Giornata Nazionale SLA: Incoraggianti novità dalla ricerca

Incoraggianti novità dalla ricerca scientifica sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), la malattia neurodegenerativa associata ad una progressiva compromissione della muscolatura volontaria. Sono state annunciate dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) in occasione della Giornata Nazionale della SLA, che si è celebrata il 17 settembre scorso.

Nel corso degli ultimi mesi si è assistito a promettenti progressi nell’ambito delle possibilità terapeutiche per la cura della SLA è stata dimostrata, infatti, l’efficacia di nuove molecole per il rallentamento del decorso della malattia e, oggi, una di queste molecole è disponibile anche in Italia. Inoltre, per le forme di SLA di origine genetica sono stati avviati studi con farmaci innovativi, i cosiddetti oligonucleotidi antisenso, potenzialmente in grado di inibire i meccanismi patogeni del gene affetto. Anche nella ricerca dei meccanismi alla base della malattia sono stati fatti importanti passi in avanti con l’individuazione di nuovi geni e l’identificazione dei meccanismi biologici di geni già noti” – ha dichiarato Adriano Chiò, Responsabile del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze, Università degli Studi di Torino e Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino.

Per ciò che riguarda la diagnosi, le tecniche si vanno sempre più affinando grazie ai contributi delle neuroimmagini (risonanza magnetica e PET) ma anche grazie all’individuazione di nuovi biomarcatori, quali i neurofilamenti a livello sia ematico sia liquorale, che potranno in futuro essere utilizzati anche per prevedere la velocità di progressione della malattia già al momento della diagnosi.

Purtroppo la ricerca epidemiologica ha confermato il progressivo aumento del numero dei casi di SLA nel mondo, in parte legata all’aumento della durata media di vita della popolazione generale: si stima che la sua prevalenza tenderà a salire nei prossimi 25 anni di circa il 20% nei Paesi industrializzati, mentre di oltre il 50% nei Paesi del terzo mondo.

Infine, studi epidemiologici condotti per periodi molto lunghi hanno anche permesso di determinare un aumento della frequenza di malattia, in particolare nel sesso femminile.


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Tumore ovarico: solo a 1 donna su 3 viene proposto il test BRCA alla diagnosi

È conosciuta come “mutazione Jolie”, modifica la probabilità di sviluppare il tumore all’ovaio e al seno, nella vita di una donna, aumentandola fino al 50-80%, contro il 10% nelle donne senza mutazione. Per identificarla bisogna sottoporsi a un test, il test genetico BRCA, fondamentale per intervenire precocemente e individuare le terapie più adatte.

A scattare la prima fotografia sul mondo del test BRCA nel tumore ovarico in Italia è Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, attraverso un’indagine, condotta da Elma Research e con il supporto incondizionato di AstraZeneca, su 212 centri con reparto di oncologia, 50 pazienti con tumore ovarico, 31 familiari e 15 medici oncologi. La ricerca ha analizzato in particolare la conoscenza del test, il vissuto e le modalità di accesso.

Dall’indagine emerge che, nonostante le raccomandazioni delle linee guida delle società scientifiche, solo a 6 donne su 10 con tumore all’ovaio viene proposto di fare il test BRCA, e addirittura solamente per 1 su 3 questo avviene alla diagnosi della malattia, il momento più appropriato per eseguire l’esame.

Da questi presupposti è stato lanciato, il 14 settembre scorso, in Senato un forte appello alle Istituzioni presentando il documento “Test BRCA: call to action per la prevenzione e cura del carcinoma ovarico e della mammella”, redatto con la consulenza di un gruppo di esperti multidisciplinari e patrocinato da SIGUSocietà Italiana di Genetica Umana, Fondazione AIOMAssociazione Italiana di Oncologia Medica, ACTO OnlusAlleanza Contro il Tumore Ovarico, aBRCAdaBRA Onlus, Associazione Senonetwork Italia Onlus e ANISCAssociazione Nazionale Italiana Senologi Chirurghi.

Il documento mette in evidenza le principali criticità nel nostro Paese che non riguardano solo l’equità di accesso al test, diverso da regione a regione, ma includono anche la corretta presa in carico delle persone ad alto rischio e la corretta formazione dei professionisti, senza tralasciare l’attenzione agli aspetti psico-sociali delle pazienti e dei familiari.

Dalla ricerca Onda emerge, infatti, che sono forti le disparità a livello regionale: tra le regioni prese in esame, Piemonte e Toscana sono quelle con propensione maggiore a consigliare il test inviando il 72% delle donne con tumore all’ovaio, mentre Lombardia (43%) e Veneto (40%) tendono a indirizzare meno pazienti. Benché tutti gli ospedali dichiarino di seguire le linee guida delle società scientifiche che stabiliscono i criteri per proporre il test, nella realtà ben 2 su 3 applicano regole più restrittive che escludono le pazienti con più di 75 anni o con malattia troppo avanzata.

La mutazione dei geni BRCA accresce notevolmente il rischio di cancro al seno e alle ovaie nell’arco della vita di una donna. Pertanto, il test BRCA è una misura molto importante per la difesa della salute di noi donne, diritto sancito dalla Costituzione. È quindi quanto mai opportuno l’importante lavoro svolto da Onda, e dalle associazioni tutte coinvolte nella redazione di questo documento che mette chiaramente in luce un aspetto che necessita di grande attenzione e considerazione da parte del Parlamento, del Governo e delle Regioni” – ha sottolineato la Sen. Emilia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.

Per le donne con tumore ovarico e i loro familiari avere la possibilità di sottoporsi al test BRCA è fondamentale. Indipendentemente dall’esito infatti 9 donne su 10 considerano importante essersi potute sottoporre al test e sono spinte principalmente dalla preoccupazione per le loro familiari” – spiega Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Anche chi non ha potuto effettuare il test, per cause non dipendenti dalla propria volontà, dichiara nell’80% dei casi che si sarebbe sottoposta al test se avesse potuto scegliere.

Attraverso l’indagine, che per la prima volta fotografa la situazione in Italia, abbiamo ascoltato la voce di tutti i soggetti coinvolti nel mondo del test BRCA. Come dimostrato dai risultati, l’accesso al test non è un diritto garantito in modo uniforme in tutte le Regioni. Per la salute delle donne questo è un serio problema” – continua Merzagora.

È un dovere etico assicurare la corretta introduzione e gestione del test BRCA nelle strutture del Servizio sanitario nazionale. Ci rivolgiamo ai decisori politici affinché intervengano per avviare un programma nazionale di genetica oncologica volto a individuare la predisposizione ai tumori dell’ovaio e della mammella e a realizzare una rete nazionale di centri di riferimento” – afferma Liliana Varesco, UOS Centro Tumori Ereditari, Ospedale Policlinico San Martino di Genova e tra gli autori del documento.

Inoltre, in termini di sostenibilità e ottimizzazione delle risorse lo studio Venus, presentato recentemente da Altems, Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Università Cattolica, e citato nel documento degli esperti, ha dimostrato che l’estensione del test BRCA alle familiari delle pazienti con tumore all’ovaio è un investimento sostenibile e conveniente per il Servizio sanitario nazionale; è costo-efficace nel 97% dei casi rispetto al non eseguire il test.

Va detto, invece, che attualmente i familiari che hanno ereditato la mutazione non sono quasi mai presi in carico adeguatamente dal Servizio sanitario nazionale. Succede così che le donne a rischio genetico sono costrette a gestirsi da sole (capire dove andare a fare i controlli, parlare con i vari professionisti coinvolti, decidere cosa fare tra sorveglianza e chirurgia profilattica) e magari incontrano sulla loro strada professionisti ancora non formati sull’argomento, rischiando di subire danni iatrogeni”, conclude Varesco.

Sono le pazienti stesse attraverso le associazioni aBRCAdaBRA onlus, ACTO onlus e Onda, a sostenere a gran voce che sul test BRCA “troppo spesso le persone non trovano risposte, o trovano risposte sbagliate basate su pregiudizi o ignoranza. In particolare, le donne con tumore ovarico o della mammella (e le loro famiglie) chiedono che il Ministro della Salute tuteli la loro legittima richiesta di avere informazioni corrette sul test BRCA e di potere facilmente e tempestivamente accedere ai percorsi di prevenzione e cura di qualità”.

I test BRCA sono fondamentali per la scelta del trattamento nella paziente con diagnosi di carcinoma ovarico. Fondazione AIOM ritiene che questa informazione debba essere diffusa in maniera capillare, perché tutte le donne affette da questa neoplasia debbono conoscere le opportunità disponibili nel caso in cui risultassero BRCA-mutate” – spiega Fabrizio Nicolis, Presidente Fondazione AIOM.

Infatti, per il carcinoma ovarico insorto in donne BRCA-mutate sono stati introdotti nella pratica clinica una categoria di farmaci, detti anti-PARP, che vanno a colpire vie alternative a quelle già danneggiate dal difetto BRCA. Eseguire i test BRCA permette inoltre di identificare persone sane, ma ad alto rischio di sviluppare il tumore ovarico e/o della mammella” – afferma Stefania Gori, Dipartimento di Oncologia, Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (VR).

L’identificazione della mutazione, di fatto, consente di individuare le donne a rischio che possano beneficiare di misure di prevenzione. Prevenzione che può comprendere misure mediche oppure interventi di chirurgia preventiva, ed è di fondamentale importanza, soprattutto nel carcinoma ovarico, in cui non è possibile una diagnosi precoce” – continua Nicoletta Colombo, Ginecologia Oncologia Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano.

Mi colpisce molto e sempre di più la profonda disomogeneità nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari che si può riscontrare da Regione a Regione nel nostro Paese. In questa prospettiva, una donna risultata positiva ai test BRCA-1 e BRCA-2 ha purtroppo buone probabilità di sviluppare un tumore al seno o alle ovaie. In un certo senso, usando un’iperbole, si può affermare che queste donne sono “condannate” alla prevenzione. Proprio per questa ragione è profondamente ingiusto che non possano accedere al test in tutte le Regioni e, ove possibile, debbano pagare i ticket per i ripetuti esami strumentali che devono seguire nel corso dell’anno. È, inoltre, impensabile che le donne della Lombardia e dell’Emilia Romagna siano esentate e tutte le altre nostre connazionali no. Pertanto, ho presentato una mozione sottoscritta da parlamentari appartenenti a quasi tutti gli schieramenti politici ed approvata all’unanimità. L’iniziativa di Onda mira a stimolare Governo e Regioni a sanare questa profonda situazione di disuguaglianza e ci impegneremo a vigilare sul Governo per una concreta attuazione” – sottolinea la Sen. Maria Rizzotti, Vice Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.

Grazie al test BRCA è possibile fare prevenzione più mirata per salvaguardare tante donne. Come sempre le associazioni, spinte dalla necessità di porre all’attenzione delle istituzioni problematiche emerse dalle pazienti, ci coinvolgono nelle loro battaglie. Come donna e come parlamentare mi sono sempre dimostrata sensibile al tema della salute delle donne e anche per questa battaglia mi sento già coinvolta per assicurare la corretta attenzione istituzionale a questo documento e di conseguenza permettere la diffusione del test su tutto il territorio nazionale, proprio per garantire a tutte le donne il diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione” – conclude l’On. Paola Boldrini, Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

 

L’orologio biologico colpisce anche la fertilità maschile

L’età è un fattore che influenza la fertilità maschile dopo i 50 anni. Lo ha reso noto recentemente la Società Americana di Medicina della Riproduzione (ASRM) ed è stato confermato da IVI, il più grande gruppo del mondo che si occupa di riproduzione assistita, grazie alla sua vasta esperienza.  

A partire dai 50 anni esiste un maggiore probabilità che il liquido seminale presenti difetti genetici. Gli uomini di età avanzata possono sviluppare malattie che influiscono negativamente sulle loro funzioni sessuali e riproduttive”, spiega il Professor Antonio Pellicer, Presidente del Gruppo IVI e del Centro IVI di Roma.

Lo specialista assicura che, mano a mano che gli uomini invecchiano, i loro testicoli tendono a diventare più piccoli e la morfologia degli spermatozoi (forma) e la motilità (movimento) tendono a diminuire.

Secondo il Professor Pellicer, il 30% delle cause di infertilità è collegato a fattori maschili. Il 90% di queste è collegata a difficoltà di produzione di spermatozoi, o problemi nella loro morfologia o mobilità.

E’ importante che gli uomini siano coscienti del fatto che l’infertilità riguarda anche loro e prendano le misure necessarie per proteggere la propria capacità riproduttiva e qualità dei loro spermatozoi” – aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.  

Il seme ha un ciclo di formazione di 70 giorni, e quindi ci sono alcuni fattori da considerare all’inizio della ricerca di un bambino o di un trattamento di riproduzione assistita. I comportamenti raccomandati in questi casi sono:

  • Evitare il consumo di tabacco, alcol, marihuana e altre droghe o farmaci
  • Ridurre lo stress
  • Evitare l’esposizione prolungata a radiazioni elettromagnetiche, alte temperature e pesticidi
  • Evitare il sovrappeso o la cattiva alimentazione
  • Svolgere regolare attività fisica ed incoraggiare la buona alimentazione, ricca di acido folico, zinco e antiossidanti
  • Consumare vitamine E, A, C, e B12, presenti in frutta e verdura.

 


Ossa “di porcellana” per il 75% delle donne over 60: al via ‘Il Piatto Forte’, campagna per la prevenzione delle fratture da fragilità

Dopo i 70 anni, una donna europea su due andrà incontro a una frattura ossea legata all’osteoporosi. Il 66% delle donne ed il 50% degli uomini sono colpiti da osteoporosi e osteopenia (condizione in cui la massa ossea è ridotta rispetto alla normalità che spesso precede l’osteoporosi e che espone ad un maggior rischio di frattura). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a causa dell’osteoporosi in tutto il mondo ogni 3 secondi si verifica una frattura di femore, polso o vertebra. La frattura del femore, principale conseguenza della patologia, comporta una mortalità del 5% e del 20% nel mese e nell’anno successivi. Circa il 30% dei pazienti fratturati va incontro a una disabilità permanente, il 40% perde la capacità di camminare autonomamente, l’80% ha bisogno di supporto nelle attività quotidiane.

In vista della Giornata Mondiale dell’Osteoporosi che si celebra in tutto il mondo il 20 ottobre, la Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso (FIRMO) in partnership con Amgen presenta ‘Il Piatto Forte, una campagna che ha l’obiettivo di accrescere l’informazione su questa patologia silenziosa e sottodiagnosticata nonché sensibilizzare la popolazione sulle fratture da fragilità, che oggi possono essere evitate attraverso un’alimentazione corretta, un’attività fisica regolare e un trattamento farmacologico tempestivo, con adeguata aderenza alla terapia da parte dei pazienti. La campagna è stata presentata oggi a Roma nel corso di un evento che ha ricevuto il patrocinio del Ministero della Salute.

“Se non trattata, l’osteoporosi rende le tue ossa fragili come la porcellana” è il claim della campagna, che a partire dal 30 settembre e nel mese di ottobre animerà le piazze di alcuni capoluoghi italiani con eventi di due giorni che vedranno la presenza di un gazebo e un camper. Diverse le attività che coinvolgeranno la popolazione: informazione gestita da medici specialisti, valutazione della salute delle ossa con la carta del rischio per l’osteoporosi, misurazione (con ultrasonografo) della densità minerale ossea.

Nel nostro Paese il problema della fragilità ossea, che espone il paziente a un rischio elevatissimo di nuovi eventi fratturativi, con costi insostenibili per il Servizio sanitario, è di fatto ignorato, e per i pazienti fratturati presa in carico e continuità assistenziale dopo l’intervento chirurgico sono pressoché inesistenti. FIRMO ha accolto volentieri l’invito di Amgen a promuovere in partnership una campagna di comunicazione dedicata all’osteoporosi e alle persone con fragilità ossea finalizzata a richiamare l’attenzione in particolare su tre aspetti: la presa in carico del paziente fratturato, la semplificazione dell’accesso alle terapie, e il recupero del ruolo dei medici di medicina generale” – afferma Maria Luisa Brandi, Presidente FIRMO, Direttore SOD Malattie del Metabolismo Minerale e Osseo, Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi (Firenze).

L’osteoporosi è una patologia cronica caratterizzata da una perdita della massa e della qualità dell’osso, favorita da fattori costituzionali, genetici e ambientali, come le abitudini alimentari, il consumo di alcol, tabacco e caffè, la carenza di attività fisica e l’assunzione di farmaci che interferiscono con il normale metabolismo di fosforo e calcio.

Negli Stati Uniti e nell’Unione Europea sono affette da osteoporosi circa il 30% delle donne in post menopausa e si stima che di queste più del 40% riporterà una frattura nel corso della propria vita. In Italia vengono stimate almeno 3,5 milioni di donne con osteoporosi e più del 75% della popolazione femminile sopra i 60 anni di età soffrirebbe di fragilità ossea con aumento del rischio di fratture, che rappresentano una importante causa di disabilità, specie tra le persone anziane. Ogni anno si registrano circa 80.000 ricoveri per fratture di femore in persone con oltre 65 anni.

Nelle persone in età avanzata la frattura di femore può avere conseguenze gravi, sia per la condizione di fragilità dell’osso fratturato che per la frequente associazione ad altre patologie e danni d’organo che rendono il paziente un soggetto fragile. Se si interviene tempestivamente, non solo chirurgicamente, ma con il ripristino della qualità della vita precedente al trauma, si può evitare che tali patologie si aggravino pericolosamente; se invece si posticipa l’intervento, la fisioterapia o il rientro a domicilio, si instaura un circolo vizioso che può esitare anche nella morte del paziente” – afferma Giuseppe Sessa, Presidente SIOTSocietà Italiana Ortopedia e Traumatologia e Direttore U.O. Clinica Ortopedica, Università di Catania.

Oggi l’osteoporosi può essere trattata efficacemente con un’adeguata prevenzione basata su terapie non farmacologiche, che hanno l’obiettivo di compensare le carenze di calcio e di vitamina D nell’alimentazione, e attraverso terapie farmacologiche in grado di ridurre il rischio di fratture. È importante inoltre evitare la sedentarietà e mantenersi attivi con una regolare e costante attività fisica, che aiuta a mantenere una buona massa muscolare e migliora l’equilibrio prevenendo le cadute.

I farmaci disponibili agiscono inibendo le cellule che distruggono l’osso oppure attivando le cellule responsabili della formazione di osso. Alcuni farmaci agiscono combinando le due azioni. I farmaci di nuova generazione hanno mostrato un’elevata efficacia, con una riduzione del rischio di fratture da fragilità nei pazienti fratturati che va dal 30 al 70% a seconda del farmaco usato.

Si stima che nel 2045 gli over 65 saranno più di un terzo degli italiani (32,5%), di cui quasi l’83% soffrirà di almeno una patologia cronica. Nel caso dell’osteoporosi il SSN dovrà essere pronto, quindi, a gestire un incremento di popolazione maggiormente esposto a un rischio fratturativo con conseguente invalidità e aumento dei costi. Amgen avverte fortemente la propria responsabilità nel supportare iniziative di sensibilizzazione che vogliano rendere il paziente attore informato e protagonista delle decisioni che ricadono sulla sua salute” – afferma André Tony Dahinden, Amministratore Delegato di Amgen Italia.

Il Piatto Forte’: le tappe della campagna

· LeccePiazza Sant’Oronzo, 30 settembre/01 ottobre;

· FerraraPiazza del Municipio, 7/8 ottobre;

· CagliariPiazza Garibaldi, 14/15 ottobre;

· CataniaPiazza San Francesco, 21/22 ottobre.

Per maggiori informazioni: www.fondazionefirmo.com e www.amgen.it

 


Macchie delle pelle post-vacanze? Si possono “cancellare”

Macchie cutanee.BIODERMA

Spenta, opaca e con qualche antiestetica macchia scura sul viso, la pelle porta i segni di giornate passate sotto al sole, o semplicemente di una maggiore esposizione alla luce del sole durante le vacanze.

Le macchie cutanee colpiscono moltissime donne e uomini, di qualunque età, fototipo e razza. Si calcola che il problema riguardi il 90% della popolazione dai 50 anni in su. Pur essendo di per sé innocue, le macchie, ci comunicano che la pelle ha subito un danno. Il problema delle macchie scure, definito anche iperpigmentazione, infatti, consiste in un’alterazione del colore naturale della pelle causato da un’eccessiva produzione di melanina dovuta, oltre che all’esposizione ai raggi del sole, anche ad altri fattori come età, sbalzi ormonali, gravidanza, assunzione di medicinali fotosensibilizzanti, presenza di cicatrici, e altre cause ancora. Responsabili della produzione della melanina, sono alcune cellule della pelle, i melanociti, che sono stimolati dai raggi UV a produrre una maggiore quantità di questi pigmenti; la melanina infatti ha proprio la funzione di proteggere la pelle dalle aggressioni. Una volta prodotta, la melanina viene “trasportata” nei vari strati di cui è composta la pelle, fino ad arrivare allo strato superficiale, donando così un bel colorito bruno. Se però la melanina è prodotta in quantità eccessiva la distribuzione non avviene in maniera uniforme sulla superficie della pelle e la melanina si accumula in alcuni punti, formando le antiestetiche macchie.

Il problema però si può risolvere. Le macchie scure si possono contrastare con prodotti dermocosmetici specifici che permettono alla pelle di riacquistare un colorito uniforme e una maggiore luminosità.

Il prodotto schiarente ideale dovrebbe agire sui principali meccanismi all’origine della “colorazione” della pelle: ridurre e correggere le macchie, ma anche prevenirle; inoltre deve essere ben tollerato, anche dalle pelli più delicate. Il complesso brevettato WO®, messo a punto dai laboratori Bioderma, risponde a queste esigenze.

WO® è una combinazione unica di ingredienti attivi che agisce sui meccanismi all’origine della melanogenesi, che agisce su tutte le fasi della pigmentazione cutanea garantendo una ottima tollerabilità: limita la stimolazione dei melanociti, prevenendo la formazione di nuove macchie grazie all’andrografolide, estratto dalle foglie di una pianta asiatica, e alla melanostatina; glabridina, estratto di liquirizia, e l’azelatato di lisina inibiscono la sintesi della melanina; la vitamina PP agisce sulla distribuzione della melanina sugli strati superficiali della pelle, mentre la vitamina C rilasciata in maniera graduale e l’acido glicolico, dall’azione esfoliante, permette di correggere le pigmentazioni pre-esistenti.

Il programma schiarente White Objective di Bioderma comprende White Objective Crème Active, crema giorno ad azione preventiva e correttiva; White Objective Pen, per le macchie localizzate; White Objective Sérum, trattamento intensivo depigmentante notte; e White Objective H2O, soluzione micellare per la detersione della pelle che ottimizza l’efficacia del trattamento schiarente.

Per maggiori informazioni su macchie cutanee e programma White Objective cliccare qui

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Carne di cavallo: le proprietà

Carne di cavallo

La carne di cavallo è una tipologia di carne che non sempre è presente nella nostra dieta. Non la assumiamo perché spesso non ce la sentiamo di mangiare carne di questo animale o perché non ci fidiamo, perché abbiamo paura che non sia abbastanza controllata come le altre tipologie di carne. Le tracce di carne equina trovate in molti prodotti di recente, poi, hanno aumentato la diffidenza degli italiani.

La carne di cavallo, se si guarda dal punto di vista nutrizionale, è molto magra e un po’ dolciastra. I tagli di giovani animali sono teneri e molto digeribili, ma deve essere cotta al sangue. Ha un altissimo contenuto di ferro ed è consigliata a sportivi, bambini in crescita, persone che soffrono di anemia, donne in gravidanza.

I favorevoli al consumo di carne di cavallo sostengono che dal punto di vita nutrizionale e di apporto di ferro è migliore rispetto ad altre carni magre, apportando un livello di colesterolo paragonabile al manzo o similari e aiutando così le persone che soffrono di anemia o che hanno bisogno di maggiori quantitativi di ferro di poterlo assumere e assorbire con efficacia e velocità.

I contrari, invece, sostengono che i controlli sulla carne di cavallo non vengono fatti a dovere e la paura che cavalli che per tutta la vita hanno corso e magari sono stati imbottiti di anabolizzanti o altre sostanze, possano finire al macello.

BenessereBlog

Infarto STEMI. Le Linee guida #esc2017

Tra le nuove linee guida, pubblicate in concomitanza con il congresso #esc2017 dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) vi è anche quella per la gestione del paziente con infarto miocardico acuto e sopraslivellamento del tratto ST (STEMI).

Le principali novità della versione 2017 sono contenute nella tabella. Ne segnaliamo alcune.

Ossigenoterapia. E’ indicata solo se la saturazione di ossigeno del sangue arterioso è inferiore al 90% (nella precedente versione il limite era posto al 95%). La somministrazione di ossigeno, infatti, in assenza di una significativa ipossiemia, è inutile e può essere anche dannosa.

Polipillola. La scarsa aderenza può compromettere l’efficacia della terapia medica che, nel campo dell’infarto e della prevenzione secondaria, può migliorare significativamente la prognosi. L’uso di una polipillola contenente vari principi attivi, già proposta nel campo dell’ipertensione, può aiutare a risolvere questo problema.

Terapia ipocolesterolemizzante. Si conferma l’obiettivo del trattamento a valori di LDL colesterolo inferiori a 70 mg/dl o almeno ad una riduzione del 50% dei valori basali quando questi sono compresi tra 70 mg/dL e 135 mg/dL. Si accolgono i risultati dello studio IMPROVE-IT  sull’efficacia dell’associazione simvastatina-ezetimibe e dello studio FOURIER sugli effetti dell’evolocumab per suggerire l’aggiunta di una terapia non statinica nei pazienti ad alto rischio che non raggiungono il target terapeutico nonostante la dose massima tollerata di statina.

2017 ESC Guidelines for the management of acute myocardial infarction in patients presentingwithST-segmentelevation. European Heart Journal, ehx393, https://doi.org/10.1093/eurheartj/ehx393


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