Archivio per luglio 2019

Sclerosi Multipla: migliorare il benessere psicofisico attraverso la Digital Technology

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, annuncia la IV edizione del Premio Merck in Neurologia che ha ottenuto, anche quest’anno, il patrocinio della Società Italiana di Neurologia (SIN).

A partire dall’8 luglio fino al 21 ottobre, potranno partecipare al Bando Enti Universitari e Ospedalieri, pubblici o privati, IRCCS pubblici o privati e Organizzazioni senza scopo di lucro aventi sede nel territorio italiano. I partecipanti potranno presentare fino ad un massimo di 2 progetti ciascuno, dedicati al miglioramento della qualità di vita delle persone con Sclerosi Multipla, in particolare nell’ambito del benessere psicofisico, inteso, a titolo di esempio, come attività fisica, ricreativa, svago, alimentazione.

La Sclerosi Multipla (SM) è una patologia particolarmente complessa e generalmente si caratterizza, in tutte le sue forme, per un decorso cronico e progressivamente invalidante, con un forte impatto sulla qualità di vita della persona

L’andamento della SM può condizionare in modo significativo lo stile di vita, sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista psicologico. Una persona con SM, in base al livello di disabilità, può vedere significativamente limitate le possibilità di svago e l’attività fisica. La fatica è uno dei principali sintomi della SM e rende più difficile svolgere molti compiti, , come andare a fare la spesa, uscire a cena, cucinare,  stare al computer e mantenere il posto di lavoro. Non va sottovalutato anche l’impatto psicologico: può diventare più difficile prendere parte a serate con gli amici, andare a concerti o al  cinema, con conseguente impatto negativo sull’umore e rischio di isolamento e solitudine.

La variabilità clinica e l’imprevedibilità di decorso della SM costringono spesso il paziente a riprogrammare la propria vita. Un paziente motivato, quindi, mette in atto strategie personali di convivenza con i disturbi che la patologia comporta, per affrontare le problematiche e le attività quotidiane in modo propositivo e positivo. Il nostro intento è quello di trovare quelle soluzioni che consentano una migliore gestione delle varie attività delle persone con SM, migliorandone, di conseguenza, la loro qualità di vita – ha affermato Gian Luigi Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

Anche per questa quarta edizione sono messi in palio 2 premi da € 40.000 ciascuno che verranno assegnati ai due migliori progetti in base alla graduatoria definita dalla Commissione giudicatrice.

I progetti potranno coinvolgere diverse figure professionali interessate alla gestione della persona con SM in qualsiasi ambito e dovranno prevedere l’utilizzo di soluzioni tecnologiche innovative, come ad esempio software per programmi innovativi di supporto alla persona con SM, programmi per la gestione delle problematiche connesse all’attività fisica, dispositivi mobili e wireless con o senza sensori indossabili (mobile health). Potranno, inoltre, essere valutati anche progetti che prevedano l’attivazione di percorsi preferenziali che impediscano, o quantomeno limitino, l’impatto sul wellness/benessere e, di conseguenza, sulla vita quotidiana delle persone con SM, senza dimenticare l’utilizzo di soluzioni tecnologiche innovative.

Con il lancio della IV edizione del Premio Merck in Neurologia, confermiamo ancora una volta il nostro impegno nel mettere i pazienti al centro di tutti i nostri progetti. Vogliamo fare una reale differenza nella vita delle persone con SM e di coloro che se ne prendono cura, e pensiamo che le digital technologies possano avere un ruolo centrale nel raggiungimento di questo obiettivo, insieme alle soluzioni terapeutiche, ai servizi ad alto valore aggiunto ed alle iniziative di informazione e sensibilizzazione.  Siamo certi che, anche quest’anno, i partecipanti al Premio sapranno stupirci con le loro proposte digitali innovative” – ha sottolineato Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Sul sito www.premiomerckneurologia.it sono disponibili tutte le informazioni relative alla modalità di partecipazione e di presentazione del progetto, ai criteri e alla modalità di valutazione, alla Commissione che giudicherà i lavori e all’annuncio dei vincitori.

 


Progetto FAI sulla Fibrillazione Atriale in Italia: pubblicati i risultati

Sono stati pubblicati sulla rivista Europace, organo ufficiale della European Society of Cardiology e della European Heart Rhythm Association, i risultati del “Progetto FAI: la Fibrillazione Atriale in Italia”, finanziato dal Centro per il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute e coordinato dalla Regione Toscana.

Il Progetto FAI è stato promosso e sviluppato dal Professor Domenico Inzitari, del Dipartimento NEUROFARBA dell’Università degli Studi di Firenze, in qualità di Responsabile Scientifico, e dal Dr. Antonio Di Carlo, dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in qualità di Coordinatore Scientifico, insieme ai Responsabili delle quattro Unità Operative del Progetto, Dr. Leonardo Bellino (Firenze), Dr. Domenico Consoli (Vibo Valentia), Dr. Fabio Mori (Firenze) e Dr. Augusto Zaninelli (Bergamo).

Il Progetto FAI ha consentito di stimare, per la prima volta in Italia, la frequenza della fibrillazione atriale in un campione rappresentativo della popolazione anziana, costituito da 6.000 ultrasessantacinquenni arruolati tra gli assistiti dei Medici di Medicina Generale nelle 3 Unità Operative situate in Lombardia, Toscana e Calabria. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una procedura di screening e successiva conferma clinica. Lo studio è servito inoltre a sviluppare e validare una metodologia direttamente trasferibile ai Medici di Medicina Generale e al SSN. I dati raccolti indicano nella popolazione anziana del nostro paese una frequenza della fibrillazione atriale dell’8,1%. Questo significa che un anziano su 12 ne è colpito, portando a stimare in circa 1,1 milioni i soggetti affetti da questa aritmia in Italia.

Lo studio ha permesso di dimostrare che, per effetto dei cambiamenti demografici, questi numeri saranno in costante crescita nei prossimi anni, fino a raggiungere 1,9 milioni di casi nel 2060.

Utilizzando le proiezioni demografiche fornite dall’Ufficio Europeo di Statistica (Eurostat), la ricerca ha permesso anche di stimare i casi di fibrillazione atriale attesi nella popolazione anziana dei 28 paesi dell’Unione Europea. I casi prevalenti nel 2016 risultavano 7,6 milioni, destinati praticamente a raddoppiare fino a 14,4 milioni nel 2060.

Inoltre, mentre nel 2016 in Italia gli ultraottantenni affetti da fibrillazione atriale rappresentavano il 53% dei casi, per effetto dei trend demografici nel 2060 saranno il 69% del totale, e in Europa si passerà dal 51% al 65%.

Si tratta di uno studio molto importante perché ha permesso di evidenziare come al di sopra dei 65 anni l’8,1 % della popolazione sia affetto da fibrillazione atriale. Si tratta di una condizione che aumenta fortemente il rischio che si formino coaguli all’interno del cuore e quindi il rischio della successiva comparsa di una embolizzazione che può interessare le arterie cerebrali, con conseguente improvvisa ostruzione di importanti vasi arteriosi cerebrali e comparsa di un ictus cerebrale ischemico. Circa un quarto di tutti gli ictus cerebrali sono dovuti a questo meccanismo. È molto importante quindi riconoscere le persone che presentano fibrillazione atriale e iniziare una terapia preventiva primaria con anticoagulanti orali. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione dei medici di medicina generale e della popolazione tutta, per affrontare adeguatamente questo problema e ridurre così la incidenza delle gravi malattie cerebrovascolari” – ha dichiarato Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

La fibrillazione atriale è la più frequente aritmia cardiaca di rilevanza clinica e presenta una stretta correlazione con l’età avanzata. La sua importanza è legata al fatto che essa aumenta di ben 5 volte il rischio di ictus cerebrale, patologia che rappresenta la seconda causa di morte e la prima causa di disabilità nel soggetto adulto-anziano.

Attualmente in Italia si verificano ogni anno circa 200.000 ictus, con un costo per il SSN che supera i 4 miliardi di euro. Rispetto agli ictus dovuti a cause diverse, quelli di origine cardioembolica hanno un impatto più devastante in termini di disabilità residua e sopravvivenza.

Considerando che i pazienti più anziani con fibrillazione atriale sono quelli a maggior rischio di comorbosità e complicanze, il peso di questa aritmia è destinato a crescere enormemente nei prossimi decenni, con un prevedibile aumento degli ictus cardioembolici, di maggior gravità, ponendo delle importanti sfide legate alla prevenzione e al trattamento. A tale riguardo, sono attualmente disponibili terapie efficaci, quali i farmaci anticoagulanti, che permettono di ridurre di circa 2/3 il rischio di ictus in questi pazienti, ma non sempre sono utilizzate al meglio. Adeguate campagne di screening, con il coinvolgimento diretto dei Medici di Medicina Generale, potrebbero consentire un’identificazione precoce della fibrillazione atriale, attraverso una semplice valutazione del polso e successiva esecuzione di un ECG nei soggetti in cui esso risulti irregolare, nell’ottica di ridurre gli ingenti costi sociali e sanitari collegati a questa aritmia e alle sue conseguenze.


La crisi dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente: è colpa di Dottor Google?

Il medico empatico, che accoglie e ascolta il malato, cura meglio e più rapidamente. È risaputo, e non è solo una questione di etica e di competenze tecniche. L’interazione, il dialogo e la condivisione sono la base della cosiddetta “alleanza terapeutica” tra medico e paziente: un processo millenario, l’atto di cura, fatto di rituali, linguaggi e contatto visivo, basato sulla fiducia e sulla speranza.

La risposta alla preziosa relazione che si instaura tra il curante e chi è curato è l’effetto placebo, una sorta di miglioramento spontaneo, correlato alle aspettative positive del paziente, al rapporto fiduciario con il suo medico e al contesto sociale nel quale è messa in atto la cura: da tempo questa relazione è in crisi. La sbornia tecnologica e la bulimia della comunicazione online, sostenute dalla estrema burocratizzazione sanitaria, con l’introduzione di nuovi protagonisti, nuovi rituali e parole, stanno mettendo a dura prova l’alleanza terapeutica tra medico e paziente, basata da sempre sulla fiducia, e il suo potere curativo.

Capire se e come l’era digitale possa trasformarsi in una opportunità per i pazienti e i medici, attraverso un’informazione in rete più ‘sana’, riscoprire il valore del dialogo e dell’empatia per ricostruire un rapporto in crisi, il tutto mediato da una equilibrata comunicazione dei media, è l’obiettivo del Corso di Formazione Professionale per i giornalisti “Parole che curano, parole che ammalano”, promosso dal Master della Sapienza di Roma “La Scienza nella Pratica Giornalistica” con il supporto di Fondazione Roche.

La qualità del dialogo tra terapeuta e paziente e delle competenze relazionali, oltre che tecniche, influenza l’effetto placebo, al punto che quando le aspettative vengono disattese, si scatena il “gemello cattivo”, l’effetto nocebo con un peggioramento dei sintomi. Oggi sappiamo che l’effetto placebo/nocebo è una conseguenza neurobiologica, una risposta innescata da complessi meccanismi cerebrali, mentali e corporei. Lo studio dell’effetto placebo e nocebo ha permesso ai ricercatori di capire come la speranza e le aspettative di guarigione, la fiducia nel medico e nella terapia, svolgano un ruolo cruciale in molti processi patologici e nelle risposte alle cure.

L’interpretazione dell’effetto placebo oggi riguarda il ruolo dell’interazione sociale tra colui che cura e colui che soffre questa relazione, unica e sorprendente, scaturisce dall’emergenza dell’altruismo nel corso dell’evoluzione. A un certo punto i primati hanno cominciato a prendersi cura dell’altro, del più debole, del più anziano, del malato. Questa relazione è sfociata all’inizio nella figura dello sciamano, in grado di infondere speranza e fiducia e creare aspettative positive. L’effetto placebo come lo studiamo oggi altro non è che quanto avviene nel cervello e nel corpo di chi soffre, quando crede e spera e ha aspettative che il futuro sarà migliore del presente” – afferma Fabrizio Benedetti, Direttore di Medicina e Fisiologia dell’ipossia, Plateau Rosà, Svizzera e Professore Ordinario di Neurofisiologia, Dipartimento di Neuroscienze Università di Torino.

Eppure adesso basta un click per entrare in un mondo prima inaccessibile, esclusivo dominio dei medici. Quasi un italiano su 2, secondo una ricerca Censis, si rivolge a internet per avere informazioni sui temi di salute. Un patrimonio di conoscenze, informazioni e relazioni virtuali, talvolta corrette, in molti casi allarmistiche o pericolosamente errate, che possono produrre veri e propri effetti nocebo di massa.

Il rapporto medico-paziente oggi è diventato problematico a causa di due novità: il Dr. Google e la genomica, che rischiano di logorare ancora di più l’alleanza terapeutica eccesso di informazione e disinformazione, medicina iperspecialistica e ipertecnologica, burocrazia, spingono le persone ad autocurarsi e i medici ad un atteggiamento cautelativo che penalizza la relazione. Tuttavia, l’esigenza di tornare al rapporto di fiducia è avvertita in maniera forte. Ricomporre questo rapporto in crisi ha conseguenze importanti da un punto di vista etico, pratico e di salute, perché l’interazione, il dialogo e la condivisione aumentano l’efficacia delle cure” – afferma Andrea Grignolio, Docente Medical Humanities e Bioetica, Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e ITB-CNR.

La comunicazione, da sempre, è centrale per il successo della cura perché è scientificamente provato che il dialogo con il paziente attiva gli stessi meccanismi neurofisiologici del farmaco. Ma anche la rete ‘parla’, ritualizza le relazioni e a seconda delle parole e delle immagini utilizzate può influenzare l’efficacia della terapia, e non solo.

Internet oggi entra nella malattia: la conversazione digitale è la nuova protagonista dell’atto terapeutico. Il paziente non è più isolato ma condivide con altri soggetti, sconosciuti, un problema comune. Si genera in tal modo un percorso di cura del tutto diverso, in cui la figura del medico è marginalizzata, la validità e l’affidabilità delle notizie passano in secondo piano, quel che conta sono la modalità di narrazione e l’ascolto, che devono corrispondere ai bisogni, alle aspettative, alle ansie e alle paure di chi vive un momento delicato della propria vita come quello della malattia. Le community online si prendono cura del paziente, quello che spesso non riescono a fare la famiglia, gli amici e lo stesso curante.

Internet irrompe in tutti i passaggi del percorso di cura: entra quando si insinua il sospetto di avere un problema di salute e si comincia a cercare informazioni; entra quando si incontra per la prima volta un medico o se ne cerca uno più adatto; entra quando si vuole capire meglio quello che il medico ha detto o per chiarirsi le idee; e poi entra durante i trattamenti, e persino quando la malattia si risolve nella community online ci si identifica, ci si sostiene e ci si riconosce, in modo libero e con un’efficacia forse migliore, in ogni caso diversa, rispetto alle associazioni. La vicinanza virtuale, non fisica, fa emergere la persona invece che la malattia. Internet entra anche nell’alleanza medico-paziente. Potrebbe essere forse una opportunità per migliorare i percorsi di cura, ma il cammino è lungo e occorre trovare una mediazione tra le due forme comunicative dove, mentre la community conforta e supporta costruendo un patto di gratitudine, il medico offre competenza, decide cure e costruisce un patto di fiducia” – sottolinea Cristina Cenci, antropologa, CEO di Digital Narrative Medicine, Founder del Center for Digital Health Humanities, Curatrice del blog Digital Health, Nòva24.

La figura del medico gode ancora di una buona fiducia da parte dei cittadini e quando c’è una solida alleanza terapeutica i pazienti aderiscono alle cure e diventano ‘impermeabili’ alle pseudoscienze e ai ciarlatani. È innegabile tuttavia l’impatto del web e dei social network sulla relazione medico-paziente.

La relazione medico-paziente al tempo della tecnologia digitale è completamente rivoluzionata prima il malato si rivolgeva unicamente al medico, adesso queste due figure sono filtrate da una serie di canali che parlano a vario titolo di diverse patologie. La Sclerosi Multipla può essere considerata come il paradigma di tale processo evolutivo: questa patologia, infatti, colpisce soggetti giovani, i nativi digitali che in tasca portano la loro vita racchiusa nello smartphone e sono sempre collegati alla rete. È impossibile impedire il flusso comunicativo digitale, al quale il paziente cronico, più vulnerabile, tende a credere e ad affidarsi. Invece, possiamo modulare le informazioni della rete e dobbiamo farlo con la supervisione di specifiche figure, i cosiddetti ‘web healthcare professional’. Senza dimenticare le quattro tipologie di strumenti digital che possono favorire la relazione del paziente con il curante: social network, app, tool e gamification, ossia la riabilitazione digitale” – commenta Luigi Lavorgna, Clinica Neurologica e Centro per la Sclerosi Multipla, AOU – Università della Campania-Luigi Vanvitelli.

Dilaga la sfiducia nelle competenze e nei saperi costituiti, che con l’avvento della cultura digitale hanno subito una democratizzazione, secondo gli studiosi. Certo è che la persona che si affida alla rete ha rotto il patto di fiducia con il medico.

Il rapporto fiduciario tra medico e paziente si fonda sull’efficacia comunicativa dialogo e condivisione; su questi pilastri si costruisce la cosiddetta alleanza terapeutica, che assolve ai principi della centralità della persona e della personalizzazione delle terapie. Fondazione Roche conosce il valore della comunicazione e del ruolo centrale che essa riveste nella pratica clinica, in particolare nell’attuale contesto sociale, ipertecnologico, dove la relazione medico-paziente diventa cruciale perché promuove consapevolezza, partecipazione alle scelte terapeutiche e aderenza alle cure. Per questi motivi, l’impegno di Fondazione Roche è rivolto a contribuire attivamente alla formazione medico-scientifica, con l’obiettivo di creare competenze e generare cultura nell’ambito dell’informazione sui temi della salute” – sottolinea Francesco Frattini, Segretario Generale di Fondazione Roche.

Il paziente oggi vuole co-costruire il percorso di cura, non vuole affidarsi ma decidere insieme al curante. Se il paziente si vede accolto e trova ascolto ai suoi progetti di vita sarà più facile che costruisca un rapporto di fiducia con il medico, integrando, secondo le raccomandazioni del Piano Nazionale Cronicità, l’aspetto clinico e assistenziale al progetto esistenziale. Compito dei Media è quello di riuscire ad integrare le due forme di comunicazione, tradizionale e online, per rilanciare il nuovo modello di cura post-digitale.

AIFA: nel mirino Omega 3 e Febuxostat

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha recentemente prodotto alcuni documenti che riguardano l’utilizzo di due farmaci di interesse cardiovascolare.

Si tratta delle determine 999, 1002, 1003 e 1004/2009 del 14 giugno 2019, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale numero 144 del 21 giugno 2019 , riguardanti la nota 94 e l’utilizzo degli omega-3 nel post-infarto e della nota informativa del 27 giugno 2019  riguardante l’utilizzo del febuxostat nei pazienti con malattia cardiovascolare.

Omega-3

Le determine sui preparati a base di Omega-3  aboliscono la nota 94, che ne regolava la rimborsabilità nei pazienti con infarto miocardico recente, e stabiliscono che “l’indicazione terapeutica autorizzata nella prevenzione secondaria nel paziente con pregresso infarto miocardico non è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale”.

Questo provvedimento fa seguito ad una comunicazione dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA)  la quale ha affermato che “i medicinali a base di acidi grassi Omega-3 contenenti un’associazione di un estere etilico di acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) alla dose di 1 g al giorno non sono efficaci nel prevenire la ricorrenza di problemi cardiaci e circolatori in pazienti che hanno avuto un infarto” e che, pertanto, “questi medicinali non devono più essere usati in questa indicazione”.

L’utilizzo degli Omega-3 nel post-infarto si basa sui risultati dello studio GISSI-prevenzione, pubblicato nel 1999 su Lancet e, nella loro estensione a 42 mesi, nel 2002 su Circulation, che evidenziarono una significativa riduzione della mortalità e, soprattutto, della morte improvvisa, già evidente dopo i primi 4 mesi di trattamento.

La letteratura successiva sugli Omega-3 ha dato risultati contrastanti ed una recente revisione Cochrane, comprendente 79 trial clinici controllati per un totale di oltre 100.000 partecipanti, non ha evidenziato effetti significativi della supplementazione di omega-3 nei confronti dei principali outcome cardiovascolari.

Bisogna tuttavia osservare che gli studi compresi nelle ultime meta-analisi e revisioni sistematiche sono piuttosto eterogenei quanto a popolazione studiata e modalità della supplementazione degli omega-3 mentre l’utilizzo previsto dalla abolita nota 94 si riferiva ad una condizione clinica ben definita (sindrome coronarica acuta), in un arco temporale limitato (fino a 90 giorni dopo l’evento e per non più di 18 mesi) e a una supplementazione basata su di un preciso dosaggio (1 g al giorno) di un preparato con un contenuto di EPA+DHA esteri etilici non inferiore all’85%.

Febuxostat

La nota informativa sul febuxostat  fa riferimento ai risultati dello studio CARES (Cardiovascular Safety of Febuxostat or Allopurinol in Patients with Gout) [7] disegnato per valutare la sicurezza di febuxostat e allopurinolo somministrati a pazienti con gotta e malattia cardiovascolare. Lo studio ha evidenziato una mortalità globale e cardiovascolare più elevata del 22% nei pazienti con febuxostat rispetto ai pazienti trattati con allopurinolo. In riferimento a tali risultati, ’AIFA pertanto conclude che “il trattamento con febuxostat nei pazienti con malattia cardiovascolare preesistente (ad esempio infarto miocardico, ictus o angina instabile) deve essere evitato, tranne quando non esistono altre opzioni terapeutiche adeguate”.

aifa, omega3, febuxostat

Anche in questo caso alcune perplessità discendono dalla constatazione che lo studio CARES ha manifestato una percentuale di abbandoni in entrambi i bracci di trattamento e di drop-out molto elevata, che ne compromette la validità interna, e che gli indici di mortalità a svantaggio del febuxostat rappresentano due dei multipli end-point secondari dello studio.

Ricordiamo inoltre che, nonostante vi siano evidenza a favore del ruolo dell’iperuricemia come fattore di rischio cardiovascolare indipendente, non vi sono tutt’ora prove definitive a favore della somministrazione di agenti ipo-uricemizzanti in soggetti con iper-uricemia asintomatica al solo scopo di ridurre il rischio cardiovascolare.


“La notte prima”, il cortometraggio dedicato alle donne con tumore al seno metastatico

Alessandra è una giovane donna determinata e ambiziosa che si divide tra gli impegni professionali e i preparativi del matrimonio, ormai alle porte. Una diagnosi inaspettata, però, sconvolge all’improvviso la sua vita e la costringe a rivedere scelte fondamentali.

Parte da qua La notte prima di Annamaria Liguori: un cortometraggio d’autore dedicato alle donne con tumore al seno metastatico, al quale è stato conferito il Primo Premio nel corso della seconda serata di sabato 29 giugno scorso del Santa Marinella Short Film Festival, prima tappa dell’International Tour Film Festival, giunto alla 6a edizione.

Interpretato da Antonia Liskova e Francesco Montanari, il corto, già presentato in anteprima internazionale nell’ambito della 75a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – sezione Venice Production Bridge e premiato in numerosi Festival nazionali dedicati a cinema e musica, è liberamente tratto da una delle storie di pazienti con tumore al seno metastatico raccolte nell’ambito di Voltati. Guarda. Ascolta. Le donne con tumore al seno metastatico, campagna promossa da Pfizer con il patrocinio di Fondazione AIOM – Associazione Italiana di Oncologia Medica, in collaborazione con Europa Donna Italia e Susan G. Komen Italia con l’obiettivo di far conoscere le esperienze delle donne che ogni giorno combattono con grande coraggio contro questa malattia.

Il primo obiettivo è quello di vincere il senso di solitudine ed emarginazione che spesso travolge chi convive con questa patologia; in questo senso è fondamentale il valore della narrazione e della comunicazione per affrontare la malattia. “La notte prima”, ispirato dal racconto “Io scelgo di vedermi splendida” di Alessandra, attraverso la potenza comunicativa del linguaggio cinematografico vuole rompere il muro di silenzio che circonda questa malattia e le donne che ne sono affette, portando all’attenzione del grande pubblico i loro sentimenti, le loro emozioni, ciò che provano e vivono quotidianamente.

 


Biodiversità e procreazione medicalmente assistita

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, collaborerà al progetto di ricerca internazionale BioRescue per impedire l’estinzione del rinoceronte bianco settentrionale mettendo a disposizione le sue tecnologie e le sue conoscenze sulla fertilità.

Il progetto Biorescue, guidato dal Leibniz Institute for Zoo and Wildlife Research (Leibniz-IZW) con la partecipazione del Max Delbrück Center for Molecular Medicine (MCD), ha ricevuto un finanziamento di circa 4 milioni di euro da parte del Ministero Federale dell’Istruzione e della Ricerca (BMBF) tedesco in quanto parte dell’iniziativa di ricerca sulla conservazione della biodiversità del Ministero stesso.

Dopo la morte dell’ultimo esemplare maschile nel maggio 2018, oggi al mondo esistono solo due esemplari femminili anziani di rinoceronte bianco settentrionale, Najin e Fatu, esposti a un reale rischio di estinzione. Per il salvataggio di questa specie è stato costituito un consorzio scientifico internazionale di esperti provenienti da Germania, Italia, Repubblica Ceca, Giappone e Stati Uniti guidato dal Prof. Thomas Hildebrandt del Leibniz – IZW. Il team di ricerca utilizzerà due metodologie.

La prima fase riguarda un trattamento di fecondazione in vitro: gli ovociti delle due femmine di rinoceronte del nord verranno raccolti per poi essere fecondati in Italia con lo sperma scongelato dei rinoceronti bianchi deceduti; la fecondazione e la maturazione degli embrioni sarà realizzata dal Prof. Cesare Galli presso il Centro Avantea, laboratorio di tecnologie avanzate per la riproduzione animale e la ricerca biotecnologica, utilizzando l’incubatore e il sistema di visualizzazione e valutazione remota delle informazioni provenienti dai dispositivi distribuiti da Merck, per assicurare il massimo delle possibilità di successo. L’embrione che si formerà verrà quindi trasferito nell’utero di un rinoceronte bianco del sud che porterà avanti la gravidanza come madre surrogata poiché Najin e Fatu sono troppo anziane per poter affrontare la gestazione. Si tratta di una procedura assolutamente innovativa già testata preventivamente a maggio 2019 dal team del Prof. Hildebrandt che è riuscito a trasferire un embrione nell’utero di un rinoceronte bianco del sud, raggiungendo un importante traguardo.

La seconda fase prevede invece l’utilizzo di staminali pluripotenti provenienti dalle cellule della pelle e trasformate in cellule germinali primordiali; verrà realizzata dal team Leibniz – Lzw in collaborazione con noti esperti quali il Prof. Katsuhiko Hayashi (Università Kyushu, Giappone), il Dr. Sebastian Diecke (Centro Max Delbrück per la Medicina Molecolare a Berlino), il Dr. Micha Drukker (Helmholtz Zentrum München), il Prof. Cesare Galli (AVANTEA) e il Prof. Vasil Galat (Reproductive Genetics Institute, USA). Questo approccio, nonostante il numero limitato di uova e spermatozoi disponibili, consentirà di aumentare la variabilità genetica della specie e di raggiungere l’obiettivo finale ossia arrivare a una popolozione autosufficiente e geneticamente sana di rinoceronti Bianchi del Nord che possano sopravvivere in natura.

Da oltre 60 anni Merck è impegnata nell’area della fertilità. Come azienda leader in questo settore e particolarmente attenta ai temi della responsabilità sociale, siamo particolarmente fieri di fornire il know how e le tecnologie necessarie alla realizzazione di questo ambizioso progetto che potrebbe segnare una svolta epocale nell’ambito della preservazione delle specie in via di estinzione” – sottolinea Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Il progetto BioRescue terrà in debito conto anche le questioni etiche che potrebbero sollevarsi a seguito di un approccio di questo tipo, particolarmente innovativo e assolutamente rivoluzionario. Tali questioni saranno affrontate apertamente dal consorzio, attraverso la promozione del dibattito pubblico per individuare le giuste risposte alle responsabilità etiche di scienziati, governi e cittadini riguardo alle attività di conservazione della biodiversità.

Trend in diminuzione della natalità in Italia

Secondo il rapporto ISTAT appena pubblicato, purtroppo continua la parabola discendente della natalità nel nostro Paese: nel 2018 i bambini iscritti all’anagrafe sono stati 439.747, 18.000 in meno rispetto all’anno precedente, dato che ha fissato il nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia del 1861.

Questi dati sono lo specchio del cambiamento delle abitudini e della società in generale, a cui stiamo assistendo da anni. La precarietà lavorativa, la conseguente instabilità economica dei giovani di oggi, il ruolo più centrale della donna nel mondo del lavoro e tanti altri fattori contribuiscono a far sì che i figli si facciano sempre più in tarda età rispetto ad una volta. Ad oggi, a 40 anni si prendono le decisioni più importanti della propria vita (avere un figlio, comprare una casa, sposarsi), decisioni che una volta si prendevano intorno ai 30 anni. Si dice quindi che i 40 anni siano i nuovi 30, ma purtroppo dobbiamo ricordarci che questa affermazione può valere per tanti aspetti della vita sociale di una persona, ma non per la propria fertilità. ll cambiamento esterno, di abitudini, di stili di vita non coincide con il cambiamento biologico di una donna, che di fatto vede già a 35 anni un calo significativo della propria fertilità. Inoltre, è importante sottolineare come ci sia poca informazione in merito alla propria fertilità, alla tutela di essa e ai comportamenti che possono essere potenzialmente dannosi se si è alla ricerca di un figlio” – ha commentato Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Da medico ginecologo esperto in Fecondazione Assistita mi rendo conto quindi di come molte coppie che si rivolgono ai centri specializzati, ormai sempre di più, si trovino spiazzate davanti alla propria condizione di infertilità, che viene associata ad una condizione di “anzianità” che oggi non sembra esistere. Bisognerebbe quindi informare le coppie, e soprattutto informare le donne giovani, che esistono delle tecniche, come la vitrificazione ovocitaria, che permettono di preservare la propria fertilità. Il congelamento degli ovociti infatti permette alle donne di vitrificare gli stessi per poterli utilizzare nel momento in cui ritengano più opportuno avere una gravidanza” – ha proseguito Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma

 


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