Archivio per gennaio 2020

Associazione tra livelli di troponina ed età con mortalità

Livelli di troponina sopra la norma sono associati a un aumento della mortalità, indipendentemente dall’età del paziente.

È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’Hammersmith Hospital di Londra, guidati da Amit Kaurae.

In una popolazione in cui la troponina viene valutata per motivi clinici, questo biomarcatore può rischiare di stratificare tra il rischio di mortalità alto e basso per tutte le fasce di età. Sebbene i livelli di troponina debolmente aumentati abbiano un significato prognostico, le decisioni cliniche dovrebbero dipendere dalla malattia di base e non semplicemente dal grado di aumento della troponina – scrivono i ricercatori su BMJ.

Il significato clinico dei livelli di troponina leggermente aumentati non è chiaro, notano gli autori, e non è stata ancora stabilita l’utilità di alti livelli di troponina nel guidare il trattamento per i pazienti anziani.

Gli autori hanno valutato l’impatto prognostico dell’aumento dei livelli di troponina in quasi 258.000 pazienti sottoposti a test di troponina in cinque centri cardiovascolari del Regno Unito nel periodo 2010-2017. Durante il follow-up, che è durato in media 1.198 giorni, il 22% dei pazienti è deceduto.

La troponina sopra la norma è stata associata a un rischio di mortalità 3,2 volte superiore per tre anni (intervallo di confidenza al 95%, da 3,1 a 3,2). L’hazard ratio è stato di 10,6 per i pazienti di età compresa tra i 18 e i 29 anni e di 1,5 nei pazienti di età superiore ai 90 anni, entrambi aumenti significativi. In tutte le età, la troponina sopra il normale è stata associata a una mortalità assoluta a tre anni superiore del 15% circa.

Il livello della troponina e la mortalità sono stati direttamente correlati negli oltre 120.000 pazienti che non avevano la sindrome coronarica acuta (Sca). Si è registrata una relazione a forma di U invertita nei 14.468 pazienti con Sca. L’associazione a forma di U tra troponina e mortalità è persistita dopo l’analisi multivariata nei pazienti con Sca gestita invasivamente, ma c’è stata una relazione positiva diretta in quelli gestiti non invasivamente.

Il paradossale declino della mortalità a livelli di troponina molto elevati può essere guidato in parte dal mutevole mix di casi con l’aumentare dei livelli di troponina; una percentuale più elevata di pazienti con livelli di troponina molto elevati ha ricevuto una gestione invasiva” – osservano gli autori.

La maggior parte dell’aumento della mortalità si è verificata entro sei mesi, in modo simile a uno studio statunitense condotto su 25.000 pazienti.

Da questo possiamo trarre due conclusioni. In primo luogo, indipendentemente dall’età, un livello elevato di troponina è un segnale clinico importante che non deve essere ignorato. In secondo luogo, poiché l’eccesso di mortalità si manifesta in anticipo, un’attesa prudente potrebbe non essere appropriata”.

Association of troponin level and age with mortality in 250 000  : cohort study across five UK acute care centres – BMJ 2019; 367 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.l6055 (Published 21 November 2019) Cite this as: BMJ 2019;367:l6055


1 ITALIANO CON DIABETE SU 7 RISIEDE IN LOMBARDIA; 1 LOMBARDO CON DIABETE SU 3 NELLA CITTÀ METROPOLITANA DI MILANO

É la Lombardia la regione con il maggior numero assoluto di persone con diabete in Italia: vi risiedono, infatti, circa 550.000 delle 4 milioni stimate nel nostro Paese e di queste, 1 su 3 vive a Milano. Secondo i dati elaborati dall’ATS Città Metropolitana di Milano, nel capoluogo lombardo sono infatti oltre 180.000 le persone con diabete noto e circa 60.000 le persone che non sanno di averlo.

Questi sono alcuni dati raccolti nell’Atlas di Milano, presentato, il 23 gennaio scorso, a Palazzo Lombardia e realizzato nell’ambito del progetto internazionale Cities Changing Diabetes, promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia.

I dati ISTAT indicano che oggi nell’area metropolitana di Milano risiedono 3,2 milioni di abitanti, una cifra significativa per livelli di urbanizzazione, che la pone tra le prime aree metropolitane in Europa e seconda in Italia dopo Roma. Un forte contesto di urbanizzazione che dagli anni ‘60 ad oggi è più che raddoppiato e che costituisce circa il 32 per cento della popolazione della Regione Lombardia, senza considerare l’alto tasso di popolazione non residente ma che svolge attività lavorativa nell’area della città di Milano.

Oggi, più del 50 per cento della popolazione mondiale vive nelle città e se consideriamo che il 65 per cento delle persone con diabete vive in aree urbane, è chiaro che la città è un punto determinante per contrastare la crescita del diabete. Come già avvenuto per Roma, coinvolta nel progetto nel 2018, in questo ATLAS viene realizzata una prima mappatura dei dati quantitativi demografici, clinico- epidemiologici e sulla percezione della salute nell’area di Milano Città Metropolitana, allo scopo di analizzarli e di capire sempre meglio come sia possibile ridurre o meglio rallentare la crescita nell’incidenza del diabete e migliorare la qualità di vita delle persone che ne sono malate. L’analisi delle possibili differenze tra le persone con diabete che vivono in un’area metropolitana può aiutarci, ad esempio, a comprendere la variabilità tra le diverse zone, in termini di outcome clinici” – ha detto Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e dell’Italian Cities Changing Diabetes.

È un fatto noto che l’incremento della prevalenza del diabete sia dovuto a vari fattori quali invecchiamento e obesità, due elementi in continuo aumento. Anche fattori sociali come livello di istruzione, accesso alle cure, risorse disponibili incidono fortemente sull’incremento del diabete. Infatti, come già osservato a Roma, anche all’interno dell’area metropolitana di Milano c’è una forte discrepanza tra centro e periferia in termini di reddito, percentuale di migranti, qualità di vita, alimentazione, sedentarietà e titolo di studio. Allo stesso modo, la prevalenza di diabete non è distribuita in maniera uniforme: si va da un valore del 5,30 per cento nella ASST Città di Milano fino ad un valore massimo di 6,35 per cento nel territorio dell’ASST Nord Milano” – ha dichiarato Livio Luzi, Presidente del Comitato Scientifico di Milano Cities Changing Diabetes.

Da una recente indagine svolta dall’istituto di ricerca Medi-Pragma emerge che la salute è il tema che sembra stare maggiormente a cuore ai cittadini milanesi, ma solo 1 su 3 si ritiene soddisfatto delle politiche per la salute, assegnando punteggi bassi sia per quanto riguarda i servizi sanitari sia per le attività svolte per migliorare le condizioni sociali, politiche, economiche e di salute della popolazione metropolitana. L’insoddisfazione sembra essere riconducibile da una parte ad un elevato livello di aspettative sulla tipologia e qualità di servizi resi ai cittadini e dall’altra ad una ridotta valorizzazione e comunicazione della, in realtà, ampia offerta di servizi e opportunità messa già a disposizione della comunità” – ha affermato Michele Carruba, Presidente del Comitato Esecutivo di Milano Cities Changing Diabetes.

È necessario che i policy maker siano sempre più sensibili al tema della salute nella città per individuare le politiche di prevenzione più opportune e migliorare la rete di assistenza. L’Atlas fornisce un’utile mappatura dello stato di salute attuale dei cittadini di Milano grazie alla partecipazione dei diversi partner territoriali. Su questi dati è possibile costruire un servizio di prevenzione e cura ancora migliore, evitare gli sprechi e concentrarsi in modo efficace sui bisogni reali dei cittadini. Quando un amministratore pubblico lavora su dati certi con competenza e in dialogo con gli specialisti, i risultati arrivano” – ha dichiarato Giuseppe Sala, Sindaco di Milano.

Tra le priorità di Regione Lombardia, con il varo della legge 23 di riordino del Sistema Sanitario Regionale, c’è la concreta attenzione proprio alle attività di prevenzione insite anche nei sani stili di vita che i cittadini delle metropoli devono poter praticare in un adeguato contesto urbano. L’Urban health, ovvero la salute nelle città, deve guidare la Città di Milano verso il suo adeguamento alle reali e nuove necessità della popolazione: ancora prima che un paziente giunga alla corretta prevenzione diagnostica sanitaria, alla necessaria assistenza medico-ospedaliera o, ancora, alla terapia e alla cura, deve essere messo nelle condizioni di poter usufruire di precisi modelli urbanistici al fine di poter essere incoraggiato e favorito nella pratica di corretti stili di vita” – ha affermato Giulio Gallera, Assessore al Welfare di Regione Lombardia.

Le diseguaglianze di salute, ancora presenti nel nostro contesto metropolitano, le cui evidenze sono messe in luce in questa pubblicazione, ci spronano a proseguire e migliorare le nostre azioni a partire dalla necessità di interventi di informazione e di prevenzione rivolti alle categorie più fragili. Penso in questo senso sia ai bambini residenti in zone più povere socialmente ed economicamente sia agli anziani che ancora faticano ad avere accesso continuativo ai percorsi diagnostico-terapeutici. Con la pubblicazione di questo documento, la Città di Milano attraverso l’Assessorato che rappresento, vuole cogliere fino in fondo l’opportunità data dall’adesione alla rete internazionale “Cities Changing Diabetes”, costruendo un programma di azioni che possa accompagnare lo sviluppo economico e urbanistico del territorio, con interventi specifici tesi a promuovere la salute e il benessere per tutti e tutte, contrastando la disomogeneità dei risultati relativi allo stato di salute e scommettendo sulla prevenzione” – ha detto Gabriele Rabaiotti, Assessore Politiche sociali e abitative Comune di Milano.

Come per Roma, il progetto Milano Cities Changing diabetes è coordinato dall’Health City Institute in collaborazione con il Ministero della Salute, l’ANCI, la Rete Città Sane dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto Superiore di Sanità, l’ISTAT, la Fondazione CENSIS e CORESEARCH. Con questo progetto, Milano viene inserita in un ampio network di metropoli; ad oggi 22 città in cinque continenti nel mondo hanno aderito al programma: Nord America (Città del Messico, Mérida, Houston, Vancouver), Europa (Copenaghen, Leicester, Madrid, Manchester, Milano, Roma), Asia (Beirut, Beijing, Koriyama, Tianjin, Seoul, Shanghai, Hangzhou, Xiamen, Jakarta), Sud America (Buenos Aires) e Africa (Johannesburg), città impegnate a studiare l’impatto della crescente urbanizzazione sul diabete e sull’obesità.


 

Depressione: al via il progetto di sensibilizzazione di Fondazione Onda per combattere la malattia nelle Regioni italiane

La salute mentale e, in particolare, la depressione rappresentano una delle tematiche su cui Fondazione Onda è fortemente impegnata da oltre 10 anni, considerato anche il maggior coinvolgimento delle donne sia come pazienti sia come caregiver. La depressione, malattia riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come prima causa di disabilità a livello mondiale, in Italia riguarda 3 milioni di persone di cui 2 sono donne” – dice Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

In questo contesto, prende il via il percorso di sensibilizzazione di Fondazione Onda «Uscire dall’ombra della depressione» nelle Regioni italiane, con il Patrocinio di SIP – Società Italiana di Psichiatria, SINPF – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, Cittadinanzattiva e Progetto Itaca, e grazie al contributo incondizionato di Janssen Italia.

Il progetto farà tappa in otto Regioni italiane per sensibilizzare sul tema della depressione attraverso una serie di incontri che vedranno il coinvolgimento degli attori Istituzionali e sanitari locali per superare lo stigma associato alla depressione e per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.

Questa serie di incontri rientra nel percorso intrapreso nel 2019 per accendere i riflettori sulla depressione. Ad aprile è stato presentato alla Camera dei deputati un Manifesto ‘Uscire dall’ombra della depressione’ che propone una call to action in dieci punti per la prevenzione mirata e un accesso tempestivo e facilitato ai percorsi di diagnosi e cura. Questa iniziativa ha coagulato l’interesse di un gruppo di Parlamentari che si sono impegnate a sensibilizzare il Governo attraverso il deposito di una Mozione che auspichiamo possa essere approvata e dia il via a un Piano nazionale di lotta alla depressione. A questo punto l’impegno si sposta a livello territoriale con otto tavole rotonde regionali in Campania, Lazio, Piemonte, Veneto, Lombardia, Sicilia, Emilia-Romagna e Puglia che consentiranno a Onda di incidere in maniera più capillare sul territorio, sensibilizzando in particolare le Istituzioni, nei confronti della depressione maggiore, la forma più severa. L’obiettivo che ci proponiamo è declinare i dieci punti del Manifesto a livello regionale, facilitare la costituzione di gruppi inter consigliari, superare lo stigma nei confronti di questa patologia e migliorare l’accesso alle cure, a beneficio della qualità di vita dei pazienti che soffrono di depressione” – continua Merzagora.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la depressione riduce l’aspettativa di vita di oltre 20 anni e oltre il 60% dei suicidi che si verificano annualmente a livello globale possono essere ricondotti a questa malattia. La depressione non ha solo un enorme impatto sulla qualità di vita di chi ne soffre, ma anche sul dispendio di risorse socio-economiche. Secondo i dati divulgati in occasione della presentazione alla Camera dei deputati del Manifesto, il costo diretto a carico del Servizio Sanitario Nazionale – ad esempio in termini di ricoveri ospedalieri, farmaci antidepressivi, specialistica ambulatoriale – ammonta in media a circa 5.000 euro all’anno per paziente. I costi sociali, in termini di ore lavorative perse, ammontano a circa 4 miliardi di euro l’anno, pur senza considerare la mancata produttività associata ai caregiver, spesso 2 o 3 familiari per ogni paziente. Complessivamente, secondo i dati Cerismas 2019, i costi indiretti rappresentano il 70% dei costi totali. Diagnosi tempestiva e diffusione dei trattamenti sono fondamentali per ridurre questo impatto economico, considerato che le complicanze della malattia e la loro gestione comportano un dispendio nettamente superiore ai soli costi della cura.

La depressione è un problema di salute pubblica in continua crescita in tutte le fasce di età. Questa malattia ha notevoli effetti sia sulla qualità che sulla quantità di vita, con un aumento della mortalità non solo per il maggiore rischio di suicidi, ma anche per l’adozione di stili di vita negativi e lo sviluppo di altre malattie, come quelle cardiologiche, metaboliche e oncologiche. Tra le forme più comuni, ma anche più gravi, c’è la depressione maggiore che colpisce circa un milione di persone nel nostro Paese e si manifesta in genere tra la seconda e la terza decade di vita con un picco nella decade successiva, dunque nel periodo più florido e produttivo della vita con gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, socio-relazionale e professionale. Purtroppo, si stima che meno della metà delle persone con depressione maggiore ricevano un’adeguata diagnosi e trattamento e che circa 130.000 persone con depressione maggiore risultino ‘resistenti ai trattamenti’, necessitando così di un intervento clinico e sociale particolarmente urgente. L’intervento tempestivo per tenere sotto controllo la depressione è infatti di fondamentale importanza per ridurre il rischio di ricadute, cronicizzazione e ospedalizzazione” – spiega Claudio Mencacci, Presidente Comitato Scientifico Fondazione Onda.

La prima tappa del percorso si è tenuta a Napoli il 24 gennaio scorso.

Uno studio di IVI pioniere della vitrificazione, tra i 25 migliori nella storia dell’ASRM

Il successo nella vitrificazione degli ovuli è una pietra miliare che ha segnato la storia della medicina riproduttiva.

Dopo quasi trent’anni di risultati infruttuosi, il significativo affinamento della tecnica di vitrificazione offre alle donne la possibilità di conservare i loro ovuli mantenendo un’alta qualità anche dopo la devitrificazione che si fa per l’utilizzo nei trattamenti riproduttivi.

In questo senso, lo studio intitolato “Comparison of concomitant outcome achieved with fresh and cryopreserved donor oocytes vitrified by the Cryotop method”, guidato dalla dott.ssa Ana Cobo, direttore dell’Unità di Criobiologia di IVI Valencia, ha promosso l’uso diffuso della vitrificazione degli ovuli nella pratica clinica quotidiana poco più di 10 anni fa, diventando una ricerca pionieristica a livello mondiale in termini di applicazione clinica del metodo. Pertanto, la rilevanza scientifica, medica e sociale di questo studio lo colloca come uno dei 25 lavori più importanti nella storia della American Society for Reproductive Medicine (ASRM), uno dei più importanti a livello mondiale.

Abbiamo prelevato ovociti dalla stessa donatrice, ne abbiamo vitrificati la metà e li abbiamo scongelati dopo un’ora, mentre l’altra metà degli ovociti è rimasta nell’incubatrice. Una volta devitrificati gli ovociti, li abbiamo fecondati insieme a quelli freschi, con lo stesso seme e allo stesso tempo. Questo ci ha permesso di valutare lo sviluppo di embrioni generati da ovociti vitrificati e freschi nelle stesse condizioni, confrontando i tassi di fecondazione, la divisione precoce e lo sviluppo a blastocisti. E’ stato sorprendente vedere che i risultati ottenuti erano simili in termini di questi 3 parametri; abbiamo quindi iniziato a vitrificare gli ovuli delle donatrici, poiché sapevamo che sarebbero sopravvissute e che gli embrioni risultanti avevano la stessa capacità di impianto e di dare origine a gravidanze degli embrioni provenienti da ovociti freschi” – ha spiegato Ana Cobo, considerata da molti colleghi come “la madre della vitrificazione“.

Questo studio ha segnato una svolta nel campo della riproduzione assistita, qualcosa che è persino arrivata a essere chiamata la seconda rivoluzione per le donne, dopo la pillola contraccettiva. Una schiusa scientifica che ha permesso di dimostrare la possibilità di ottenere embrioni vitali lavorando con ovociti vitrificati; hanno poi seguito questo percorso centinaia di cliniche e centri dedicati al settore riproduttivo.

Ciò ha significato che oggigiorno abbiamo programmi di crioconservazione efficienti di cui molte pazienti possono beneficiare, con indicazioni molto diverse: pazienti in trattamento riproduttivo con bassa risposta ovarica, come alternativa per evitare il rischio di iperstimolazione ovarica, donne che decidono di preservare la loro fertilità, sia per motivi medici, oncologici o per scelta, e persino per i pazienti con endometriosi, una malattia che può compromettere la futura fertilità, in cui abbiamo recentemente dimostrato i risultati incoraggianti della vitrificazione degli ovociti” – ha aggiunto Ana Cobo.

Lo stoccaggio di ovuli nelle banche è diventato una procedura standard nei programmi di donazione, a cui sono stati aggiunti notevoli miglioramenti, in particolare nella logistica del processo, che hanno consentito di ridurre e eliminare lunghe liste di attesa.

Tuttavia, anche gli studi recenti indicano che la preservazione della fertilità come alternativa efficace per garantire la futura maternità, presenta fattori limitanti da non trascurare, come l’età e la quantità di ovociti.

La verità è che, attualmente, la crioconservazione dei gameti femminili rappresenta una parte essenziale della riproduzione assistita, dati gli alti tassi di successo raggiunti grazie all’ottimizzazione di questa tecnica, ma è importante incoraggiare le donne e sensibilizzarle sulla necessità di vitrificare le loro uova prima dei 35 anni, poiché da questa età la loro fertilità inizia a diminuire e con essa le possibilità di successo riproduttivo” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Questo riconoscimento da parte dell’ASRM premia il lavoro di un team multidisciplinare di specialisti che lavora e fa ricerca instancabilmente per offrire i migliori risultati a donne e coppie con il desiderio di realizzare obiettivi importanti come quello di essere genitori.

Essere tra i 25 migliori lavori dell’ASRM un onore per me, una pietra miliare e un’enorme soddisfazione, non solo a livello personale, ma anche per il lavoro svolto dal team di professionisti di alto livello che abbiamo. La dedizione di ciascuno di essi e il loro coinvolgimento con i pazienti, così come l’incessante lavoro di ricerca che svolgono, ci consentono di applicare su larga scala risultati come questo, qualcosa di base per la validazione di qualsiasi tecnica e strategia a livello clinico” – ha concluso Ana Cobo.


Quando la vescica brucia

Bruciore alla vescica durante e dopo la minzione, urine torbide e maleodoranti, dolore al basso ventre e, nei casi più gravi, presenza di sangue nelle urine e persino febbre.

Sono questi i sintomi della cistite batterica, un’infezione della vescica che coinvolge l’urotelio, il tessuto che riveste internamente le vie urinarie. Ad esserne maggiormente colpite le donne (rapporto 4:1) rispetto agli uomini1.

Oltre il 30% della popolazione femminile, infatti, sperimenta almeno un episodio di cistite nella propria vita; di questo 30%, circa il 20% è affetto da cistite ricorrente2.

L’Associazione Mondiale per le Malattie infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) ci aiuta a capire come prevenirla e curarla.

Responsabile della cistite è nell’80% dei casi l’Escherichia coli, il più comune batterio intestinale, a cui seguono Staphylococcus aureus e Proteus. A causare l’infezione sono infatti i batteri provenienti dall’intestino che giungono nella vescica attraverso l’uretra. La brevità dell’uretra femminile, che misura circa 3-4 cm, nonché la sua vicinanza alla vagina e al retto fanno sì che il “gentil sesso” sia maggiormente a rischio rispetto all’uomo.

Acuta o ricorrente, la cistite colpisce comunemente le donne in età fertile e, più di frequente, quelle sessualmente attive. Circa il 4% dei casi, infatti, si manifesta in genere tra le 24 e le 72 ore dopo il rapporto sessuale1.

La vicinanza della vescica ai genitali femminili la rende sensibile ai ‘traumi’ meccanici dovuti al rapporto sessuale, soprattutto se la lubrificazione è scarsa. Una corretta igiene personale e l’adozione di qualche piccola precauzione, come urinare subito dopo il rapporto, aiutano ad allontanare i batteri contrastando il verificarsi o il ripresentarsi della cistite. Nel caso in cui si manifestino i sintomi, è fondamentale rivolgersi tempestivamente al medico: solo attraverso l’esame delle urine e l’urinocoltura, ovvero gli esami mirati a verificare la presenza di batteri e a identificarne la tipologia, potrà essere confermata la diagnosi e prescritto il trattamento più adeguato in grado di eradicare l’infezione e contrastare il più possibile recidive” – ha commentato Susanna Esposito, Presidente WAidid e Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Parma.

Oltre ai rapporti sessuali, ulteriori fattori scatenanti possono essere rappresentati dalla stipsi o dall’assunzione di alcuni farmaci. Alcune condizioni, inoltre, predispongono all’insorgenza della cistite come la presenza di calcoli, malformazioni delle vie urinarie oppure, nell’uomo, l’ipertrofia prostatica che interessa di solito gli over 50. In quest’ultimo caso, l’ingrossamento della ghiandola prostatica comporta un incompleto svuotamento della vescica che favorisce la proliferazione dei batteri e facilita, quindi, lo scatenamento dell’infezione.

Non solo adulti. Anche in età pediatrica può verificarsi la cistite. ll rischio sotto i 14 anni di età è maggiore nelle femmine rispetto ai maschi: 3% contro 1,1%. Fattori di rischio sono abitudini minzionali caratterizzate da ritenzionismo urinario, disfunzioni vescicali e dello sfintere uretrale esterno, reflusso vescico-ureterale. Quest’ultima è una condizione patologica che comporta il passaggio retrogrado di urina dalla vescica all’uretere: i batteri del tratto urinario inferiore, in questo modo, possono facilmente contaminare il tratto superiore, causando infezioni parenchimali ricorrenti, con possibile evoluzione cicatriziale. È frequente la concomitanza con fimosi nei maschi, vulvo-vaginiti o sinechie delle piccole labbra nelle femmine, stipsi o ossiuriasi in entrambi i sessi. Nei primi anni di vita, le cistiti vanno sospettate anche in presenza di sintomi aspecifici come febbre, disturbi gastroenterici, irritabilità, anoressia, scarso accrescimento ponderale, pianto durante la minzione, urine maleodoranti, arrossamento all’interno delle cosce e ittero (in particolare nel neonato). Nei bambini più grandi prevalgono, invece, i disturbi mentre urinano (disturbi minzionali), quali necessità di effettuare minzioni di piccola quantità e frequenti, bruciore o dolore durante la minzione, incontinenza, oltre a dolori in sede lombare e/o sovrapubica.

A mettere “K.O.” i batteri responsabili della cistite sono gli antibiotici: il trattamento indicato dal medico può variare a seconda del tipo e della gravità dell’infezione, così come a seconda del quadro clinico del paziente. Inoltre, è opportuno sottolineare come data l’origine intestinale della maggior parte dei batteri coinvolti nella cistite la regolarizzazione della flora batterica intestinale svolga un ruolo cruciale nel prevenire le recidive.

Ed è a proposito di prevenzione che l’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) fornisce alcune utili indicazioni per evitare l’insorgenza della più comune e fastidiosa infezione delle vie urinarie:

  1. Bere almeno 1 litro e ½ di acqua al giorno per diluire la concentrazione batterica nella vescica;
  2. Seguire una corretta igiene intima (rigorosamente dall’alto verso il basso. Il contrario, ovvero dall’ano verso i genitali, comporterebbe una proliferazione massiccia di batteri);
  3. Utilizzare un sapone neutro che non alteri il PH dell’apparato genitale;
  4. Non trattenere per lungo tempo la pipì, c’è il rischio della proliferazione di batteri;
  5. Seguire una dieta ricca di fibre per contrastare la stitichezza e ridurre la presenza di batteri nell’intestino;
  6. Lavarsi bene e svuotare completamente la vescica dopo i rapporti sessuali;
  7. Non avere rapporti sessuali durante un episodio acuto di cistite per non infiammare ulteriormente le vie urinarie e per non trasmettere l’infezione al proprio partner;
  8. Utilizzare biancheria intima di cotone, evitare pantaloni troppo stretti, asciugarsi bene e cambiare subito il costume dopo il bagno in mare o in piscina;
  9. Cambiare frequentemente l’assorbente durante il ciclo mestruale;
  10. Bere succo di mirtilli rossi (cranberry): studi recenti hanno dimostrato come i flavonoidi in esso contenuti contrastino l’annidamento dei batteri intestinali nella vescica-

  1. Geerlings SE (2016). “Clinical Presentations and Epidemiology of Epidemiology of Urinary Trct Infections”. Microbiol Spectr. 4 (5) doi:10.1128/microbiolspec.UTI-0002-2012. PMID 27780014
  2. Richard L. Sweet (2009), “Infectious Diseases of the Female Genital Tract”, chapter 14, p. 259

 


Ferro: carenza per 1 persona su 3

E’ carenza di ferro per una persona su tre nel mondo, con o senza anemia. Affaticamento, pallore, fragilità alle unghie, perdita di concentrazione, irritabilità e in alcuni casi anche picacismo, cioè il desiderio di ingerire cose non commestibili, sono i sintomi.

Durante la vita fertile, quasi una donna su tre soffre di carenza di ferro, principalmente associata alle perdite eccessive di sangue dovute a un ciclo mestruale abbondante, condizione con cui deve fare i conti il 10-30% dell’universo femminile. Lo stato anemico, se importante e prolungato, raddoppia il rischio di parto prematuro e triplica per il bambino il rischio di basso peso alla nascita. Può perdurare anche dopo il parto e aumentare il rischio di depressione post partum, ansia e insufficienza primaria di lattazione.

In media, il 40% delle future mamme inizia una gravidanza senza adeguate scorte di ferro e il 90% non assume sufficiente ferro durante la gestazione. Il problema, però, è legato anche alle malattie cardiache.

Il 50% dei pazienti affetti da scompenso cardiaco ha una qualche forma di carenza di ferro. La carenza di ferro aumenta il rischio di mortalità di oltre il 40%, causa un peggioramento della qualità di vita e riduce di oltre il 10% la capacità di esercizio fisico che è invece fondamentale per mantenere in buone condizioni la funzionalità cardiaca” – dice Maurizio Volterrani, primario di Cardiologia all’Irccs San Raffaele Pisana di Roma.


Coronavirus: focus dell’Iss

Dall’Istituto superiore di sanità arriva un focus specifico sul nuovo virus che sta tenendo in ansia il mondo.

Tosse, febbre e difficoltà respiratorie i campanelli d’allarme da considerare, avverte il dicastero, che ai rischi della polmonite da nuovo coronavirus dedica ampio spazio sul proprio sito, anche con una serie di domande e risposte.

Sebbene la situazione non sia tale da generare un allarme generale, è tuttavia il caso di essere particolarmente prudenti e seguire l’evoluzione dei focolai con particolare attenzione” – dice Gianni Rezza (Iss).

VAI AL FOCUS ISS

 

Virus respiratori emergenti, incluso nuovo Coronavirus


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