Archivio per settembre 2019

Carvedilolo: sicuro nell’insufficienza cardiaca da abuso di cocaina?

Il carvedilolo è probabilmente sicuro per i pazienti con insufficienza cardiaca che fanno abuso di cocaina, e potrebbe risultare efficace in quelli con frazione di eiezione ridotta.

Lo rivela uno studio condotto su 2.578 pazienti da Raza Alvi del Massachussets General Hospital di Boston, secondo cui i beta-bloccanti sono fortemente raccomandati nei pazienti con insufficienza cardiaca con frazione di eiezione ventricolare ridotta, ma le attuali linee guida, a causa di una carenza di dati, affermano che l’efficacia e la sicurezza di questi farmaci nei soggetti che hanno fatto uso recente di cocaina o ne fanno attivamente uso sono poco chiare.

I dati del presente studio suggeriscono che la prescrizione di carvedilolo a soggetti con insufficienza cardiaca che fanno abuso di cocaina potrebbe non portare ad esiti peggiori rispetto a quelli osservati nei soggetti che non ricevono il farmaco, e potrebbe essere associato ad una riduzione del tasso di eventi cardiovascolari nei soggetti con frazione di eiezione ridotta.

Sono ora necessarie ulteriori ricerche per confermare i benefici del carvedilolo e replicare i risultati dello studio in modo prospettico, nonché verificare se i risultati rimangano costanti anche per soggetti che fanno uso di altri psicostimolanti o con altri beta-bloccanti.

Come affermato da alcuni esperti, anche a basse dosi la cocaina non soltanto agisce come un potente simpatico-mimetico stimolando direttamente l’efflusso simpatico centrale, ma rappresenta anche un inibitore del riassorbimento presinaptico di norepinefrina e dopamina.

Pertanto, l’uso basato sulle evidenze di un beta-bloccante beta1-selettivo di seconda generazione come metoprololo succinato o bisoprololo potrebbe portare a vasocostrizione coronarica ed esacerbazione dell’ipertensione in quanto le catecolamine verrebbero dirette forzatamente verso i recettori alfa-adrenergici.

In base a questo principio i medici hanno tipicamente fatto ricorso al carvedilolo, un alfa-beta-bloccante di terza generazione, anche in presenza di dati limitati, ed il presente studio supporta questa pratica, che comunque si fondava sulla conoscenza della fisiopatologia della dipendenza da cocaina e della farmacologia del carvedilolo.

Questo farmaco inoltre è di natura lipofila, il che gli consente di attraversare la barriera ematoencefalica, attenuando la risposta comportamentale e psicologica alla cocaina.

Peraltro il carvedilolo risulta molto meno costoso rispetto ad altri beta-bloccanti di terza generazione non sostenuti dalle evidenze. In teoria, i dati suggeriscono che il carvedilolo potrebbe risultare sicuro nei pazienti con insufficienza cardiaca e concomitante sindrome da astinenza da oppiacei e/o psicostimolanti, in quanto la loro fisiopatologia è simile a quella dell’abuso di cocaina, ma i dati relativi a queste popolazioni sono limitati o nulli, e sono necessari studi più ampi per accertare questa specifica questione.

Carvedilol Among Patients With Heart Failure With a Cocaine-Use Disorder – DahliaBanerji Raza M.Alvi MaryamAfshar NoorTariq AdamRokicki SadConnor P.Mulligan BA LiliZhang MSaMalek O.Hassan MagidAwadalla John D.Groarke, MPHeTomas G.Neilan, MPH – JACC: Heart Failure, Volume 7, Issue 9, September 2019, Pages 779-781


Un viaggio nel mondo delle radiazioni: tra luce laser e supereroi

Dopo il grande successo di luglio dell’incontro ““Ma le radiazioni fanno veramente paura?” all’interno della Mostra “Uomo Virtuale. Corpo, mente, cyborg”, AIFM (Associazione Italiana di Fisica Medica) è tornata a parlare al pubblico torinese della fisica applicata alla salute.

Il 12 e 16 settembre a Torino, infatti, tutta la cittadinanza è stata invitata a intraprendere un fantastico viaggio alla scoperta del mondo delle radiazioni in compagnia dall’Associazione Italiana di Fisica Medica.

Il primo appuntamento è stato Giovedì 12 Settembre alle 18.00, al Mastio della Cittadella di Torino (Via Cernaia angolo corso Galileo Ferraris) dove Luca Gentile, Specialista in Fisica Medica, esperto di Fisica applicata (a beni culturali, ambientali, biologia e medicina) e docente della Scuola di Specializzazione in Fisica Medica dell’Università di Torino, è stato ospite della Mostra “Uomo Virtuale. Corpo, Mente, Cyborg”, al Mastio della Cittadella, all’interno della quale ha tenuto una conferenza dal titolo “Il corpo e la luce: laser per terapia ed estetica”.

La luce laser, quasi una magia della natura le cui basi teoriche furono formulate da Einstein, è stata inizialmente applicata in ambito militare per poi diffondersi in altri settori: dalla lettura dei cd alle trasmissioni, dai puntatori luminosi ai giochi. In campo sanitario l’uso del laser è fondamentale per vari trattamenti medici, inclusi quelli estetici.  Un breve viaggio nel mondo del laser per conoscerne le principali caratteristiche e apprezzarle anche da un punto di vista “estetico” soffermandoci sulle misure minime per evitare effetti indesiderati.  

E’ stato invece Enrico Menghi, fisico specialista in Fisica Medica di Ravenna, ideatore e realizzatore della Mostra “Supereroi e Radiazioni – Il ruolo della Fisica Medica nei fumetti Marvel” a tenere una presentazione dal titolo “Meravigliose Radiazioni”, Lunedì 16 Settembre alle 19.00 presso il Mercato Centrale di Torino. La Mostra, ospitata all’interno della Mostra “Uomo Virtuale. Corpo, Mente, Cyborg” da Luglio fino a Domenica 15 Settembre ha riscosso un grandissimo successo. La conferenza tenuta da Menghi, è stata quindi un’occasione unica per rispondere alle numerose curiosità di chi ha avuto modo di vedere la Mostra e per capire meglio il rapporto tra la Fisica Medica e il mondo dei Supereroi e dei fumetti in generale.

Twister Communications Group 

Malattie delle valvole cardiache: non è solo l’età che avanza

Di malattie delle valvole cardiache si parla poco. Arrivano all’attenzione del grande pubblico solo quando colpiscono personaggi famosi, come è stato qualche anno fa per Silvio Berlusconi o per il più recente caso di Mick Jagger colpito da stenosi aortica. Forse anche per tale motivo solo 5 italiani su 100 conoscono questa malattia valvolare, una delle forme più comuni che causa un restringimento della valvola aortica. Il dato emerge da un’indagine internazionale commissionata all’istituto di ricerca britannico Opinion Matters.

Purtroppo, le malattie valvolari cardiache sono quasi del tutto ignorate dalla popolazione. Forse accade perché colpiscono persone soprattutto anziane, che tuttavia sono ancora nel pieno dell’attività e la cui qualità di vita viene gravemente compromessa da queste malattie che potrebbero essere individuate, diagnosticate e curate facilmente. Perciò è importante promuovere iniziative di sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza sia della cittadinanza sia delle Istituzioni” – spiega Roberto Messina, Presidente Cuore Italia.

L’argomento della malattie valvolari cardiache deve essere affrontato mettendo a disposizione specialisti cardiologi negli ambulatori pubblici per quel milione di italiani con malattie delle valvole cardiache agevolando specialmente la fascia più debole della popolazione, quella over 65, garantendo specialisti di prossimità nel territorio che lavorano in squadra con i medici di medicina generale ed i medici ospedalieri” – così afferma Antonio Magi, Segretario Generale del SUMAI Assoprof, Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria, il sindacato maggiormente rappresentativo degli specialisti ambulatoriali italiani.

La Settimana Europea sulle Malattie delle Valvole Cardiache, alla sua seconda edizione, è stata celebrata dal 16 al 22 settembre per sensibilizzare la popolazione su queste malattie. È stata promossa dalle principali organizzazioni europee di tutela dei diritti dei malati cardiopatici, le associazioni Cuore Italia, la francese Alliance du Coeur, la britannica Heart Valve Voice, l’Irlandese Croi, la spagnola Aepovac, l’olandese Hart Volgers, che da quest’anno sono riunite nel comitato di pazienti per le malattie delle valvole cardiache del Global Heart Hub, l’alleanza globale delle associazioni di pazienti con malattie cardiache.

Le malattie delle valvole cardiache colpiscono oggi oltre 1 milione di italiani e la loro prevalenza è fortemente influenzata dall’età.

La popolazione italiana invecchia; già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione, contro una media europea del 18,9 per cento, e nei prossimi 25 anni ISTAT stima questo dato possa abbondantemente oltrepassare la soglia del 30 per cento. Per questo, le malattie delle valvole cardiache, manifestandosi in genere dopo i 65 anni di età, saranno sempre più diffuse con conseguenti risvolti sulla spesa sanitaria” -dichiara Alessandro Boccanelli, Presidente SICGe – Società Italiana di cardiologia geriatrica.

Un altro dato che emerge dalla ricerca realizzata da Opinion Matters è che, sia in Italia sia in Europa, le persone non ritengono che ci sia da preoccuparsi di queste malattie. Infatti, se tumori e morbo di Alzheimer sono gli spauracchi, indicate come le malattie più temute nel 28 per cento e il 26 per cento dei casi rispettivamente, solo 2 persone su 100 pensano che le malattie delle valvole cardiache siano malattie di cui preoccuparsi.

Questo dato è forse il più allarmante. Oltre a non conoscere queste malattie e i loro sintomi, le persone non sembrano neanche esserne particolarmente interessate o preoccupate, nonostante le forme più gravi possano portare a morte nel giro di 2-3 anni. Senza creare però allarmismi, è necessario sottolineare che, se diagnosticate tempestivamente, le malattie delle valvole cardiache possono essere curate e, con le cure adeguate, si può riacquistare un’ottima qualità di vita” – commenta Gennaro Santoro, Primario cardiologo interventista, Docente Scuola Superiore S. Anna – Pisa.

A seconda della gravità, i trattamenti per le malattie delle valvole cardiache variano da quello farmacologico alla cardiochirurgia.

Una valvola cardiaca danneggiata può essere riparata oppure sostituita con un intervento cardiochirurgico, la cui tecnica è andata via via migliorando negli anni con la messa a punto di procedure minimamente invasive, sino alla più recente TAVI, un intervento per sostituire la valvola aortica senza aprire il cuore consentendo di trattare anche persone non indicate per la cardiochirurgia” – continua Pierluigi Stefano, Direttore Cardiochirurgia AOU Careggi.

La tempestività è fondamentale per poter curare le malattie delle valvole cardiache. Stenosi e insufficienza valvolari possono compromettere la funzionalità del muscolo cardiaco, portando a grave scompenso cardiaco. È necessario intervenire prima che questo si verifichi, altrimenti la disfunzione potrà divenire progressiva, con esito letale.

Purtroppo, i segnali di queste malattie sono poco evidenti, soprattutto negli stadi iniziali e nelle forme meno gravi, e spesso imputati alla “vecchiaia” e per questo molto spesso trascurati. È però necessario che le persone li sappiano riconoscere per poter procedere ad una accurata diagnosi; tra i principali ci sono affaticamento, fiato corto, dolore al petto, battito cardiaco irregolare” – descrive Silvio Festinese, Cardiologo Consigliere SUMAI Assoprof e Docente in Metodologia medico-scientifica e Farmacologia presso Facoltà di Medicina “Sapienza” Università di Roma.

Una volta riconosciuti i sintomi la diagnosi è semplice.

La prima cosa da fare è rivolgersi subito al proprio medico di famiglia che con il semplice impiego dello stetoscopio può rilevare un eventuale soffio cardiaco, che costituisce il primo indicatore di queste malattie. Successivamente, per avere conferma, si procede con ulteriori esami, quali un elettrocardiogramma, un’ecocardiografia e un consulto specialistico” – dice Salvatore Cauchi, Addetto Stampa Nazionale SNAMI, Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani.

 


Gli animali domestici nel dolore cronico degli anziani

Le persone che hanno animali domestici potrebbero essere in grado di sfruttare questa compagnia per praticare tecniche per la gestione del dolore cronico senza medicinali.

Secondo quanto emerso da alcune interviste condotte su focus groups, i soggetti con dolore cronico sopra i 70 anni affermano che i loro animali apportano gioia e risate, aiutano a rilassarsi, li tengono attivi e promuovono altre buone abitudini che possono essere sfruttare per gestire il dolore.

Come affermato da Mary Janevic dell’Università del Michigan, che ha raccolto questi dati, anche a causa della crisi degli oppioidi sussiste un interesse crescente nel modo in cui le persone usano strategie cognitive e comportamentali per gestire patologie dolorose croniche affidandosi di meno ai farmaci.

Questo apparato di autogestione si basa su tecniche di rilassamento, attività fisica, interazione con gli animali ed approcci basati sulla risoluzione di problemi per minimizzare l’interferenza del dolore.

Ciò è di particolare importanza negli anziani, che spesso vanno incontro ad una maggiore quantità di effetti collaterali dannosi dai farmaci rispetto alle loro controparti più giovani.

Le emozioni positive evocate dagli animali domestici sono antidolorifici naturali, ed influenzano le reazioni chimiche cerebrali esattamente nello stesso modo dei farmaci.

Secondo i ricercatori, gli anziani non dovrebbero procurarsi un animale domestico per risolvere i propri problemi di dolore cronico se non ne hanno già uno, dato che gli animali domestici non fanno per chiunque.

A differenza degli animali terapeutici, i comuni animali domestici presentano temperamenti e comportamenti molto diversificati e pertanto, un dato animale potrebbe non essere utile alla risoluzione di un particolare problema di salute, come il dolore cronico.

La ricerca sta investigando anche altri modi in cui il contatto regolare con un animale domestico in ambito comunitario possa beneficiare la funzionalità cognitiva, come ad esempio nel campo di memoria, rapidità motoria e senso di solitudine.

La frequenza con la quale ci si accompagna ad un animale domestico tende a declinare con l’età, il che evidenzia l’importanza di supportare gli anziani per far loro tenere i propri animali in modo che continuino a ricevere i molteplici benefici per la salute ed il benessere che essi hanno da offrire.

E’ stato infatti dimostrato che gli animali domestici sono di beneficio per le persone dall’infanzia  all’età anziana in molti contesti diversi.

The Role of Pets in Supporting Cognitive-Behavioral Chronic Pain Self-Management: Perspectives of Older Adults – Mary R. Janevic, Varick Shute, Cathleen M Connell, … J Applied Gerontol Received: January 09, 2019; Revisions received: April 09, 2019; Accepted: May 17, 2019 – https://doi.org/10.1177/0733464819856270


Tumore del polmone, una web fiction in 10 puntate lancia una nuova narrativa sulla malattia

Una diagnosi di tumore stravolge la vita. Non solo la vita del paziente, ma quella di tutta la famiglia, che deve confrontarsi con nuovi ritmi e priorità. A maggior ragione quando si tratta di tumore del polmone, tra i primi per diffusione e uno dei principali ‘big killer’. Familiari e caregiver, non meno del paziente, devono affrontare insieme un lungo e difficile viaggio e hanno bisogno di conoscere, tappa dopo tappa, la realtà con cui devono confrontarsi.

Oggi questo percorso viene raccontato in modo originale nella web fiction In famiglia all’improvviso, una web serie in 10 puntate al confine tra dramma e commedia che cambia la narrativa sul tumore del polmone, parlandone da un nuovo punto di vista.

Non solo quello della prevenzione e dei fattori di rischio come il tabacco, ma anche raccontando il percorso che attende paziente e familiari, nel quale si sono aperti nuovi scenari: la possibilità di identificare il profilo molecolare del tumore permette di assicurare la terapia più appropriata per ciascun paziente, migliorandone le prospettive e restituendo speranza.

La web fiction, diretta da Christian Marazziti, è il fulcro della campagna d’informazione In famiglia all’improvviso. Combattiamo insieme il tumore del polmone, un progetto promosso da Salute Donna Onlus, Salute Uomo Onlus e WALCE Women Against Lung Cancer Europe onlus, con il supporto non condizionato di MSD Italia.

Il percorso informativo proposto dalla campagna, ricalcato sull’esperienza reale di pazienti, familiari e caregiver, si articola in sei tappe: sospetto diagnostico, diagnosi effettiva e tipizzazione, terapia, convivere con la malattia, diritti del paziente, supporto psicologico.

Sino ad oggi l’attenzione si è concentrata sulla prevenzione, in particolare sulla lotta contro il fumo ma attualmente sul tumore del polmone si sa molto più che in passato, le conoscenze sono cresciute sebbene rimanga una forma di cancro molto grave e complessa. È questo uno dei motivi che ci hanno convinto a spostare il focus sull’esperienza di malattia: iniziative come In famiglia all’improvviso rivestono un ruolo di rilievo nell’informare i pazienti e tutta la popolazione. La vera novità della web fiction è che testimonia da dentro il vissuto della persona malata e della famiglia travolta all’improvviso dalla comparsa del tumore” – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e Salute Uomo Onlus.

In termini di incidenza, il tumore del polmone è il terzo più frequente nella popolazione italiana, con circa 41.500 nuovi casi attesi ogni anno (dato AIRTUMAIOM 2018), e rappresenta ancora la prima causa di morte per neoplasia negli uomini e la terza nelle donne.

Il percorso diagnostico e terapeutico del tumore del polmone in questi ultimi anni ha conosciuto una importante evoluzione. Il punto di svolta è la possibilità di identificare, attraverso test molecolari, il profilo genetico di ciascun tumore, ovvero le mutazioni specifiche che permettono di ottenere informazioni fondamentali per la scelta della terapia più appropriata.

L’introduzione di terapie a bersaglio molecolare e dell’immunoterapia ha modificato in maniera radicale le aspettative di vita delle persone affette da tumore polmonare, perlomeno per molte di loro. Questi approcci innovativi hanno migliorato in modo significativo anche la qualità di vita dei pazienti. Eseguire i test molecolari è fondamentale per identificare il tipo di tumore e per definire la migliore strategia terapeutica possibile. Per questo motivo l’accesso ai test e la loro tempestiva esecuzione andrebbero garantiti in modo uniforme sul territorio italiano ed europeo” – spiega Silvia Novello, Professore ordinario Oncologia Medica, Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Oncologia, Responsabile SSD Oncologia Polmonare, AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE onlus.

Negli ultimi anni il trattamento del tumore del polmone ha fatto registrare un importante cambio di paradigma grazie all’avvento dell’immunoterapia, che sta aprendo prospettive fino a oggi insperate per un numero crescente di pazienti.

La cura del tumore del polmone nel 2019 ha tantissime possibilità che offrono una significativa probabilità di allungare la vita e di migliorarla, ma per ottenere questi risultati le terapie devono essere personalizzate al massimo e mirate a un preciso tipo di tumore polmonare. I pazienti con PD-L1 positivo (>50%) e che non hanno alterazioni molecolari, vengono trattati con immunoterapia, mentre i pazienti PD-L1 con valore inferiore al 50% ricevono un trattamento chemioterapico, nell’attesa che diventino disponibili gli schemi di chemioterapia e immunoterapia” – spiega Marina Chiara Garassino, Responsabile Struttura di Oncologia Toracica, Dipartimento di Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

La gestione di un paziente che riceve una diagnosi di carcinoma del polmone richiede il coinvolgimento di molti specialisti. All’interno del team un ruolo chiave è quello dello psiconcologo che è deputato a offrire supporto psicologico al paziente, ma anche ai familiari e al caregiver.

Lo psiconcologo collabora e si integra con tutte le figure professionali del team multidisciplinare. Il suo ruolo non è rivolto soltanto a sostenere il paziente dal punto di vista psicologico ma anche a creare i presupposti affinché la comunicazione di tutto lo staff sanitario nei confronti del paziente sia corretta e adeguata. Lo psiconcologo valuta la situazione emotiva e di contesto del paziente per capire quali sono i bisogni reali suoi e della famiglia e le risorse che può mettere in campo e adattare di conseguenza la comunicazione e gli interventi terapeutici” – sottolinea Chiara Borreani, Psicologa, Responsabile Struttura di Psicologia Clinica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Per promuovere capillarmente l’informazione sul tumore del polmone e sui progressi della ricerca da oggi è online la pagina web www.infamigliaallimprovviso.it che, oltre a ospitare con cadenza settimanale i dieci episodi della web fiction, fornirà informazioni e approfondimenti sulle sei tappe del percorso diagnostico-terapeutico.

La sfida è stata per noi quella di affrontare un tema ostico, complesso e anche doloroso come il tumore del polmone e al tempo stesso utilizzare un linguaggio in grado di non allontanare gli spettatori. Mi auguro che con questo progetto siamo riusciti a raccontare i principali aspetti del tumore del polmone con la giusta delicatezza, rispettando il tema e il profilo di tutti i personaggi, con un’ironia priva di sottolineature macchiettistiche. Grazie all’empatia con i personaggi, lo spettatore si immedesima, segue le loro vicende nell’arco di tutti i 10 episodi, e in questo modo riceve i messaggi fondamentali sulla prevenzione, la diagnosi, le varie fasi della cura del tumore del polmone” – commenta Christian Marazziti, regista, autore e interprete.

Nel corso del 2019 un calendario di eventi e incontri aperti al pubblico con la partecipazione di specialisti, associazioni dei pazienti, rappresentanti delle istituzioni porterà la nuova narrativa del tumore del polmone e i messaggi chiave della campagna in diverse città italiane. Nel prossimo autunno saranno coinvolte la Puglia il 9 ottobre, le Marche il 14 novembre e il Piemonte il 5 dicembre.

Le persone che ricevono una diagnosi di tumore polmonare e le loro famiglie si muovono spesso in un ‘territorio oscuro’, poco conosciuto e privo di punti di riferimento, perché questa patologia fa ancora molta paura ed è spesso troppo taciuta e stigmatizzata. Oggi però i grandi progressi nella terapia, legati soprattutto alla possibilità di tipizzare il tumore e all’avvento dell’immunoterapia, hanno creato le premesse per un cambio di passo anche nell’informazione: MSD, forte della propria visione olistica nell’approccio ai tumori, è orgogliosa di sostenere con convinzione “In famiglia all’improvviso”, campagna che ha il grande pregio di cambiare radicalmente la narrativa sul tumore del polmone, aprendo uno spiraglio di positività e indicando che oggi c’è una strada che pazienti e familiari possono percorrere insieme, soprattutto quando si hanno a disposizione informazioni adeguate lungo tutte le tappe del percorso” – sottolinea Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia.

La web fiction

La web fiction In famiglia all’improvviso, ideata e curata da Pro Format Comunicazione, si avvale della produzione esecutiva di Nicola Liguori e Tommaso Ranchino per MP Film.

La chiave narrativa unisce dramma e commedia in un classico intreccio di “cinema nel cinema”: il protagonista Fernando, regista fuori dal giro, riceve la proposta di realizzare un docufilm per raccontare l’impatto del tumore del polmone nella vita di una famiglia. Dopo aver messo insieme un cast di attori semifalliti come lui, si stabilisce con loro nella villa dove l’ingegner Carlo, il paziente, abita con moglie e figlio. Tra iniziali diffidenze, ironie, momenti di commozione, comincia un viaggio di reciproca scoperta e avvicinamento tra la famiglia e gli attori, in un’altalena di paure, speranze, rivelazioni che si concluderà con una nuova consapevolezza sulla malattia e le vere priorità della vita.


Giornata mondiale della malattia di Alzheimer: istruzioni per l’uso per la prevenzione e per i caregiver

In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer che si è celebrata il 21 settembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ha diffuso consigli concreti su come cercare di prevenire la più comune forma di demenza e su come relazionarsi con i propri cari affetti da questa patologia.

Nel mondo la malattia di Alzheimer colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia ci sono circa un milione di casi, per la maggior parte over 60. Oltre gli 80 anni, la patologia colpisce 1 anziano su 4. Questi numeri sono destinati a crescere drammaticamente a causa del progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

I pazienti con Alzheimer manifestano inizialmente sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale, progressiva perdita di autonomia nelle funzioni della vita quotidiana che definiamo come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, deliri, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari che svolgono un ruolo importantissimo.

Nei pazienti con demenza conclamata l’atteggiamento del caregiver, ossia del parente che si prende cura dell’ammalato, è fondamentale per la prevenzione e la cura dei disturbi comportamentali che spesso si manifestano e che sono l’aspetto più preoccupante della patologia. Un atteggiamento rassicurante per un soggetto che si sente “perso” e privo di riferimenti, uno stimolo ad occuparsi di mansioni semplici, con adeguata supervisione, il rispondere alle richieste del malato con pazienza, sono semplici ma importanti aspetti della vita quotidiana che aiutano a ridurre lo stato di ansia e di agitazione che spesso tali pazienti manifestano, senza dover ricorrere a terapie sedative” – ha dichiarato Carlo Ferrarese, Presidente SINDEM (Associazione autonoma aderente alla SIN per le demenze), Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza.

Oggi le terapie per la cura dell’Alzheimer possono solo in parte mitigare i sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si è manifestata. Proprio per questo la speranza di una cura è legata alla prevenzione nei soggetti a rischio ma non ancora dementi che presentino i primi segni di lievi deficit cognitivi, soprattutto di memoria, con l’obiettivo di capire se tale condizione è destinata a evolversi verso una demenza e sia possibile attuare strategie preventive per ritardare l’esordio di malattia.

Quindi oggi l’unico vero strumento per contrastare la malattia di Alzheimer rimane la prevenzione, prima di tutto attraverso la riduzione dei fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica che si è visto contribuiscono anche ad aumentare le possibilità di sviluppare la Malattia di Alzheimer.  Come? Attraverso uno stile di vita sano che contempli regolare attività fisica e un’alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la dieta mediterranea.

Dati recenti indicano una tendenza alla riduzione dell’incidenza della malattia nei paesi industrializzati, proprio per il maggiore controllo dei fattori di rischio vascolare.

Inoltre, anche le attività sociali e cognitive possono aiutare a ridurre e ritardare la patologia, perché stimolano il cervello e favoriscono la continua creazione di nuove connessioni cerebrali in grado di contrastare gli effetti del danno di alcuni circuiti cerebrali. Per questo è consigliato l’impegno in attività stimolanti per la mente, come imparare nuove lingue, a suonare uno strumento musicale, essere impegnati in un lavoro o in passatempo stimolante, come possibile strategia per ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo.


Relazione tra stress e fertilità

Le vacanze sono finite da poco e sembrano già così lontane. I ritmi sono tornati a essere frenetici e la parola ‘stress’ imperversa di nuovo nelle nostre vite. Questo modus vivendi che ormai contraddistingue lo stile di vita quotidiano della maggior parte delle persone, non solo nuoce alla salute, ma può ridurre le possibilità di una gravidanza. Lo stress, infatti, può influenzare i meccanismi endocrini e di conseguenza alterare l’ovulazione nella donna e peggiorare la spermatogenesi nell’uomo.

Negli ultimi anni, un importante studio pubblicato su Human Reproduction ha confermato questa tesi. La ricerca è stata condotta dall’Ohio State University in Michigan e Texas su 501 coppie che volevano avere un figlio e che sono state monitorate per un anno. Durante il periodo di osservazione, sono stati misurati i livelli di cortisolo e dell’enzima alfa-amilasi (entrambi marker dello stress) nella saliva delle coppie e sono stati considerati il consumo di alcol, caffeina e sigarette. Al termine dello studio, l’87% delle donne è rimasto incinta ed è stato osservato che le donne che presentavano i livelli più alti dell’enzima alfa-amilasi riportavano una riduzione della fertilità di quasi il 30%, ossia presentavano un rischio doppio di infertilità rispetto alle donne “meno stressate“.

La relazione tra stress e gravidanza è di reciprocità: se infatti lo stress può essere causa di infertilità, l’impossibilità di concepire può essere fonte di stress con un impatto dirompente sull’equilibrio della coppia.

Quando si prende in carico una coppia infertile è importante non concentrarsi solo sugli aspetti medici, ma tenere conto dei risvolti psicologici. Nelle cliniche IVI lo psicologo è uno specialista fondamentale nel percorso terapeutico, che può cambiare l’approccio delle coppie al problema dell’infertilità e fornire gli strumenti necessari per affrontare il percorso della fecondazione assistita nel miglior modo possibile” – dichiara Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

 

 



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