Archivio per ottobre 2019

Effetto nefroprotettivo di Canagliflozin, un inibitore di SGLT-2, nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica

L’inibitore SGLT-2 Canagliflozin (Invokana) ha mostrato un beneficio renale significativo nello studio di fase III CREDENCE.

I pazienti con diabete di tipo 2 e con malattia renale cronica in trattamento con 100 mg di Canagliflozin per os una volta al giorno hanno presentato un rischio ridotto del 30% per un esito composito di malattia renale allo stadio terminale, raddoppio della creatinina sierica, o decesso per cause renali o cardiovascolari (hazard ratio, HR=0.70, IC al 95% 0.59-0.82, P=0.00001) rispetto al placebo (tasso di eventi: 43.2 e 61.2 per 1.000 anni-paziente).

Dopo aver rimosso l’esito di morte cardiovascolare dall’endpoint composito, la riduzione del rischio con Canagliflozin è rimasta significativa solo per gli esiti renali (HR=0.66, IC al 95% 0.53-0.81).

Questo beneficio nell’outcome renale composito è risultato principalmente guidato da una riduzione del rischio nel raddoppio dei livelli sierici di creatinina, che da sola ha rappresentato una riduzione del rischio del 40% rispetto al placebo (HR=0.60, IC 95% 0.48-0.76).

Riguardo alla sola nefropatia in stadio terminale, è stato riscontrato un rischio ridotto del 32% con Canagliflozin rispetto al placebo, sebbene l’entità di questa riduzione del rischio variava leggermente in base alla definizione di malattia renale allo stadio terminale: a) eGFR inferiore a 15 ml/min/1.73 m2 [ HR 0.60; IC al 95% 0.45-0.80 ]; b) dialisi iniziata o trapianto renale [ HR 0.74; IC al 95% 0.55-1.00 ).

Lo studio CREDENCE (Canagliflozin and Renal Events in Diabetes with Established Nephropathy Clinical Evaluation) ha riguardato 4.401 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica in stadio 2 o 3, definita come eGFR [velocità di filtrazione glomerulare stimata] da maggiore o uguale a 30 a minore di 90 ml/min/1.73 m2.

Tutti i partecipanti allo studio presentavano anche macroalbuminuria, definita come rapporto albumina-creatinina urinaria superiore a 300 a 5.000 mg/g.

Al momento dell’arruolamento, tutti i pazienti hanno ricevuto lo standard di cura che è stato continuato nel corso dello studio, che consisteva nell’assunzione di una dose stabile di un inibitore dell’enzima di conversione dell’angiotensina (Ace-inibitore) o di un bloccante del recettore dell’angiotensina (sartano) per almeno 4 settimane prima della randomizzazione.

Lo studio è stato interrotto precocemente per aver soddisfatto i criteri prestabiliti per l’efficacia.

Il periodo di follow-up mediano è stato pari a 2.62 anni.

L’inibizione di SGLT-2 aumenta il rilascio di glucosio e sodio nel tubulo renale distale, che viene rilevato dall’apparato iuxtaglomerulare come aumentata perfusione glomerulare. Questo porta a un aumento della vasocostrizione della arteriola afferente, diminuendo la perfusione glomerulare e la pressione intraglomerulare.

World Congress of Nephrology, 2019

FONTE | https://www.nefrologia.net/

Imeglimina migliora controllo glicemico nel Diabete tipo 2

Un nuovo farmaco sperimentale denominato imeglimina, il primo della sua classe, si è dimostrato promettente nel trattamento del diabete di tipo 2.

Ciò emerge dallo studio TIMES, condotto su 215 pazienti. Come affermato dall’autrice Julie Dobourg della Poxel, in tutti gli studi clinici di fase 2 e 3 imeglimina ha dimostrato un’efficacia molto solida nei pazienti diabetici, comprese le sottopopolazioni come gli anziani ed i soggetti con nefropatie croniche.

I profili di sicurezza e tollerabilità sono molto buoni, e quindi potrebbe trattarsi di una nuova opzione terapeutica per i pazienti con diabete di tipo 2 sia in monoterapia che come componente di una terapia più complessa.

L’imeglimina funziona migliorando la funzionalità mitocondriale, la quale a sua volta influenza la secrezione all’insulina e la sensibilità a quest’ultima a livello muscolare, diminuendo la produzione epatica di glucosio.

I farmaci di questa classe, denominati glimine, di fatto correggono tre dei principali problemi presenti nei pazienti diabetici, e forniscono un meccanismo d’azione innovativo.

Alcuni esperti comunque si chiedono come reagiranno a questi farmaci le diverse categorie di pazienti. I farmaci ipoglicemizzanti infatti non sono tutti adatti ad ogni gruppo di pazienti, in quanto ad esempio i soggetti nefropatici cronici sono molto sensibili e vanno facilmente in ipoglicemia.

Ogni farmaco dunque è probabilmente utile per un sottogruppo di pazienti, in quanto il diabete di tipo 2 non può essere considerato come una singola patologia. Lo studio è stato condotto in Giappone, dove si prevede una nuova applicazione farmacologica ufficiale per l’imeglimina entro il 2020. Nel frattempo verranno istituiti studi clinici inerenti di fase 3 sia negli USA che in Europa.

(EASD 2019 Annual Meeting, presentazione del 18/9)


La notte russi? forse stai sottovalutando un disturbo che può essere sintomo di una patologia vera e propria che predispone all’ictus

Chi non conosce qualcuno che russa? Spesso è proprio la persona con cui condividiamo il letto che non ci fa dormire o ci fa dormire male.

Il russare non rappresenta una malattia ma si tratta di un problema sociale che investe il rapporto tra chi russa e chi con lui o lei condivide la quotidianità. Il semplice abituale russamento può essere un campanello d’allarme e costituire il sintomo di una patologia vera e propria, la cosiddetta Sindrome delle Apnee nel Sonno (OSASacronimo del termine inglese Obstructive Sleep Apnea Syndrome), con conseguenze plurime sulla qualità di vita delle persone.

Che cos’è l’OSAS? Si tratta di un disturbo respiratorio che si manifesta esclusivamente durante il sonno, caratterizzato da episodi ripetuti di ostruzione delle vie aeree superiori complete (apnea) o parziali (ipopnea). Tali pause respiratorie, di durata superiore a 10 secondi e spesso riferite dal partner, sono accompagnate da russamento abituale, risvegli improvvisi con sensazione di soffocamento, sonno notturno agitato, necessità di urinare spesso durante la notte, sensazione di bocca asciutta, cefalea al mattino e, in misura minore, sudorazione notturna eccessiva.

La qualità di vita di chi è affetto da Apnee Notturne risulta significativamente alterata: la riduzione frequente del livello di ossigeno nel sangue e la cattiva qualità del sonno possono provocare, come dimostrato da numerosi studi a livello internazionale, il rilascio degli ormoni dello stress che, come tali, si rendono responsabili, come fattore di rischio, se non addirittura causa, di malattie cardio e cerebrovascolari (ictus cerebrale, ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale, infarto) e dismetaboliche (diabete, obesità). Non solo. È una patologia che, portando ad alterazione del sonno ristoratore della persona, può provocare sonnolenza diurna: basti pensare che i colpi di sonno alla guida causati da questo disturbo sono la causa del 7% dei circa 170mila incidenti stradali che si registrano ogni anno nel nostro Paese.

L’evidenza scientifica ci dice che, a causa di episodi ripetuti di apnea e quindi di ipossigenazione del sangue, si ha una maggiore predisposizione all’ictus e alle malattie cardiovascolari. Si attiva, infatti, il sistema nervoso simpatico, con un rilascio di “ormoni dello stress” (catecolamine), ma si verifica anche una produzione a cascata di proteine infiammatorie, che danneggiano progressivamente il rivestimento endoteliale, la parete interna, cioè, dei vasi sanguigni; ciò comporta una maggior aggregazione di piastrine che porta ad uno stress ossidativo e ad un ulteriore danno infiammatorio endoteliale vascolare. Ed è proprio questo stress ossidativo cronico con conseguente danno delle pareti dei vasi arteriosi che, nei pazienti con OSAS, può provocare l’ictus” – dichiara Beniamino D’Errico, esperto nella gestione dei soggetti OSAS certificato dalla Società Italiana di Pneumologia-IRS.

In molti casi la sindrome non viene presa in considerazione e quindi non è diagnosticata: non esistono esami del sangue utili a tal fine e, per tale motivo, sia pur con termine improprio, si parla di “epidemia nascosta”. La maggior parte dei pazienti che soffrono di apnee notturne non sa, pertanto, di essere malata, proprio perché il disturbo si presenta durante il sonno. I dati epidemiologici, risalenti al 1993, riferiscono una prevalenza della patologia del 2% per le donne e del 4% per gli uomini, ma studi recenti (Lancet Respir Med 2015 April: 3(4): 310-318) basati sull’esame polisonnografico in 2.121 soggetti facenti parte di una popolazione di persone apparentemente asintomatiche hanno messo in evidenza dati allarmanti: con i nuovi criteri diagnostici, infatti, la prevalenza di OSAS moderata è stata trovata nel 23-24% delle donne e nel 50% circa degli uomini.

Il russamento deve quindi essere “intercettato” al più presto, in quanto possibile spia della presenza di OSAS: sarà poi il paziente che, così allertato, potrà liberamente scegliere di approfondire l’indagine diagnostica e, in caso di conferma, accedere alle cure. La prevenzione, l’identificazione e la cura dell’OSAS è di competenza di diverse figure professionali, dal medico di medicina interna, allo pneumologo, dal neurologo all’otorinolaringoiatra, dal logopedista all’odontoiatra. Al primo campanello di allarme, è comunque consigliabile rivolgersi subito al proprio medico di famiglia.

La Sindrome delle Apnee nel Sonno costituisce una problematica sociale e di salute pubblica che occorre venga presa in seria considerazione. È necessario intervenire preventivamente per impedire che una sua sottovalutazione e, quindi, un suo rilevamento diagnostico ritardato possano portare a gravi complicanze che possono interferire negativamente sulla qualità della vita di chi ne è affetto, con maggiori costi, inoltre, per il Sistema Sanitario Nazionale. Solo sensibilizzando e facendo conoscere a fondo il problema, lo si può individuare e affrontare adeguatamente, evitando così tutte le possibili conseguenze su salute e qualità di vita” – dichiara Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia O.D.V. (Associazione per la lotta all’Ictus Cerebrale).

Sono molte le iniziative che, nel corso dell’anno, vengono realizzate per formare ed informare sia la popolazione sia gli addetti ai lavori su questa patologia che sta assumendo dimensioni epidemiologiche tali da comportare conseguenze sanitarie, sociali ed economiche di notevole rilevanza.

Nel giugno 2019, grazie alla sensibilità politica dell’On. Rossana Boldi, vice Presidente Commissione Affari Sociali, è stata presentata alla Camera dei Deputati la risoluzione 7/00172 in base alla quale si chiede di inserire l’OSAS nell’elenco delle patologie croniche e nei LEA, facilitando in questo modo l’accesso a diagnosi e terapia e ponendo le basi per un approccio clinico uniforme a livello nazionale.

Contemporaneamente A.L.I.Ce. Italia O.D.V. auspica che venga promossa e avviata una campagna informativa per la prevenzione, la diagnosi e la cura dell’OSAS, sia in età pediatrica che adulta, al fine di rendere i Cittadini maggiormente consapevoli, oltre che sulle conseguenze che tale sindrome comporta quale fattore di rischio per lo sviluppo di altre patologie, anche sulla capacità di successo delle terapie esistenti.

Terza causa di morte, prima di invalidità e seconda di demenza, l’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante che colpisce ogni anno nel mondo circa 15 milioni di persone e nel nostro Paese circa 150.000; quelle che sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi almeno 800.000. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le nuove terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dal il ritardo intra-ospedaliero e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

A.L.I.Ce. Italia O.D.V., fondata nel 1997, è una Federazione di associazioni di volontariato diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari. Sono associazioni senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato e avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, ha il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, l’Osservatorio Ictus ha presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese. 


Attenti alle fratture della terza età, importante è invecchiare bene!

Due giorni dedicati alla terza età: la Giornata Internazionale delle persone anziane (1 ottobre), e la festa dei nonni (2 ottobre), che Papa Francesco definisce ‘nostra forza e nostra saggezza’. Ed è proprio in questa fase della vita che bisogna stare molto attenti alla salute delle proprie ossa.

Ne è convinta la Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, che si sofferma sulla pericolosità delle fratture per quanti hanno raggiunto una certa età.

Con il passare degli anni e con il significativo incremento della vita media aumenta la possibilità di incorrere in fratture, in particolare quelle collegate all’osteoporosi. La colonna vertebrale, l’omero, l’anca e il polso sono le parti del corpo maggiormente colpite dalle fratture, mentre le cadute rappresentano il principale fattore scatenante. Tra le conseguenze delle fratture nelle persone anziane vi è la necessità di un ricovero, spesso lungo, nonché un aumento della mortalità. Oltretutto gli anziani impiegano più tempo a riprendersi da una frattura e in alcuni casi il recupero non è completo; tutto ciò rende le ossa ancora più fragili e favorisce la comparsa di nuove fratture, oltre a causare isolamento sociale, perdita di indipendenza e dolore cronico. Nonostante tutto ciò il progresso delle tecniche chirurgiche ed anestesiologiche, la precocità nell’affrontare l’intervento ove necessario, consente di ridurre i tempi di ospedalizzazione e di recupero funzionale” – spiega Francesco Falez, Presidente SIOT.

Per prevenire e trattare le fratture da fragilità la figura di riferimento è l’ortopedico. Insieme ai medici di famiglia ed ai colleghi specialisti dell’osso, l’ortopedico ha il compito di indirizzare i pazienti a rischio a sottoporsi ad opportuni esami strumentali per dare l’avvio ad una eventuale terapia preventiva. Se invece il paziente si presenta già fratturato alla visita, dopo l’opportuno trattamento chirurgico, lo specialista avrà il compito di tenerlo sotto controllo nei mesi successivi, integrando una terapia preventiva che ha lo scopo di ridurre il rischio di incorrere in nuovi eventi traumatici” – prosegue Falez.

SIOT ha spesso richiamato l’attenzione sull’osteoporosi e sulle fratture da fragilità, redigendo numerosi documenti sul tema, tutti con l’obiettivo di favorire la realizzazione delle buone pratiche nell’assistenza ai pazienti anziani fratturati.

Il Journal of Orthopaedics and Traumatology ha inoltre dato spazio alle linee guida SIOT sull’osteoporosi e sulla prevenzione delle fratture da fragilità.

Di osteoporosi si parlerà a Roma, presso Villa Miani, il 9 e 10 novembre prossimi, proprio grazie a SIOT e Fondazione FIRMO: stiamo parlando della ‘Bone House’, una due giorni in concomitanza con il Congresso Nazional SIOT durante la quale si accederà ad un percorso articolato, rivolto a tutte e età e gratuito, per scoprire, divertendosi, come affrontare l’osteoporosi.

Anno dopo anno si assiste ad un numero sempre più crescente di fratture legate all’aumento del numero degli anziani. Secondo quanto rende noto il Ministero della Salute, nelle donne di oltre 45 anni le fratture da osteoporosi determinano più giornate di degenza ospedaliera di molte altre patologie di rilievo, quali infarto del miocardio, diabete o carcinoma mammario. L’incremento dell’osteoporosi viene chiamato “epidemia silenziosa” perché la malattia non dà segno di sé prima della frattura, inoltre la frattura molte volte non viene identificata, segnalata e trattata.

Infine, l’ONU stima che entro il 2050 il 65% della popolazione europea avrà più di 60 anni. SIOT quindi, rispondendo concretamente alla richiesta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di “agire in più settori e consentire alle persone anziane di rimanere una risorsa per le loro famiglie, comunità ed economie”, si fa promotrice dell’invecchiamento attivo attraverso iniziative di sensibilizzazione mirate a diffondere le azioni necessarie al miglioramento della salute delle ossa degli anziani.

 


Salute, una priorità per 4 under 35 su 5

“Nonostante quello che si possa credere, il 75% degli under 35 intervistati reputa la salute come una priorità della propria vita seguita, con un notevole distacco, dalla stabilità lavorativa (36%) e dal rapporto con il partner (35%)”, spiega Francesca Merzagora, Presidente Onda.

La ricerca che abbiamo condotto per valutare la prevenzione della salute nella fascia più giovane della popolazione adulta, tra i 18 e i 35 anni di età, ci restituisce un quadro piuttosto positivo: 2 intervistati su 5 fanno prevenzione e la percezione generale è di essere in buona salute. In media, gli uomini si reputano in uno stato di salute migliore rispetto alle donne (54% degli uomini contro il 48% delle donne) e, forse per questo, hanno una maggiore tendenza a rivolgersi al medico solo quando i sintomi hanno un effetto negativo sulla vita di tutti i giorni, attitudine adottata dal 39% degli uomini rispetto al 31% delle donne”.

Questi dati emergono dall’indagine “Giovani e prevenzione” di Fondazione Onda, condotta da Elma Research, in collaborazione con Aon, su un campione di 892 persone tra i 18 e i 35 anni per valutare la propensione di questa fascia di popolazione alla cura della propria salute. La prevenzione nei giovani è stata al centro del terzo Congresso nazionale Onda, Milano 1-2 ottobre scorso, un’occasione per approfondire tanti temi di salute, declinati specificamente su questa fascia di età.

L’importanza della salute nella vita degli under 35 si riflette sulla loro conoscenza del tema: in generale, la percezione è di essere bene informati. Analizzando le fonti principali utilizzate, il 54% si informa attraverso i siti internet, seguiti dai canali medici, tra cui i medici di medicina generale e gli specialisti, e da familiari e conoscenti, rispettivamente nel 53 e 39% dei casi. Se si guarda alle due generazioni presenti nel campione, Millennials – tra i 26 e i 35 anni – e I-generation – tra i 18 e i 25 anni, si possono notare differenze sull’utilizzo delle fonti. Se i Millennials utilizzano in misura maggiore i canali medici (59% vs 47%), al contrario gli I-generation consultano, in misura maggiore, i social network (42% vs 32%).

Tra le malattie più temute, i tumori la fanno da padrone (73%), seguiti con un significativo distacco dalle malattie neurodegenerative (36%) e i disturbi psichici (35%).

Questi dati mettono in evidenzia come i giovani temano soprattutto malattie tipiche di un’età più avanzata, quali tumori e malattie neurodegenerative. Questo è indice del fatto che ciò che preoccupa viene letto in una prospettiva futura, mentre ad esempio, le malattie sessualmente trasmissibili, che sono un reale pericolo in questa fascia d’età, compaiano solo al sesto posto” – commenta Merzagora.

La minore preoccupazione per le malattie sessualmente trasmissibili coinvolge sia le donne sia gli uomini, ma in misura diversa. Infatti, gli uomini le temono maggiormente (27%) rispetto alle donne (20%). Questo si riflette, ad esempio, nel maggior ricorso a visite infettivologiche di controllo da parte loro (19% rispetto al 10% delle donne).

Le malattie a trasmissione sessuale sono un tema più sentito dagli uomini perché la cultura della protezione, grazie all’uso del condom, è più nelle mani maschili, mentre le donne hanno la percezione che a loro non possa succedere di prendere infezioni perché fanno visite ginecologiche, ed eventualmente Pap Test, e si preoccupano semmai di fare una contraccezione sicura di tipo ormonale e non di barriera, oppure naturale e poco sicura con le app. Anche la differente percezione di benessere della donna rispetto all’uomo può trovare una facile motivazione. È certo che la donna, a causa dell’impatto che le fasi del ciclo mestruale esercitano sul senso di benessere psico-fisico, si percepisce meno in salute rispetto all’uomo. Dolori mestruali, mal di testa, tensione al seno, senso di gonfiore, alterazioni dell’umore rendono le donne più attive nel cercare l’aiuto del medico e, nel contempo, meno portate, per esempio, a svolgere attività fisica che peraltro, se seguita regolarmente e con carichi di lavoro adeguati, è un toccasana per il benessere di ciascuno, uomo o donna che sia” – dice Rossella Nappi, Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell’Università degli Studi di Pavia, IRCCS Policlinico San Matteo.

Oltre ad avere un ruolo importante sulla salute, l’attività fisica influisce anche sulla percezione stessa del benessere. Questa risulta, infatti, maggiore in chi svolge attività fisica regolare durante la settimana, 2 persone su 5: il 55% degli under 35 che svolge attività fisica più di due volte a settimana si dichiara soddisfatta del proprio stato di salute rispetto al 47% di chi la svolge meno regolarmente, 1 volta o meno a settimana, fino ad arrivare al 43% di chi non svolge alcuna attività fisica.

Per monitorare la propria salute 6 persone su 10 utilizzano App. Sono soprattutto le donne ad usarle (68% contro il 40% degli uomini), ricorrendone in maggiore misura per il monitoraggio del ciclo mestruale, 1 donna su 2. Rimanendo sempre in ambito tecnologico, i dispositivi elettronici indossabili, o wearable device, invece sono utilizzati solo dal 15%.

I giovani sono abituati a usare lo smartphone per molte delle attività che li riguardano. Naturale, quindi, che usino le App per monitorare la propria salute. Sono tuttavia necessari studi clinici che dimostrino l’efficacia di questi strumenti, soprattutto in un’ottica di prevenzione. Solo in presenza di questi risultati App e dispositivi indossabili, come smartphone e braccialetti intelligenti (per i quali i giovani sembrano nutrire un limitato interesse), potrebbero smettere di essere considerati dei gadget ed essere usati più diffusamente (ed efficacemente) dai giovani” – commenta Eugenio Santoro, Responsabile Laboratorio di Informatica Medica – Dipartimento di Salute Pubblica – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – IRCCS .

Infine, considerando le dipendenze più frequenti, il fumo risulta il più diffuso (54%), seguito dalla dipendenza da social network (19%), che supera quella da alcool (10%). Questi comportamenti possono facilmente radicarsi durante l’adolescenza.

Da una ricerca che abbiamo condotto su studenti delle scuole superiori milanesi (14 – 18 anni) con l’obiettivo di comprenderne le abitudini, soprattutto le dipendenze da sostanze e comportamentali, in relazione alla loro salute mentale, emerge che la totalità del campione ha uno smartphone e il 56% lo usa anche di notte, il 37% ha usato almeno una volta sostanze illecite e la percentuale di chi si è ubriacato almeno una volta negli ultimi 6 mesi tocca il 40%. Tutti i ragazzi del campione con problemi di salute mentale avevano un ritmo sonno veglia alterato, evidenziando come il sonno sia il nodo cruciale fra comportamenti disfunzionali e dimensioni psicopatologiche dei ragazzi” – sottolinea Claudio Mencacci, Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

 


Guida del Sorriso per una bocca in salute

“Sorridiamo per simpatia, per salutare, per chiedere scusa ed esprimere riconoscenza”. A distanza di quasi un secolo le parole di Desmond Morris risultano sempre di grande attualità: il sorriso, si sa, è il nostro biglietto da visita.

È per questo che in occasione del World Smile Day (4 ottobre scorso) l’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia (ASIO) ha lanciato la nuova edizione della Guida del Sorriso, un vero e proprio vademecum per una bocca in salute destinato a grandi e piccini.

Da cosa si riconosce una bocca sana, come trattare l’igiene orale del bambino, qual è l’età giusta per iniziare una terapia ortodontica: sono solo alcune dei tanti suggerimenti utili contenuti nella Guida, scaricabile dal sito www.asio-online.it.

Una buona salute orale dipende da ogni parte della nostra bocca: dallo smalto dei denti alle gengive, dall’occlusione corretta alla buona articolazione della mandibola. Bruxismo, scorretta deglutizione, malocclusione, problemi nella masticazione o ancora alterazione delle funzioni respiratorie, infatti, sono alcuni di quei disturbi che possono compromettere anche il nostro sorriso.

Avere un sorriso sano significa avere un apparato stomatognatico (l’insieme di denti, ossa, tessuti, articolazioni e delle funzioni orali) funzionante e armonioso. È lo Specialista in ortodonzia il professionista che cura questo apparato così complesso sia nei bambini sia negli adulti.

Oggi l’immagine ha una valenza ben più profonda rispetto ad anni fa avere un sorriso sano, quindi, con denti ben allineati e con un’occlusione normale, contribuisce a sentirsi non solo più gradevoli ma anche e soprattutto più sicuri di noi stessi negli adulti come nei più giovani. Con ASIO, quindi, abbiamo voluto realizzare La Guida del Sorriso, con l’intento di aiutare a comprendere gli aspetti fondamentali dell’ortodonzia e rispondere alle principali domande dei genitori per una corretta cura della bocca dei propri piccoli” – sottolinea Cesare Luzi, Specialista in Ortognatodonzia e Presidente dell’Associazione Specialisti Italiani Ortodonzia (ASIO).

La Guida del Sorriso affronta quelle problematiche che possono riguardare bambini, ragazzi e adulti sottoposti ad un trattamento ortodontico, fornendo consigli utili circa il mantenimento di una buona salute orale. Basti pensare che un bel sorriso, infatti, è innanzitutto un sorriso “pulito” indice di una bocca sana: questo accade quando non ci sono tracce di carie, di placca batterica, di tartaro o di infiammazioni delle gengive.

Per mantenere nel tempo la salute della bocca è raccomandabile, oltre ad una corretta e costante igiene orale, rivolgersi allo Specialista in ortodonzia non appena si intravedano complicazione come fastidi nella masticazione, disallineamento dentale, difetti di respirazione, digrignamento notturno. Non va tralasciato nessun dettaglio perché se trascurato può comportare una cura più lunga e dispendiosa. Sorridere con l’apparecchio ai denti senza imbarazzo, può risultare spesso difficoltoso, tuttavia oggi ci si può affidare alle numerose terapie invisibili per raddrizzare i denti. E occorre prendersi sempre cura dell’igiene orale, tenendo pulito il proprio apparecchio. È del tutto possibile sorridere con più sicurezza e sentirsi a proprio agio portando l’apparecchio ortodontico” – ricorda Luzi.

La prima Giornata Mondiale del Sorriso fu celebrata nel 1999, ma il simbolo del sorriso meglio conosciuto come “Smile” ha origini ancora più lontane: Harvey Ball, un artista commerciale del Massachusetts, creò infatti la faccina sorridente nel 1963. Quell’immagine divenne il simbolo più riconoscibile di buona volontà e allegria del pianeta. Con il passare degli anni, Harvey Ball preoccupato dell’eccessiva commercializzazione del simbolo, inventò la Giornata mondiale del sorriso®, con l’intento di dedicare ogni anno un giorno a sorrisi e atti gentili in tutto il mondo. Nel 2001, è stata creata la Harvey Ball World Smile Foundation per onorare il suo nome e la sua memoria.

L’Associazione Specialisti Italiani in Ortodonzia è un’associazione sindacale che opera per la tutela ed il progresso della specialità medica ed odontoiatrica dell’Ortognatodonzia e la difesa e tutela professionale dei Medici e degli odontoiatri Specialisti in Ortognatodonzia. Fondata nel 1994 da un gruppo di Medici laureati in Medicina e Chirurgia e/o Odontoiatria, specializzati in Ortodonzia, risponde alla esigenza di promuovere e di diffondere il concetto di una ortodonzia di qualità. ASIO fa parte dell’EFOSA (La Federazione Europea delle Associazioni Specialisti in Ortognatodonzia) dal 1999, in quanto Associazione Europea che rispetta i requisiti di qualità, professionalità e rispetto del codice etico della Federazione. L’EFOSA a sua volta aderisce al WFO (World Federation of Orthodontists, la Federazione Mondiale degli ortodontisti) che ha tra i suoi obiettivi primari la diffusione e promozione dell’arte e della scienza ortodontica nel mondo. Tutti gli sforzi di ASIO sono protesi a raggiungere l’eccellenza in ortodonzia: un’eccellenza strutturale, organizzativa e pratico-terapeutica dei suoi associati al servizio dei cittadini. Tutti i soci appartenenti a ASIO sono solo Specialisti Ortodontisti.


“Emofilia dalla A alla Z, dalla gioco terapia allo sport agonistico”

Il figlio dell’autrice che salta un ostacolo in sella alla sua compagna inseparabile Alice di Cornovaglia è l’immagine della copertina del libro di Brianna Carafa d’Andria dal titolo “Emofilia dalla A alla Z, dalla gioco terapia allo sport agonistico”, che sarà distribuito tramite le associazioni pazienti ed i Centri Emofilia.

Il testo, che racconta la gestione dell’emofilia tra informazioni, criticità e suggerimenti è la nuova edizione di un volume edito nel 2001.

160 pagine ricche di colori, foto, immagini e infografiche che raccontano in modo semplice e chiaro il mondo dell’emofilia, patologia rara del sangue di origine genetica che colpisce soprattutto i maschi e che in Italia riguarda oltre 5.000 persone.

Rivolto essenzialmente ai genitori di bambini con emofilia ma anche a insegnan­ti, personale paramedico, allenatori sportivi finanche alle babysitter, il volume intende trasmettere l’attiva proposta di una madre a trovare l’equilibrio necessario per lavorare proficuamente in collaborazione con tutti i membri della famiglia e del personale sanitario coinvolto nella cura del bambino con emofilia.

Il libro, che ha ricevuto il patrocinio della Federazione Associazioni Emofilici (FedEmo) e della Fondazione Paracelso, realizzato con il supporto di Bayer, è suddiviso in dieci capitoli: dall’‘Emofilia’ alle ‘Strategie terapeutiche e future prospettive di cura’; dalla ‘Diagnosi di emofilia e il primo anno di vita’ alla ‘Cura globale della persona con emofilia o comprehensive care’; da ‘Profilassi, infusione e accesso venoso’ alla ‘Gioco terapia nell’emofilia: un alleato prezioso’; dalla ‘Gioco terapia nell’emofilia: attività per casa e per il Centro Emofilia’ a ‘Crescere con l’emofilia e la scuola’; fino a ‘La famiglia e il tempo libero’ e ‘Attività motoria e lo sport’.

L’iniziativa dedica particolare attenzione alla “gioco terapia nell’emofilia”, vera e propria strategia psicologica applicata con successo da Brianna Carafa d’Andria nei primi anni di gestione della salute del figlio. Nel testo l’autrice mostra come la gioco terapia sia in grado di condurre a una serena accettazione, da parte del piccolo paziente, delle impegnative modalità terapeutiche della patologia. Grazie a questa strategia il bambino con emofilia considererà l’infusione endovenosa come un’attività ludica, accettandola come parte integrante della propria vita quotidiana. Una strategia di tipo psicologico-comportamentale che influisce sulla qualità di vita dei pazienti prima in età pediatrica, successivamente in quella adolescenziale e, infine, in età adulta. Nel libro sono presenti, ovviamente, i momenti di paura e difficoltà, che l’autrice aiuta però ad elaborare e superare proprio grazie alla gioco-terapia. Nel volume trovano spazio numerose tematiche: dalle caratteristiche dell’emofilia alle modalità di trasmissione, dalle principali complicanze – come l’artropatia e l’insorgenza di inibitori – alle varie strategie terapeutiche emerse dalla ricerca più recente, fino alla gestione della patologia.

Nelle pagine viene approfondito un altro tema di grande attualità: quello relativo all’attività fisico-sportiva/cer­tificazione di idoneità agonistica nei pazienti affetti da emofilia. Il figlio dell’autrice è stato infatti il primo atleta in Italia affetto da emofilia A di tipo grave ad ottenere l’idoneità agonistica nell’equitazione, nel nuoto, nello sci alpino, nel canottaggio e nel pentathlon moderno, già 15 anni fa.

L’emofilia non è un gioco, ma giocare all’emofilia è possibile, naturale e di grande beneficio. Il mio libro ha un approccio molto efficace nel percorso di accettazione di numerosi aspetti relativi all’ac­cesso venoso periferico e nell’aumento della compliance al trattamento di profilassi” – spiega Brianna Carafa d’Andria.

Al Professor Raimondo De Cristofaro, Servizio Malattie Emorragiche e Trombotiche – Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma, è stata affidata la revisione scientifica del libro.

Dal volume emerge fortemente la lucida e positiva reazione di una madre a una diagnosi inattesa di una patologia genetica come l’emofilia. La necessità di scrivere una nuova edizione del libro è derivata dalla mole delle acquisizioni mediche, che negli ultimi anni hanno acceso nuova luce sugli aspetti fisiopatologici, le metodologie diagnostiche e le nuove strategie terapeutiche della malattia” – afferma De Cristofaro.

Siamo felici di condividere questa iniziativa editoriale. Riteniamo infatti che il volume rappresenti uno strumento prezioso per tutti i genitori dei piccoli pazienti emofilici, in grado di supportarli dopo una diagnosi di emofilia. Una guida utile, che si rivolge alle famiglie e che va incontro ai loro bisogni concreti informandole in modo adeguato in merito alle molteplici tematiche attinenti la gestione quotidiana dei bambini e dei ragazzi con emofilia” – dichiara Cristina Cassone, Presidente FedEmo.

Da sempre il nostro impegno è rivolto a dare una risposta concreta alle necessità e ai bisogni delle persone affette da emofilia. Abbiamo voluto dare il nostro supporto a questa iniziativa poiché rappresenta un valido strumento per le famiglie per affrontare al meglio la quotidianità di questa patologia” – conclude Patrizia Guarraci, Specialty Business Unit Head di Bayer.

Brianna Carafa d’Andria

È un’insegnante e madre di tre figli. Il più giovane è affetto da emofilia A di tipo grave. È autrice di Emofilia dalla A alla Z (2001) e di Gioco Terapia nell’Emofilia (2003). Ha scritto numerosi articoli su questo argomento e partecipato come relatrice a congressi in Italia e all’estero. È stata vice presidente dell’AEL, Associazione Emofilici del Lazio e membro del direttivo di FedEmo (Federazione delle Associazioni Emofilici).

Emofilia A

Circa 400.000 persone in tutto il mondo sono affette da emofilia, una malattia per lo più ereditaria, in cui una delle proteine necessarie per formare i coaguli di sangue manca o è presente in quantità ridotta. L’emofilia A è il tipo più comune di emofilia, in cui la coagulazione ematica è ridotta a causa della mancanza o di un difetto del FVIII della coagulazione. I pazienti sono affetti da ripetute emorragie nei muscoli, nelle articolazioni o in altri tessuti, che possono dar luogo a danni cronici alle articolazioni nel corso del tempo. Le emorragie, se non trattate in modo appropriato, possono avere conseguenze gravi in quanto il sangue coagula più lentamente nei pazienti emofilici rispetto a quelli sani. L’emofilia A ha una frequenza stimata di 1 su 5000 bambini maschi nati vivi e si manifesta a livello globale. Attualmente, in Italia ci sono circa 4000 persone affette da emofilia A.

 



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