Italia.

L’Area Vasta Emilia Centro è punto di riferimento per un bacino di utenza di 1,3 milioni di cittadini e oltre 7000 professionisti sanitari; raggruppa un’ampia rete di 18 strutture sanitarie che all’anno effettuano 1 milione e mezzo di esami radiologici. L’accordo ligure include in principio le radiologie dell’ASL 1 Imperiese, l’ASL 2 Savonese e l’ASL 5 Spezzino per un totale di 10 strutture sanitarie e oltre 1000 professionisti coinvolti con l’obiettivo di realizzare una soluzione integrata per la gestione delle immagini diagnostiche a livello regionale. In Molise il progetto con ASReM (Azienda Sanitaria Regionale del Molise) prevede la creazione di un’unica rete per la gestione delle immagini provenienti da tutti gli ospedali e dalle diverse strutture radiologiche territoriali, dove all’anno vengono effettuati oltre 250.000 esami radiologici.

Più di 830 radiologi coinvolti nei 3 progetti avranno accesso alla Clinical Collaboration Platform, la piattaforma IT di Carestream che grazie a strumenti diagnostici multi specialistici, agevolerà la collaborazione tra professionisti sanitari al fine di migliorare l’esperienza dei pazienti. Referti multimediali strutturati e moduli di visualizzazione avanzata all’avanguardia, che comprendono ad esempio strumenti di neuroradiologia, gestione delle lesioni oncologiche, misurazioni ortopediche e strumenti specialistici per la mammografia, supporteranno il lavoro dei clinici nella cura di patologie complesse.

I reparti di tutte le strutture sanitarie avranno accesso alle immagini dei pazienti tramite il modulo Vue Motion della piattaforma Carestream, KLAS Category Leader per il 2019 nella categoria Universal Viewer, che garantirà sicurezza e accesso protetto anche tramite smartphone e tablet. Questa soluzione permetterà ad oltre 8000 medici specialisti di collaborare in maniera congiunta per la cura dei pazienti. L’accesso web a tutti i referti e alle immagini diagnostiche e la possibilità di condividere tra operatori sanitari opinioni “live” in maniera sicura, inoltre, assicurerà valutazioni più rapide e diagnosi più precise.

È per noi motivo di orgoglio e testimonianza del nostro impegno costante riuscire a rendere disponibili strumenti che consentano diagnosi qualitativamente più accurate e tempistiche di refertazione ridotte con l’obiettivo di aiutare gli operatori sanitari nella loro giornata lavorativa. Attraverso l’ottimizzazione della gestione, condivisione e archiviazione delle immagini da sempre otteniamo la fiducia delle più importanti realtà in ambito sanitario che insieme a noi vogliono intraprendere un percorso di crescita e miglioramento continuo” – ha dichiarato Michele Ferrarese, Amministratore Delegato di Carestream Health Italia.

 

FONTE | Carestream Health Italia 

 

 


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