Tumori: immunoterapia ancor più efficace quando viene combinata con i farmaci epigenetici


La sfida attuale nella lotta al cancro è di aumentare il numero di pazienti che rispondono positivamente all’immunoterapia. Per farlo occorre “preparare” il tumore a essere riconosciuto in modo più efficace dal sistema immunitario. È in questa direzione che stanno lavorando i ricercatori del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena. Nello studio NIBIT-M4, che è stato presentato il 1 giugno scorso a Chicago in occasione del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il gruppo di ricerca diretto dal professor Michele Maio, in collaborazione con importanti Centri italiani ed europei, ha dimostrato che nei pazienti con melanoma la sequenza di guadecitabina e ipilimumab – il primo un agente ipometilante, il secondo un immunoterapico – migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere ed attaccare le cellule tumorali.

Aumentare il numero di pazienti che rispondono all’immunoterapia

Negli ultimi dieci anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori. Alcune neoplasie che non lasciavano scampo oggi possono essere trattate con successo, ma solo circa il 40-50% dei pazienti risponde a questo genere di cure. Se da un lato una delle possibili strategie per aumentare la percentuale è migliorare la sequenza con cui somministrare i diversi immunoterapici, l’altra prevede la somministrazione dell’immunoterapia in combinazione a molecole in grado di modificare le caratteristiche del tumore, con l’obiettivo di renderlo maggiormente visibile al sistema immunitario. Lo studio presentato ad ASCO, una “prima” a livello mondiale, va proprio in quest’ultima direzione.

I risultati raggiunti sono per noi motivo di grande orgoglio in quanto confermano la nostra iniziale intuizione sulla necessità di creare le condizioni affinché gli immunoterapici possano agire al meglio. Quanto ottenuto è perfettamente in linea con i risultati pre-clinici raggiunti negli anni scorsi dai laboratori del nostro Centro. Una dimostrazione di quanto sia fondamentale l’integrazione tra la ricerca di base e quella clinica, sostenute negli anni dalla Fondazione NIBIT e dalla Fondazione AIRC, anche grazie al programma 5×1000 cominciato nel 2018” – ha spiegato Michele Maio, direttore del CIO di Siena e Presidente della Fondazione NIBIT, che ha sostenuto lo studio insieme ad AIRC.

Un passo avanti ulteriore verso la cronicizzazione del cancro.

Il tumore è maggiormente visibile

Lo studio di fase 1b, iniziato nel 2015 e che ha coinvolto 19 pazienti con melanoma metastatico, ha innanzitutto raggiunto l’obiettivo di dimostrare la sicurezza e la tollerabilità della sequenza di somministrazione dei due farmaci. Dalle analisi è anche emerso che nel 42% dei pazienti si è verificato un controllo della malattia e nel 26% dei casi una risposta obiettiva al trattamento.

Questi dati ci indicano che siamo sulla buona strada. La somministrazione sequenziale di un agente ipometilante e dell’immunoterapico è un trattamento fattibile e complessivamente ben tollerato, che può migliorare l’efficacia dell’immunoterapia” – ha spiegato Anna Maria Di Giacomo, coordinatrice della ricerca clinica del CIO e Principal Investigator dello studio.

Non solo, le analisi effettuate sui campioni tumorali dei pazienti hanno mostrato che l’utilizzo della guadecitabina ha portato a una maggiore espressione di quei geni implicati nel riconoscimento tra tumore e sistema immunitario, chiara prova della bontà del metodo utilizzato.

Farmaci in sequenza

La strategia utilizzata ha previsto la somministrazione di un farmaco epigenetico, la guadecitabina, capace di determinare modificazioni chimiche nel DNA delle cellule tumorali per poterne modulare l’espressione genica.

Le modifiche generate da questo farmaco fanno sì che le cellule tumorali esprimano, sulla propria superficie, molecole che hanno un ruolo fondamentale nell’interazione tra tumore e sistema immunitario. Così il tumore risulta maggiormente visibile agli “occhi” alle cellule del sistema immunitario del paziente e la guadecitabina crea le condizioni ottimali per fare in modo che i farmaci immunoterapici somministrati successivamente possano avere maggiore efficacia” – ha spiegato Alessia Covre, coordinatore della ricerca pre-clinica del CIO al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, coautore dello studio.

 

Lo studio | NIBIT-M4 (Studio di fase Ib)

Presentazione: Asco – Chicago, 1 giugno 2019 Hall A, 8.00 AM – 11.00 local time – Sessione: Developmental Immunotherapy and Tumor Immunobiology – Principal Investigator Anna Maria Di Giacomo, co-autore Alessia Covre – Centro Immunoncologia di Siena.

Lo studio è stato sostenuto dalla Fondazione NIBIT e dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. La parte clinica e quella di laboratorio sono state sviluppate interamente nel Centro di Siena, avvalendosi per le analisi traslazionali di importanti centri europei ed italiani che hanno contribuito per specificità nella valutazione dei campioni tumorali.

Abstract originale: https://abstracts.asco.org/239/AbstView_239_264419.html

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